Crisi siderurgica e proposte di nazionalizzazione
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Una prova inconfutabile della giustezza della posizione critica che rifiuta, pur sostenendo incondizionatamente il principio della lotta di classe, di identificare il capitalismo con le persone fisiche transeunti dei titolari della proprietà privata delle aziende, è fornita dall’opposizione del ceto padronale siderurgico alle proposte di nazionalizzazione delle industrie dell’I.R.I. del F.I.M. e della Cogne, che i partiti e la centrale sindacale dello stalinismo nostrano vanno elettoralmente sbandierando. La Confindustria, i partiti borghesi, la stampa fiancheggiatrice, nonostante le testimonianze spietate dei fatti che stanno lì a provare – come mostrano altrove – che l’industria siderurgica è controllata quasi del tutto dallo Stato, conducono ostinatamente – e non da oggi – una contro-campagna politica e giornalistica, respingendo, quasi fosse una condanna di morte del capitalismo, i progetti di statizzazione accarezzati dalle sinistre socialista e comunista. E poiché il governo democristiano, inutile dire, si rende interprete e sostenitore della politica padronale, l’opposizione unanime della Confindustria e del Governo favorisce il gioco dei social-stalinisti tendente a presentare le proposte nazionalizzazioni come una specie di ariete puntato contro le difese di classe del capitalismo, e suscettibile di aprire la via all’irruzione di rapporti di produzione socialisti.
Così si affrontano, in sostanza, le opposte posizioni sul terreno dottrinario e su quello pratico della lotta dei partiti. Nulla di nuovo, invero. Il riformismo svolge in ogni epoca il compito di offrire all’impeto delle masse, per necessità sociale portate all’odio verso il capitalismo, dei falsi bersagli, i quali non sarebbero tali se le pretese «innovazioni rivoluzionarie» del riformismo non ottenessero il prezioso ostinato rifiuto delle espressioni politiche ufficiali della conservazione borghese. Ma non si deve però credere che il conflitto tra la pressione riformistica e la caparbia resistenza dei ceti possidenti e proprietari, sia qualcosa di artificiale o di voluto, quasi una distribuzione concertata delle parti. Lasciamo tali fantasie a chi ama considerare la politica e l’urto dei partiti dal punto di vista dell’intrigo più o meno tenebroso. Riteniamo, invece, che si è nel vero attribuendo una perfetta buona fede ad entrambi i contendenti: ai dottrinari e politici classicheggianti della borghesia che paventano la fine del capitalismo per «morte da statizzazione»; ai falsi marxisti e ai politicanti del social-stalinismo che spacciano con eguale ragionamento dei loro «avversari di classe» la stessa tesi.
La battaglia pro e contro la statizzazione della industria siderurgica e meccanica italiane, che, dai convegni della F.I.O.M. (recente quello tenuto a Piombino) dovrà passare all’aula di Montecitorio, dove giace il progetto di legge presentato dai gruppi socialista e comunista, e ai comizi elettorali, costituisce un esempio clamoroso di come le determinazioni volontarie dei raggruppamenti umani che rappresentano la classe dominante e, in generale, le esigenze della conservazione sociale, possano non coincidere con le esigenze reali poste dall’obiettivo sviluppo dell’organismo economico, su cui poggiano le basi della dominazione di classe della borghesia stessa. Infatti le riordinazioni delle aziende private, parastatali e statali, che affollano i settori siderurgico e meccanico, in un unico centralizzato organismo statale gioverebbe agli interessi generali del ramo, eliminando il frazionamento della direzione tecnica ed economica, come rivendica a ragione l’opposizione social-comunista. Un’altra cosa ancora sta a dimostrare la rivendicazione nazionalizzatrice e cioè che le esigenze obiettive della produzione e della evoluzione storica del capitalismo possono trovare potenti portavoce in raggruppamenti sociali e politici quali gli strati intellettuali della piccola borghesia e i partiti pseudo proletari, ma senza che questi agenti riescano a chiarire a se stessi la reale portata della loro azione; anzi, con la aggravante di una confusione di concetti che li porta a giudicare la loro azione e le loro rivendicazioni alla stregua di un movimento e di obiettivi storici posti fuori e contro i vigenti ordinamenti sociali. Sappiamo che la statizzazione delle aziende lascia inalterato il carattere capitalistico della produzione e dei rapporti sociali in cui essa si svolge, ma non lo sanno la stragrande maggioranza di borghesi grossi e piccini ed i proletari seguaci dei partiti stalinisti, i quali sono convinti che le nazionalizzazioni sono «riforme di struttura» atte ad instaurare il socialismo. Ne consegue il fatto, solo apparentemente curioso che gli unici ad avere esatta coscienza della reale portata delle nazionalizzazioni sono coloro che, come noi, rifiutano di partecipare alla polemica pro
o contro le nazionalizzazioni ed altre misure di gestione statale, assumendo essere il socialismo un tipo di produzione svolgentesi sulla negazione rivoluzionaria sia del privatismo sia dello stalinismo.
