Sentimento e volontà: le doti che distinguono il comunista
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- Sentimento e volontà: le doti che distinguono il comunista Pt.1
- Sentimento e volontà: le doti che distinguono il comunista Pt. 2
- Sentimento e volontà: le doti che distinguono il comunista Pt.3
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Il testo n. 1 del partito, “Il Partito Comunista nella Tradizione della Sinistra” rappresenta il testo fondamentale del partito, in quanto trae la lezione storica di numerosi eventi che fino a quel momento (1974) erano occorsi al partito. Diciamo subito che tale lezione non era altro che la conferma di assunti che già erano contenuti nella nostra storica dottrina; nel 1974, a poca distanza da una scissione dolorosa che aveva ridotto gli effettivi del partito a poche sezioni, si ritenne di ripercorrere il cammino di studio della nostra tradizione, per trovare, in quella tradizione, la conferma di essere sulla strada giusta, quella di sempre. Da questo testo, che è “il testo fondamentale di partito”, sono tratte le citazioni che riportiamo, non per dare dimostrazioni di ortodossia, ma per aiutare compagni e lettori ad approfondire i punti che noi solo sfioriamo. Se lo si definisce fondamentale questo è perché riunisce tutta la tradizione scritta della Sinistra in oltre 200 pagine di citazioni, unite da un commento esso stesso carne e sangue della nostra dottrina, che chiarisce e sintetizza quanto esposto nelle citazioni.
Niente nel partito è mai dato per scontato per quanto riguarda l’aderenza alla tradizione, e compito dei compagni è di tornare con continuità alle radici della dottrina, sia per trovare continua conferma di essere nel percorso giusto, sia perché con le generazioni che si susseguono tale lavoro è la palestra indispensabile per la formazione del militante comunista rivoluzionario.
Lo stesso richiamo alla tradizione è indicativo: la dottrina di partito non è fatta solo di esperienze storiche, di tesi, di precetti organizzativi. Il modo di esistere del partito è fatto anche e soprattutto di una serie di comportamenti che non è facile classificare, ma che ciononostante costituiscono l’ossatura del partito, la sua garanzia di non scivolare, con la noncuranza verso la tradizione, in comportamenti non nostri, che col tempo possono, quasi inevitabilmente, scadere anche in teorizzazioni improprie.
È per questo che nella nostra dottrina ci sono sempre richiami a categorie che nella società di classe non sono ammissibili, o incomprensibili, o comunque inapplicabili, come la “tradizione”, come la “fraterna considerazione tra compagni”.
Purtroppo teorizzazioni improprie col tempo se ne possono presentare, e nel corso di un secolo ce ne sono state. Il punto di maggiore criticità è sempre il campo tattico, quando si prefigurano scelte che sembrano scontate e vantaggiose, ma che invece esulano appunto dalla dottrina e dalla tradizione. Sono gli atteggiamenti, teorizzati o no, che abbiamo definito opportunismo. Dalla deviazione alla sua teorizzazione il passo è breve, se non contrastato.
“Con la Sinistra sappiamo per certo che il partito si modifica sotto la spinta della sua stessa azione, per cui ad una tattica indiscriminata corrisponde il differenziarsi dell’organizzazione. È ineluttabile, allora, che il “modellino” perfetto si spacchi in mille pezzi.” (Il Partito Comunista nella tradizione della Sinistra, ediz. 1986; Premessa 1974. Nel prosieguo “Partito”).
È stato in quel campo che “il Partito ha iniziato gli sbandamenti più pericolosi, e, nella pretesa che il possesso di “saldi principi” permettesse ogni manovra, o peggio che il maneggio di un’organizzazione “forte e disciplinata” consentisse ogni voltafaccia tattico, sono state stravolte in pochi anni strutture nate o rinate su basi dottrinarie e organizzative saldissime, ed addirittura sull’onda di una rivoluzione vittoriosa. Che poi la “degringolade” tattica sia sempre accompagnata dalla degenerazione della vita di relazione all’interno del Partito, alla comparsa del frazionismo dall’alto, a metodi di compressione organizzativa e di vera e propria lotta politica, è un dolente corollario di una dimostrazione ormai definitiva nella secolare storia dell’organo Partito” (Partito).
Quindi il partito è costantemente oggetto di attacchi dall’esterno, di tentativi di deviarlo, distrarlo dal suo percorso, fatti spesso in buona fede (“la strada dell’Inferno è lastricata di buone intenzioni”, per dirla con Lenin) ma comunque pericolosi per la sua esistenza. Non per l’esistenza fisica dell’organizzazione (anche se spesso chi si è allontanato dal partito ha avuto vita breve), che può benissimo sopravvivere come tale; il problema è la sua sopravvivenza come partito della Sinistra, come partito comunista rivoluzionario, unico erede della incorrotta tradizione rivoluzionaria che semplificando noi rappresentiamo come una linea ininterrotta da Marx-Engels, a Lenin, alla Sinistra fondatrice del PCd’I, alla Frazione all’estero, alla rinascita organizzativa e dottrinale del Partito nel 1951. Caso forse unico nella storia, il partito che dal 1974 pubblica “Il Partito Comunista”, continuazione del “Programma Comunista”, è esistito per oltre 70 anni senza modificare una virgola delle sue posizioni, del suo modo di lavorare, della sua tradizione.
