La “distensione”, aspetto recente della crisi capitalistica (Pt.5)
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3) Crisi generale dell’imperialismo americano: con tali termini abbiamo indicato il terzo gruppo di avvenimenti (dopo la fine dell’esplosione anticolonialista e all’inizio del grande avvicinamento politico e sociale dell’URSS agli USA) che occorre analizzare per scoprire le cause della “guerra fredda” e, di conseguenza, della “distensione”, che ad essa è seguita.
Per rendersi conto dell’imperialismo americano, come di ogni fenomeno storico, occorre ripercorrerne all’indietro le tappe, e risalire alle sue origini. Naturalmente non si tratta di un lavoro di mera cronologia. Al contrario, è necessario un vaglio critico del materiale costituito dagli avvenimenti par sceverare i caratteri comuni, che la storia dell’imperialismo capitalista americano ha con quella degli altri imperialismi mondiali, dai suoi caratteri originali ed esclusivi. Anticipando le conclusioni, si può affermare che il connotato fondamentale dell’imperialismo americano è una estrema instabilità, una condizione di crisi permanente e di lotta disperata contro i pericoli mortali insiti nelle convulsioni mondiali che esso stesso fomenta.
L’essenza dell’imperialismo americano è la colonizzazione finanziaria. Nella più generale accezione il colonialismo è l’assoggettamento di una struttura economico-sociale di livello inferiore da parte di una potenza politica basata su una struttura economico-sociale più evoluta. Il colonialismo capitalista, che ebbe inizio all’epoca delle scoperte geografiche, aveva in comune col colonialismo classico (fenicio, greco, romano) l’occupazione materiale del territorio da sottoporre a sfruttamento. Avvenne difatti che interi continenti furono assoggettati alla forma capitalistica di produzione, e il trapianto di questa sulle vecchie strutture locali, che in non pochi casi erano rimaste ferme al comunismo primitivo, si effettuò coi metodi di estrema crudeltà che contraddistinsero i “conquistadores”. In altre parole, la colonizzazione capitalistica per poter operare le sue gigantesche razzie di manodopera dovette procedere all’occupazione dei territori di oltremare. Non per altre ragioni, masse di uomini, che per l’imprenditore capitalista rappresentavano esclusivamente dei serbatoi di forza-lavoro da vuotare fino all’ultima goccia, furono gettate nella morsa del colonialismo.
Lo svolgimento storico mostra che l’imperialismo americano non batté le vie tradizionali del colonialismo. Naturalmente, ciò non prova che ai capitalisti americani ripugnassero i metodi seguiti dai colleghi europei o giapponesi. Anzi, venne un periodo, alla fine del secolo scorso, che vide la bandiera della repubblica del dollaro piantarsi su territori d’oltremare conquistati con le armi, come dimostra la guerra contro la Spagna, che fruttò agli Stati Uniti il possesso delle Filippine. Che la borghesia americana abbia ereditato dalla rivoluzione antinglese della fine del XVIII secolo un’avversione morale per ogni forma di colonialismo, è pura leggenda ideologica, alla quale non credono neppure i giornalisti atlantici che quotidianamente ne cianciano. La verità è che proprio ad opera della borghesia americana, ipocrita e bigotta quanto altre mai, la colonizzazione capitalistica raggiunse la sua forma genuina, cioè borghese al cento per cento.
A conti fatti, il vecchio colonialismo, che altre volte abbiamo definito il colonialismo “storico”, veniva a costare troppo. Impiantare un regime coloniale in territori di oltremare significò fino alla prima guerra mondiale – seguita di poco all’ultima grande impresa del vecchio colonialismo, la conquista francese del Marocco (1912) – rizzare sul posto una macchina statale di coercizione che obbligasse gli indigeni ad abbandonare le vecchie forme di produzione locali e a lasciarsi schiavizzare nella galera del lavoro salariato. Insomma, lo scopo esclusivamente capitalistico della cattura di masse enormi di uomini da trasformare in schiavi salariati era perseguito con mezzi che la colonizzazione capitalistica condivideva con quella di altre epoche storiche: occupazione del territorio, immigrazione in esso di un’aliquota della popolazione metropolitana, costruzione di un apparato burocratico locale.
