Con l’ENI, statalismo batte liberismo
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Mentre nell’aula di Montecitorio si svolgeva la stomachevole lotta sul progetto di riforma elettorale, fattaccio indegno da cui gli operai marxisti nulla hanno potuto apprendere, ma solo trarre rinnovato schifo per i metodi della democrazia parlamentare, l’altro ramo del Parlamento, il Senato, portava a termine un interessante lavoro, denso di significato per chi non si pasce del pettegolezzo politico. Con i voti dei democristiani, dei socialisti nenniani, dei repubblicani, dei socialdemocratici e di molti senatori liberali e del gruppo misto, il Senato approvava, il 2l gennaio, il disegno di legge, presentato dal Governo sulla istituzione dell’Ente Nazionale Idrocarburi. I senatori comunisti si astenevano dal voto, per ragioni di cui ci occuperemo più avanti. Perché interessante la istituzione dell’E.N.I.?
È noto che in base alla legge mineraria del 1927 e dell’art. 826 del codice civile, lo Stato esercita il diritto di proprietà sui giacimenti del sottosuolo (minerali. idrocarburi, ecc.). In altri termini. come già spiegato nel Filo del Tempo «L’imperatrice delle acque purgative» («Battaglia Comunista»,19-52 n. 7), «tutto quanto di sfruttabile dal punto di vista estrattivo sta al di sotto della superficie del suolo, non e più attribuito al proprietario del fondo, come nel diritto civile classico, ma praticamente allo Stato, che solo ha facoltà di dare in concessione la miniera, acqua termale, cava, gas sotterraneo naturale, giacimento di ogni natura, soffione, e se vi piace cratere del Mongibello in eruzione. Le società minerarie, e tra esse la Montecatini, (nell’esempio scelto) non sono proprietarie di miniere, ma solo concessionarie, pagano all’erario pubblico un certo canone, e sfruttano tutto quello che tirano fuori».
I lettori ricorderanno che tale distinzione veniva fatta allo scopo di addurre argomenti di fatto alla nostra tesi che lo sfruttamento capitalista permane, e celebra le sue orge di affarismo, anche nei casi di gestione, in cui la Proprietà e il Capitale appaiono scissi, contrariamente al classico tipo della azienda privata in cui il proprietario dello stabile e dei macchinari e l’imprenditore organizzatore dei fattori produttivi si identificano in una unica persona giuridica. La Montecatini rappresenta appunto un caso di fusione di proprietà demaniale e di capitale privato, non pertanto resta minimamente intaccato il privilegio sociale del Capitale, esercitandosi questo sulla proprietà dei prodotti, il ricavato in moneta della cui vendita viene incassato di diritto dal Consiglio di amministrazione della Società. Ma esiste un terzo tipo di organizzazione dei fattori produttivi, che consiste nella attribuzione allo Stato del diritto di proprietà sia sugli immobili, macchine e impianti, sia sul capitale liquido di esercizio con cui vanno acquistate le materie prime e pagati salari e stipendi, tasse e via dicendo. In tale caso abbiamo l’azienda di Stato: cioè lo Stato possiede gli impianti, versa il capitale liquido, gestisce la produzione, incamerando nelle casse erariali il ricavato della vendita dei prodotti. Esempio: il monopolio dei tabacchi, le Ferrovie dello Stato, per restare al caso dell’Italia.
In quale di questi tre campi collocare, il nuovo Ente degli idrocarburi, l’E.N.I.? Su questo terreno si è accesa in Parlamento e sulla stampa una accanita lotta, terminata, come detto su, con la vittoria degli statalisti. Attribuire a privati la proprietà e la gestione dei giacimenti di petrolio e metano era legalmente impossibile, essendo in vigore, come abbiamo visto, la legge mineraria del 1927. Per questo la speculazione privata aveva davanti a sé una sola risorsa, e cioè il trasferimento in concessione della gestione, sul modello della Montecatini. Appoggiato validamente da taluni senatori, tra i quali Iannaccone e Sturzo, e da una poderosa campagna di stampa, capitanata da «24 ore», l’organo della plutocrazia milanese, l’assalto del capitale privato al favoloso bottino degli idrocarburi della Valle Padana ha battuto duramente, seppure invano, le posizioni dei fautori del monopolio statale. Un calzante esempio di lotta interna della borghesia, divisa dal dilemma squisitamente capitalistico: proprietà privata o statizzazione delle aziende? La polemica doveva assumere toni vivaci per non dire violenti, pur restando sotto il mare d’olio del frasario diplomatico, e culminava in un duello finale tra il giornale super-governativo Il Tempo, fautore dell’E.N.I., e il sopracitato 24 ore, due organi la cui devota soggezione al capitalismo non ha bisogno di essere provata. Varrebbe proprio la pena di riprodurre ampiamente passi della risposta del foglio milanese alla stoccata omicida vibrata
dal «Tempo» in una concisa nota, come sarebbe istruttivo citare brani delle relazioni senatoriali di don Sturzo e di Iannaccone, e passaggi di altri fogli borghesi schierati pro e contro il monopolio dell’E.N.I.