Sicuramente non esiste niente di simile nel panorama dei partiti dell’estrema sinistra, nemmeno in quelli più apparentemente simili a noi, nessun altro è rimasto ostinatamente attaccato alla tradizione e alle posizioni teoriche della Sinistra. Per non parlare ovviamente della congerie di “comunismi” che si fanno sotto per attirare la classe operaia sotto le loro bandiere.
Quindi il compito più importante in questo momento storico, nel quale l’assalto rivoluzionario del proletariato al potere appare ancora lontano da un punto di vista oggettivo, è conservare intatto il patrimonio teorico della sinistra, per poterlo mettere a disposizione della classe quando ve ne saranno le condizioni. “Da allora [1951] compito del partito è di conservare tale sentimento e tale scienza eversiva. Compito del partito non è scoprire nell’oggi informe nuove eccezioni ai nostri teoremi ma saperli leggere nei fatti dell’oggi e del passato.”(Partito) “… mantenere in vita l’organizzazione cosciente proletaria è prima e massima azione rivoluzionaria e bruciante sconfitta teorica per il giganteggiante nostro nemico.” (Partito) Una conservazione che non può essere soltanto la preservazione di sacri testi, di immutabili posizioni, come vestali che perpetuano il fuoco sacro. Il compito del partito è sì di preservare il suo patrimonio teorico, tattico, dottrinario, ma questo compito, ci insegnano i nostri maestri, non lo si può svolgere cospargendo i libri di topicida, or ripubblicando all’infinito i testi sacri; certo, il nostro patrimonio va salvaguardato, ma affinché sia un’arma e non un insieme di concetti bisogna che il partito lo mantenga cosa viva con un continuo lavoro di studio, di conferma alla luce del divenire storico, di trasmissione tra generazioni, un lavoro che non cambi la sostanza, ma la renda viva e attuale, un lavoro che noi chiamiamo di “scolpitura”.
Pur se siamo nell’epoca della Intelligenza Artificiale, nessuna macchina, per quanto educata, può sostituire la passione, la sensibilità, la dialettica del rivoluzionario che lavora sul nostro enorme corpo di testi, il risultato del lavoro di generazioni di militanti.
È per questo che il partito, se vuole sopravvivere nel senso che abbiamo descritto, deve assicurarsi un continuo e ininterrotto ricambio di uomini, di militanti che apprendano l’arte della rivoluzione, e si applichino al lavoro di studio e scolpitura della dottrina.
“L’attività del partito non può e non deve limitarsi solo alla conservazione della purezza dei principi teorici e della purezza della compagine organizzativa, oppure solo alla realizzazione ad ogni costo di successi immediati e di popolarità numerica. Essa deve conglobare, in tutti i tempi e in tutte le situazioni, i tre punti seguenti:
a) la difesa e la precisazione in ordine ai nuovi gruppi di fatti che si presentano dei postulati fondamentali programmatici, ossia alla coscienza teorica del movimento della classe operaia;
b) l’assicurazione della continuità della compagine organizzativa del partito e della sua efficienza, e la sua difesa da inquinamenti con influenze estranee ed opposte all’interesse rivoluzionario del proletariato;
c) la partecipazione attiva a tutte le lotte della classe operaia anche suscitate da interessi parziali e limitati…”(Tesi di Lione, 1926)
Ne discende che il processo con il quale in questo periodo storico il partito si rafforza o semplicemente assicura un ricambio fisiologico con nuovi militanti è semplicemente vitale, di primaria importanza tra le varie sue attività.
Quindi il proselitismo e la propaganda della teoria e del programma sono compiti necessari e permanenti del partito. Il partito rivolge la sua propaganda verso gli individui di tutte le classi, in tutti gli ambienti e con tutti i mezzi.
Nel decidere i metodi, i canali e la giusta quota delle nostre forze da impegnare nel proselitismo il partito non deve dimenticare che la misura e i tempi del sano accrescimento numerico del partito, fenomeno sociale-naturale, sono indipendenti dalla sua volontà, e che quindi non sono da attendersi significativi aumenti numerici degli effettivi del partito in assenza di una ripresa di estese lotte rivendicative del proletariato.
La propaganda del partito consiste nel presentare se stesso all’esterno, la rigorosa sua continuità nei campi della dottrina, delle direttive pratiche di azione, dei modi di relazione e di lavoro interno.
Poiché l’adesione di individui al partito è sempre determinata più da bisogni, intuizioni e sentimenti che da una personale meditata conoscenza e raffronto fra la storia dei partiti e delle loro dottrine, la propaganda migliore è quella che avvicina non sul terreno delle opinioni ma col richiamo alla milizia e al disciplinato lavoro comunista, e, nel caso di proletari, con le giuste direttive di azione immediata. La serie per i singoli potrebbe così formularsi: si vede – si aderisce – si ascolta e si lavora – col tempo si capisce qualcosa.
Avere militato in altri ambiti della sinistra non costituisce un vantaggio per chi si avvicina e chiede di lavorare nel partito, può semmai essere un ostacolo da superare.
Oggetto della propaganda del partito sono gli individui e non formazioni di qualunque tipo. L’adesione al partito sarà sempre individuale e mai di gruppi precostituiti.
