Partito Comunista Internazionale

“Paolo”

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Ci sono uomini che si possono scomporre nei loro elementi per analizzarne pregi e difetti, virtù ed errori: non “Paolo” (come noi chiamavamo abitualmente Mario Acquaviva). Paolo era tutto d’un pezzo, da prendere o da rigettare in blocco, da amare o da temere, inattaccabile. Era, dietro la corazza esteriore di una grande, severa rigidezza, semplice limpido come un fanciullo, aperto come un libro. Era facile leggere nell’anima di Paolo.

Ci sono uomini – la quasi totalità degli uomini – che il tempo modifica, che la lotta sfianca, che il successo deforma. Paolo, noi lo ricordiamo l’ultima volta che l’abbiamo visto come la prima, uguale a se stesso, ora burbero severo ora espansivo, come fuori del tempo. Paolo era il Partito.

Chi l’ha mai visto stanco, sfiduciato, perplesso? Non conosceva le crisi periodiche dell’uomo comune, le incertezze del debole o del malato, la pigra acquiescenza del vile, di quel tanto di vile di acquiescente ch’è in ciascuno di noi: o almeno non le rivelava, tanta era la forza che veniva da lui e che imponeva a se stesso ed agli altri. Era nato, lui così semplice, per dominare.

Eppure, dietro la scorza dura di quest’uomo tutto vibrante di energia e di volontà di azione, c’era una sensibilità delicata, un’enorme capacità di affetto. La scorza se l’era creata lui, se l’era formata in lunghi durissimi anni di lotta, da quella perenne minaccia, da quella debolezza, che sono i sentimenti. Era duro per eccesso di bontà: per questo imponeva. Pochi come lui hanno saputo ottenere dagli altri quello che desideravano, solo perché chiedevano prima di tutto a se stessi. Non l’abbiamo mai sentito lamentarsi se non per ischerzo, lui che accettava qualunque missione, che era sempre dovunque era necessario che fosse. Incuteva qualcosa simile alla paura, Paolo, ed era soltanto rispetto, un enorme rispetto per la sua dirittura morale, per la sua incapacità di seguire le vie di mezzo, per la sua ripugnanza al compromesso. Si accettavano le sue sfuriate perché non lo si vedeva mai soddisfatto neppure di sé; si arrossiva di chiedere qualcosa perché si sapeva che per sé non avrebbe mai chiesto nulla.

Questo era il fascino di Paolo: assoluta semplicità, un disinteresse spontaneo, una vitalità incoercibile. E ci voleva proprio la bestialità dell’avversario per lanciare contro di lui l’arma spuntata della calunnia. Solo il piombo poteva ferirlo.

Quante volte abbiamo sentito ricorrere nelle parole di quest’uomo che parlava così poco di sé la parola morte. Era come una sfida, uno scherzo buttato là senz’intenzione. Sapeva che, nel giuoco del suo destino, la posta era quella. Non v’era compromesso possibile, per lui, neanche con le forze che reggono il destino dell’uomo. E, senza spavalderia come incertezza, pronto a rischiare il necessario, irruente e lucido ad un tempo, si è gettato contro la morte. Era un raro impasto di lucidità e impeto, di passionalità e di di freddezza, di prudenza e di audacia. Non ha mai rischiato a vuoto, ma ha rischiato.

A guardarlo così, c’è veramente una grandezza eroica, in quest’uomo semplice e modesto, attaccato alla sua piccola zona, troppo piccola per le sue inestinguibili riserve d’energia e d’intelligenza, privo d’ambizioni personali, più affezionato all’umile e paziente lavoro di base che al lavoro direttivo di membro del C.C.: in quet’uomo che sa di rischiare, rimanendo nei luoghi che hanno visto il crescere rapido della sua opera, ma vi rimane; che prevede la vendetta, ma l’affronta. Era incapace di diserzione, Paolo.

A noi che gli siamo stati vicini in questi anni di faticosa vigilia pare, ancor oggi, possibile che una mano assassina ce l’abbia strappato. Quando discutiamo lo vediamo fra noi, sentiamo la sua voce; quando lavoriamo la sua parola ci aiuta e ci guida. Ma c’è un grande vuoto fra noi, un incolmabile vuoto. Possa il suo ricordo aiutarci a colmarlo lavorando, lavorando, lavorando, come ci ha raccomandato lui prima di chiudere gli occhi su un mondo che voleva migliore.

Sia questa, compagni, la nostra divisa, la nostra unica ragione di conforto.