Partito Comunista Internazionale

Estrattivismo e ipocrisia verde Pt. 1

Categorie: Ecological Question, Europe, Serbia

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L’esempio della miniera di litio di Jadar fra profitto, politiche europee e proteste

Di fronte all’emergere della crisi climatica, nel corso degli anni la borghesia mondiale, soprattutto a suon di discorsi e convegni, ha fatto promessa di impegnarsi nel contrastare gli effetti negativi del riscaldamento globale, promuovendo, con importanti investimenti – ed adocchiando altrettante importanti opportunità per fare cassa – una presunta transizione “verde” verso metodi di estrazione, produzione e consumo più “sostenibili”. Una delle chiavi di volta di questa transizione sarebbe rappresentata dal progressivo abbandono, al quale stiamo assistendo, dei motori a combustione interna a favore di soluzioni elettriche basate sull’uso di batterie agli ioni di litio.

Tra le aziende che si sono recentemente riempite la bocca di “ecologia” vi è la potente Rio Tinto (“Fiume Scuro”), una multinazionale mineraria con sede in Australia che vanta una storia tanto “buia” quanto il suo nome potrebbe lasciar intendere. Il suo ultimo grande investimento è una miniera di litio che l’azienda intende aprire nell’ovest della Serbia, destinata a diventare la principale fonte europea. Tuttavia, il progetto ha incontrato un’enorme opposizione locale a causa dei danni ambientali che avrebbe
causato, anche se il governo serbo, l’UE e la Rio Tinto hanno sempre continuato a cercare di minimizzarli.

Nella prima parte di questo articolo, analizzeremo la situazione della miniera nello Jadar, in Serbia, ennesimo emblema dell’ipocrisia delle soluzioni “verdi” del Capitale. Nella seconda parte, ci concentreremo sulla storia della Rio Tinto, segnata da inaudito sfruttamento e disastri ambientali, la quale ci fornisce un perfetto esempio di come tra i responsabili della sempre più rovinosa crisi climatica figurano, tra i tanti, proprio i maggiori tra quei fautori della “rivoluzione verde”.

Il “Progetto Jadar” in Serbia: il legame di Isacco

Uno degli investimenti più recenti e più controversi della Rio Tinto è quello in Serbia, dove, nonostante le massicce proteste popolari, è stata aperta una miniera di litio nella regione spartiacque di Jadar, vicino al fiume Drina, che segna il confine occidentale della Serbia.

Il processo di estrazione del litio è noto per essere incredibilmente dannoso per gli ecosistemi circostanti, motivo per cui viene raramente effettuato al di fuori delle zone aride: anche in questi casi non vengono a mancare le critiche, nonostante le solite promesse sullo “sviluppo sostenibile”. Jadar è un’eccezione: la fertile regione è sede di una possente produzione agricola; diverse aree hanno invece una notevole importanza ecosistemica: nelle immediate vicinanze vivono diverse specie endemiche rare ed in pericolo di estinzione.

Mentre la Rio Tinto promette, beffardamente, che il suo progetto di miniera sotterranea non dovrebbe causare alcun guaio all’ambiente in superficie, i danni previsti alle falde acquifere dell’area collinare potrebbero distruggere definitivamente l’ecosistema della regione così come lo conosciamo, oltre che a mettere a rischio l’approvvigionamento idrico del Paese. Sebbene quest’ultima affermazione possa passare, almeno inizialmente, come mero allarmismo, vista l’abbondanza di fiumi in Serbia, la siccità estiva ha provocato una grave carenza d’acqua in tutto il Paese e i climatologi affermano che, date le attuali previsioni in materia di cambiamento climatico, l’intera regione centrale dei Balcani e il bacino pannonico potrebbero andare incontro ad una semi-desertificazione già entro la seconda metà del secolo.

I depositi di litio nella regione dello Jadar non rappresentano una scoperta del tutto nuova: le prime indagini sul potenziale minerario della regione – e i primi pre-contratti con la Rio Tinto – erano già state intraprese nel 2006. Tuttavia, né la multinazionale australiana né il governo serbo erano allora pronti per aprire bottega: i margini di profitto nel settore erano stati bollati come poco competitivi, e ciò è stato vero fino alla redazione e ratificazione dei piani – parte del “Green Deal europeo” – che avrebbero sancito la transizione dai veicoli a combustione interna a quelli elettrici.

I vantaggi ambientali, effettivi, delle automobili elettriche rispetto a quelle “tradizionali” sono un fatto molto dibattuto, soprattutto a causa del rovinoso processo di estrazione delle risorse minerarie di cui le prime necessitano. Se a questo si aggiunge l’insieme dei processi industriali necessari alla produzione dei componenti e quelli necessari allo smaltimento si fa presto ad arrivare alla conclusione che, alla fine della fiera, di verde c’è solo il colore del vile denaro.

