Partito Comunista Internazionale

Il ciclo di accumulazione e catastrofe del capitalismo mondiale

Categorie: Capitalist Crisis, Economic Works, State Capitalism

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I comunisti si vantano di possedere una visione dei fenomeni sociali più generale, più realistica di quella degli altri partiti; essi non limitano la loro critica al modo di produzione attualmente impiantato, ma la estendono al susseguirsi storico delle diverse classi al potere ed ai rapporti giuridici e produttivi che queste mantengono.

Il materialistico dialettico, come riflesso nel pensiero dello scontro delle forze sociali, è la forma che assume la coscienza del partito del divenire storico dei rapporti di tali forze e le tendenze, ciò che ci fa riconoscere nella strapotenza del nemico la sua stessa condanna a morte e nella più periferica, incosciente ed incerta ribellione di pochi proletari la forza che potrà affossarlo. La potenza del marxismo, infatti, a scorno della schiera di preti, teorici, poliziotti e traditori assoldati dal regime, sta nel basarsi sulla realtà: non ha criticato il metodo del salariato perché ingiusto, disumano, violento, ma lo ha accusato di assurgere a vette infernali di ingiustizia, disumanità e violenza perché improduttivo rispetto ai bisogni della specie, e non in assoluto ma relativamente a quanto più efficiente potrebbe un diversamente adeguato articolarsi delle forze produttive già esistenti.

Il capitalismo più sviluppa le forze produttive, più rivoluziona e disciplina le energie lavorative, più assoggetta mediante la scienza la natura alle necessità della produzione, nella stessa misura accumula davanti a sé gli ostacoli da superare per la sua conservazione. La sua “missione storica” (il termine è di Marx e va inteso in senso materiale, ciò che l’ordine delle cose ha determinato che sviluppasse), il suo aspetto storicamente e socialmente utile, il suo progredire è proprio la causa del restringersi delle sue possibilità di sopravvivenza.

Questa contraddizione immanente il modo di produzione in ogni momento del ciclo produttivo e in ogni atto elementare di scambio, si manifesta in forma traumatica nella meccanica delle crisi economiche nelle quali si concentra lo squilibrio accumulato nelle precedenti fasi di slancio produttivo. Le forzature causate dal discostarsi delle leggi economiche dall’armonia delle leggi di natura, come si sarebbero espressi i primi utopisti, arrivano bruscamente al collasso, la crisi violenta distruttrice dirompe per lo squilibrio represso e permette il nuovo raccordarsi delle leggi del capitale alle condizioni del suo mercato, il raggiungimento di un nuovo equilibrio ma diverso dal precedente, permesso solo da una ulteriore crescita qualitativa delle forze produttive, origine e termine di un nuovo ciclo di accumulazione.

Tutto Il Capitale di Marx, che alla riunione non abbiamo fatto altro che riesporre leggendone direttamente alcuni passi, nella potenza della sua struttura è una rappresentazione dell’inferno capitalistico affrontato, con quel metodo scientifico che solo la passione rivoluzionaria permette nei fatti sociali; girone per girone, dai capitoli sulla merce a quelli della riproduzione semplice, giù giù in una gigantesca spirale che comunque converge in un unico imbuto: le crisi sempre più violente, l’impossibilità progressiva dell’accumulazione, dietro cui si affaccia minacciosa la rivoluzione sociale. Il capitalismo è modo di produzione storico questa la conclusione che scaturisce dall’opera gigantesca, schiaffo titanico sul viso di tutti i riformatori. Risanatori delle nazional-economie, nonostante i vostri buoni uffici, morrà.

Il Capitale non descrive il capitalismo in sé, ma nel suo divenire, non quello che è, ma quello nel quale trapassa: disegnare i limiti contro i quali urta il presente modo di vita associato – le forme della produzione – non è altro che tratteggiare le condizioni della distruzione dalle quali si libererà il futuro ordine. Se nel capitalismo il valore di scambio è forzato a coesistere e trova un limite alla sua realizzazione nel valore d’uso, nel comunismo la contraddizione si risolve nella “regolamentazione della produzione in base a un piano determinato in anticipo” e scioglie l’equazione, non mercantile ma oggettiva, fra i bisogni da soddisfare ed il tempo di lavoro sociale necessario per soddisfarli.

Tutti i movimenti rivoluzionari hanno posseduto, ben prima che le loro società si affermassero, una certa conoscenza, in positivo, del futuro assetto sociale per il quale lottavano, magari in forma di mistici avventi di regni divini. Il marxismo ne ha una negativa, descrive il presente infame e marca come non sarà il comunismo, conosce ciò che è necessariamente caduco nella società attuale, avvisa a cosa il moto rivoluzionario dovrà distruggere piuttosto che perdersi nelle congetture di ciò che si pretende costruisca. Tuttavia, per il metodo che impugna, la sua previsione della vita ventura di relazione è indicibilmente più approssimata, più vicina al possibile di quelle dei precedenti riformatori oltre che, ovviamente, della borghesia ormai cieca e superstiziosa anche sul presente.

Il rapporto esposto alla riunione mirava in particolare ad illustrare quale fosse nel marxismo la spiegazione delle cause e degli effetti delle crisi economiche periodiche.
 