Chi sono i militanti che il partito accetta di inquadrare nella sua organizzazione?
“Il Partito organizza quei militanti che non solo sono decisi a battersi per la vittoria della rivoluzione, ma che sono anche consapevoli delle finalità che il Partito persegue e conoscono i mezzi necessari per conseguirle. Ciò non significa che sia condizione per l’ammissione al Partito la coscienza individuale, cosa che escludiamo alla maniera più assoluta; tuttavia questa tesi fondamentale e di principio significa che cessa di esistere ogni rapporto organico di Partito quando si usano al suo interno metodi di costrizione fisica, espliciti e, peggio, diplomatici, che escludiamo prima, durante e dopo la Rivoluzione. Tale tesi dimostra anche che i membri del Partito debbono essere considerati non materiali verso cui fare opera di propaganda e d’agitazione, ma compagni con cui svolgere un lavoro comune per la comune preparazione rivoluzionaria. (Nell’organica predisposizione del partito…, 1985).
Il partito ha sempre distinto tra gli uomini e donne che orbitano intorno a lui, a seconda del grado di coinvolgimento nelle varie attività, sin dalle sue origini, addirittura ancora nel Partito Socialista Italiano. Di queste categorie si ha notizia nella stampa di partito nel corso di tutto il secolo passato, oltre che dalla esperienza vissuta dei compagni che hanno attraversato nel partito gran parte di quel secolo, e che ancora oggi (2024) in questo partito militano.
Una prima figura è il lettore: una persona che è interessata al partito, che ne acquista e legge la stampa, che partecipa a comizi, conferenze, eventi vari organizzati dal partito; non necessariamente ne condivide scopi e metodi, ed evita qualsiasi coinvolgimento nelle sue attività.
Una evoluzione del lettore è il simpatizzante: costui, oltre a leggere la stampa di partito, manifesta condivisione degli obiettivi e metodi del partito, può partecipare ad alcune attività di partito, comprese riunioni teoriche aperte ai simpatizzanti, diffusione di volantini e giornali, redazione di resoconti adatti alla pubblicazione, e può offrire di contribuire economicamente con versamenti estemporanei o regolari. Il contatto col simpatizzante serve a questi per capire cosa è il partito, e al partito per valutarne le caratteristiche che un militante deve avere. Il simpatizzante non può far parte di altri partiti o di altre scuole di pensiero.
In passato si citava anche la figura del candidato, che oggi normalmente non si distingue dal simpatizzante: il candidato è un simpatizzante che, acquisita una certa conoscenza del partito, decide di impegnarsi come militante, quindi esprime la volontà di essere inquadrato e fa sapere al partito che è disposto a svolgere tutte le mansioni relative.
Se il partito ritiene che il simpatizzante/candidato possieda le caratteristiche idonee lo accoglie come militante, il che significa partecipare a tutte le attività teoriche e pratiche di partito, e impegnarsi a versare regolarmente una quota che lui stesso stabilisce in base alle proprie possibilità.
Non solo, il simpatizzante, come il militante, deve anche accettare di disciplinarsi al partito. Così lo si descriveva nel Partito Comunista d’Italia:
«Al concetto borghese che il militante di un partito si limita ad impegnare la propria adesione ideologica e il proprio voto politico e a pagare una quota periodica in danaro, si sostituisce quello che chi aderisce al Partito Comunista è tenuto a dare in modo continuo la sua attività pratica secondo le esigenze del partito. Ciò si realizza con l’inquadramento di tutti gli iscritti … effettivi o candidati» (Il Comunista 21/07/1921)
«La preparazione e l’azione militare esigono una disciplina almeno pari a quella politica del Partito comunista. Non si può ubbidire a due distinte discipline. Il comunista dunque, come il simpatizzante che al partito si sente realmente legato (e non merita la definizione di nostro simpatizzante chi non milita nel partito per “riserve disciplinari”) non possono né devono accettar di dipendere da altre organizzazioni d’inquadramento a tipo militare» (Il Comunista 14/07/1921)
Dunque non solo i membri effettivi del partito, ma anche i simpatizzanti e candidati erano tenuti (prima ancora di entrare a far parte dell’organizzazione) alla disciplina, anche militare, del partito.
Il partito organizza per lettori e simpatizzanti, e talvolta anche per un meno qualificato pubblico, riunioni pubbliche, nelle quali affronta temi di interesse più o meno generale, affrontati con la sua particolare e unica prospettiva e chiave di interpretazione; questo anche con l’ausilio di diffusione di volantini, affissione di manifesti, e oggi anche con strumenti informatici. Si tratta di eventi nei quali il partito espone il suo modo di interpretare i fatti e la storia, e nei quali non sono ammessi dibattiti; il relatore può però rispondere a domande tese a meglio spiegare il concetto esposto.
Quali sono le caratteristiche che un individuo deve possedere per accedere al ruolo di militante, di membro a pieno titolo del partito, e come si regola il partito in merito? La questione non è semplice, e coinvolge la stessa essenza del partito e del ruolo del militante. Già ne abbiamo accennato sopra.
Certamente non sulla base di maggiore conoscenza della dottrina del comunismo rivoluzionario.