Meglio di Iannaccone, don Sturzo riusciva a condensare nel suo intervento la posizione dei privatisti. Egli dichiarava di dissentire dall’attribuzione all’E.N.I. della personalità giuridica di diritto pubblico proponendo di sopprimere tale dicitura nel testo del progetto (art. 1) insieme con l’aggiunta «iniziativa di interesse nazionale». Secondo lui la concessione all’E.N.I. del monopolio della ricerca e coltivazione di giacimenti di idrocarburi, nonché della costruzione e dell’esercizio delle condotte relative, come pure la progettata estensione delle attività dell’E.N.I. ad altri campi economici, e cioè lavorazione, utilizzazione e commercio degli idrocarburi e dei vapori naturali, sarebbe in contrasto con i fondamenti del regime democratico, identificantisi con il libero svolgersi dell’iniziativa privata. Egli riconosceva che l’A.G.I.P. «pur senza correre rischi, ha avuto iniziative maggiori che non i privati nella ricerca degli idrocarburi, ed ha raggiunti evidenti risultati». (Secondo l’on. Mattei, vice presidente dell’A.G.I.P., il valore delle miniere scoperte dall’A.G.I.P. nella Valle Padana dovrebbe valutarsi in mille miliardi di lire, cifra accolta con ironia dagli avversari dell’E.N.I.; pure la zona della Valle Padana esplorata dall’A.G.I.P. è solo una modesta parte – secondo 24 Ore – del bacino metanifero. Le spese sostenute dalla A.G.I.P. nelle ricerche assommerebbero a 8.600 milioni di lire). Per tornare alle proposte di don Sturzo, egli, pur rendendo atto all’A.G.I.P. dei risultati ottenuti utilizzando il danaro dello Stato, dichiarava di paventare per l’E.N.I. la stessa sorte toccata all’I.R.I. Conviene riportare il passaggio, perché contiene una preziosa ammissione sulla maggiore «convenienza» della gestione statale, fatto che serve a spiegare il trionfo del progetto di legge. «Senza piani prestabiliti – diceva don Sturzo – è accaduto all’I.R.I di ampliare la cerchia dei suoi impegni invadendo sempre più il settore privatistico; avverrebbe anche all’E.N.I. di arrivare a monopoli di fatto (della raffinazione e vendita degli idrocarburi liquidi e gassosi, odiernamente esercitate da aziende private per conto dello Stato o con sistema misto) per mancanza di rischi e facilità di finanziamento. Il problema quindi è lo stesso di quello che si pone per I’I.R.I. che tali industrie statizzate, godendo di notevoli privilegi legali, fiscali, creditizi, in confronto all’industria privata, attenuano o addirittura eliminano le condizioni di parità per una sana concorrenza. Per giunta viene cosi deviato il normale afflusso del risparmio verso l’industria privata, essendo lo Stato obbligato a garantire le obbligazioni dei propri enti ovvero a concedere sovvenzioni considerevoli». Don Sturzo evidentemente sa, come lo sappiamo noi, che le aziende di Stato esaltano le possibilità dell’iniziativa privata, garantendo i prestiti obbligazionari fatti da privati e (quel che non dice) mettendo a disposizione di piratesche bande di speculatori di alto bordo, che nulla rischiano del proprio, le riserve di caccia alimentate dal pubblico danaro, ma certamente noi non siamo con don Sturzo perla proprietà privata. Gli stalinisti, invece, pur di non essere con gli esaltatori della proprietà privata si schierano con gli statalisti e si illudono con ciò di combattere il capitalismo. Mai come in presenza di polemiche del genere appare chiaro che proprietà privata e proprietà statale sono due facce perfettamente conciliabili dello sfruttamento capitalistico. Contro don Sturzo e Jannaccone votavano, non lo dimenticate, tutto lo schieramento governativo, più i nenniani. Contro il «Tempo», il «Popolo» l’«Avanti!», si battevano «24 Ore», il «Giornale», il «Globo». Borghesi contro borghesi.