Accumulazione semplice ed accumulazione allargata

A fini di sistematica espositiva Marx distingue la riproduzione semplice dalla riproduzione allargata. Solo la seconda è tipica del capitalismo. Nei precedenti modi di produzione i mezzi di produzione, non ancora capitale, pur producendo plusprodotto, non si accumulano sistematicamente. Basati principalmente sul lavoro agricolo, il numero e la qualità degli attrezzi cresce lentamente, e con essi la produttività del lavoro; finché può restare costante il rapporto fra il numero delle bocche da sfamare, braccia al lavoro e la terra è abbondante, non c’è bisogno di estendere la produzione più velocemente dell’avvento dei nati; cresce l’ampiezza della produzione, non la sua intensità. Solo una variazione d’elementi non immediatamente inerenti alla sfera della produzione può minacciare la conservazione di tali ordinamenti; un aumento demografico nel basso medioevo; un’invasione di merci capitalistiche in Asia. Al loro interno sono regimi statici. Al contrario il capitalismo è un continuo trasformarsi: il moto è nel contempo sua ragione e sua condizione di esistenza, “missione storica” e sua necessità. Genera in sé stesso le condizioni materiali di una nuova società, mentre crea, concentra e educa la classe che gli strapperà le armi il potere.

È il regime della instabilità perpetua, una rincorsa disperata fra il concentrarsi, da un lato di mezzi di produzione sotto forma di capitale; con bardature statali di ferro e di menzogna, dall’altro della miseria di masse proletarie sempre più concentrate e minacciose.

La produzione delle corporazioni declina, quando si rende necessario l’utilizzo contemporaneo di arti diverse ed aumenta d’importanza l’utilità della collaborazione di maggior numero di lavoratori.

La necessità tecnica di concentrare nella stessa unità produttiva uomini, mezzi e conoscenze trovò, storicamente mutata dal passato, la forma di proprietà individuale, dell’accumulazione monetaria; una necessità sociale generale per affermarsi ed esplodere è determinata a fissarsi sul sostegno di forme giuridiche preesistenti statiche ed individuali; il capitalista fa costruire ferrovie, fa creare città, ai suoi occhi tutto e soltanto per il tornaconto. Con lo sviluppo delle produzioni e dei commerci, con il concentrarsi delle fabbriche la persona del padrone svanisce in astratte anonime sigle collettive, che restano però titolari del valore del prodotto, il tornaconto, il profitto.

Ma ormai e sempre di più le conoscenze non hanno più confini fra un gruppo umano e l’altro, la sintesi di diverse civiltà ne accelera i progressi; la ricerca di nuove tecniche produttive, di nuove proprietà della natura, in sé parallela e collettiva, assume invece il carattere di concorrenza, apparentemente unico tessuto connettivo antagonistico fra gli uomini e le nazioni, lotta ad accaparrarsi e privatizzare il progresso sociale.

La selezione naturale fra le aziende però non è più arrestabile: l’irreversibile creazione del mercato mondiale rende impossibile il ritorno ad economie autarchiche del tipo medioevale o d’Asia, come anche nella impossibile e reazionaria prospettiva super-imperialistica. Tutte le aziende hanno bisogno del mercato il più esteso per esitare le loro pletoriche produzioni, sul quel terreno sopravvive l’industria che produce a costi più bassi, che a maggior dimensione e rendimento utilizza le forze naturali e le energie lavorative. Il fine meschino di perpetuare l’accumulazione di profitto spinge l’insieme del capitalismo a rivoluzionare senza pace i processi produttivi e con essi tutti gli aspetti della vita sociale.

La tendenza all’introduzione di nuove macchine, il più razionale uso di queste è una costante del capitalismo; crescono il numero ed il valore del macchinario e diminuisce il numero d’operai necessario a farlo funzionare, aumenta cioè costantemente la composizione organica del capitale, il rapporto fra capitale costante (materie prime e logorio dei mezzi di produzione) e capitale variabile (salari).

Contemporaneamente aumenta la quantità di merci gettate sul mercato.

Da un punto di vista generale, effetto dell’evoluzione del capitalismo quindi è:

1) Potenziamento della produttività del lavoro, con la stessa giornata lavorativa viene via via prodotta molto più ricchezza, merci più a buon mercato, mentre aumenta anche la parte di lavoro che l’operaio al termine della giornata trasferisce non pagato al capitalista. È questa la componente progressiva del capitalismo, benché oggi il pluslavoro se lo appropri il capitale. Che all’operaio per riprodurre la propria forza lavoro occorra un tempo di lavoro (necessario) sempre minore, in assoluto e come frazione della giornata, è condizione indispensabile a qualsiasi ordinamento sociale più elevato: la massa enorme di tempo di lavoro che, già oggi, eccede il necessario alla soddisfazione dei bisogni elementari del lavoratore e della sua famiglia, e che viene utilizzata per il mantenimento di schiere di borghesia e piccola borghesia fannullona, oltre che la folle accumulazione, potrà domani essere indirizzata, non essendo più assillo incombente la sopravvivenza biologica individuale per la grande massa dei lavoratori, verso tutte quelle attività più specificatamente umane, finalmente libere, sia collettive sia individuali, del pensiero e del corpo, così come la natura dell’uomo permette e quindi richiede, in forme ed in misure che oggi sono mascherate anche dalla previsione dell’infame commercio borghese del“tempo libero” e dello “svago”.