“È nostra tesi che comprensione razionale ed azione non solo non sono fatti separabili e separati l’uno dall’altro, ma che nel singolo l’azione precede sempre la comprensione e la coscienza. Anche nel singolo che aderisce al partito….La coscienza non sta nel singolo, né prima né dopo la sua adesione e nemmeno dopo lunghissima milizia, ma nell’organo collettivo il quale è composto di vecchi e di giovani, di colti e d’incolti, e il quale svolge un’azione complessa e continua sul filo di una dottrina e di una tradizione invarianti. È l’organo partito che possiede la coscienza di classe, perché questo possesso è negato al singolo, e può esistere solo in una organizzazione che sappia uniformare tutti i suoi atti, il suo comportamento, la sua dinamica interna ed esterna alle preesistenti linee di dottrina, di programma e di tattica, e che sappia crescere e svilupparsi su questa base, che si accetta in blocco anche senza averla preventivamente capita. Fatto mistico nella adesione al partito è nozione che può spaventare solo il piccolo borghese illuminista convinto che tutto si possa imparare leggendo e studiando sui libri.” (Partito)
“La base della disciplina risale in primo luogo alla «coscienza dell’avanguardia proletaria», ossia di quella minoranza del proletariato che si riunisce negli strati avanzati del partito, e subito dopo Lenin indica le qualità di questa avanguardia con parole che hanno un carattere più «passionale» che razionale, rilevando che, come da tanti altri suoi scritti (Che fare?) è messo in evidenza, il proletario comunista aderisce al partito con un fatto di intuito e non di razionalismo. Questa tesi fin dal 1912 nella gioventù socialista italiana fu sostenuta contro gli «immediatisti» – che sono sempre, al pari degli anarchici, «educazionisti» –, nella lotta tra culturisti e anticulturisti, come si disse allora, ove ben s’intenda che i secondi, invocando un fatto di fede e di sentimento e non di grado scolastico nell’adesione del giovane rivoluzionario, provavano di stare sul terreno di uno stretto materialismo e di rigore della teoria del partito. Lenin, che apre arruolamenti e non accademie, parla qui di doti di «devozione, fermezza, abnegazione, eroismo». Noi, lontani allievi, abbiamo recentemente, con dialettica decisione, osato parlare apertamente, di fatto, «mistico» nella adesione al partito.” (L’estremismo, condanna dei futuri rinnegati, 1961)
“Nel partito si impara e si chiariscono le idee, partecipando al complesso lavoro collettivo che si svolge sempre sul triplice piano: difesa e scolpimento della teoria, partecipazione attiva alle lotte che le masse intraprendono, organizzazione. Al di fuori di questa partecipazione al lavoro reale del partito non ci può essere comprensione e coscienza. Nel Partito si svolge un continuo lavoro di preparazione teorica, d’approfondimento dei lineamenti programmatici e tattici, di spiegazione, alla luce della dottrina, dei fatti che si svolgono sull’arena sociale e si svolge contemporaneamente e senza scissione il lavoro pratico, organizzativo, di battaglia e di penetrazione in seno al proletariato. Il militante impara dalla partecipazione attiva a questo complesso lavoro e solo in quanto è immerso in esso e da esso si lascia sommergere. Non c’è altro modo di apprendere e le nostre tesi hanno sempre affermato che la divisione in compartimenti stagni dell’attività teorica e pratica è mortale riguardo non al solo partito, ma anche a ciascun militante singolarmente preso.
Descrivendo il modo in cui l’organo partito realizza il passaggio della teoria e della tradizione rivoluzionaria fra le generazioni e si lascia permeare nel suo complesso da questa teoria e da questa tradizione, noi non potremmo dunque vedervi una specie di piano scolastico secondo il quale i giovani che si avvicinano al partito vengano prima rapidamente indottrinati da bravi ed esperti insegnanti di marxismo e siano invitati a studiare determinati “brevi corsi” per poi passare alla vera e propria milizia ed alla battaglia pratica. Vi vediamo invece una collettività che studia mentre combatte e combatte mentre studia, ed impara sia dallo studio sia dalla battaglia; vi vediamo cioè una collettività che agisce, un organo che vive di una attività complessa e molteplice i cui vari aspetti non sono mai separabili l’uno dall’altro. E il giovane è attratto e aderisce a questo lavoro complesso, si immette in esso e in esso trova il suo posto, organicamente, nello svolgimento stesso del lavoro; a nessuno si chiede una laurea, né prima né dopo la sua adesione, come a nessuno si fanno esami: l’esame per tutti lo fa il lavoro che deve essere svolto e che seleziona organicamente gli individui al loro posto.
