Costituente, Repubblica e altre scappatoie
Categorie: Democratism, Italy
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In tutti i periodi critici della storia, quando le brusche svolte del divenire sociale ponevano in termini di estrema crudezza il dilemma «dittatura della borghesia o dittatura del proletariato», il giuoco della classe dominante è sempre stato di gettare in pasto alla fame di vendetta dei dominati un povero capro espiatorio e, per converso, presentare ai loro occhi ansiosi la visione mirifica e consolante di qualche «profonda» riforma istituzionale. Scopo di questa frusta ma sempre efficace manovra è sempre stato di distrarre il proletariato dai problemi essenziali e permanenti della sua lotta e di farlo arenare nelle sabbie della legalità, dell’unione nazionale e degli interessi superiori: della patria.
Una funzione del genere ha esercitato in diversi paesi la pregiudiziale antimonarchica, la sempre affascinante parola d’ordine della Repubblica contrapposta come il palladio del popolo al facile zimbello della monarchia, quasi che la III Repubblica francese, per citare solo un esempio, abbia meno favorito l’espansione del grande capitalismo finanziario, corrotto e corruttore, che la Germania monarchica degli Hohenzollern o la Russia feudale degli zar, o come se il fascismo non abbia potuto mettere egualmente radici nel Reich repubblicano e nell’Italia vittorina. Una funzione analoga esercitò, nel precipitare della situazione russa nell’autunno del ’17, Ia formula della Costituente, che tendeva a spostare il centro della lotta politica dai soviet e dall’iniziativa bolscevica al parlamento borghese e all’iniziativa dei partiti opportunisti a ricondurre nella legalità il dilagante fermento rivoluzionario delle masse operaie e contadine. La stessa funzione esercitano oggi le molteplici parole d’ordine di cui va ogni giorno più pascendosi la vita politica italiana in clima di libertà riconquistata.
È avvenuto così che, mentre vive e prospera la classe che ha alimentato il fascismo che si è alimentata alle sue fonti, mentre industriali ed agrari riprendono in pugno le redini allentate del comando, i partiti a tradizione operaia scoprissero un responsabile di tutti mali, passati e presenti, qualcosa come l’untore di manzoniana memoria nel luogotenente: che, mentre, sbolliti gli entusiasmi dei primi giorni di festa, si profilava lo spettro di una gigantesca crisi e l’operaio si chiedeva come e per chi lavorare, i partiti «di massa» trovassero un magico toccasana, una panacea di tutti i malanni di cui la società soffre, nella Costituente eletta mentre ancora perdura il regime di sfruttamento capitalistico. E, poiché non si poteva parlare di ricostruzione all’operaio senza offrirgli almeno la speranza di una contropartita, si lanciavano programmi di nazionalizzazione o socializzazione dell’industria, delle banche, dell’agricoltura, come se, scartata la rivoluzione proletaria e la conquista del potere, ferme restando le basi attuali della società capitalistica e il suo meccanismo economico, «nazionalizzare» e «socializzare» non volessero dire far pagare a chi lavora – per conto dello Stato-padrone invece che per conto dell’industrialo singolo – le enormi abissali passività dei nostri complessi industriali finanziari, e i paurosi disavanzi del bilancio.
La farsa che si sta recitando ha del macabro. Non solo si crea nelle masse la doppia illusione che, perdurando un regime di effettiva e profonda disuguaglianza sociale, la consultazione elettorale possa mai dare concreta ed efficace espressione alla volontà, ai bisogni, agli interessi del proletariato (sono venticinque anni che Lenin ha fatto giustizia sommaria di questa illusione), e che le masse lavoratrici possano rendersi «padrone dei loro destini» (frase che
corre in questi giorni sulle penne di ogni giornalista «di sinistra»: che si rispetti) attraverso il bollettino di voto e l’arca santa dell’urna elettorale; non solo si rinuncia in forma esplicita alla necessaria chirurgia della rivoluzione in nome della medicina ormai condannata dall’esperienza storica delle riforme, ma, di più, si ha la sfrontatezza di promettere mari e monti da una Costituente che nascerà in regime di occupazione militare sotto il segno di condizioni di armistizio di cui è ormai facile intuire il contenuto, mentre si va consolidando il regime di controllo economico, politico, finanziario delle grandi nazioni vincitrici su tutto il mondo.
A noi, in tutta questa baldoria di frasi fatte di retorica falsamente democratica, non resta che indicare una volta di più al proletariato l’altra via, quella giusta, la sola che possa condurlo alla vittoria, la via della preparazione rivoluzionaria alla conquista del potere. E non creiamo fantocci e non ci balocchiamo nella ricerca affannosa di capri espiatori, perché la rivoluzione ho un solo fondamentale obiettivo da colpire, e quello le interessa di colpire, perché colpendolo, [testo illeggibile]: la putrefatta monarchia dei Savoia come la repubblica borghese, la reazione di destra come la falsa costituente delle cosiddette «sinistre».