È un argomento questo che si presta molto alla polemica contro coloro che si impuntano smarriti ogni volta che sfugge al loro esame miope la percezione delle persone fisiche della classe dominante (vedi Russia) e giungono a negare il carattere capitalistico della produzione quando non sono visibili le figure sociali che tradizionalmente indicano il capitalista lo sfruttatore. In Italia le figure dei capitalisti sono visibilissime come le immagini del cinema. La classe dominante è facilmente individuabile ma è pure chiaro come la luce del sole che le sue esigenze vitali sono espresse proprio da coloro che si atteggiano a nemici mortali di essa. La nazionalizzazione dei complessi siderurgici a partecipazione mista di capitali privati e statali dell’IRI, del FIM, della Cogne rispecchia una esigenza reale della conservazione capitalistica, ma viene avversata fanaticamente proprio dagli esponenti del capitalismo industriale e bancario. Segno eloquente che la essenza reale del capitalismo va ricercata non partendo dalle persone fisiche costituenti la classe dominante, che è essa stessa effetto e non causa dell’impiantarsi e svilupparsi dei rapporti capitalistici di produzione, ma fondandosi sull’esame dei connotati del sotterraneo meccanismo produttivo.
Quali mutamenti porterebbe la nazionalizzazione della siderurgia italiana nella produzione capitalistica e nei rapporti sociali che da essa derivano? Non altrimenti si pone la questione. Non si pone cioè partendo dagli sconvolgimenti più apparenti che reali, che la espropriazione degli azionisti e obbligazionisti delle imprese siderurgiche e meccaniche da nazionalizzare provocherebbe nella sovrastruttura sociale, nella classe capitalistica. Naturalmente, la propaganda socialstalinista insiste soprattutto su questo demagogico tasto. Le sole rivoluzioni che il riformismo sa rivendicare sono appunto le rivoluzioni nella sovrastruttura, i rimpasti nel materiale umano di cui contingentemente si compone la classe dominante che lasciano inalterata la base dei materiali impersonali rapporti di produzione. Il riformismo, legalitario o insurrezionale che sia, pretende di operare degli spostamenti nei rapporti di forza tra le classi. In realtà, riesce solo, quando ci riesce, a modificare lo schieramento della classe dominante, col risultato altamente disfattistico di mimetizzare agli occhi del proletariato il suo nemico di classe.
Il progetto di legge delle sinistre che stiamo esaminando perpetua egregiamente la tradizione riformistica, eccedendo in peggio. Innanzitutto, la nazionalizzazione delle aziende siderurgico-meccaniche controllate dall’IRI, dal FIM e della Società Naz. Cogne, non farebbe che accelerare un processo di concentrazione già in atto e porterebbe, sotto il profilo giuridico, solo ad un cambiamento quantitativo, dato che la maggioranza delle partecipazioni azionarie nel ramo meccano-siderurgico è detenuta dallo Stato. I professori di teoria del P.C.I. si affannano a dimostrare che l’IRI non costituisce ancora una forma di nazionalizzazione, ma solo una «holding», una società di investimento, ecc. Rimane comunque il fenomeno effettivo, tipico del protezionismo statale italiano, di un ibrido di privatismo e statalismo, una nazionalizzazione a metà, che basta almeno a rendere equivoca la linea di demarcazione, o la cortina di ferro, che dovrebbe separare i detrattori e gli esaltatori della gestione privata.
Troppo lungo sarebbe illustrare la portata del trasferimento dei capitali al proposto Ente, cui l’art. l del progetto impone persino il nome di battesimo: Azienda Nazionale per l’Industria Siderurgica e Meccanica. Diamo in altra parte del giornale un quadro della situazione, prendendo a base le Tabelle allegate agli art. 2, 12, 13. È chiaro che la concentrazione di queste aziende, che assommano complessivamente a 65, di cui talune già raggruppate in organismi consorziali (come le aziende controllate dalla Finsider), nell’ambito della proposta Azienda Nazionale non tocca minimamente i caratteri «essenziali» del modo di produzione capitalista, ma solo riforma i rapporti esterni di organizzazione e di amministrazione.