Per l’adesione al partito altre caratteristiche si richiedono che non la cultura «marxista» e la conoscenza individuale della nostra dottrina; si richiedono doti di coraggio, dedizione, volontà di combattere; è per verificare queste qualità che si discrimina fra il simpatizzante o candidato e il militante, il soldato attivo dell’esercito rivoluzionario; non certo perché il simpatizzante non «sa» ancora, mentre il militante possiede coscienza. Se così non fosse cadrebbe tutta la concezione marxista, perché il partito comunista è quel tale organismo che deve, nei momenti della ripresa rivoluzionaria, organizzare nel suo seno milioni d’uomini i quali non avranno né tempo, né necessità di fare corsi di marxismo neanche accelerati ed aderiranno a noi non perché sanno, ma perché sentono «in via istintiva e spontanea e senza il minimo corso di studio che possa scimmiottare qualificazioni scolastiche». E sarebbe stupido, oltre che antimarxista, sostenere che questi «ultimi arrivati» li useremo come «base», mentre i dirigenti saranno quelli che hanno avuto il tempo di «apprendere» e di «prepararsi». Ci si prepara in un solo modo: partecipando al lavoro collettivo del partito. E il militante di partito è per noi non chi conosce la dottrina ed il programma, ma chi «ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l’anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde sé stesso in tutto l’arco millenario che lega l’ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura, fraterna nell’armonia gioiosa dell’uomo sociale (Considerazioni sull’organica attività del partito…, 1965»
Ed è sicuro che non si è strappato proprio niente né dalla mente né dal cuore chi pensa che prima bisogna saper tutto, aver capito tutto e solo dopo si può agire; oppure chi concepisce il partito come una grande accademia per la preparazione di «quadri». Costui è immerso fino al collo nel mito più putrido della società presente in putrefazione: quello che l’individuo possa col suo misero cervello apprendere e decidere qualsiasi altra cosa che non siano i dettati delle classi dominanti, astute manipolatrici di cultura e d’idee.” (Partito)
….continua
Quindi il partito come “scuola di pensiero e metodo di azione”; una scuola che tutti i compagni frequentano, e in cui tutti i compagni imparano, dai più giovani ai veterani. I compagni non sono tutti uguali, è ovvio, ma tutti imparano e studiano, e le differenze di capacità e conoscenza sono dal partito utilizzate per destinare ogni particolare compagno alla funzione organicamente più adatta. Anche questo è ben chiarito nel Che fare? di Lenin.
Contrario a questo modo di intendere il partito e il ruolo del militante è l’annientarsi nella sottomissione a una autorità indiscussa, un capo, dal quale ricevere via via istruzioni, soluzioni, che non si deve quindi faticare a cercare con le nostre forze. Noi rigettiamo questa tendenza che fa il paio con la presunzione di chi tutto pretende di aver compreso: “Una lunga e tragica esperienza dovrebbe dunque avere appreso che nella azione di partito bisogna adoperare tutti secondo le loro svariatissime attitudini e possibilità, ma che “non bisogna amare nessuno”, ed essere pronti a buttare via chiunque, anche se avesse fatto su ogni anno di vita undici mesi di galera. La decisione sulle proposte di azione ai grandi svolti deve riuscire a farsi al di fuori della “autorità” personale di maestri, capi e dirigenti ed in base alle norme prefissate di principio e di azione del nostro movimento: postulato difficilissimo, ben lo sappiamo, ma senza il quale non si vede via perché un movimento potente riappaia” … “Alle polemiche su persone e tra persone, all’uso ed abuso dei nominativi, va sostituito il controllo e la verifica sulle enunciazioni che il movimento, nei successivi duri tentativi di riordinarsi, mette alla base del suo lavoro e della sua lotta.” (Politique d’abord, 1952) Che nel partito ci si voglia bene è fatto ovvio, che discende dalla comune lotta e dal comune obiettivo finale, ma non è certo cosa che si possa imporre; pretendere di dare un regolamento dei sentimenti, più che irrealizzabile, è puerile.
Tutto quanto abbiamo ricordato non significa che il partito abbia una porta spalancata attraverso la quale chiunque, in base a una professione di fede, possa accedere all’organizzazione come si entra in una chiesa, in una sinagoga, in una moschea. Il partito ha il dovere di compiere una valutazione del singolo, per non ammettere personaggi che lo mettano in pericolo. Inoltre l’adesione deve sempre, senza eccezioni, avere luogo su base individuale, come già accennato.
“Il partito deve attuare uno stretto rigore di organizzazione nel senso che non accetta di ingrandirsi attraverso compromessi con gruppi o gruppetti o peggio ancora di fare mercati fra la conquista di adesioni alla base e concessioni a pretesi capi e dirigenti”. (Forza, violenza, dittatura… 1948)
Il pericolo per il partito non è tanto fisico, nei confronti della sicurezza dei compagni e dell’organizzazione (anche se in certi svolti va contemplata anche questa possibilità), quanto relativo alla sua integrità dottrinale e organizzativa. Un periodo di lavoro insieme ai compagni di partito consente a questi di valutare la passione e anche la sincerità del simpatizzante. Non è un criterio definitivo, ma la sensibilità ed esperienza del compagno anziano consentono di fare una prima valutazione del simpatizzante; vi sono aspetti che non è difficile individuare. La Ljudvinskaja racconta: “A Parigi Lenin dirigeva tutta la nostra attività…L’asprezza e l’intransigenza di Lenin nei confronti degli opportunisti turbavano alcuni compagni. Uno di loro disse a Lenin: “Perché espellere tutti dalla sezione? Con chi lavoreremo?” Lenin rispose sorridendo: “Poco importa se non siamo molto numerosi oggi, perché, in compenso, saremo uniti nella nostra azione, e gli operai coscienti ci sosterranno, dato che siamo sulla strada giusta”. Ci insegnava ad avere un atteggiamento rigoroso, un atteggiamento di principio verso la condotta e gli atti dei compagni.” (Lénine tel qu’il fut, 1958). Anche Radek, commentando la questione del famoso paragrafo 1 dello statuto, dibattuta al II congresso del 1903, scrive: “In merito alla questione intorno al primo paragrafo dello statuto del partito socialdemocratico Lenin pose un problema che non ha meno importanza di tutte le altre divergenze politiche con i menscevichi. Si può invece affermare che questo primo paragrafo dello statuto preparò la possibilità della realizzazione pratica della linea politica di Lenin … Nel rifiuto dello zarismo, che suscitava lo sdegno dei più ampi strati degli intellettuali piccolo-borghesi, non c’era giurista che non si mettesse al riparo sotto l’egida del pensiero socialista. Colui che lo accoglieva nel partito alla semplice condizione che egli riconoscesse il programma del partito proletario e fornisse appoggio finanziario, metteva il diviso movimento operaio alla mercé della piccola borghesia.