Questo tipo di colonialismo capitalista si perpetuò a lungo mediante ogni sorta di prepotenze e scelleratezze. Basti ricordare la tratta dei negri, che costò all’Africa, sia per le stragi operate dai negrieri che per le conseguenze economiche, ben 200 milioni di morti, come ha ricordato a Roma in un convegno di intellettuali africani il poeta senegalese Leopoldo Senghor, leader della Federazione del Mali. Ma esso conteneva ancora, forse appunto perché mitigata da elementi non esclusivi del capitalismo, una certa carica di umanità. Alla fine, i coloni bianchi che sciamavano come cavallette dietro le armate conquistatrici o si installavano nel possedimento dopo averne scacciato gli indigeni, si esponevano, se non altro, ai disagi connessi al cambiamento di clima. Se agli indigeni, esemplari di razze “inferiori”, toccava pagarsi col sangue i benefici della “civilizzazione”, a lorsignori si chiedeva almeno il sacrificio del sudore. Ma tale tipo di colonialismo cominciò nei decenni a cavallo del secolo a non collimare più con le tendenze della nuova fase storica capitalista, cioè l’imperialismo. L’avanzata irresistibile del capitale finanziario rendeva superati i vecchi schemi del colonialismo “storico”. Cominciava a delinearsi una nuova forma di dominazione capitalistica: l’assoggettamento delle economie più deboli da parte delle potenze finanziarie per mezzo dell’indebitamento.
La prima guerra imperialistica 1914-18 fu il banco di prova delle due tendenze che si opponevano nel seno del capitalismo internazionale. Gli imperi coloniali parvero uscire rafforzati dalla prima carneficina mondiale. I rottami dell’Impero Ottomano – territorio ora appartenente alla Siria, all’Iraq, alla Palestina, all’Arabia – andarono ad ingrossare, sotto forma di “mandati”, il già gigantesco bottino coloniale delle potenze dell’Intesa. Ma un fatto di enorme importanza emerse dalla catastrofe bellica: i possessori di colonie risultarono tutti fortemente indebitati verso gli USA. Che era accaduto? I colonizzatori erano stati colonizzati! La potenza finanziaria americana, l’unica del mondo che si dichiarasse anticolonialista, aveva iniziato la caccia grossa procedendo innanzitutto a ridurre a proprie colonie finanziarie i più avanzati Stati capitalistici d’Europa!
Altro che anticolonialismo americano! Altro che eredità della rivoluzione liberale americana! Non la “coscienza morale” della borghesia americana, ma il determinismo storico, che aveva costretto le potenze dell’Intesa a farsi clienti di guerra della produzione statunitense, consentiva agli imperialisti del dollaro di ripudiare le vecchie forme di dominazione economica fino allora adoperate dalle potenze colonialiste europee. L’impiego di simili metodi non aveva permesso alla borghesia americana di andare oltre l’annessione delle Filippine: le porte di accesso all’America Latina e all’Asia restavano pur sempre sbarrate, ferocemente custodite dai pirati rivali. Poco meno di 10 anni prima dello scoppio della guerra mondiale, l’America di Teodoro Roosevelt non era costretta a fare da mero intermediario nel conflitto scoppiato tra il Giappone (sostenuto dalla Inghilterra) e la Russia per il possesso delle ferrovie mancesi e di Port Arthur? Ma, nel 1918, gli Stati Uniti erano i creditori delle maggiori potenze del mondo.
Che significava ciò? Tutta un’epoca crollava, quella che aveva visto la dominazione capitalistica affidarsi ai sistemi del colonialismo storico, della divisione del mondo in enormi imperi. Sorgeva la nuova forma di dominazione, la dominazione finanziaria, che scavalcava le frontiere, soggiogando le economie più deboli non più col peso dell’occupazione militare, ma con l’invisibile nodo scorsoio dell’indebitamento. La incetta di lavoratori da gettare nel meccanismo dello sfruttamento, che i vecchi colonialisti perseguivano nei paesi coloniali con l’ausilio del negriero e dell’aguzzino, si poteva fare adesso negli stessi paesi civili indebitando i governi locali, costringendoli a farsi intermediari delle banche del super-Stato imperialista che prestava i capitali e ne esigeva gli interessi.
