Partito Comunista Internazionale

Uno scandalo della società borghese: gli alloggi

Categorie: Housing Question, Italy, Opportunism

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Uno dei settori in cui si rivelano nel modo più evidente il marasma, il disordine e l’impotenza della società capitalista, è il settore dell’abitazione per le masse lavoratrici. Che cosa rappresenta un alloggio nell’economia moderna? Hitler stesso ebbe a dichiarare che, per ogni colpo di cannone sparato, si sarebbe potuto dare un’abitazione ad una famiglia tedesca. Un giornale svizzero calcolava che, con quel che si è speso in guerra, si sarebbe potuto dare un’abitazione completamente arredata del valore di parecchi milioni ad ogni famiglia europea, Russia compresa. Oltre a questo, sarebbero rimaste ancora disponibili somme tali da permettere la costruzione di tutte biblioteche, gli edifici pubblici, le scuole e gli ospedali che si fossero ritenuti necessari. Come si vede, il problema della casa non sarebbe un grande problema coi mezzi attuali, tenuto conto anche del patrimonio edilizio esistente.

Il patrimonio edilizio esistente in Italia una decina di anni prima dello scoppio della guerra, era di 30 milioni di locali contro una popolazione di 40.600.000 persone, il che significa una media di 1,4 persone per vano. Ma la media era ben lontana dal dipingere la realtà, poiché la società divisa in classi, mentre riserva agli strati superiori tutte le comodità, addensa i ceti bassi nelle peggiori e più anguste catapecchie. Naturalmente, ci si guarda bene dal rilevare con esattezza le differenze di trattamento, ma, pur con la dovuta incertezza e con la limitazione che le cifre riguardano solo i 422 principali comuni, l’Istituto di statistica valutava nel modo seguente la ripartizione del grado di affollamento secondo la condizione sociale:


Persone per stanza
Proprietari e benestanti0.6
Forze armate, culto, professioni e arti liberali0.8
Impiegati1.0
Commercianti1.2
Persone di servizio1.6
Operai1.7
Addetti all’agricoltura1.8

Dunque, fin da allora, un benestante medio disponeva ufficialmente ad uso abitazione di una superficie abitabile almeno tripla di quella utilizzata da un contadino o da un operaio. Vi era inoltre la differenza che, l’alloggio del contadino dell’operaio era in condizioni (sempre in questi comuni dall’1% al 2% degli alloggi dei lavoratori erano costituiti da grotte, baracche, sotterranei e soffitte) i proprietari benestanti godevano di appartamenti moderni comodissimi.

Se si potesse scendere nel dettaglio, si rileverebbero contrasti anche più stridenti, di miseria talvolta inconcepibile accanto ad un lusso sfacciato. Si sa ad esempio che a Milano, prima della guerra, alcune famiglie per complessive 24 persone disponevano di appartamenti per un totale di 310 camere(quasi 13 camere per individuo), mentre 2331 persone alloggiavano in 263 camere (9 persone per camera).

Ora queste sperequazioni, certamente più forti nei centri minori, non furono mitigate da nessuno dei provvedimenti strombazzati dal regime fascista, come la costruzione di case popolari o dei cosiddetti villaggi operai costruiti dalle direzioni delle aziende industriali. In ambedue i casi, «il provvedimento sociale» si è sempre dimostrato un grosso affare per i propugnatori.

La guerra, poi, ha enormemente aggravato la situazione. I bombardamenti si sono scatenati su intiere zone cittadine con predilizione invero eccessiva per le case di abitazione. I profughi, gli sfollamenti, le requisizioni hanno fatto il resto. Ma questo peggioramento è andato a pesare esclusivamente sui poveri tapini che abitavano gli alloggi medi e minimi e che si sono visti requisire dei locali mentre si lasciavano intatti quelli dei grandi appartamenti col pretesto che erano troppo cari per assegnarli a profughi e sinistrati.

A conflitto terminato, si fa un gran parlare di ricostruzione. Si sa che, secondo gli studi condotti a termine negli ultimi anni, è possibile, ricorrendo ai sistemi di costruzione in serie, attrezzare l’organizzazione produttiva in modo

da lanciare ogni anno sul mercato centinaia di migliaia di alloggi moderni, completi e comodissimi, insieme a milioni di mobili; ma non si riesce a liberarsi dalla camicia di Nesso dell’economia borghese sulla quale grava il peso della guerra appena chiusa. Si sa che, per le industrie edilizie, basterebbero solo due millioni di tonnellate di carbone, cioè il 15% della nostra importazione, cifra che potrebbe essere coperta per metà almeno con la produzione nazionale di combustibile; ma non si conclude nulla. Si sa che dalla riattivazione dell’industria edilizia dipendono la possibilità di ripresa economica, della lotta contro disoccupazione, dell’incremento del benessere generale, ma non riesce a preparare a concretare i piani e i programmi per il funzionamento delle industrie quando il carbone non sarà più così scarso. Si potrebbe risolvere il problema dei trasporti, degli sgomberi, dell’adattamento delle fonti forza motrice alla produzione edilizia; ma il governo è una larva travagliata dagli interessi di bottega del CLN e le industrie pensano solo ai propri affari. Si potrebbe utilizzare il poco disponibile per riparare quel che è ancora riparabile, prima che le intemperie lo abbiano completamente distrutto; ma si inorridisce di fronte ai costi. L’esosità dei padroni di terreni che chiedono compensi iperbolici per ogni metro quadro di terreno si ripercuote sugli affitti di ogni vano che si costruisce o che si pensa di costruire. Si trovano 100 millioni per ricostruire il Palazzo Reale di Milano e 80 per rimettere in ordine La Scala, ma non si preannuncia alcun serio piano di costruzione per gli operai, i sinistrati, le molte vittime della guerra. Pertanto, nessuna leva dalle file né dei socialisti né dei comunisti progressivi per sostenere che, si vuol dare la casa al popolo a prezzo ragionevole, occorre espropriare senza indennità!