Lenin, ponendo la condizione di ammettere nel partito solo chi era attivo nella organizzazione del proletariato, mirava a limitare il pericolo che il movimento operaio cadesse sotto l’influsso degli intellettuali piccolo-borghesi. È vero che anche chi, entrando nell’organizzazione e diventando rivoluzionario di professione, dimostrava di avere rotto ogni legame con la società borghese non per questo dava completa sicurezza di restare fedele alla causa del proletariato. Tuttavia queste scelte rappresentavano in qualche modo una garanzia.” (Lenin, 1924)
L’atteggiamento di Lenin in merito lo si capisce bene dalla discussione sul Paragrafo 1 dello Statuto, nel corso del II congresso del Partito Socialdemocratico Russo, nel 1903. La quale è importante perché pone la questione più ampia dell’organizzazione del partito.
I bolscevichi che erano d’accordo con Lenin ebbero la maggioranza nel corso del congresso, ma non su questo punto, per il quale Martov, che faceva una proposta diversa, ottenne una temporanea maggioranza. Lenin non ne fece una tragedia, però a noi serve per capire quale fosse il suo atteggiamento in merito.
Lenin propone un paragrafo (il numero 1, a sottolineare l’importanza centrale di questo aspetto): «È membro del partito non solo colui che ne accetta il programma e lo sostiene nella misura delle proprie forze, ma che anche lavora in una delle organizzazioni del partito. Siete davvero per la distinzione tra partito e classe? Dimostratelo accettando queste condizioni».
Di seguito riportiamo il racconto che Lenin ne fa in seguito, che abbiamo pubblicato nel n. 91 di Comunismo (2021):
Dice Lenin: «Nel mio progetto questa definizione era la seguente: “Si considera membro del Partito Operaio Socialdemocratico Russo chiunque ne accetti il programma e sostenga il partito stesso sia con mezzi materiali sia partecipando personalmente a una delle sue organizzazioni”. Martov, invece, al posto delle parole evidenziate, proponeva: “lavorando sotto il controllo e la direzione di una delle sue organizzazioni”(…) Noi dimostrammo che era necessario restringere il concetto di membro del partito per distinguere gli elementi che lavorano dai chiacchieroni, per eliminare il caos organizzativo, per eliminare lo scandalo e l’assurdità che ci fossero organizzazioni composte di membri del partito, ma senza essere organizzazioni di partito, ecc. Martov era per l’ampliamento del partito e parlava di ampio movimento di classe, movimento che esigeva una organizzazione vasta, senza contorni precisi, ecc. (…) Plekhanov insorse vivacemente contro Martov, rilevando che la sua formulazione alla Jaurès spalancava le porte agli opportunisti, bramosi appunto di questa posizione: nel partito e fuori dell’organizzazione. “Sotto il controllo e la direzione” – dissi io – significa in pratica, ne più ne meno: senza alcun controllo e senza alcuna direzione» (“Racconto sul II congresso del POSDR”, 1903, VII, 19).
Martov auspica “un partito di massa”, intendendo con le porte spalancate a ogni sorta di opportunisti, con i suoi confini indeterminati e vaghi, rendendo non facile distinguere il rivoluzionario dal parolaio ozioso.
Lenin osserva che un buon terzo dei componenti del congresso erano degli intriganti. Perché preoccuparsi di coloro che non vogliono o non possono aderire a una delle organizzazioni del partito, si domanda Plekhanov. «Gli operai che desiderano entrare nel partito non avranno paura di entrare in una delle sue organizzazioni. La disciplina non fa loro paura. Temeranno di entrarvi gli intellettuali, completamente imbevuti di individualismo borghese. Questi individualisti borghesi sono generalmente i rappresentanti di ogni sorta di opportunismo. Dobbiamo allontanarli da noi. Il progetto è uno scudo contro la loro irruzione nel partito, e solo per questo tutti i nemici dell’opportunismo devono votare per il progetto di Lenin» (Atti del II congresso, seduta del 2 (15) agosto).
Trotski parla contro la proposta di Lenin ritenendola inefficace. Gli ribatte Lenin: «[Trotski] non ha rilevato una questione fondamentale: la mia formulazione restringe o allarga il concetto di membro del partito? Se egli si fosse posto questa domanda, gli sarebbe stato facile vedere che la mia formulazione restringe questo concetto, mentre quella di Martov lo allarga, distinguendosi (secondo la giusta espressione dello stesso Martov) per la sua “elasticità”. E proprio la ”elasticità”, in un periodo della vita del partito come quello che attraversiamo, spalanca indubbiamente le porte a tutti gli elementi sbandati, tentennanti e opportunisti».
