Sentimento e volontà: le doti che distinguono il comunista Pt. 2
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Quindi il partito come “scuola di pensiero e metodo di azione”; una scuola che tutti i compagni frequentano, e in cui tutti i compagni imparano, dai più giovani ai veterani. I compagni non sono tutti uguali, è ovvio, ma tutti imparano e studiano, e le differenze di capacità e conoscenza sono dal partito utilizzate per destinare ogni particolare compagno alla funzione organicamente più adatta. Anche questo è ben chiarito nel Che fare? di Lenin.
Contrario a questo modo di intendere il partito e il ruolo del militante è l’annientarsi nella sottomissione a una autorità indiscussa, un capo, dal quale ricevere via via istruzioni, soluzioni, che non si deve quindi faticare a cercare con le nostre forze. Noi rigettiamo questa tendenza che fa il paio con la presunzione di chi tutto pretende di aver compreso: “Una lunga e tragica esperienza dovrebbe dunque avere appreso che nella azione di partito bisogna adoperare tutti secondo le loro svariatissime attitudini e possibilità, ma che “non bisogna amare nessuno”, ed essere pronti a buttare via chiunque, anche se avesse fatto su ogni anno di vita undici mesi di galera. La decisione sulle proposte di azione ai grandi svolti deve riuscire a farsi al di fuori della “autorità” personale di maestri, capi e dirigenti ed in base alle norme prefissate di principio e di azione del nostro movimento: postulato difficilissimo, ben lo sappiamo, ma senza il quale non si vede via perché un movimento potente riappaia” … “Alle polemiche su persone e tra persone, all’uso ed abuso dei nominativi, va sostituito il controllo e la verifica sulle enunciazioni che il movimento, nei successivi duri tentativi di riordinarsi, mette alla base del suo lavoro e della sua lotta.” (Politique d’abord, 1952) Che nel partito ci si voglia bene è fatto ovvio, che discende dalla comune lotta e dal comune obiettivo finale, ma non è certo cosa che si possa imporre; pretendere di dare un regolamento dei sentimenti, più che irrealizzabile, è puerile.
Tutto quanto abbiamo ricordato non significa che il partito abbia una porta spalancata attraverso la quale chiunque, in base a una professione di fede, possa accedere all’organizzazione come si entra in una chiesa, in una sinagoga, in una moschea. Il partito ha il dovere di compiere una valutazione del singolo, per non ammettere personaggi che lo mettano in pericolo. Inoltre l’adesione deve sempre, senza eccezioni, avere luogo su base individuale, come già accennato.
“Il partito deve attuare uno stretto rigore di organizzazione nel senso che non accetta di ingrandirsi attraverso compromessi con gruppi o gruppetti o peggio ancora di fare mercati fra la conquista di adesioni alla base e concessioni a pretesi capi e dirigenti”. (Forza, violenza, dittatura… 1948)
Il pericolo per il partito non è tanto fisico, nei confronti della sicurezza dei compagni e dell’organizzazione (anche se in certi svolti va contemplata anche questa possibilità), quanto relativo alla sua integrità dottrinale e organizzativa. Un periodo di lavoro insieme ai compagni di partito consente a questi di valutare la passione e anche la sincerità del simpatizzante. Non è un criterio definitivo, ma la sensibilità ed esperienza del compagno anziano consentono di fare una prima valutazione del simpatizzante; vi sono aspetti che non è difficile individuare. La Ljudvinskaja racconta: “A Parigi Lenin dirigeva tutta la nostra attività…L’asprezza e l’intransigenza di Lenin nei confronti degli opportunisti turbavano alcuni compagni. Uno di loro disse a Lenin: “Perché espellere tutti dalla sezione? Con chi lavoreremo?” Lenin rispose sorridendo: “Poco importa se non siamo molto numerosi oggi, perché, in compenso, saremo uniti nella nostra azione, e gli operai coscienti ci sosterranno, dato che siamo sulla strada giusta”. Ci insegnava ad avere un atteggiamento rigoroso, un atteggiamento di principio verso la condotta e gli atti dei compagni.” (Lénine tel qu’il fut, 1958). Anche Radek, commentando la questione del famoso paragrafo 1 dello statuto, dibattuta al II congresso del 1903, scrive: “In merito alla questione intorno al primo paragrafo dello statuto del partito socialdemocratico Lenin pose un problema che non ha meno importanza di tutte le altre divergenze politiche con i menscevichi. Si può invece affermare che questo primo paragrafo dello statuto preparò la possibilità della realizzazione pratica della linea politica di Lenin … Nel rifiuto dello zarismo, che suscitava lo sdegno dei più ampi strati degli intellettuali piccolo-borghesi, non c’era giurista che non si mettesse al riparo sotto l’egida del pensiero socialista. Colui che lo accoglieva nel partito alla semplice condizione che egli riconoscesse il programma del partito proletario e fornisse appoggio finanziario, metteva il diviso movimento operaio alla mercé della piccola borghesia.