Se noi comunisti non abbiamo, e non possiamo avere, preferenza alcuna in merito al dibattito “tradizionale contro elettrico” lo stesso discorso non vale, chiaramente, per i padroni ed il loro portafoglio: la Commissione Europea ha parlato chiaro e abbraccia completamente il piano di transizione energetica, proponendo di abbandonare completamente i motori a combustione interna entro il 2050.

Data la sua potente industria automobilistica, il piano europeo si rivolge in particolar modo alla Germania, la quale sta quindi cercando di facilitare la transizione “verde” per le grandi case automobilistiche tedesche. Per queste ultime, l’apertura di una grande miniera di litio in Serbia, soggetta ad accordi commerciali preferenziali nei confronti dei Paesi dell’area UE, rappresenterebbe un modo per abbassare i costi di produzione delle batterie, rendendosi meno dipendente dal litio cinese, attualmente il principale esportatore di ’“oro bianco” a livello mondiale.

Infatti, tra i principali “sponsor” del progetto figura proprio il cancelliere socialdemocratico tedesco Olaf Scholz, il quale si è impegnato a fondo per convincere il governo serbo nel portare avanti il piano come stabilito. Per quanto riguarda i Verdi tedeschi, essi da un lato hanno sì provato a bollare come sostenibile il progetto, ma dall’altro hanno presto gettato via la maschera ecologista quando si è trattato di dover parlare chiaro: la segretaria per gli Affari economici del governo Scholz, la Verde Franziska Brantner, non ha nascosto che la miniera di Jadar rappresenta un’importante opportunità per attenuare l’influenza economica della Cina sull’Europa. Similmente, anche i Verdi europei non si sono mai opposti esplicitamente al progetto, se non dopo il crollo del loro partito alle elezioni federali tedesche a settembre, e la crisi al vertice che ne è conseguita.

Tuttavia, sarebbe sbagliato considerare il “progetto Jadar” come un qualcosa di esclusivo interesse dell’industria tedesca o europea. Rio Tinto è una società australiana: essa fu fondata da investitori britannici in Spagna, è attualmente diretta da un presidente canadese e da un amministratore delegato danese, e vede la Aluminum Corporation of China come maggiore azionista. Una vera e propria testimonianza della natura internazionale del grande Capitale, rete di interessi che oggi sempre trascende i confini nazionali.

Nel 2017, la Rio Tinto e il governo serbo firmarono un memorandum dando inizio alla prospezione e all’edificazione delle infrastrutture, con l’obiettivo di iniziare le operazioni di estrazione nel 2023. La firma fu accolta localmente da grandi proteste: queste si unirono alle manifestazioni, già in corso, contro le centrali micro-idroelettriche situate nelle aree protette, formando un ampio “fronte ecologista”.

Nel 2022, il governo sembrò finalmente arrendersi annunciando la fine del “progetto Jadar”. Tuttavia, questa mossa finì con ogni probabilità per rivelarsi un bluff, poiché nell’estate del 2024 la Corte Costituzionale (la cui maggioranza è nominata da legislativo ed esecutivo) ha infine dichiarato illegale la cancellazione del progetto, prontamente rianimando il dibattito pubblico. Questa volta, la risposta è stata ancora più forte che in passato: l’operazione messa in piedi dalla Corte Costituzionale, senz’altro alquanto sfacciata, ha provocato le ire dell’opinione pubblica piccolo-borghese.

Mentre il governo riprendeva le trattative con Rio Tinto, non sono mancati esperti e studiosi che si sono mossi per mettere in guardia dal progetto. Esempi significativi sono lo studio pubblicato su “Nature” da un gruppo di ricercatori serbi dell’Università di Belgrado – che sì è dovuto scontrare con un infruttuoso tentativo di censura concertato dai piani alti della Rio Tinto – e lo studio sulla fattibilità economica del progetto a cura dell’economista Aleksandar Matković, il quale ha poi ricevuto anonime minacce di morte in tedesco.

La manifestazione del 10 agosto

Il 10 agosto 2024 si è svolta a Belgrado una grande manifestazione contro la decisione della Corte Costituzionale, che ha portato in piazza decine di migliaia di persone accomunate dall’opposizione allo sfruttamento dei giacimenti di litio: la manifestazione è culminata con l’occupazione e il blocco delle principali strade cittadine e della stazione ferroviaria centrale.

La protesta è stata organizzata per lo più dalle organizzazioni ecologiste di base, da gruppi di giovani attivisti caratterizzati dalla solita inconsistenza politica e da frange di scienziati ed esperti tra i più preoccupati. È stata invece riluttante la partecipazione dei partiti politici di opposizione al governo Vučić, i quali non hanno intenzione di scontrarsi contro l’Unione Europea e i suoi piani strategici, essendo la maggior parte di questi partiti di orientamento filo-EU.

La scintilla iniziale si è rapidamente spenta in seguito all’inizio della repressione poliziesca, con l’arresto di diversi tra gli attivisti più in vista. Lasciando le strade e le piazze ormai svuotate, il futuro della miniera di Jadar resta argomento di discussioni interne alle borghesie europee, cedendo il destino della regione alle loro macchinazioni ed analisi costi-benefici.