Gli elementi instabili sono forieri di incertezze, deviazioni, e poco lavoro. Il pericolo può essere grande. «La salvaguardia della fermezza della linea e della purezza dei principi del partito diviene appunto ora un compito tanto più impellente in quanto il partito, ricostituito nella sua unità, accoglierà nelle sue file moltissimi elementi instabili, il cui numero crescerà nella misura in cui il partito si sviluppa» (“Il congresso del POSDR”, 1903, VI, 465).
D’altronde, dove sta il pericolo di una rigorosa delimitazione del partito, attraverso precisi limiti alla definizione di socialdemocratico? «Se risultasse che centinaia e migliaia di operai arrestati per aver partecipato a scioperi e dimostrazioni non sono membri delle organizzazioni del partito, ciò dimostrerebbe unicamente che le nostre organizzazioni sono buone, che noi adempiamo il nostro compito, quello di far lavorare clandestinamente una cerchia più o meno ristretta di dirigenti e di far partecipare al movimento le più larghe masse possibile». Non si può confondere il partito, reparto d’avanguardia della classe operaia, con la classe tutta, come faceva Axelrod. «È meglio che dieci elementi che lavorano non si chiamino membri del partito (i veri militanti non vanno a caccia dei gradi!), piuttosto che un solo chiacchierone abbia il diritto e la possibilità di essere membro del partito (…) Il CC non sarà mai in grado di controllare veramente tutti coloro che lavorano, ma non entrano nell’organizzazione. Il nostro compito è di affidare al CC un controllo effettivo. Il nostro compito è di salvaguardare la saldezza, la coerenza, la purezza del nostro partito. Noi dobbiamo sforzarci di elevare sempre più l’appellativo e l’importanza di membro del partito» (VI, 465-467).
Scriveremo noi nel 1955 in “Russia e rivoluzione nella teoria marxista”, Parte 2, §37: «Apparentemente sembra che Lenin distinguesse tra i semplici militanti del partito e i “rivoluzionari professionali”, i cui più ristretti gruppi formavano l’ossatura dirigente. Mostrammo più volte che qui si tratta della rete illegale, e non della sovrapposizione al partito di una apparecchiatura burocratica di gente pagata. Professionale non significa necessariamente stipendiato, ma dedicato alla lotta del partito per volontaria adesione, svincolata ormai da ogni associazione per motivi di difesa di interessi collettivi, anche se questa rimane la base determinista del sorgere del partito. Tutta la portata della dialettica marxista è in questo doppio rapporto. L’operaio è rivoluzionario per interesse di classe, il comunista è rivoluzionario per lo stesso fine, ma elevato oltre l’interesse soggettivo».
E in Gracidamento della prassi, “Il programma comunista”, n. 11/1953: «La destra del partito russo vuole che il membro del partito venga da un gruppo operaio di professione o di fabbrica federato nel partito: i sindacati furono chiamati dai russi associazioni professionali. In senso polemico Lenin forgia la storica frase che soprattutto il partito è una associazione di rivoluzionari professionali. A essi non si chiede: siete operaio? In quale professione? Meccanico, stagnaio, legnaiuolo? Essi possono essere così bene operai di fabbrica come studenti o magari figli di nobili; risponderanno: rivoluzionario, ecco la mia professione. Solo il cretinismo stalinista poteva dare a tale frase il senso di rivoluzionario di mestiere, di stipendiato dal partito. Tale inutile formula avrebbe lasciato il problema allo stesso punto: assumiamo impiegati dell’apparato tra gli operai, o anche fuori? Ma di ben altro si trattava».
Per i bolscevichi il militante comunista è colui che accetta – non necessariamente conosce o comprende nei dettagli – il programma, ed è disposto a lavorare agli ordini del partito: doti di abnegazione, volontà di combattere, che qualsiasi proletario può avere, anche se illetterato. Un’accettazione del programma che può essere basata sulla comprensione di pochi aspetti essenziali, a volte solo di slogan, ma che coincidono con le sue aspirazioni profonde, con i suoi bisogni. Un’adesione basata più sulla passione che sull’intelletto. La comprensione verrà, col tempo,.
Mai completa però, la comprensione totale della dottrina non può essere del singolo ma del collettivo del partito, e si esprime nella sua stampa, nelle sue tesi, nella sua tattica rivoluzionaria. «La conoscenza dottrinale non è fatto singolo anche del più colto seguace o capo, e nemmeno è condizione per la massa in moto: essa ha per soggetto un organo proprio, il partito» (“Russia e rivoluzione…”, Parte 2, § 37).
Questo concetto è ripetuto nelle Tesi caratteristiche del partito, del 1951: «La questione della coscienza individuale non è la base della formazione del partito: non solo ciascun proletario non può essere cosciente e tanto meno culturalmente padrone della dottrina di classe, ma nemmeno ciascun militante preso a sé, e tale garanzia non è data nemmeno dai capi. Essa consiste solo nella organica unità del partito».