Lenin, ponendo la condizione di ammettere nel partito solo chi era attivo nella organizzazione del proletariato, mirava a limitare il pericolo che il movimento operaio cadesse sotto l’influsso degli intellettuali piccolo-borghesi. È vero che anche chi, entrando nell’organizzazione e diventando rivoluzionario di professione, dimostrava di avere rotto ogni legame con la società borghese non per questo dava completa sicurezza di restare fedele alla causa del proletariato. Tuttavia queste scelte rappresentavano in qualche modo una garanzia.” (Lenin, 1924)
L’atteggiamento di Lenin in merito lo si capisce bene dalla discussione sul Paragrafo 1 dello Statuto, nel corso del II congresso del Partito Socialdemocratico Russo, nel 1903. La quale è importante perché pone la questione più ampia dell’organizzazione del partito.
I bolscevichi che erano d’accordo con Lenin ebbero la maggioranza nel corso del congresso, ma non su questo punto, per il quale Martov, che faceva una proposta diversa, ottenne una temporanea maggioranza. Lenin non ne fece una tragedia, però a noi serve per capire quale fosse il suo atteggiamento in merito.
Lenin propone un paragrafo (il numero 1, a sottolineare l’importanza centrale di questo aspetto): «È membro del partito non solo colui che ne accetta il programma e lo sostiene nella misura delle proprie forze, ma che anche lavora in una delle organizzazioni del partito. Siete davvero per la distinzione tra partito e classe? Dimostratelo accettando queste condizioni».
Di seguito riportiamo il racconto che Lenin ne fa in seguito, che abbiamo pubblicato nel n. 91 di Comunismo (2021):
Dice Lenin: «Nel mio progetto questa definizione era la seguente: “Si considera membro del Partito Operaio Socialdemocratico Russo chiunque ne accetti il programma e sostenga il partito stesso sia con mezzi materiali sia partecipando personalmente a una delle sue organizzazioni”. Martov, invece, al posto delle parole evidenziate, proponeva: “lavorando sotto il controllo e la direzione di una delle sue organizzazioni”(…) Noi dimostrammo che era necessario restringere il concetto di membro del partito per distinguere gli elementi che lavorano dai chiacchieroni, per eliminare il caos organizzativo, per eliminare lo scandalo e l’assurdità che ci fossero organizzazioni composte di membri del partito, ma senza essere organizzazioni di partito, ecc. Martov era per l’ampliamento del partito e parlava di ampio movimento di classe, movimento che esigeva una organizzazione vasta, senza contorni precisi, ecc. (…) Plekhanov insorse vivacemente contro Martov, rilevando che la sua formulazione alla Jaurès spalancava le porte agli opportunisti, bramosi appunto di questa posizione: nel partito e fuori dell’organizzazione. “Sotto il controllo e la direzione” – dissi io – significa in pratica, ne più ne meno: senza alcun controllo e senza alcuna direzione» (“Racconto sul II congresso del POSDR”, 1903, VII, 19).
Martov auspica “un partito di massa”, intendendo con le porte spalancate a ogni sorta di opportunisti, con i suoi confini indeterminati e vaghi, rendendo non facile distinguere il rivoluzionario dal parolaio ozioso.
