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La legge sulla Co-Determinazione: l’ordine regna in Svezia

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In Svezia lo sciopero è illegale: questo è il vero volto del modello nordico di oggi

Il mito della Svezia come faro unico dei diritti dei lavoratori, la cosiddetta “eccezione” tra le nazioni capitaliste, è una delle bugie più diffuse del nostro tempo. Questa mitologia, accuratamente coltivata dalla borghesia, suggerisce che la Svezia operi al di fuori dei brutali meccanismi di accumulazione e sfruttamento del capitale. Ma in realtà la Svezia non è un bastione dei diritti dei lavoratori più di quanto lo siano gli Stati Uniti o l’Italia, anzi, si potrebbe dire che è anche peggio. Sotto la superficie dell’ideologia del modello nordico si nasconde una implacabile oppressione della classe operaia. Allo stesso tempo, le sue strutture democratiche servono solo a controllare i lavoratori e a mantenere il dominio del capitale. Le recenti restrizioni legali al diritto di sciopero rivelano il vero volto della socialdemocrazia svedese: non un difensore del proletariato, ma piuttosto, come disse Lenin “la borghesia liberale concede riforme con una mano, e con l’altra le ritira sempre, le riduce a nulla, le usa per schiavizzare i lavoratori, per dividerli in gruppi separati e perpetuare la schiavitù salariale” (Marxismo e riformismo). In questo modo, facendo perdere efficacia alle riforme, l’ordine prevale, e questo fatto è più evidente nella revisione del 2019 della legge sulla codeterminazione (MBL).

La politica del lavoro svedese ha attraversato diversi periodi, e i socialdemocratici hanno dovuto prima approvare la legge sulla codeterminazione per poi sterilizzarla; ma qual è la sua storia?

La legge sulla codeterminazione è una delle più importanti che regolano il mercato del lavoro svedese. Come molte altre norme giuslavoristiche, è stata emanata all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso durante la fase in cui la socialdemocrazia rivendicava maggiore democrazia sul posto di lavoro.

Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 la Confederazione sindacale svedese (LO), in particolare le sue federazioni metalmeccanica e dell’industria pesante, issò sulla propria bandiera questo progetto corporativista. Era la prima volta, dopo l’accordo di Saltsjöbaden del 1938, che il movimento sindacale metteva in discussione la mitica “linea della contrattazione collettiva”. I riformisti, cavalcando l’agitazione in corso nella classe operaia, promossero tale rivendicazione illudendosi di mettere in discussione il diritto esclusivo del datore di lavoro di organizzare la produzione. Ciò che distingue questa manovra socialdemocratica dai tentativi precedenti è che promosse riforme del diritto del lavoro per legge, anziché attraverso la contrattazione sindacale come da prassi precedente.

I socialdemocratici e il loro sindacato non sono stati agenti attivi negli eventi che hanno caratterizzato l’ondata degli anni Sessanta. Piuttosto, il passaggio alla “linea legislativa” fu una risposta e un freno all’organizzazione e alla militanza proletaria. Questa ondata di lotta proletaria fu una conseguenza di eventi come la chiusura dei cantieri navali di Göteborg, Bohuslän e Blekinge e lo spostamento di capitali in vari settori industriali. Un esempio di questo comportamento è il crollo dell’industria svedese della tessitura. Questa crisi colpì soprattutto il proletariato della città di Norrköping, dove vennero persi 20.000 posti di lavoro su una popolazione di 80.000 abitanti. Gli sviluppi si ripercossero anche altrove: praticamente tutte le industrie che avevano gettato le basi per il boom della produzione industriale svedese nel dopoguerra furono abbandonate.

Il malcontento del proletariato svedese si manifestò con scioperi selvaggi, con la crescita della sinistra filocinese e sindacalista e in una diffusa povertà sociale raramente vista nella storia della socialdemocrazia svedese. I socialdemocratici considerarono l’ascesa delle organizzazioni operaie come una minaccia e quindi si mossero per capire come il movimento operaio potesse essere contenuto e pacificato.

I socialdemocratici videro due soluzioni, che andavano di pari passo. La prima era una sorveglianza poliziesca di massa, il cui obiettivo era tracciare il profilo degli oppositori politici all’interno dei sindacati e neutralizzare sistematicamente gli elementi sovversivi. La seconda prevedeva una serie di riforme.

In questo contesto fu approvata la legge sulla “Codeterminazione nella Vita Lavorativa” (1976). I mandarini sindacali non erano pressati solo dalla classe operaia, che chiedeva un cambiamento, ma anche dalla borghesia nazionale, che aveva bisogno di reprimere il movimento operaio. In questo periodo furono approvate molte leggi ancora oggi in vigore: la Legge sulla Rappresentanza Sindacale (1974), la Legge sulla Protezione dell’Occupazione (1974), la Legge sul Diritto all’Istruzione (1975) e la Legge sull’Ambiente di Lavoro (1978). Questa ondata riformista si avviò al declino a metà degli anni ’80, a causa del fallimento dell’iniziativa sui Fondi per i dipendenti (1984), che i socialdemocratici hanno sempre considerato come il Santo Graal e “la via democratica al socialismo”, per poi infine crollare negli anni ’90.