Accadeva proprio questo: paesi progrediti come la Germania erano ridotti a colonie finanziarie cui si permetteva di produrre e vivere a patto di lasciarsi taglieggiare dall’usura d’oltrefrontiera.
Tale forma di dominazione, che è un vero super-colonialismo, toccò proprio alla bacchettona America dei Teodoro Roosevelt e dei Wilson d’introdurla nella storia già colma di infamie del capitalismo. Toccò a quegli “anticolonialisti” congeniti il glorioso compito di mondare di ogni elemento spurio il colonialismo capitalistico, di epurarlo al cento per cento, e applicarne i metodi nuovi, non più soltanto ai paesi arretrati, ma a tutti gli Stati del mondo. In tal modo il capitale finanziario vedeva aprirsi davanti a sé uno sterminato territorio di caccia, il rapido realizzarsi di accumulazioni di profitti che gli antiquati sistemi del colonialismo storico non consentivano. Era il trionfo della nuova fase storica del capitalismo. Ma gli antichi imperi a base coloniale erano dei fattori di conservazione di primo ordine, erano dei formidabili baluardi della controrivoluzione. Perciò, il sorgere del primato imperialistico degli Stati Uniti coincise con l’aprirsi della epoca delle grandi convulsioni rivoluzionarie, di cui la Rivoluzione Socialista Russa diede nel 1917 il segnale.
Epopea usuraia del dollaro
Al Congresso dell’Internazionale Comunista, nell’estate del 1920, Lenin traccia un quadro della situazione cui è bene riferirsi, in quanto ne emerge nitidamente il fenomeno dello esplodere, grazie alla guerra mondiale, dell’imperialismo americano. A Lenin, mentre gli avvenimenti erano ancora allo stato di incandescenza, già appare chiaro ciò che soltanto oggi comincia ad entrare nei cervelli borghesi: la fine del primato imperialistico dell’Inghilterra a favore degli Stati Uniti, la retrocessione dell’Europa borghese, proprietaria imprenditoriale e commerciale, di fronte all’America banchiera e finanziaria. Lenin enumera gli Stati che, al lume della critica marxista, appaiono i veri vincitori del primo conflitto imperialistico e al primo posto colloca, non l’Inghilterra che nel 1914 era la potenza egemone, ma gli Stati Uniti, i nuovi arrivati nella giungla imperialista. E al secondo posto il Giappone, il grande profittatore delle guerre provocate in Asia dall’imperialismo europeo.
La chiave del mistero di questa trasformazione sta nel fatto che, come doveva ripetersi durante la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti erano divenuti l’“arsenale delle democrazie”. Ma essi non si limitarono a fabbricare le armi del massacro e a venderle ai belligeranti. Oltre che da fabbrica d’armi, la libera repubblica stellata funzionò da cambusa degli eserciti in guerra. L’Europa aveva fame di armi con cui alimentare la carneficina, e di viveri per sostentare gli eserciti. Ma milioni di uomini erano stati strappati alle fabbriche e ai campi e gettati nelle trincee, sicché le forze del “fronte interno” non bastavano a portare la produzione all’altezza dei bisogni impellenti degli Stati Maggiori. Così l’Europa divenne cliente degli Stati Uniti, collocò colossali ordinazioni sul mercato americano e chiese di ottenere la vendita a credito a chi, fino a poco tempo addietro, era stato suo debitore. Infatti, fino al 1914 gli Stati Uniti erano indebitati presso vari paesi europei, più di tutti verso la Gran Bretagna.
