Le elezioni negli Stati Uniti: vince solo il capitalismo
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Mentre gli Stati Uniti si avvicinano alle elezioni presidenziali del 2024, ci ritroviamo nuovamente a ripetere parole di Lenin che da oltre un secolo riecheggiano: “agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento”. (Stato e rivoluzione, 1917)
Anche se le elezioni sono fissate per un martedì, per decine di milioni di proletari statunitensi il mercoledì che verrà sarà il solito di sempre: a prescindere da chi si aggiudicherà la vittoria, la borghesia continuerà a stringere nella sua morsa il proletariato.
Gli sproloqui dei candidati di turno, vecchi e nuovi che siano, pieni di retorica, slogan e commenti asineschi e maleodoranti, hanno il solo scopo di consolidare quel meccanismo che vende, non da oggi, ai lavoratori, americani e del mondo intero, “rincoglionimento” al chilo nella speranza di raccogliere sempre maggiori e sempre più necessari sacrifici tra il sudore e il sangue del suo proletariato.
Instancabilmente, viene ancora una volta riproposta dagli strilloni di mezzo mondo la presunta battaglia tra “democrazia” e “fascismo”, ovviamente sempre a patto che allo Stato si riconosca una specie di distanza tra i contendenti: un “ente” al di sopra delle parti, con una di queste che attenti alla sua sacralità.
Ancora una volta, i ciarlataneschi richiami allo spettro del “fascismo” si sono profilati all’orizzonte, ma anche se le vesti del dominio borghese appaiono “conservatrici” o “liberali” – per quel che possano oggi significare questi termini – i comunisti sanno che il fascismo, la dittatura a senso unico del grande capitale monopolistico, già impera nella totalità dell’orbe terracqueo da almeno un secolo e che, indipendentemente da quali siano le prezzolate facce sui manifestini elettorali, le implacabili pretese del capitale di rafforzare il suo organo repressivo Stato, e di impedire qualsiasi riorganizzazione della classe lavoratrice, persistono imperturbabili.
In fondo, anche se immersi in un clima elettorale dove l’utile baccano mediatico non fa che portare l’attenzione su altro, le condizioni di vita e di lavoro del proletariato statunitense non sono che peggiorate nel corso degli anni e questo a discapito di decenni di promesse, progetti di riforme e millantati progressi “civili”: tolta la luccicante patina dalle parole dei politicanti di turno emerge in tutta la sua miseria la vera natura dello sfruttamento e dell’alienazione di classe della squallida società borghese. Tuttavia, i lavoratori americani, che, sempre più spesso, corrono il rischio di trovarsi schierati contro armi chimiche, carri armati e battaglioni di polizia militarizzata – puntualmente dispiegati dalle stesse facce presentatesi ai ballottaggi come amiche – ogni qual volta che rivendicano anche semplicemente una minima “quota di benessere”, continuano a rispondere al fuoco della prepotenza nemica a suon di schede e medagliette, facendo registrare partecipazioni alle urne da record nell’ennesima drammatica dimostrazione di quanto siano ancora radicate nel proletariato le disperate illusioni elettoralistiche.
In vista di novembre, il Partito Democratico, dopo essersi dovuto confrontare con i segni di cedimento dell’ormai troppo anziano Biden, ha scelto di rifarsi il trucco “condannando” Kamala Harris ad assumere un ruolo di leadership. Kamala si vanta di rappresentare tutto ciò che i repubblicani, ed il suo “rivale”, non sono: dice di essere democratica, antirazzista, pro-LGBT, e a favore dei lavoratori (!), in parole povere l’opzione antifascista al tiranno miliardario Trump. Tuttavia, la sua nomina non rappresenta una rottura con il passato, ma piuttosto ne segna la piena continuità e con questo non ci riferiamo soltanto alla mera strategia elettorale.
Trump, dal canto suo, ha stravinto a mani basse nelle primarie repubblicane: al di là delle pittoresche vicende giudiziarie che lo hanno visto protagonista, il nullaosta di fatto rilasciatogli dalla borghesia americana nel suo complesso, anche dopo gli spesso definiti scabrosi fatti del 6 gennaio 2021, è l’ennesima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, da una parte del carattere sempre più farsesco e caricaturale della facciata democratica del regime borghese, e dall’altro della necessità per quest’ultimo di servirsi di figure sempre più grottesche e “divisive” affinché il feticcio democratico possa mantenersi in piedi.
Esiste un certo conflitto interno tra le fazioni della grande borghesia, i giganteschi interessi che rappresentano e i partiti politici che di conseguenza essi plasmano. Ma è allo stesso tempo proprio il grande capitale finanziario, oggi, a determinare la gestione degli Stati sempre e dovunque, e allora non si tratta di essere ciechi se alla “faccia dura” di Trump e al suo assoluto, e sincero, disgusto per tutto ciò che rimanda al lavoro sindacalizzato, facilmente contrapponiamo le chiacchiere a buon mercato di Kamala su aborto, democrazia e diritti LGBT in quello che, nel complesso, si articola come l’insieme degli utili espedienti del vecchio ma sempre più affinato gioco delle parti: al momento opportuno siamo certi che qualsiasi tema di presunta discussione sarà facilmente messo da parte per il bene supremo del capitalismo americano.
Quest’ultimo, come tutti i suoi concorrenti, necessita di un sempre maggiore sfruttamento della forza lavoro, e di un continuo flusso di manodopera a basso costo. Lo sfruttamento, i tentacoli dell’imperialismo e l’anarchia del mercato sono tutte caratteristiche intrinsecamente fondamentali del capitalismo, non difetti di fabbrica: mai scompariranno finché non scomparirà il capitalismo stesso, e questo mai potrà avvenire attraverso il voto.