La legge sulla codeterminazione deve essere collocata nel suo contesto storico. Si tratta di un tentativo del governo socialdemocratico di controllare l’organizzazione della classe operaia e, come al solito, di prolungarne la sottomissione.

Contenuto della legge

Anche se non si chiama “Legge sulle Clausole Anti Sciopero”, una sua componente fondamentale è proprio questa. La normativa impone ai datori di lavoro di informare e negoziare con i sindacati le decisioni essenziali che riguardano i lavoratori, come le ristrutturazioni o le modifiche delle condizioni di lavoro. La MBL era inizialmente intesa (o almeno in questo senso promossa) per rafforzare l’influenza dei lavoratori sulle decisioni del datore di lavoro e per promuovere il dialogo tra datori di lavoro e sindacati.

Questa legge riguarda il diritto all’informazione dei sindacati e il diritto individuale di essere membro di un sindacato. Tuttavia, alcune cose sono molto diverse rispetto al contesto internazionale, come il fatto che in Svezia uno sciopero non può essere proclamato da un sindacato locale, ma può essere indetto solamente a livello “federale”. Questo aspetto della vita del proletariato in Svezia è ormai una consuetudine giuridica da tempo. Tutti i diritti e gli obblighi previsti dalla MBL riguardano le associazioni sindacali, ossia il diritto all’informazione, il diritto a negoziare e l’impegno individuale a rispettare la clausola di non sciopero. Esattamente quanto accade nel resto del mondo.

Modifiche del 2019 alla clausola anti sciopero

Le modifiche sono state possibili solo grazie all’eccezionale passività della classe operaia svedese. Il metodo socialdemocratico si è un po’ spostato dagli anni ’80, dalla carota al bastone, dalla concessione di riforme da un lato, alla loro sottrazione dall’altro; questo gioco, come le crisi sempre più frequenti e intense che la Svezia ha vissuto a partire dagli anni ’90, sono le radici della sua diffusa inerzia. La demolizione dello Stato sociale si è intensificata con la crisi degli anni ’90, che è stata, tra l’altro, una crisi speculativa sulla moneta svedese (la Svezia ha mantenuto un tasso di cambio fisso molto più a lungo di Stati come gli USA, la Gran Bretagna o l’Italia). La crisi ha mostrato il vero volto della socialdemocrazia. Ha dimostrato agli oppositori che anche in Svezia il governo è gestito dall’economia, non viceversa. Lo Stato sociale è stato creato per sottomettere la classe operaia, ed è stato poi distrutto per sottometterla ancora più grandemente, per poter essere un giorno ricostruito e utilizzato per controllarla e sottometterla nuovamente. Ha dimostrato che “il cosiddetto ‘Stato sociale’ svolge, in questo caso, un gran numero di funzioni in senso economico, sociale e ideologico, il cui risultato è la massima mistificazione della realtà”. (L’Internazionale Comunista, Contro il nazionalismo sindacale).

Ogni peggioramento richiesto, è stato concesso; ciò che il Capitale ha cercato, l’ha trovato; e a coloro che hanno bussato, è stato aperto. Tra le altre cose, vale la pena di citare la Riforma della Scuola Gratuita (1992) e la Riforma delle Pensioni (1994). Questa tendenza non accenna a fermarsi, e ora possiamo aggiungere lo snaturamento della Legge sulla codeterminazione a questa serie quasi infinita di limitazioni della protezione sociale.

Tuttavia, la domanda “perché ora?” rimane senza risposta.

Tutto è iniziato nel 2016 con il sindacato dei portuali e la società di gestione APM Terminals. I portuali, indipendenti dai sindacati socialdemocratici e liberali come TCO e LO, vollero stipulare un contratto collettivo direttamente con APM Terminals Gothenburg, invece di essere sottoposti al contratto sottoscritto dal sindacato socialdemocratico Transport. Soprattutto perché rappresentano una minoranza consistente dei lavoratori dei porti, e spesso promotori di lotte più radicali, cercarono di non rimanere legati all’organizzazione sindacale socialdemocratica LO, spesso eccessivamente moderata. Il loro obiettivo fu quello di avere gli stessi diritti di negoziazione e informazione, in linea con la legge sulla codeterminazione. Tuttavia, il padrone si oppose con decisione, sostenendo di non dover stipulare un accordo con più di un sindacato in un luogo di lavoro e di voler quindi che i membri della Dockworkers’ Union rimanessero vincolati all’accordo con Transport. Il conflitto tra portuali e APM Terminals si inasprì dal 2016 al 2019, fino ad arrivare allo sciopero del 23 gennaio 2019. I portuali vinsero e ottennero l’accordo voluto, il 5 marzo dello stesso anno.