Ciò varrà a ridurre i costi di produzione? Può darsi. Ma l’interesse di classe del proletariato non consiste nel perfezionare la produzione capitalista afflitta dai suoi mali cronici, ma nel distruggerla. La prova lampante che non si uscirebbe, con le nazionalizzazioni, dall’ambito di una volgare «rivoluzione nella sovrastruttura» è fornita dal contenuto degli art. 3 e 4. Qui non siamo neppure di fronte ad una proposta di confisca, che poi costituisce una misura di espropriazione frequente nella pratica dei governi borghesi. Non solo si prevede il pagamento degli indennizzi mediante obbligazioni
liberamente negoziabili, emesse dalla costituenda Azienda Nazionale o garantite dallo Stato, e fruttifere dell’interesse annuo del 5%. Ma si assume (art. 3) che «l’ammontare dell’indennizzo è determinato moltiplicando il numero delle azioni di ogni singola società per il valore delle azioni stesse calcolate» in base alla media delle quotazioni per il periodo 1 luglio-31 dicembre 1952.
Praticamente i furiosi nazionalizzatori nostrani sono così premurosi verso gli interessi dei proprietari privati da preoccuparsi, come i loro confratelli laburisti, di predisporre norme legali al fine di rimborsarli fin dell’ultimo centesimo.
Completiamo l’esame delle innovazioni istituzionali che, sotto la ragione sociale della Azienda Nazionale, dovrebbero permettere di strappare la siderurgia e la meccanica nazionale dalle grinfie dei «gruppi monopolistici». A chi toccherà la direzione e l’amministrazione del complesso aziendale nazionalizzato è detto nell’art. 6. Sarà naturalmente «un Consiglio di amministrazione, composto da un Presidente e 22 consiglieri nominati dal Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, sentito il Consiglio dei Ministri». Si sa come codeste autorità non abbiano nulla a che vedere con i famigerati «gruppi monopolistici!». Dei 22 consiglieri solo 6 sarebbero nominati dalle organizzazioni sindacali degli operai, i rimanenti da vari Ministeri, dalla Confindustria, dalla Confida e via dicendo! Anche ammesso che i 6 delegati delle confederazioni sindacali fossero degli operai coscienti e non già sventurati strumenti del riformismo e della controrivoluzione (vedi C.G.I.L., C.I.S.L., C.I.S.M.A.L., ecc.) non si sa come la classe operaia potrebbe imporre, ammesso che l’interclassismo non fosse quella truffa che è, soluzioni proprie ai «problemi» della siderurgia e della meccanica italiana. Meglio non parlare della «commissione parlamentare di vigilanza» che, composta di 4 deputati ed altrettanti senatori, dovrebbe vegliare sull’Amministrazione dell’Ente, disponendo però praticamente solo di potere consultivo! Significa ciò che l’effettuazione delle proposte misure di nazionalizzazione non solo non danneggerebbe gli interessi particolari degli ex-azionisti, come si è già visto, ma neppure scalfirebbe l’interesse generale della borghesia italiana la quale, tramite il Governo, conserverebbe il pieno controllo dell’industria siderurgica e meccanica. Allora a che deve riferirsi la nebulosa frase «dell’interesse pubblico» cui la nazionalizzazione mirerebbe? Mai più che in questo caso è chiaro che dietro l’interesse pubblico sta il capitalismo.
Ma vogliamo pure ammettere che o raggiungendo il 50 % più uno dei voti alle prossime elezioni (il che è assolutamente impossibile), o portato al potere sulle punte delle baionette russe (il che è improbabile), il P.C.I. possa costituire un governo uscito tutto da via Botteghe Oscure; che le obbligazioni degli azionisti siano confiscate; che al consiglio di Amministrazione della Azienda Nazionale per la Siderurgia e la Meccanica vadano a sedere i tecnici economici del genere di Sereni, Scoccimarro, Pesenti ed altri illustrissimi scienziati. Tale cambio di potere, presso la Direzione del P.C.I.. ha valore di rivoluzione anticapitalista. Lo crede in buona fede anche la stragrande maggioranza della piccola, media e grande borghesia, convinta non meno fermamente che le aziende statizzate dell’U.R.R.S. rappresentino il tipo di produzione proprio del socialismo. Sarà invece un’altra innocua rivoluzione nella sovrastruttura localizzata ancora una volta ai rapporta interni della classe dominante. Non muterebbero infatti i compiti che il progetto di legge social-comunista assegna alle industrie nazionalizzate (art. 5), visto che essi non si allontanano di un millimetro dai criteri produttivi in vigore nei paesi ove lo stalinismo è organizzato in regime dominante.