2) Rispetto alla medesima grandezza di capitale il valore prodotto (saggio del profitto) diminuisce. Infatti, impiegandosi il capitale in parte sempre maggiore in mezzi di produzione, i quali nel processo industriale si limitano a trasferire immodificato il loro valore al prodotto, ed in parte minore in lavoro vivente producente plusvalore, benché la produttività del lavoro cresca, la produttività del capitale diminuisce. Risulta quindi che evolvendo il capitale isterilisce, diventa meno produttivo di plusvalore e, quindi, per mantenere costante la massa di questo o per accrescerla è costretto da aumentare, e più velocemente, la dimensione del capitale totale messo in movimento, cioè ad estendere la produzione di merci.

La produzione capitalistica è sempre regolata dal risultato alterno dello scontro di queste due tendenze: portare al massimo la massa del profitto con la costante diminuzione della sua produttività specifica.

Le due tendenze inoltre s’influenzano vicendevolmente: un abbassamento del saggio del profitto induce i fabbricanti da un lato a rafforzare la loro posizione individuale sul mercato abbassando i costi di produzione, di solito aumentando ulteriormente la parte di capitale costante, dall’altro, per ottenere la stessa massa di plusvalore ad un saggio più basso sono indotti ad estendere la scala della produzione. Ma, come ben si vede, non appena la miglior tecnica, introdotta come reazione alla caduta del saggio del profitto, si sarà diffusa fra tutti i produttori, il vantaggio di produrre a costi minori diverrà la norma, significando questo una diminuzione nel valore della merce prodotta ed infine un ulteriore abbassarsi dell’inesorabile saggio del profitto.

Questo meccanismo, benché nel processo reale si complichi per fenomeni contrastanti che nel breve periodo possono anche invertire la tendenza storica, sintetizza l’anima infernale che perennemente conturba il panorama internazionale del capitalismo: nazioni che con velocità diverse assurgono a grande potenza concentrando sul loro territorio produzioni e traffici, per poi declinare e passare ad altre il predominio, flusso continuo di capitale da una regione dall’altra, da una produzione ad una concorrente, alternarsi continuo del ritmo dell’accumulazione con il tipico andamento ciclico, sempre terminante con una crisi, arresto nella capitalizzazione del meccanismo produttivo.

È evidente che, poiché la reazione alla caduta del saggio del profitto non ha l’effetto di opporsi, di rallentare il progredire di questo fenomeno, bensì di accelerarlo, l’insieme non può mai raggiungere una condizione d’equilibrio stabile, anzi si può dire che l’unico equilibrio possibile per il capitale è il moto accelerato, soltanto in un continuo estendersi della scala e della intensità della estorsione di lavoro non pagato trova una compensazione, un equilibrio dinamico fra le contraddizioni che lo scuotono. Molti esempi si potrebbero fare dei vari fenomeni che nel capitalismo presentano questo inesorabile andamento demente, che può sciogliersi solo al punto di rottura con la catastrofe.

I mercati sono ingolfati perché troppa merce è stata prodotta? In un regime non capitalistico, pre o post- borghese, la reazione della società sarebbe quella di risparmiare temporaneamente le energie lavorative o di deviarle su altre attività fintanto che l’equilibrio fra ricchezze e bisogni non sia ristabilito.

Nell’attuale modo di produzione questo è impossibile, anzi disastroso. Sembra tanto semplice, immediatamente comprensibile, congeniale alla natura del rapporto fra la sussistenza umana e l’ambiente ospite, eppure ad avanzare tale ipotesi non si trova né voce di economista né programma di alcun partito, dai destrismi agli opportunisti super radicali. A sostenere tale necessità in questo frangente di controrivoluzione oggi sono pochi comunisti stretti attorno al nostro nucleo di partito. E non a caso: questo elementare provvedimento è la morte del capitalismo, il succo del programma economico immediato della rivoluzione: disinvestire capitale, smantellare produzioni inutili.

Il terrore, che come campana a morte, tale proposta suscita in tutti i difensori dell’ordine, nazional-comunisti in testa, nasce dal riconoscere in essa la voragine nella quale il regime sta precipitando e la minaccia del muoversi del proletariato per quella esigenza indilazionabile.

Nel capitalismo un ingolfamento dei mercati, e per questo è stato rivoluzionario, non agisce da freno allo sviluppo tecnologico, ma da acceleratore: bisogna diminuire i costi unitari, introdurre macchine più veloci, aumentare la produzione; nuovi contesi mercati si aprono e sono inondati di merci, fino a che il fenomeno non si riproduce a dimensioni ancora più grandi, coinvolgendo più settori produttivi, tutte le regioni del mondo.

Il guaio per il capitalismo è che non può tornare indietro, ridimensionarsi. Ogni nuova scoperta, ogni ingegnosa miglioria nelle tecniche produttive non può essere cancellata, diviene, loro malgrado patrimonio non più dei capitalisti, ma perenne dotazione sociale, e per assurdo, è proprio la sfrenata concorrenza fra privati per la proprietà privata a diffondere e socializzare le scoperte ed a renderne irreversibile l’utilizzo generale. Obbligato quindi il capitale, in contrasto con la angustia mentale e codardia tipica del singolo borghese, a proiettarsi perennemente nel futuro, il suo procedere non può che compensare la troppa estensione con nuovo allargarsi, la troppa velocità con un’accelerazione, l’eccesso di capitale costante con l’acquisto di, magari nuovo, ma capitale costante, la sovrapproduzione con ulteriore produzione, il sottoconsumo del proletariato, che mai potrà consumare tutte le merci prodotte, con nuova proletarizzazione.
 