Così, mentre la guerra svenava le nazioni europee, l’economia americana faceva un balzo gigantesco. Non solo l’industria, di cui i nuovi clienti europei chiedevano famelicamente prodotti, ma la stessa agricoltura vedeva arrivare il tempo della cuccagna. Gli impianti industriali subivano una profonda trasformazione sia nel campo tecnico che in quello della gestione, mentre le industrie europee segnavano il passo. In agricoltura, eguali grandi progressi: vengono incrementate le colture industriali; grandi estensioni di terra incolta vengono dissodate e messe a coltura; fiumi di prodotti industriali e di derrate si riversano dalle rive atlantiche degli Stati Uniti in Europa, dove la grande fornace della guerra inghiotte le ricchezze acquistate, ma non pagate. Il saldo dei debiti si rimanda alla fine delle ostilità. In tal modo, mentre l’economia europea languisce, la macchina produttiva americana si slancia freneticamente innanzi. La corsa procede ininterrotta fino al tragico 1929, quando gli USA cadono nel baratro della crisi, trascinandosi seco l’Europa e il resto del mondo.
Ma, subito dopo la guerra, chi oserebbe prevedere la crisi? Gli Stati Uniti appaiono il baluardo invincibile del capitalismo, rigurgitante di ricchezze, corteggiato e blandito da tutti i governi del mondo che, pur di ingraziarsi le grandi banche che ormai vantano crediti presso tutti, mostrano di inchinarsi alle fantasie pacifiste di Wilson. Ma in quali condizioni si trova il resto del mondo?
Dalle parole di Lenin emerge nettissima la piramide sociale quale era costituita nel primo dopoguerra, dal miliardo e 750 milioni di uomini che formavano allora la popolazione mondiale. Gli Stati Uniti con 100 milioni di abitanti, il Giappone con 50 milioni e l’Inghilterra – «che, dopo questi due paesi, ha guadagnato più di tutti dalla guerra» – con 50 milioni, e gli Stati neutrali arricchitisi col macello, formano una popolazione di 250 milioni di uomini. Naturalmente, questa massa umana non si può considerare indifferenziata, essendo divisa in classi sociali. Tuttavia, essa forma il campo dei veri profittatori sul massacro.
La base della piramide, la moltitudine che barcolla sotto il peso dell’oppressione sociale, è rappresentata da un miliardo e 250 milioni di uomini che vivono nelle colonie o nei paesi in “via di spartizione”, come la Persia, la Turchia, la Cina. Appartengono ad essi anche le popolazioni dei paesi vinti o ridotti a colonie. Restano 250 milioni di uomini che vivono nei paesi rimasti nella posizione precedente la guerra ma caduti sotto l’influenza economica e militare americana. In totale 250 milioni nel campo dei vincitori, un miliardo e 500 milioni nel campo dei vinti, degli oppressi, dei soggetti a regime coloniale.
Ciò che colpisce più di ogni altra cosa e denuncia la svolta radicale compiuta dal capitalismo è il fatto del tutto inedito che la guerra imperialistica, e per essa la dominazione del capitale finanziario, riduce allo stato di colonia non solo paesi semicivili, ma perfino le più progredite nazioni del mondo. «La guerra – dice Lenin – ha rigettato di colpo circa 250 milioni di uomini in una situazione che equivale a quella di una colonia. Essa vi ha rigettato la Russia, la quale conta 130 milioni di abitanti, l’Austria-Ungheria, la Germania, la Bulgaria, che hanno non meno di 120 milioni di abitanti. Duecentocinquanta milioni di uomini appartenenti in parte a paesi come la Germania, che sono tra i più civili, i più progrediti, i più colti, e che, dal punto di vista tecnico, sono all’altezza del progresso moderno. La guerra, per mezzo del Trattato di Versailles, ha imposto a questi popoli progrediti delle condizioni che li hanno precipitati in una situazione di soggezione coloniale, di miseria, di fame, di rovina, di mancanza di diritti, poiché il trattato li ha incatenati per numerose generazioni e li ha ridotti a vivere in condizioni nelle quali non era mai vissuto nessun popolo civile».