«Oltre l’influenza della socialdemocrazia non vi è altra attività cosciente degli operai», dice Lenin al II congresso. E noi aggiungiamo: «È pesante, ma è così. L’azione dei proletari è spontanea in quanto sorge dalle determinanti economiche, ma non ha per condizione la coscienza, né nel singolo, né nella classe. La fisica lotta di classe è fatto spontaneo, non cosciente. La classe raggiunge la sua coscienza solo quando nel suo seno si è formato il partito rivoluzionario, che possiede la coscienza teorica poggiata sul reale rapporto di classe, proprio, in fatto, di tutti i proletari. Questi però non potranno mai possederne la vera conoscenza – ossia la teoria – né come singoli, né come totalità, né come maggioranza finché il proletariato sarà soggetto all’educazione e alla cultura borghesi, ossia alla fabbricazione borghese della sua ideologia e, in buoni termini, finché il proletariato non vincerà, e cesserà di esistere. Quindi, in termini esatti, la coscienza proletaria non vi sarà mai. Vi è la dottrina, la conoscenza comunista, e questa è nel partito del proletariato, non nella classe» (“Russia e rivoluzione…”, Parte 2, § 39).
Concludendo sulla discussione sul paragrafo 1, è ovvio che vi era una differenza tra lavorare sotto la direzione di una delle organizzazioni e parteciparvi, farne parte; nel senso che partecipare ad una delle organizzazioni richiedeva un percorso che non tutti i simpatizzanti o affini erano in grado o desideravano fare. Esisteva quindi un processo di accettazione nel partito che supponeva delle caratteristiche che Lenin descrive altrove, e che noi condividiamo in toto, come abbiamo evidenziato sopra.
Il simpatizzante chiede di essere ammesso, non è il partito a fare una campagna di reclutamento offrendo posti, o attività gratificanti. Soprattutto, il partito non si dà da fare per aumentare numericamente con qualsiasi mezzo. Un anormale aumento numerico, in situazioni di assenza di lotte, può anche essere un segnale che si è detto o fatto qualcosa che non andava detto o fatto, e in tal caso sarà bene ripercorrere la storia recente dell’organizzazione. Questo ci hanno insegnato i nostri maestri.
Nella decisione su quali siano i criteri di ammissione di militanti deve essere chiaro che il primo riferimento, il primo criterio da tenere presente, è la difesa della integrità teorica e anche organizzativa del partito. Chi entra nel partito non manca di portarsi dietro le idee, le abitudini, che ha acquisito in esperienze precedenti; se il partito non fosse in grado di integrare i nuovi arrivi nel suo organico lavoro queste caratteristiche pregresse potrebbero essere un grave pericolo per il partito stesso, che è esposto all’ambiente esterno, come un organismo che, anche soltanto respirando, può assumere microrganismi che lo possono far ammalare. Un organismo debole, con poche difese, è in pericolo se questi microbi si sviluppano in modo incontrollato. Viceversa, l’organismo che ha nel corso della sua vita sviluppato sufficienti anticorpi (e continua a produrli) non ha problemi a difendersi dai microbi che continuamente lo attaccano.
Le difese del partito risiedono in nient’altro che nel corretto svolgimento della sua vita, di lavoro teorico, di applicazione del tradizionale modo di funzionare, di chiarezza nell’esposizione e difesa delle sue posizioni.
Nessuna ragione può essere di valore superiore rispetto a questa attività di difesa: l’applicarla pubblicamente svolge già di per sé una selezione tra coloro che si avvicinano al partito e sono interessati a farne parte; al contrario, una presentazione vaga e approssimativa, con modi eccessivamente tolleranti, può attirare non solo incerti, ma anche perditempo e chiacchieroni, oppure intellettuali senza partito che cercano soltanto un megafono per svolgere le attività che più desiderano svolgere. Che questi entrino, e che, si spera, vengano successivamente individuati e neutralizzati non è la cosa migliore che possa accadere: infatti il processo non mancherebbe di creare screzi, incomprensioni, delusioni, nella peggiore delle ipotesi schieramenti e frazioni, oltre a perdite anche di bravi militanti.
Che il partito valuti al di sopra di tutto il rigore teorico/organizzativo, e l’estrema chiarezza nell’esporre le sue posizioni in tutti i campi, è tradizione della Sinistra, oltre che di Lenin. Ne è prova l’intera storia del movimento, sin dall’intervento della Sinistra, non ancora PCd’I, accolto dalla III Internazionale al II Congresso, la 21ma condizione di ammissione; per non parlare della successiva nostra azione nel partito e nell’Internazionale, della separazione del 1952, della stessa insistenza per il rispetto della dottrina che ci valse l’espulsione nel 1973. Ci si può chiamare dogmatici, talmudici, affetti da schematismo dottrinale: noi non solo non ce ne adombriamo, al contrario, se dobbiamo scegliere, preferiamo quelle definizioni ad atteggiamenti non ben definiti, a enunciazioni vaghe e opportunistiche, che si curano solo di ottenere vantaggi immediati.
Questa tradizione è da difendere e riaffermare continuamente, soprattutto nei confronti dei giovani che si avvicinano al partito da paesi nei quali la tradizione comunista rivoluzionaria è più tenue. La corretta trasmissione del nostro patrimonio teorico è semplicemente vitale, superiore per importanza a qualsiasi altra attività di partito, ammesso che si possa fare una scala di importanza delle sue varie attività.