Lenin osserva che un buon terzo dei componenti del congresso erano degli intriganti. Perché preoccuparsi di coloro che non vogliono o non possono aderire a una delle organizzazioni del partito, si domanda Plekhanov. «Gli operai che desiderano entrare nel partito non avranno paura di entrare in una delle sue organizzazioni. La disciplina non fa loro paura. Temeranno di entrarvi gli intellettuali, completamente imbevuti di individualismo borghese. Questi individualisti borghesi sono generalmente i rappresentanti di ogni sorta di opportunismo. Dobbiamo allontanarli da noi. Il progetto è uno scudo contro la loro irruzione nel partito, e solo per questo tutti i nemici dell’opportunismo devono votare per il progetto di Lenin» (Atti del II congresso, seduta del 2 (15) agosto).
Trotski parla contro la proposta di Lenin ritenendola inefficace. Gli ribatte Lenin: «[Trotski] non ha rilevato una questione fondamentale: la mia formulazione restringe o allarga il concetto di membro del partito? Se egli si fosse posto questa domanda, gli sarebbe stato facile vedere che la mia formulazione restringe questo concetto, mentre quella di Martov lo allarga, distinguendosi (secondo la giusta espressione dello stesso Martov) per la sua “elasticità”. E proprio la ”elasticità”, in un periodo della vita del partito come quello che attraversiamo, spalanca indubbiamente le porte a tutti gli elementi sbandati, tentennanti e opportunisti».
Gli elementi instabili sono forieri di incertezze, deviazioni, e poco lavoro. Il pericolo può essere grande. «La salvaguardia della fermezza della linea e della purezza dei principi del partito diviene appunto ora un compito tanto più impellente in quanto il partito, ricostituito nella sua unità, accoglierà nelle sue file moltissimi elementi instabili, il cui numero crescerà nella misura in cui il partito si sviluppa» (“Il congresso del POSDR”, 1903, VI, 465).
D’altronde, dove sta il pericolo di una rigorosa delimitazione del partito, attraverso precisi limiti alla definizione di socialdemocratico? «Se risultasse che centinaia e migliaia di operai arrestati per aver partecipato a scioperi e dimostrazioni non sono membri delle organizzazioni del partito, ciò dimostrerebbe unicamente che le nostre organizzazioni sono buone, che noi adempiamo il nostro compito, quello di far lavorare clandestinamente una cerchia più o meno ristretta di dirigenti e di far partecipare al movimento le più larghe masse possibile». Non si può confondere il partito, reparto d’avanguardia della classe operaia, con la classe tutta, come faceva Axelrod. «È meglio che dieci elementi che lavorano non si chiamino membri del partito (i veri militanti non vanno a caccia dei gradi!), piuttosto che un solo chiacchierone abbia il diritto e la possibilità di essere membro del partito (…) Il CC non sarà mai in grado di controllare veramente tutti coloro che lavorano, ma non entrano nell’organizzazione. Il nostro compito è di affidare al CC un controllo effettivo. Il nostro compito è di salvaguardare la saldezza, la coerenza, la purezza del nostro partito. Noi dobbiamo sforzarci di elevare sempre più l’appellativo e l’importanza di membro del partito» (VI, 465-467).
Scriveremo noi nel 1955 in “Russia e rivoluzione nella teoria marxista”, Parte 2, §37: «Apparentemente sembra che Lenin distinguesse tra i semplici militanti del partito e i “rivoluzionari professionali”, i cui più ristretti gruppi formavano l’ossatura dirigente. Mostrammo più volte che qui si tratta della rete illegale, e non della sovrapposizione al partito di una apparecchiatura burocratica di gente pagata. Professionale non significa necessariamente stipendiato, ma dedicato alla lotta del partito per volontaria adesione, svincolata ormai da ogni associazione per motivi di difesa di interessi collettivi, anche se questa rimane la base determinista del sorgere del partito. Tutta la portata della dialettica marxista è in questo doppio rapporto. L’operaio è rivoluzionario per interesse di classe, il comunista è rivoluzionario per lo stesso fine, ma elevato oltre l’interesse soggettivo».