Ecco il vero volto del super-colonialismo capitalista, sorto dalla prima guerra imperialista e impersonato dagli Stati Uniti: la soggezione coloniale estesa ai popoli civili; i popoli colonizzatori trasformati in colonizzati non meno che gli abitanti delle colonie. E, al vertice della sanguinosa piramide, tre super-Stati imperialistici: Stati Uniti, Giappone, Inghilterra. Ma nella stessa triade piratesca, al di sopra di tutte le potenze del mondo e della stessa Inghilterra, o del Giappone, si aderge la potenza finanziaria degli Stati Uniti, il mostro plutocratico che, sfruttando la carneficina, ha legato al suo carro i maggiori Stati del mondo. Essi sono incatenati per numerose generazioni, avverte Lenin, e mai profezia si dimostrò più esatta. Lenin non ebbe bisogno di assistere allo svolgersi degli avvenimenti, per capire che la pace americana, la pace degli usurai, imposta col Trattato di Versailles, avrebbe gravato sulle spalle delle generazioni future, provocando tremende catastrofi. Conosciamo la truce catena di infamie iniziatasi con quell’autentico terremoto sociale che provocò la crisi economica del 1929-30; l’avvento del nazismo in Germania, la guerra di Etiopia, la guerra di Spagna, la guerra cino-giapponese, le aggressioni di Hitler all’Austria, alla Cecoslovacchia, alla Polonia, e l’ultima, la seconda carneficina mondiale.
Il super-colonialismo imperialistico produceva il suo complemento dialettico: il super-nazionalismo, la patologia politica del fascismo e del nazismo che non rifuggivano dall’impiegare nel cuore della progredita Europa metodi una volta adoperati dai negrieri nelle colonie, quali la tratta, la deportazione forzata, l’eccidio in massa dei prigionieri.
Ma proseguiamo. Conviene fermarci sulla crisi economica 1929-31 che ebbe per epicentro gli Stati Uniti, ma travolse quasi tutti gli Stati del mondo. La crisi scoppiò per mutamenti intervenuti, a seguito della ricostruzione economica europea, nelle relazioni finanziarie e commerciali tra vecchio e Nuovo Mondo. Studiando le cause e le conseguenze di quel grande sconvolgimento internazionale, può darsi che riesca più facile analizzare le cause del fenomeno politico in atto: la “distensione” fra Stati Uniti e Russia.
La crisi economica mondiale
Alla fine della prima guerra imperialistica, tutti i maggiori Stati sono indebitati: «solo gli Stati Uniti vengono a trovarsi in una situazione assolutamente indipendente». La stessa Inghilterra, che vanta ingenti crediti presso la Francia l’Italia la Russia, è debitrice nei confronti degli Stati Uniti per la cifra astronomica di 21 miliardi di lire-oro. Nei confronti della Francia essi sono creditori, insieme con la Gran Bretagna, di 26 miliardi e mezzo; nei confronti dell’Italia, insieme con Inghilterra e Francia, di 20 miliardi e mezzo. Se si considera che tutte queste potenze, così indebitate verso gli Stati Uniti, erano i vertici d’immensi imperi coloniali e controllavano, per mezzo delle loro organizzazioni bancarie, la gran parte del mondo abitato, ci si accorge come gli USA all’indomani della prima guerra imperialista facessero già passi decisivi sulla strada dell’egemonia mondiale, in seguito conquistata mediante la seconda carneficina.
Un’altra considerazione si impone. Solo nel secondo dopoguerra, ci è stato dato di assistere al crollo del vecchio colonialismo. Ma, è chiaro, la sua condanna era stata scritta nei fatti all’epoca della prima guerra mondiale, al momento in cui le banche statunitensi videro le maggiori potenze colonialiste della vecchia Europa accorrere ai loro sportelli. Le rivoluzioni non avvengono mai prima che il vecchio edificio sociale da abbattere sia imputridito per le sue contraddizioni interne: in tale senso, i grandi sommovimenti che portarono alla cacciata dei colonialisti dall’Asia sono da considerarsi avvenimenti di portata rivoluzionaria. Volendo seguire un classico ragionamento di Lenin, esistevano le condizioni rivoluzionarie per l’abbattimento del colonialismo: da una parte, la coscienza delle masse sfruttate di non poter continuare a vivere come in passato e la loro ferma volontà di mutar condizione; dall’altra, la coscienza degli sfruttatori di non poter continuare a governare, come in passato.