Produzione e consumo

Il capitalismo, abbiamo visto, è caratterizzato da una continua evoluzione della quantità e della intensità del suo modo di produrre alla quale corrisponde una opposta costanza delle forme giuridiche, dei rapporti di produzione nel quale la società è incardinata.

Marx, quando parla della vendita della forza-lavoro, afferma: «Il rapporto capitalistico durante il processo produttivo si rileva soltanto perché esso in sé esiste nell’atto della circolazione, nelle differenti condizioni economiche, nelle differenti condizioni economiche fondamentali in cui si contrappongono compratori e venditori, sul loro rapporto di classe» (Il Capitale, Vol.2, I.I.I).

Il capitalismo si definisce come rapporto fra gli uomini ed i mezzi di produzione, fra proletariato e monopolizzatori dei mezzi di produzione, prima del processo produttivo con la vendita della forza-lavoro, dopo nella ripartizione del plusprodotto fra le classi dominanti e nella distribuzione della ricchezza. In questo senso: «il processo di produzione appare solo come interruzione del processo di circolazione del valore capitale» (Vol.2, I.I.III). Anche da qui la nostra tesi che il regime da abbattere è asserragliato fuori dalla sfera della produzione immediata, fuori dalle fabbriche.

Parimenti tutto il processo s’inceppa periodicamente non per l’insorgere di difficoltà tecniche relative ai sempre più complessi processi produttivi, seppure sia infernale per i proletari il lavoro nelle galere capitalistiche, ma per la non rispondenza di questa produzione giganteggiante con la quantità di proletari che si offrono sul mercato e con la possibilità delle diverse classi di acquistare i mezzi di sussistenza prodotti. Nonostante la storicamente dimostrata caduta tendenziale del saggio di profitto il ciclo del capitale, per quanto riguarda il solo processo produttivo, potrebbe continuare all’infinito. Nel momento in cui la produzione si arresta gli impianti sono, infatti, al massimo della loro efficienza e capacità e chiedono solo di essere messi in movimento. Lo stesso per quanto riguarda la disponibilità di capitali. Capitali ce ne sono anche troppi, basterebbe che si… investissero (Investiamoli! suggerisce, trionfante per la tautologia discoperta, l’imbecillità opportunista). Ma il marcio non è lì: in teoria, da un punto di vista materiale, almeno fino ad esaurimento delle materie prime e dell’energia dei proletari del mondo, sarebbe possibile andare avanti in questa demente orgia produttiva, tanto è vero che in certi settori di particolare pestilenza già la produzione urta contro i limiti delle stesse leggi di natura.

La caduta del saggio di profitto ha come effetto immediato il dilatarsi della massa di capitale, nella grandezza che la storia ha mostrato, non essendo data alcuna misura né sociale né naturale; l’illusione del capitale è di produrre al solo fine di produrre. Il brusco risveglio si ha, quando le montagne di merci invendute protestano energicamente che una merce che si rispetti (sul mercato), prima o poi, deve servire a qualcos’altro che non sia la produzione stessa, che dal ciclo del capitale si esce solo con il lasciapassare del valore d’uso.

Da notare che l’utilità di una merce non è un dato assoluto, benché il capitalismo crei in continuazione nuovi e più estesi bisogni, anche del proletariato, la parte del reddito destinato al consumo individuale cresce, (quando cresce) in proporzione di gran lunga minore alla massa del plusvalore estorto. La sproporzione nasce quindi fra una mostruosa macchina produttiva di ricchezza (a parte la nostra critica di cosa e come viene prodotto) ed una massa di lavoratori che da questa ricchezza sono, e nel capitalismo saranno sempre, inesorabilmente separati. Per definizione il plusvalore si trasferisce al di fuori del proletariato. La spersonalizzazione del capitale e la concorrenza a coltello limitano inoltre anche la quota del plusvalore che l’industria può permettersi di distribuire al consumo improduttivo delle classi dominanti.

L’opportunismo si lamenta coi compari per le “Cattedrali nel deserto” (ci vorrebbero piccole canoniche intorno ove sarebbe più facile arraffare elemosinucce). Ma tutta la macchina produttiva capitalistica è una “cattedrale” che si è fatta il deserto intorno, che sottomette e centralizza in sé tutte le meno agguerrite unità produttive, concentrando in sé il mezzo ed il fine del suo movimento.

Quando la sovrapproduzione mondiale ha raggiunto un determinato livello, basta un niente, un fatto anche accidentale per innescare la crisi, un’imprevista oscillazione della domanda, un’alternanza stagionale ed il panico si diffonde improvviso fra gli agenti del capitale. Improvvisamente ci si rende conto che la enorme massa di merci già prodotta non potrà essere venduta al suo valore, che non ha valore, che i giganteschi impianti non potranno mai funzionare a regime tutti, contemporaneamente. Ma è solo grazie a quest’illusione che il capitalismo ha potuto procedere fino a quel punto e cerca di spingere ancora l’accumulazione anche quando i primi sintomi della sovrapproduzione si sono manifestati. È questa la situazione attuale. La prima reazione dei fabbricanti è di nascondere le difficoltà ai creditori, alle banche dal fido delle quali dipendono, di accelerare la produzione per abbassare i costi unitari e ritagliarsi un po’ di mercato.