Indipendentemente, dunque, dalle sigle del regime al potere, l’Azienda Nazionale, ecc., ecc., se divenisse realtà, non potrebbe che espletare i compiti assegnatile dall’art. 5: a) aumento della produzione mediante l’ammodernamento degli impianti esistenti e la costruzione di nuovi; b) riduzione dei prezzi, che è quanto dire dei costi di produzione.
Tutta quanta la strombazzatura propagandistica della FIOM sulla proposta di nazionalizzazione verte sul punto che la causa delle chiusure di aziende e dei licenziamenti di massa effettuati nel campo siderurgico deve ricercarsi nel Piano Schuman e nel Piano Sinigallia adottato dalla Finsider. La verità è che, anche senza il Piano Schuman, la siderurgia italiana avrebbe dovuto dare mano lo stesso al colossale rimaneggiamento delle attrezzature esistenti per le insopprimibili conseguenze della concorrenza internazionale, situazione non di oggi per un’industria cresciuta in regime di protezione e di autarchia, tipicamente parassitaria, e oggi incapace di concorrere con più moderne e attrezzate siderurgie straniere (si legge ora che la Spagna, in parte con aiuti esteri, costruirà un grande centro
siderurgico basato sullo sfruttamento dei minerali locali). Col Piano Sinigallia, che tende a dare alla Finsider il 60 % della produzione siderurgica italiana, mira, da una parte, ad operare un vasto taglio chirurgico nelle spese di ammortamento, il che sta ottenendo sia con la liquidazione di aziende periferiche sia con il disarmo di rami tecnicamente superati del suo potenziale produttivo (smobilitazioni, ridimensionamenti, riduzione della giornata lavorativa, ecc.); e, dall’altra parte, ad intensificare gli investimenti fruttiferi (introduzione di macchinario nuovo). Ciò si chiama, in linguaggio capitalista, incremento della produzione e abbassamento dei costi di produzione, in vista di allargare le capacità di assorbimento del mercato interno ed estero (esportazione di prodotti meccanici). Altra via non esiste. Né si può dire che la siderurgia nazionale sia in regresso, anzi dal 1938 al 1952 la produzione dell’acciaio è salita da 2.322.856 tonnellate a 3.535.121 tonn., con un tasso di incremento del 34,2%. I nostri capitalisti possono ritenersi soddisfatti. Ma per il proletariato il progresso della siderurgia ha significato disoccupazione, fame, miseria come sempre accade quando la macchina sostituisce l’operaio in vista dell’abbassamento dei costi di produzione.
Ora quali compiti sono attribuiti nel progetto di nazionalizzazione alla ipotetica Società Nazionale per la Siderurgia e la Meccanica? L’abbiamo visto: esattamente gli stessi compiti prefissati nel famigerato Piano Sinigallia: aumento della produzione e abbassamento dei costi di produzione. Tuttavia, ripetiamo, la nazionalizzazione viene presentata dal Gruppo parlamentare e dai demagoghi del P.C.I. come una panacea per la disoccupazione. Delle due, l’una; o la vagheggiata Società Nazionale, ecc. procederà ad ammodernare gli impianti e quindi a rendere esuberanti vaste aliquote di salariati; oppure arresterà l’attuale corsa frenetica alla concentrazione e allora si fermerà la emorragia dei licenziamenti, ma non si potrà parlare di aumento della produzione e abbassamento dei costi. Però esiste, fuori dal campo economico e finanziario in cui si svolge l’attività siderurgico-meccanica, un mezzo capace di superare artificialmente contraddizioni così insanabili; l’intervento esterno della finanza statale. Perciò, l’art. 16 prevede uno stanziamento da parte del Tesoro di 100 miliardi di lire. Praticamente, si propone di fare pagare ai contribuenti, cioè alle classi operaie e contadine, il passivo della nazionalizzata siderurgia. Ma non è forse vero che da cinquant’anni non accade nulla di diverso in Italia? Se esiste in Italia qualcosa di innaturale, di artificiale, di covato nella incubatrice dello Stato, questo è appunto la siderurgia, le cui fonti di materie prime (ferro e carbone) risiedono all’estero.
La nazionalizzazione della industria siderurgica e meccanica equivarrebbe alla estensione del Piano Iri-Finsider, voluto quindi dallo Stato, a tutto il campo della siderurgia e meccanica nazionale. Altro che passo verso il socialismo! Il socialismo è ben diversa cosa che la pianificazione della produzione, cui la borghesia ricorre permanentemente.
In un prossimo articolo vedremo quali misure il futuro governo operaio italiano dovrà prendere, nell’ambito dello sconvolgimento dei rapporti capitalistici, nei confronti della siderurgia e della meccanica.