D’altronde, come sempre abbiamo ribadito, l’intero apparato statale non può che servire i soli interessi della classe borghese; il teatrino del politicantismo democratico-parlamentare è solo una delle tante forme con cui si esprime, beffardamente, il dominio degli sfruttatori sugli sfruttati. Allo stato attuale, tutti i diversi partiti hanno bisogno l’uno dell’altro: anche i cosiddetti “Third Parties” sono o manutengoli mestieranti del gioco elettorale, o il miserabile rantolo del “liberale” “radicale”.
Il precedente mandato di Kamala Harris, che ha servito come vicepresidente della corrente amministrazione Biden, si è dispiegato al meglio nel difficile compito di conservare il sempre più in discussione strapotere del capitalismo americano, non certo all’interno dei propri confini quanto al suo esterno. Il suo, per quattro anni, “superiore” Biden era ancora nel pieno della sua carriera politica quando il governo statunitense si vantava della sua capacità di “costruire” Stati in Iraq e Afghanistan, e a suon di bombe esportava “democrazia” e faceva razzia di preziose risorse per garantirsi i migliori interessi imperialisti.
Che queste imprese imperialiste, mascherate per missioni pacifiste, siano poi state etichettate come un “successo” umanitario è beffardo quanto irrilevante; basta guardare a ciò che è rimasto della “liberazione” compiuta dalla furia profittatrice. In Palestina, le atrocità ai danni dei proletari palestinesi e israeliani vengono accolte nell’indifferenza dei presunti leader della borghesia mondiale o altrimenti liquidate con vuota retorica.
Se oggi gli operai americani non sono ancora direttamente soggetti alle condizioni e alle conseguenze di una guerra, non può certo dirsi che non siano soggetti ad un sempre maggiore inasprimento della propria condizione di proletari. Gli affitti sono alle stelle. I salari si riducono e la disoccupazione sale. Il cibo costa ogni giorno di più. L’assistenza all’infanzia è inaccessibile, come lo resta d’altronde l’assistenza sanitaria. Sbarcare il lunario è ormai una sfida per fette sempre maggiori del proletariato occupato. Non è più sorprendente e non fa più notizia sentire di persone costrette a fare due o tre lavori per non morire di fame.
Se la soluzione di Trump alle difficili condizioni del proletariato urbano oscilla tra una pernacchia da un lato, e i richiami ai “bei tempi” che furono e gli appelli a più restrittive misure anti-immigrazione dall’altro, infarciti di un numero sempre maggiore di deliranti sproloqui intrisi di complottismo, sciovinismo e razzismo – i quali per lo più servono per arringare il suo ormai già consolidato elettorato che raccoglie gli strati “più reazionari” della piccola e media borghesia rurale, ma anche i più fanatici e bigotti tra il proletariato bianco evangelico – la strategia della Harris sembra essere quella di continuare sulla scia, altrettanto antiproletaria rispetto a quella trumpiana, del suo predecessore. Alle elezioni del 2020, Biden, l’auto-dichiaratosi “Presidente più pro-sindacato nella storia degli USA” aveva ottenuto il 57% del voto dei lavoratori sindacalizzati, superando il 51% della Clinton quattro anni prima. Biden ed Harris sono intervenuti più volte nelle tutto sommato timide lotte della classe operaia nei loro quattro anni di operato condiviso: prima con i ferrovieri, poi con i Teamsters dell’UPS e infine con l’UAW delle tre grandi aziende automobilistiche. Furbescamente hanno appoggiato la concessione di piccoli miglioramenti salariali, distribuiti nel corso degli anni, per non incorrere nel rischio dell’allargamento delle lotte laddove incombeva il pericolo, e hanno invece sbattuto i pugni sul tavolo, applicando il veto federale, laddove lo sciopero avrebbe arrecato eccessivi danni ai profitti borghesi nel breve termine (come nel caso dei ferrovieri). I sindacati, sfacciatamente o meno collaborazionisti, dal loro canto esprimono le loro preferenze sui candidati, garantendosi vantaggi e una sedia al tavolo della politica statale o federale, mentre una parte delle energie proletarie viene riversata e dispersa nei teatrini elettorali. L’UAW, il principale sindacato nel settore automobilistico americano ed uno dei maggiori sindacati dell’intero Nord America, aveva già appoggiato Joe Biden per le elezioni politiche ed ora sostiene Harris, offrendo una giustificazione fondamentalmente borghese alle masse di iscritti: Trump non è in grado di gestire l’economia o il governo federale ed è dunque una “minaccia” per la democrazia americana.
Il coinvolgimento dei lavoratori nella trappola democratica non solo è inutile dal punto di vista della classe, rappresenta un fatto estremamente dannoso per il movimento proletario. Questa lo soffoca prima ancora che possa tornare a muovere i suoi primi, decisi passi verso la sua definitiva emancipazione. In “Cretinismo Democratico” ricordavamo, come sempre, proprio che “Il proletariato è già sconfitto nel momento in cui si sottometta a qualsiasi farsa schedaiola, qualunque ne sia l’obiettivo, fosse anche un miglioramento delle condizioni di vita degli operai” proprio perché, anche se così fosse, “dietro l’apparenza favorevole ai lavoratori, [vi è] una nuova catena dorata che viene ad avvincere il proletariato per subordinarlo al capitale, alla sua ideologia, al suo ingigantirsi”. Nella nostra visione marxista, molto semplicemente, non esistono alternative tra buoni o cattivi, coccarde blu o rosse, ma soprattutto non possono esistere nell’attuale fase di putrescente senilità capitalista “mali minori” tra gli schieramenti borghesi, sempre complici nella loro furia antiproletaria, per cui i lavoratori, che nulla hanno da difendere né da conquistare con la conta delle teste, debbano battersi.