La borghesia, invece di accettare le sconfitte, ha deciso di lanciare un’offensiva totale contro i portuali e di puntare alla sterilizzazione della legge sulla codeterminazione. Il gabinetto Löfven II raccolse una proposta della Confederazione delle imprese svedesi (Svenskt Näringsliv), la proposta 2018/19:105, che colpiva gravemente il diritto di sciopero. Questa mossa era chiaramente diretta contro i sindacati indipendenti come i Dockers. Questa legge era già in fase di revisione e consultazione nel 2017 e si prevedeva che sarebbe uscita da questa fase entro il terzo trimestre del 2019. Tuttavia, ancor prima che il rapporto potesse essere redatto, i tre grandi sindacati socialdemocratici e liberali, LO, SACO e TCO, avevano già firmato un accordo con la Confederazione delle imprese svedesi, contro la volontà dei loro iscritti. I socialdemocratici hanno gettato il movimento sindacale in pasto ai lupi. Le restrizioni al diritto di sciopero erano appoggiate solo da 2 dei 14 sindacati affiliati a LO, ma dopo che i leader sindacali ebbero raggiunto un accordo con la Confederazione delle imprese svedesi, la frusta del partito fu messa in moto, e i sindacati votarono a favore delle restrizioni. Questo accordo divenne la base per il disegno di legge del governo. In definitiva, la legge è nata dai sindacati (come avvenne in Italia con i codici di autoregolamentazione proposti dalla Triplice), anche se è stato il Parlamento ad approvarla.

Cosa è cambiato, quindi?

Nella versione del 1976 c’erano già forti restrizioni sulle possibilità riservate alle organizzazioni dei lavoratori. L’azione sindacale era illegale se violava la clausola di non sciopero di un contratto collettivo o se lo scopo dell’azione sindacale era quello di:

1. Intervenire in una controversia sull’applicazione di un contratto collettivo, sul suo significato o sul fatto che qualcosa violasse il contratto o la legge.

2. Modificare il contratto.

3. Adottare una regola che sarebbe entrata in vigore dopo la scadenza del contratto;

4. Agire in solidarietà con un individuo o un’organizzazione in presenza di una clausola di non sciopero.

Dal 1976 i governi che si sono succeduti hanno modificato la legge più volte. Ad esempio si stabilisce che se le Confederazioni sindacali non autorizzano uno sciopero, questo è illegale. In un sezione della legge si trova anche la clausola che vieta gli scioperi per scopi diversi dalla contrattazione collettiva. A questo quadro le modifiche del 2019 hanno apportato ulteriori modifiche.

1. Non sono più consentiti “scioperi politici”.

2. L’arma dello sciopero non può più essere usata per modificare i contratti collettivi.

3. Durante la vigenza del contratto si potranno intraprendere azioni di lotta solo le stesse avranno ad oggetto il mancato pagamento del salario.

4. Il sindacato A non può scioperare senza un accordo collettivo con il sindacato B. In questo caso, l’accordo col sindacato B si applica a tutti i lavoratori, indipendentemente dalla loro organizzazione.

La clausola di non sciopero, che già esisteva, ora si applica a tutti i sindacati presenti sul luogo di lavoro, anche se solo uno di essi ha un accordo con il datore di lavoro. La nuova legge non specifica quale sindacato debba essere o se gli iscritti a tale sindacato debbano costituire la maggioranza degli iscritti nel luogo di lavoro. Ciò ha permesso al datore di lavoro di scegliere il sindacato con cui concludere un accordo. Di conseguenza, ciò ha facilitato la creazione dei cosiddetti sindacati gialli. Sebbene questi non si siano ancora concretizzati, saranno un nuovo strumento per il datore di lavoro per indebolire ulteriormente il movimento operaio. Inoltre, potendo il datore di lavoro scegliere con quale sindacato contrattare, potrà scegliere il contratto più economico, rendendo un sindacato come quello dei Dockers minoritario e subordinato alle tre grandi Confederazioni sindacali.

La legge stabilisce che le uniche sospensioni dal lavoro legali sono quelle per il recupero dei crediti, che devono avere una richiesta chiara. Questo rende lo sciopero di fatto, se non di diritto, illegale.

In Svezia regna quindi l’ordine. L’ordine della borghesia – con la sua coorte di sindacati e partiti opportunisti – porta il proletariato ad essere sacrificato sull’altare del profitto, ma questo ordine è costruito sulla sabbia. Domani, invece, la rivoluzione sorgerà su un terreno solido e, con orrore dei borghesi, proclamerà a squarciagola: Io ero, io sono, io sarò!