Alla domanda, rivolta ad un agente di cambio dal giornale La Repubblica il 10 giugno, circa lo stato attuale dei bilanci delle imprese, quello risponde: «Malissimo. Molte aziende per procurarsi il denaro di cui hanno bisogno spendono l’8-10% del loro fatturato. In queste condizioni è impossibile che possano stare in piedi. Fino a quando riusciranno a farlo, nasconderanno le loro colossali perdite fra le pieghe dei bilanci, poi salteranno. E non sto parlando di piccole e medie imprese, ma di alcune fra le maggiori società del paese». È chiaro che tali imprese non solo stanno già producendo al di sotto del profitto medio, non solo al di sotto del tasso d’interesse bancario, ma addirittura con profitto negativo se vogliono accedere al mercato. È evidente che solo grazie all’intervento del credito finanziario che la situazione è così drammatica, ma anche che proprio per il suo intervento ha potuto trascinarsi tanto avanti.

Per mezzo del credito, infatti, non solo si può produrre prima e senza che esistano i compratori, ma si permette anche di utilizzare mezzi di produzione e materiali prima che esistano i loro equivalenti, sottratti alla società in cambio solo della speranza della continua folle espansione capitalistica. Si produce con capitali il cui valore ancora non è stato prodotto, inventando capitali, barando al gioco dello “scambio onesto” che è troppo angusto, ogni capitalista fidando d’aver terminato il suo ciclo prima che lo scandalo esploda. Tutti gli agenti del capitale hanno quindi un comune interesse a mollare i freni al carrozzone a misura che la china si trasforma in precipizio, né, del resto, potrebbero fermarlo, anche se volessero.

Il credito è lo strumento ultimo e più perfezionato del capitalismo nella illusoria tendenza ad emanciparsi dai suoi stessi limiti, del mercantilismo, dello scambio fra equivalenti.

È nel contempo la disfatta del principio liberistico per i quali i bisogni dei cittadini eserciterebbero una severa azione di selezione sui traffici capitalistici imponendo quella proporzione fra le varie branche produttive rispondente alla “domanda”. Non solo terribili crisi mondiali – maledette certo da tutti – sono scoppiate ed hanno avuto l’epicentro proprio nei paesi ove tale dottrina più rigorosamente informava la legislazione commerciale, ma è risultato all’evidenza che la fame di plusvalore ha dittato anche sulla natura della “domanda”, ritenuta sovrana modellandola a seconda dei suoi stravaganti bisogni.

Il credito si occupa, trasferendo capitale da un ramo all’altro secondo le evoluzioni del saggio particolare del profitto, di rendere contemporanea la crisi in tutte le sfere produttive ed in tutti i paesi. Non si tratta più, come può accadere, di sovrapproduzione di una determinata merce ma sovrapproduzione di merci, cioè di capitale – merce che non può proseguire la sua metamorfosi. È sovrapproduzione di capitale.

Date le particolari condizioni del mercato si manifesta improvvisamente la sproporzione fra la massa del capitale e la scala ristretta della riproduzione. Solo una parte del capitale esistente può continuare a produrre plusvalore, mentre una aggiunta di nuovo capitale avrebbe l’effetto, provocando il crollo dei prezzi, di ridurre la massa del plusvalore anziché accrescerla. La congiuntura per il capitalismo non ha via d’uscita, stretto da un lato dalla minore produttività del capitale, dall’altro dalla necessità di contrarre la scala della produzione. Gli effetti non possono essere che: drammatico crollo del saggio del profitto e parziale distruzione del capitale inutilizzato.

Distruzione di mezzi di produzione anche per il semplice fatto di restare inutilizzati o perlomeno sospensione della forma di capitale.

Le obbligazioni, le azioni ed in generale i titoli di proprietà su quote del plusvalore futuro perdono il loro prezzo di mercato in misura che tali futuri redditi perdono di certezza.

Il capitale che trovasi nella fase di capitale-merce, se lo si vuole trasformare in capitale-denaro, lo si deve scambiare ad un prezzo che è solo una piccola parte del reale prezzo di produzione: il capitalismo, nel periodo precedente la crisi ha assorbito una quantità di tempo di lavoro esorbitante il “socialmente necessario”; nella crisi la proporzione è ristabilita violentemente con lo scambiare la massa delle merci sovrabbondanti soltanto contro il corrispondente del “necessario sociale”.

Il capitale che trovasi nella forma di denaro, se oro od argento cessa semplicemente di circolare come capitale, di scambiarsi contro mezzi di produzione e forza-lavoro e si fissa come depositario di valore. Ma banconote a corso forzoso, titoli commerciali trovano la loro misura nella garanzia del loro funzionamento, nella circolazione stessa. La catena dei pagamenti, per l’insolvenza di capitalisti e commercianti si spezza. Con la perdita di valore delle merci svanisce anche il valore dei titoli di credito garantiti su queste merci. Il capitalismo si accorge improvvisamente del gigantesco bluff internazionale che per anni ha montato col sudore di milioni e milioni di proletari.

