[RG23] Il declino della parabola del capitalismo statunitense conferma della dottrina marxista e indice del catastrofico corso avvenire
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Esposto alla riunione di maggio 1982
Allo studio del diverso sviluppo del capitalismo americano, ad oggi massimo industrialismo e massima concentrazione finanziaria e militare e bastione della conservazione mondiale, è sempre stata dedicata l’attenzione del partito, in una continuità di ricerca, di rappresentazione schematica dei fenomeni reali e della loro interpretazione, a conferma – sempre e puntuale – dei cardini della nostra teoria di classe nel campo della scienza economica.
Lo studio dei passati trascorsi del capitalismo e l’inquadramento del suo sviluppo nelle note leggi è anche l’unico strumento che permette al partito di restringere il campo delle possibili prospettive sul futuro storico, col metodo scientifico che rifugge il misticismo interessato dell’economia accademica borghese.
Il rapporto qui esposto è da considerarsi come ad ulteriore verifica delle tesi e aggiornamento delle serie statistiche riguardanti l’economia americana esposte, or sono venticinque anni, nel rapporto sul “Corso del capitalismo mondiale nella esperienza storica e nella dottrina di Marx” pubblicato sul giornale di partito di allora “Il Programma Comunista” nei numeri da 16/1957 a 10/1958.
Prima tesi centrale: il capitalismo è modo di produzione instabile, può riprodursi solo attraverso periodiche catastrofi distruttive; ma l’elemento essenziale della tesi marxista è che queste crisi non si ripetono ciclicamente, sempre uguali a se stesse, al contrario si aggravano per profondità ed estensione sino allo sconquasso totale della macchina produttiva, con estensione mondiale e sconvolgenti ogni precedente equilibrio fra le classi sociali. Il capitalismo non perverrà – come teorizzano oggi i suoi estremi difensori, nell’impossibilità ormai di negare la crisi – ad una sorta di crescita ciclica ma senza fine, se non altro per la limitata estensione dell’ambiente già tutto occupato, ma precipita verso la morte violenta per opera della classe operaia, da esso stesso formata e concentrata. L’andamento dei successivi cicli della riproduzione capitalistica ci spiega anche come il capitalismo, sviluppatosi potente fuori della originaria Europa, ha trovato le risorse per ritardare per più di un secolo la maturazione rivoluzionaria del proletariato mondiale e come il futuro svolgersi della crisi, ormai senza confini da Vladivostok alla California, più non possa sfogare la sovrapproduzione. È questa la nostra prospettiva rivoluzionaria, che collochiamo nell’ultimo ciclo di rapina imperialistica di questo secolo.
Il quadro che qui riportiamo, parziale rispetto a quello esposto alla riunione, è tracciato al fine di evidenziare le velocità di crescita di diverse grandezze. Tutti i dati provengono da fonte governativa statunitense, per lo più l’edizione 1970 della Historical Statistics of the U.S.; dove si sono dovute raccordare serie diverse abbiamo verificato la coerenza dei ritmi di crescita. Le nostre fonti non ci hanno consentito di spingerci più addietro del 1850, epoca comunque sufficientemente antica trattandosi di un capitalismo relativamente recente.
Per la suddivisione base dei periodi abbiamo, nella prima colonna del quadro, tutti gli anni nei quali si è verificato un massimo storico della produzione industriale e del prodotto nazionale lordo in termini reali. I due metodi portano ad anni coincidenti tranne: mancano dati attendibili per il prodotto nazionale lordo per gli anni anteriori al 1892: il massimo del 1859 l’abbiamo portato al 1860 solo per la poca disponibilità di dati per il primo, nel quale, per esempio, si verifica il massimo per la estrazione di carbone; nel 1873, preso a termine nel rapporto del 1957, è qui spostato al 1872 in forza dell’andamento dell’indice industriale; il massimo del 1903 del prodotto nazionale è anticipato all’anno precedente dalla industria; lo stesso per il massimo 1918 del prodotto nazionale lordo che si verifica al 1916 nell’industria; il 1920 non è massimo assoluto ma solo relativo, dopo l’euforia prebellica eccezionale del 1916; nel 1937 il massimo del prodotto nazionale lordo è ancora inferiore a quello del 1929; il 1944, massimo per il prodotto nazionale è anticipato di un anno dall’industria; nel 1948 rispetto al 1943 abbiamo la stessa inversione che nella prima guerra ma in misura molto superiore; infine il 1973 nel quale il massimo del prodotto lordo anticipa di un anno l’industria.