Ma è altrettanto chiaro che la disgregazione degli imperi coloniali vedeva coincidere la spinta eversiva delle masse, oppresse da un giogo intollerabile, con le finalità storiche dell’imperialismo americano cui si affiancava, in posizione di rivale, quello russo. Il saper ciò ci ha impedito di cadere nell’orrore opportunista di scambiare per qualcosa di diverso dalla rivoluzione demo-nazionale, o addirittura per socialismo, il contenuto e le finalità delle rivoluzioni anticolonialiste
Per comprendere appieno le cause della crisi economica mondiale e le sue conseguenze, bisogna soffermarsi sulla particolare situazione in cui il Trattato di Versailles aveva gettato la Germania. I vincitori avevano imposto ai vinti di pagare le cosiddette “riparazioni di guerra”, cioè di risarcire i vincitori dei danni “patiti” in una guerra la cui responsabilità si decise, da parte dei Wilson, dei Lloyd George, dei Clemenceau, degli Orlando fosse attribuita esclusivamente alla Germania e alleati. Ma lo stesso disposto del trattato poneva la Germania nell’impossibilità di rimettere in sesto la propria macchina produttiva sconquassata dalla guerra e saccheggiata dai vincitori.
Allora intervenne, come deus ex machina, il genio finanziario dei banchieri americani, che partorì l’idea, compatibile unicamente con la follia usuraia borghese, di permettere alla Germania di pagare le riparazioni di guerra, vale a dire un enorme debito, obbligandola ad accettare un prestito destinato a rimettere in marcia la produzione nazionale. Nulla di più squisitamente borghese! Tu mi devi rimborsare un prestito e non guadagni abbastanza per pagarmi? Niente paura: io ti anticipo una somma supplementare che ti servirà a sfruttare un maggior numero di operai e quindi ti permetterà di rimborsarmi il prestito antico e quello nuovo, oltre agli interessi su entrambi. In fondo, lo strapotente banchiere si comporta, dall’alto dei suo mucchio di miliardi e attorniato dagli scienziati dell’economia borghese, all’identico modo dello strozzino da quartiere cui ci ha abituati la letteratura mondiale.
L’11 aprile 1924 la Commissione per le Riparazioni fa proprio il Piano elaborato dal generale nordamericano Charles P. Dawes, uomo di fiducia della finanza americana e abile finanziere egli stesso. La Germania, che avrebbe ricevuto un prestito di 800 milioni di marchi-oro per la ricostruzione economica del paese, si obbligava a versare per il primo anno un miliardo di marchi; entro quattro anni la rata sarebbe salita a due miliardi e mezzo. Responsabile dei pagamenti era considerata la Reichsbank. Ma in che modo quest’ultima avrebbe reperito i fondi necessari?
Il lancio del Piano Dawes provocò un vero ciclone in tutto lo schieramento politico tedesco. Le proteste più violente e le minacce più atroci provennero dalla fungaia di partiti, movimenti e associazioni dell’estrema destra, tra cui il partito nazional-socialista di Hitler, notoriamente finanziati dagli agrari, dagli industriali, dai banchieri, e sostenuti dai mai dissolti quadri dell’ex esercito imperiale. Ciò indurrebbe a pensare che il colpo vibrato dalla finanza anglo-americana (giacché inglesi e soprattutto americani erano i banchieri che offrivano il prestito) fosse diretto alla borghesia tedesca: tutt’altro. Lupo non mangia lupo. La furiosa campagna xenofoba e revanchista della estrema destra era pura demagogia. In realtà, erano le masse lavoratrici tedesche che il sig. Dawes destinava a svenarsi perché la Reichsbank potesse far fronte agli impegni. Infatti, i fondi necessari a pagare le rate si stabilì che fossero realizzati mediante l’esazione di imposte sui trasporti, sui tabacchi, sull’alcool, sulla birra, sullo zucchero. Inoltre i creditori stranieri assumevano il controllo delle ferrovie che venivano sottratte allo Stato e organizzate in azienda privata; eguale sorte subivano le dogane, e la stessa Reichsbank. E se un finanziere americano era stato l’ideatore del Piano, la carica di ispettore generale per la sua esecuzione venne affidata ad un altro finanziere americano, Parker Gilbert.