Con l’evolversi del regime, le strutture nazionali e mondiali si sono specializzate nel ritardare il momento della crisi sia economica sia sociale, nel rilanciarsi la bomba innescata al di sopra delle frontiere. Il successo imperialistico non è mancato, tanto è vero che, a prezzo dell’oppressione bestiale di masse enormi di proletari e semi-proletari, i periodi fra crisi e crisi, come già notava Engels, si sono prolungati, ma tanto più terribili si sono manifestate in questo secolo, fino ad assumere l’aspetto di vere e proprie catastrofi mondiali del regime capitalistico. La massa di capitale in eccesso è di così mostruose dimensioni che solo uno specifico e organizzato intervento distruttivo, concertato fra tutti gli Stati, può ristabilire l’equilibrio. Solo nel capitalismo le guerre sono così immediatamente mezzo di produzione, integrate nel suo ciclo ormai a ritmo semisecolare.

La crisi economica purtroppo, con le distruzioni che comporta, non segna, di per sé, la fine del capitalismo. La dottrina insegna e la storia ha dimostrato che la crisi, culmine e crollo dopo un abnorme periodo d’euforia produttiva, è anche la premessa materiale per adeguare le condizioni della produzione, del mercato e della disponibilità della forza-lavoro, ad iniziare un nuovo ciclo col saggio di profitto abbassato, adeguato alle rammodernate strutture produttive.

Marx nella terza sezione del terzo libro, che curò di ultimare personalmente, ove considera la legge della caduta del saggio del profitto con le sue contraddizioni cioè, il cuore infame del capitalismo, avverte che: «Il rallentamento sopravvenuto nella produzione avrebbe preparato – entro limiti capitalistici – un ulteriore aumento della produzione. E così il ciclo tornerebbe a riprodursi. Una parte del capitale, il cui valore era diminuito in seguito all’arresto della sua funzione, riguadagnerebbe il suo antico valore. Ed a partire da questo momento il medesimo circolo vizioso avrebbe ripetuto con mezzi di produzione più considerevoli, con un mercato più esteso e con una forza produttiva più elevata”. La sottolineatura è nostra.

L’esempio più significativo è quello della crisi del 1929 che, trascinatasi con alterne vicende, trova la sua soluzione internazionale nella guerra. Oggi il ciclo allora iniziato volge al termine e gli sconvolgimenti economici attesi sono di simile profondità.

Ma i falsi partiti marxisti e comunisti che dirigono le masse operaie sono scesi al di sotto della dottrina socialdemocratica dello sviluppo progressivo e pacifico. Di fronte all’evidenza della crisi, della quale, fino ad ieri escludevano anche il ritorno, pretendono di mettere a disposizione della borghesia la teoria economica marxista per lo scopo opposto a quella per cui nacque, vogliono “fare uscire il paese dalla crisi”. Noi sappiamo che il capitalismo mondiale uscirà sì dalla sua terribile crisi periodica, ma con distruzioni immani, mettendo i proletari alla fame.

La piccola borghesia si terrorizza, maledice lo sviluppo tecnico, il ricambio internazionale delle conoscenze, esprime previsioni apocalittiche nelle quali la sua rovina come cortigiana del capitale è assunta come fine medesimo della civiltà. Implora il capitale di frenare la sua corsa. Veramente vorrebbe frenare proprio tutto: frenare i consumi e fermare le nascite, che altrimenti saremmo in troppi e rischia di mangiare meno, frenare la produzione, ma non i suoi redditi che da questa le provengono, frenare l’eccesso di libertà insieme l’eccesso d’autorità, insomma prospetta un “medioevo prossimo venturo” fatto di tanti bunker ove, abolito per legge il mercato mondiale e con una riserva di manzo in scatola, possa aspettare rintanata al calduccio che la grandinata atomica tra i giganti imperialistici sia passata.

Al proletariato, ovviamente, tale prospettiva è preclusa dalle cose (e anche dalla stessa piccola borghesia naturalmente). Nella fase attuale il capitalismo sta cercando di ritardare l’esplodere della crisi, il blocco della produzione, il crollo verticale dei prezzi, milioni e milioni di disoccupati. Accordi internazionali fra Stati borghesi, divisi su tutto, sono d’accordo nel ridurre la parte del capitale in salari a parità di tempo di lavoro assorbito, mentre, ne parliamo anche in altra parte di questo numero di giornale, i sindacati traditori si mettono in prima fila per dare all’uopo il loro contributo di quinte colonne.

Tocca al proletariato rispondere fin da ora sul terreno economico, colpo su colpo, perché rinunciare oggi “perché c’è la crisi” costituirebbe grave ipoteca sul movimento, quando, chiuse le fabbriche nel pieno del crollo o alla sua conclusione, si tratterà di difendere la vita stessa del proletariato contro l’apparato politico e la disciplina militare internazionale del capitale, per disarmare una volta per sempre i suoi guardiani.