In conclusione don Sturzo proponeva di ridurre l’ente statale degli idrocarburi al «suo naturale carattere di impresa privata finanziata dallo Stato, come è il caso della Cogne». In pratica, mirava alla soppressione degli articoli della legge contemplante l’attribuzione all’E.N.I. del monopolio della ricerca e coltivazione degli idrocarburi nella Valle Padana. Identica posizione era difesa dalla stampa fiancheggiatrice: far concorrere allo sfruttamento dei pozzi tutte le aziende capaci di procurarsi i capitali necessari allo scopo ed impiegarli a proprio «rischio e pericolo», secondo la terminologia ipocrita del liberalismo; riconoscere allo Stato il diritto di riscuotere le tasse di concessione, le «Royalties», le imposte pagate dai privati imprenditori. Qualche giornale partigiano della gestione privata proponeva addirittura di addivenire ad una delimitazione di zone di influenza tra A.G.I.P. e il campo riservato alla iniziativa privata. Il bruciore della prevedibile sconfitta faceva uscire fuori dai gangheri gli avversari della legge i quali si lasciavano andare addirittura ad accusare i sostenitori del monopolio statale di connivenza con i social-comunisti e, quel che è peggio, con le dottrine economiche del comunismo. Era quel che faceva «24 Ore» buscandosi la secca risposta del «Tempo».
Visto che abbiamo fatto molta economia di spazio possiamo riprodurla, ne vale la pena:
«Il quotidiano economico milanese «24 Ore» si meraviglia perché difendiamo la creazione dell’Ente Nazionale Idrocarburi – scriveva furente il «Ternpo» – e crede di vedere in ciò l’abbandono delle nostre tesi liberali favorevoli alla iniziativa privata e all’economia di mercato. Il milanese «24 Ore» stia tranquillo: noi saremo sempre liberali e combatteremo sempre le dottrine economiche di Mosca, anche quelle di marca socialista che si affacciavano fino a qualche tempo fa nelle pagine dello stesso 24 Ore». (Accidenti!) Ma noi siamo (udite, udite) per una economia liberale «con giudizio» (di Salomone?) con quel giudizio che ha consentito la conservazione e il potenziamento della A.G.I.P., azienda che sembrava spazzata via dalla furia bellica; con quel giudizio che ha procurato all’Italia tanta ricchezza d’energia, alla quale il capitale privato non ha mai creduto, ma vi crede oggi, quando è facile raccogliere i frutti della attività e del danaro dello Stato». Non pare che il proto del «Tempo» abbia impaginato per errore una citazione dell’Unità? Ci pensate, il «Tempo», arciborghese foglio della Capitale, che si fa paladino dello statalismo, della gestione statale della produzione, sia pure limitata agli idrocarburi! Che i giornali e i parlamentari, incontrovertibilmente legati alla borghesia, usino un linguaggio e misure legali in aperta antitesi con i canoni classici e la prassi corrente della proprietà privata non basta da solo a dimostrare che le varie e complicate forme di intervento statale nella gestione della produzione, le statizzazioni, i monopoli statali, sono perfettamente compatibili con la conservazione del capitalismo?
Forse per trarsi dall’imbarazzo, i senatori stalinisti, predicatori instancabili delle nazionalizzazioni, hanno preferito astenersi dal voto. Avrebbero votato a favore della istituzione dell’E.N.I., come dichiarato da loro stessi, se fossero stati accettati i loro emendamenti che proponevano di estendere ii monopolio statale degli idrocarburi a tutto il territorio della Repubblica, e statizzati i vari rami produttivi legati alla raffinazione e distribuzione degli idrocarburi. Ottima pezza di appoggio per sfuggire alla necessità di confondere i loro voti con quelli degli odiati democristiani e soci, mentre echeggiava ancora il nauseante clamore suscitato in Montecitorio, ma argomento di principio di scarsissimo valore. Poiché esistono in Italia (es. le Ferrovie dello Stato) settori di produzione o di servizi completamente nazionalizzati senza che sia precluso con ciò il campo alla speculazione privata, come dimostra il recente prestito obbligazionario di 40 miliardi di lire effettuato da privati alla Amministrazione delle Ferrovie dello Stato. Come avviene del resto persino nella paradisiaca Russia, ove il governo è indebitato per centinaia di miliardi di rubli verso privati, i quali intascano, sotto forma di interessi dei prestiti, una fetta del profitto industriale nazionale. Ciò senza contare le operazioni di alto affarismo, meno scoperte e difficili a svelare, che in ambiente di protezionismo statale conducono bande mimetizzate di filibustieri della finanza.
Altra conclusione sarebbe superflua, in vista di corroborare con dati di fatto la nostra tesi che la gestione statale delle industrie non elimina, in regime mercantile e monetario, la caratteristica fondamentale del capitalismo. Con la istituzione dell’E.N.I., la situazione legale della ricerca e coltivazione degli idrocarburi è la seguente: monopolio statale nella Valle Padana; concessioni di sfruttamento a società private nelle altre parti d’Italia (235 mila ettari nella stessa Valle Padana, 319.339 ettari in Sicilia, 1.327.000 ettari nel resto della penisola). Sfumata la battaglia cartacea, i due settori sapranno bene funzionare in perfetto accordo, schiacciando il proletariato sotto il giogo dello sfruttamento. Uscendo dai confini nazionali, e ragionando in termini di politica internazionale, il risultato non cambia.