Parole chiare sui consigli di gestione
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Decisamente, un’esperienza più che ventennale, fatta tutta sulla trama di una serie di sconfitte proletarie, nulla ha insegnato a coloro che pontificano dall’alto dei seggi dei partiti e delle massime organizzazioni di massa.
Non saremo certo a stupircene. Non eravamo forse stati i soli ad affermare che il partito di classe del proletariato non può e non deve in nessun momento scendere sul piano della conciliazione col nemico di classe e, che, una volta sceso su questo terreno, non potrà più uscirne? E’ perciò più che naturale che i dirigenti socialcentristi, dopo di aver collaborato col capitalismo sul piano della guerra, collaborino ora sul piano della pace. L’enunciato marxista sul condizionamento della prassi trova qui la sua più diretta conferma: l’azione precedentemente svolta dal socialcentrismo condiziona in modo necessario la sua politica attuale, e la collaborazione di classe seguirà inesorabilmente il suo corso creando a se stessa le condizioni per un suo progressivo approfondimento.
Chiusasi vittoriosamente per il capitalismo la lunga e tragica parentesi della guerra, di fronte alla crisi acuta della smobilitazione, nella quale il proletariato deve inserirsi per sfruttarla ai fini del raggiungimento dei suoi obiettivi immediati e finali, la classe operaia si trova investita da una ventata collaborazionista che cerca di irregimentarla in organismi, comitati, commissioni, consigli, ecc., che non potranno essere gli organi della sua battaglia di classe. Noi abbiamo già avuto occasione di esprimere il nostro pensiero sui C.L.N.; abbiamo anche precisato quale dovrebbe essere il ruolo delle commissioni interne, e quale invece è quello che hanno nell’attuale situazione. E poiché in questi ultimi giorni si sta polarizzando l’attenzione degli operai sui Consigli di Gestione, è necessario mettere i puntini sugli i e chiarire quale dev’essere la posizione del proletariato di fronte questi organismi.
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Per i rivoluzionari è sempre stato un dato acquisito che, quando il capitalismo ed i suoi organi di governo si accingono a riconoscere e a prendere sotto la loro protezione gli organismi che la classe operaia si è data quali strumenti di lotta per la difesa dei propri interessi, lo scopo ch’essi si prefiggono è sempre di assorbirli nel meccanismo della loro politica. Voler far credere che gli organi sorti dopo il 25 aprile siano o possano divenire organi autonomi di lotta in difesa delle rivendicazioni operaie, è dunque andar oltre il limite non solo di una sana politica di classe, ma della comune demagogia riformista. Dopo il sindacato, già trasformatosi, malgrado apparenza, in organo di stato; dopo le commissioni interne, emanazione dei CLN, e perciò sul piano di una politica di stato, si è giunti ora ai Consigli operai di gestione – indice massimo del capovolgimento di ogni nozione di classe, quando si pensi che questi organismi non possono avere vita propria e reale funzione nell’ambito della produzione se non come organi di una rivoluzione proletaria vittoriosa. Chi si mette fuori e contro questo schema, fornitoci dalla dottrina marxista e dalla prassi della rivoluzione russa, cade nel più smaccato opportunismo e tradisce le speranze e le aspirazioni che [testo illeggibile] le grandi masse operaie. Le quali non tarderanno a capire che, fra la socializzazione con relativi organi di gestione della defunta repubblica fascista, proclamata ai fini della continuazione di una guerra impopolare ed antiproletaria, e certi atteggiamenti socializzatori attuali suggeriti dalle necessità della ricostruzione borghese (che perciò non è la loro), non esiste alcuna sostanziale differenza, o esiste soltanto una differenza di… tempo.
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I Consigli di Gestione sono una cosa estremamente seria: essi nacquero come espressione di una realtà profondamente e marxisticamente rivoluzionaria nella prassi della rivoluzione di Ottobre, e si presentarono sulla scena economica e politica con funzioni effettive di rinnovamento sociale soltanto (nè poteva essere altrimenti) nella fase post-insurrezionale. Furono insomma i consigli di fabbrica trasformatisi, da strumenti della lotta aperta del proletariato contro il meccanismo statale russo, in organi del nuovo stato proletario. Tutte le altre esperienze, che nell’Europa dell’altro dopoguerra -particolarmente in Germania e in Austria- hanno dato vita ai consigli di gestione mentre ancora permaneva lo stato borghese, hanno dimostrato come questi organi, in quelle condizioni di fatto, servano da strumenti di conservazione, non solo perché danno agli operai l’illusione di una rivoluzione compiuta e di una conquista del potere che non ha avuto luogo (illusione che si va accuratamente creando nella classe operaia), ma perché tendono ad inserire quest’ultima nel meccanismo della ricostruzione, ad interessarla direttamente alle sorti di un’azienda generatrice di profitti capitalistici, a chiudere l’orizzonte politico delle maestranze nella cerchia ristretta di problemi tecnici locali: sono insomma le peggiori scuole di quella mentalità corporativa, da aristocrazia operaia, da «campanilismo di fabbrica», che offre lo spunto più efficace alle manovre corruttrici del datore lavoro.
Nella situazione attuale, la «cointeressenza» dell’operaio nell’azienda attraverso il veicolo del Consiglio di Gestione si risolve perciò in questo: che l’operaio s’impegna ad accollarsi una parte della passività dell’azienda, è interessato al suo massimo funzionamento, aiuta l’industriale a «modernizzarlo» e, soprattutto, consuma in seno ad un organo di conciliazione la propria volontà di lotta. Da cui il paradosso per il quale gli operai di certe aziende si sottopongono a volontari sacrifici per il bene dell’azienda stessa, e i capoccia opportunisti esercitano sui compagni di lavoro una funzione di controllori e di aguzzini, ch’era fino poco tempo fa appannaggio dei odiati capireparto.
Di ben altro ha oggi bisogno la classe operaia. In primo luogo, del partito di classe, ideologicamente, politicamente, tatticamente preparato ad assolvere il compito di guida dell’intera classe lavoratrice; secondariamente, di organismi di massa suscettibili di inquadrare sul posto di lavoro e sul piano di classe tutti gli operai per la lotta contro tutto l’apparato della dominazione capitalistica, allorché sarà un dato acquisito per ognuno che i sindacati non rispondono più alle esigenze di questa lotta. Questi organi potranno esercitare un controllo efficace sulla produzione senza diventarne gli strumenti, perché sono organi politici non tecnici o corporativi, e servir di leva anche alle lotte contingenti del proletariato perché non sono né legati allo stato né vincolati all’azienda.
Gli organi di cui parliamo non possono essere che i Consigli di fabbrica: solo essi, sotto la guida dell’unico partito che possa rivendicare la continuità di una tradizione rivoluzionaria, potranno, esaurita la loro funzione di organi di battaglia per la presa del potere, diventare i Consigli della nuova gestione economica che avrà per fine l’edificazione di una società socialista.