La prima fu la sterlina a svalutare nel 1967: stavolta sarà il franco a segnare un altro significativo passo nel declino dell’economia delle vecchie potenze imperialistiche. E come allora protagonisti al di sopra degli imperialismi già massimi inglese e francese sono le più dinamiche o più estese potenze, l’americana e la tedesca, che in realtà si urtano. Gli sconquassi che ormai con continuità i flussi di dollari provocano a Londra, Parigi e Roma tendono sempre più a divenire episodi, scontri d’avanscoperta in terra povera della contesa per la sopravvivenza imperialistica degli Stati Uniti contro la risorta Germania occidentale. Obbiettivo reale degli americani all’immediato è costringere il Marco alla rivalutazione. La contrapposizione tedesca-americana è il risultato necessario, dal partito previsto, dello sviluppo capitalistico di questo dopoguerra: prima venti anni nei quali con impressionate velocità si ricostruiscono le potenze giapponese e germanica, l’imperialismo USA spadroneggia rapinando in tutto il mondo. Dal 1967, quindi, il capitalismo è entrato nella fase nella quale si sarebbero manifestati i sintomi della attesa crisi di sovrapproduzione, premessa oggettiva della storica e mondiale pedata proletaria a tutto l’odierno marciume.

Crisi monetarie da allora si ripetono in continuazione, regolarmente spazzando via i vari accordi fra Stati, tariffari, commerciali o monetari (ultimo il “serpente” che i tedeschi, già loro primi garanti, sono costretti a mollare come inutile fardello nella tempesta). Guai ai deboli, quando va male ogni “economia nazionale” bada a salvarsi affogando i fratelli.

L’aumento del prezzo del petrolio intervenuto alla fine del 1973 causa un forte drenaggio di plusvalore dai paesi che ne sono sprovvisti. La spinta dell’inflazione e la brusca caduta del saggio del profitto che ne deriva squilibrano ed esasperano la concorrenza internazionale a tutto vantaggio degli Stati Uniti che battono la moneta mondiale.

Dopo due anni di crisi internazionale ne esce netta la contrapposizione tra temporanei vincitori e vinti. La misura del distacco è segnata da colossali deficit o surplus delle bilance dei pagamenti. Nel 1976 chiuderanno in attivo, oltre ai paesi produttori di petrolio, soltanto Stati Uniti, Repubblica Federale, Giappone, Svizzera, Olanda e Belgio; tutti gli altri paesi industrializzati accuseranno in complesso un deficit nell’anno di 11 miliardi di dollari; i non industrializzati di 43 miliardi. La copertura di tali ammanchi è stata operata quindi con prestiti concessi dai tre maggiori, segnatamente da banche americane che ci guadagnano il controllo del mercato monetario; l’Italia è oggi, per esempio, debitrice dall’estero di 16 miliardi di dollari, la Francia di 18.

In questo dopoguerra di fetido benessere, dopo la non lieve crisi a passo decennale in USA del 1958 ove in 10 mesi la produzione industriale crollò del 15%, il primo paese industrializzato a denunciare recessione produttiva fu, non è un caso, proprio la Germania occidentale nel 1967, nella quale, dal novembre ’66 all’agosto successivo la produzione crolla del 19%. Francia, Gran Bretagna ed USA rallentano soltanto il ritmo. Due anni di ripresa ed è la recessione del biennio 1970-71, più grave in America, ma quasi tutto il mondo ne risente. Ivi meno 4% fra il 1969 e 1970.

Seguono ancora due anni di slancio produttivo, quasi un boom nel 1973. È il segno dello scatenarsi dell’inflazione a ritmi sconosciuti: i prezzi all’ingrosso sono cresciuti in USA del 14% nel 1973 e del 19% nel 1974, in Italia del 18% e del 41% (!), in Giappone 16% e del 31% (!). Bisogna risalire agli anni della guerra per ritrovarne di maggiori. Il fenomeno inflativo continua velocissimo nonostante la brusca recessione del 1974-75.

Infatti anche stavolta lo slancio produttivo ha breve durata: il primo paese ad interrompere la ripresa sono gli Stati Uniti nel settembre 1973, a novembre Germania, Gran Bretagna e Francia; l’industria giapponese continua invece ad espandersi fino al marzo, mentre quella italiana fino all’ottobre successivo regge.

La recessione colpisce tutti i paesi del mondo occidentale, compresi, finalmente la prova storica attesa, il paradiso socialdemocratico svedese e la ricca Svizzera. Il fondo della recessione si raggiunge nel luglio-agosto del 1975. Notevole è il terreno perduto: meno 9% la produzione in America e conteggiata fra le medie annue del ’74 e del ’75; -10% in Italia; -5% in Gran Bretagna; -11% in Giappone; -5% nella RFT. Non sono ancora ritmi “tipo 1929”, circa la metà (e per un solo anno di calo) ma da allora di gran pezza i peggiori. Corrispondentemente alto è il numero ufficialmente riconosciuto dei disoccupati che arriva all’inizio del 1976 al milione in Francia, due milioni in Italia, 1,4 milioni nella Repubblica Federale, un milione in Giappone, 1,4 in Inghilterra, 8 negli USA.

Prossimi necessari studi del partito sull’evoluzione della crisi tratteranno dei flussi monetari e di capitali. Qui riportiamo un prospetto degli incrementi percentuali delle produzioni industriali che ben evidenzia gli ultimi cicli brevi del capitalismo mondiale. Contrassegnati in nero gli incrementi denuncianti recessione o stagnazione. I dati provengono dai quadri statistici tradizionalmente curati dal partito e dai bollettini ONU.