E in Gracidamento della prassi, “Il programma comunista”, n. 11/1953: «La destra del partito russo vuole che il membro del partito venga da un gruppo operaio di professione o di fabbrica federato nel partito: i sindacati furono chiamati dai russi associazioni professionali. In senso polemico Lenin forgia la storica frase che soprattutto il partito è una associazione di rivoluzionari professionali. A essi non si chiede: siete operaio? In quale professione? Meccanico, stagnaio, legnaiuolo? Essi possono essere così bene operai di fabbrica come studenti o magari figli di nobili; risponderanno: rivoluzionario, ecco la mia professione. Solo il cretinismo stalinista poteva dare a tale frase il senso di rivoluzionario di mestiere, di stipendiato dal partito. Tale inutile formula avrebbe lasciato il problema allo stesso punto: assumiamo impiegati dell’apparato tra gli operai, o anche fuori? Ma di ben altro si trattava».
Per i bolscevichi il militante comunista è colui che accetta – non necessariamente conosce o comprende nei dettagli – il programma, ed è disposto a lavorare agli ordini del partito: doti di abnegazione, volontà di combattere, che qualsiasi proletario può avere, anche se illetterato. Un’accettazione del programma che può essere basata sulla comprensione di pochi aspetti essenziali, a volte solo di slogan, ma che coincidono con le sue aspirazioni profonde, con i suoi bisogni. Un’adesione basata più sulla passione che sull’intelletto. La comprensione verrà, col tempo,.
Mai completa però, la comprensione totale della dottrina non può essere del singolo ma del collettivo del partito, e si esprime nella sua stampa, nelle sue tesi, nella sua tattica rivoluzionaria. «La conoscenza dottrinale non è fatto singolo anche del più colto seguace o capo, e nemmeno è condizione per la massa in moto: essa ha per soggetto un organo proprio, il partito» (“Russia e rivoluzione…”, Parte 2, § 37).
Questo concetto è ripetuto nelle Tesi caratteristiche del partito, del 1951: «La questione della coscienza individuale non è la base della formazione del partito: non solo ciascun proletario non può essere cosciente e tanto meno culturalmente padrone della dottrina di classe, ma nemmeno ciascun militante preso a sé, e tale garanzia non è data nemmeno dai capi. Essa consiste solo nella organica unità del partito».
«Oltre l’influenza della socialdemocrazia non vi è altra attività cosciente degli operai», dice Lenin al II congresso. E noi aggiungiamo: «È pesante, ma è così. L’azione dei proletari è spontanea in quanto sorge dalle determinanti economiche, ma non ha per condizione la coscienza, né nel singolo, né nella classe. La fisica lotta di classe è fatto spontaneo, non cosciente. La classe raggiunge la sua coscienza solo quando nel suo seno si è formato il partito rivoluzionario, che possiede la coscienza teorica poggiata sul reale rapporto di classe, proprio, in fatto, di tutti i proletari. Questi però non potranno mai possederne la vera conoscenza – ossia la teoria – né come singoli, né come totalità, né come maggioranza finché il proletariato sarà soggetto all’educazione e alla cultura borghesi, ossia alla fabbricazione borghese della sua ideologia e, in buoni termini, finché il proletariato non vincerà, e cesserà di esistere. Quindi, in termini esatti, la coscienza proletaria non vi sarà mai. Vi è la dottrina, la conoscenza comunista, e questa è nel partito del proletariato, non nella classe» (“Russia e rivoluzione…”, Parte 2, § 39).
Concludendo sulla discussione sul paragrafo 1, è ovvio che vi era una differenza tra lavorare sotto la direzione di una delle organizzazioni e parteciparvi, farne parte; nel senso che partecipare ad una delle organizzazioni richiedeva un percorso che non tutti i simpatizzanti o affini erano in grado o desideravano fare. Esisteva quindi un processo di accettazione nel partito che supponeva delle caratteristiche che Lenin descrive altrove, e che noi condividiamo in toto, come abbiamo evidenziato sopra.