Gran BretagnaU.S.A.R.F. TedescaGiapponeFranciaItalia
19648,06,08,016,07,02,0
19653,78,55,63,41,94,9
19660,99,61,813,36,411,2
19670,90,8-1,819,13,47,6
19685,34,712,317,34,26,3
19692,54,512,516,813,62,9
19700,0-3,86,613,66,46,8
19710,00,02,03,04,00,0
19722,58,03,96,87,73,9
19737,69,36,715,57,19,6
1974-3,5-0,9-1,8-2,42,55,2
1975-4,7-8,6-5,4-11,3-10,0
1976 feb.0,98,67,612,73,6

Si direbbe un ritmo alterno del periodo di poco più di 4 anni, anni di crisi sono infatti stati: 1966-67; 1970-71; 1974-75. Limitandoci ad estrapolare meccanicamente questo periodo all’indietro possiamo osservare come vengano a cadere “in fase” quasi tutte le crisi o stagnazione produttive di questo dopoguerra: 1948-49 recessione nella vittoriosa America; 1952-53 crisi in Gran Bretagna e Francia, solo stagnazione nelle sconfitte Italia e Germania; 1957-58 (stavolta il periodo è di cinque anni) crisi in USA e Gran Bretagna, rallentamento nella Repubblica Federale e in Giappone; 1961-62 stagnazione di nuovo in USA e Gran Bretagna. Successivamente, in cadenza, le tre maggiori crisi internazionali avanti delineate.

Non è mancato a questo punto il mastodontico Istituto di ricerca statunitense che in onore a metodo empirico caro alla borghesia anglosassone, l’estrapolazione invece l’ha fatta in avanti: 1974 più 4 e si arriverebbe più o meno al 1978.

Un fatto è certo: nemmeno i borghesi osano più soltanto sperare in un futuro di piano e progressivo sviluppo economico e quindi sociale: la crisi del 1975, seppure profonda, è stata troppo beve per poter risolvere le contraddizioni accumulate in trenta anni di folle produzione in tutto il mondo. A fronte dell’immensa massa di merci invendibili già prodotte il capitalismo ormai ha bisogno di ben più drastiche distruzioni per poter riprendere lo slancio. Nell’imperialismo le crisi vanno aggravandosi ed estendendosi, come sappiamo dalla nostra teoria, dall’esperienze passate e come pure conferma il crescendo in profondità e generalizzazione delle tre appena passate.

Lo stesso meccanismo internazionale di dominio imperialistico col controllo statale sulle monete ha potuto ripetutamente ritardarne l’esplosione per ora scaricando sui paesi economicamente più deboli la necessità della contrazione produttiva e del mercato. Ma ha solo esasperato il fenomeno e non per molto. Dopo la recessione culminante nel 1975, l’attuale ripresa produttiva tende a far emergere soltanto i capitalismi più pestilenziali, si manifesta in forme stentate e deformi tali da escludere che si tratti dell’inizio di un nuovo ciclo economico nel quale il mercato torni ad una nuova espansione: al contrario, tutto fa pensare ad uno slancio effimero. In America l’espansione economica globale è stata del 9,2% nel primo trimestre dell’anno ma solo 4,4% nel secondo. I disoccupati nel giugno erano 7,5 per cento della forza lavoro ed un decimo di più nel luglio. In Germania, nonostante la ripresa, la disoccupazione si mantiene alta e si rimpatriano gli emigranti.

In tutti gli altri paesi, i tassi d’interesse delle banche centrali sono molto alti: 9% in Belgio, 9,75% in Francia, 11,5% in Gran Bretagna, ancora di più in Italia, significando che questa ripresa non è il portato di nuovi investimenti di capitale (e per fortuna! ma l’opportunismo piange…) e non si verifica quella sostituzione su tutta la superficie produttiva dell’esaurito capitale fisso come all’inizio di ogni nuovo periodo di accumulazione. Al contrario, non sono utilizzati pienamente nemmeno gli impianti esistenti, i disoccupati alimentano il lavoro nero tenendo chiuse le fabbriche.

Gli enormi passivi della bilancia dei pagamenti dei paesi meno ricchi sono il limite contro cui urtano le stesse esportazioni dei più floridi, ed i nuovi aggiustamenti monetari e il fallimento degli accordi europei stringeranno ancora più stretto il cappio commerciale intorno alla Germania occidentale. Questo paese è un concentrato delle contraddizioni del più marcio capitalismo: con la bilancia dei pagamenti in attivo da più di venticinque anni trabocca di capitali, ma non può permettersi di aumentare i consumi (orrore!) minacciato com’è dalla diabolica inflazione, disoccupazione al 6% della forza lavoro, ed è il paese più ricco del mondo, invidiato da borghesie ed opportunisti stranieri.

La Germania, pur dimezzata, è già troppo angusta per contenerne l’infernale capitale. L’incognita terribile della storia è: saprà la ripresa del moto proletario nel cuore dell’Europa procedere lo scioglimento militare della crisi capitalistica mondiale? Alcune esplosioni di meravigliosa collera di classe sembrano preannunciarlo.