| Anni di massimo | Pro- dotto nazio- nale lordo | Pro- duz. Mais | Produz. Indu- stria- le | Estra- zione Carbone | Produz. Accia- io | Occu- pati nella Mani- fattura | Salari reali nella Mani- fattura | Prezzi all’ Ingros- so | Spesa Fede- rale In % PNL | Saldo commer- ciale Mil. $ 1913 |
| 1850 | ||||||||||
| Rapina natura | 3,55 | 9,5 | 2,5 | 1,01 | -40 | |||||
| 1860 | ||||||||||
| Guerra-ricostr. | 3,29 | 6,19 | 9,3 | 37,7 | 4,9 | -0,14 | 3,22 | -60 | ||
| 1872 | ||||||||||
| Rallentamento | 3,21 | 4,44 | 7,5 | 28,4 | 2,9 | 0,69 | -2.68 | 131 | ||
| 1883 | ||||||||||
| Crisi | 3,23 | 5,21 | 7,0 | 11,0 | 2,9 | 1,37 | -3,07 | 70 | ||
| 1892 | 2,0 | |||||||||
| Euforia | 3,77 | 1,57 | 4,87 | 8,2 | 11,7 | 3,10 | -0,68 | 1,21 | 524 | |
| 1902 | 1,8 | |||||||||
| Rallentamento | 3,76 | 0,61 | 4,35 | 5,4 | 7,6 | 2,98 | -1,07 | 1,56 | 509 | |
| 1913 | 1,4 | |||||||||
| Guerra | 0,90 | 0,52 | 2,91 | 2,5 | 3,78 | 2,92 | 0,73 | 12,0 | 1581 | |
| 1920 | 5,4 | |||||||||
| Euforia | 4,25 | -2,19 | 4,64 | -0,7 | 3,30 | 0,00 | 2,49 | -5,22 | 608 | |
| 1929 | 3,0 | |||||||||
| Catastrofe | 0,00 | 0,61 | 0,41 | -2,3 | -1,35 | 0,11 | 2,36 | -1,23 | 299 | |
| 1937 | 8,1 | |||||||||
| Guerra | 4,32 | 2,86 | 5,80 | 3,5 | 4,15 | 3,40 | 1,17 | 5,78 | 3200 | |
| 1948 | 11,7 | |||||||||
| Ricostruzione | 3,79 | -0,65 | 4,01 | -2,3 | 4,06 | 1,09 | 3,49 | 1,39 | 1914 | |
| 1957 | 17,2 | |||||||||
| Distensione | 4,02 | 2,09 | 4,95 | 1,4 | 1,35 | 1,35 | 1,69 | 1,11 | 1665 | |
| 1969 | 22,6 | |||||||||
| Rallentamento | 3,11 | 6,18 | 3,26 | 2,8 | -0,30 | 0,42 | -0,12 | 8,3 | -2551 | |
| 1979 | 20,1 | |||||||||
Nei centottanta anni si ravvisano ben ventitrè massimi, con successive crisi recessive, a distanza variabile da tre a dodici anni. Da questa serie di anni-cuspidi, con operazione non geometrica ma storica, andiamo ad individuare gli estremi di tre tipi di cicli economici capitalistici, che col nostro linguaggio distinguiamo in brevi, medi e lunghi. Gli anni che consideriamo delimitare i cicli brevi sono 1850, 1860, 1872, 1883, 1892, 1902, 1913, 1920, 1929, 1937, 1948, 1957, 1969, 1979, trascurando i massimi intermedi del 1864, 1895, 1907, 1910, 1916 bellico, 1923, 1943 ancora bellico, 1953, 1974. In tutto risultano tredici cicli brevi della durata media di dieci anni, minima di sette, quello comprendente la prima guerra, massimo di dodici. Questa partizione dei cicli brevi coincide con quella adottata nel 1957, salvo una maggiore suddivisione di quelli più antichi.
Riteniamo qui di potere articolare un po’ diversamente la successiva periodizzazione, distinguendola in media e lunga: estremi dei cicli medi risultano gli anni 1850, 1872, 1892, 1913, 1937, 1969, cinque cicli di durata media ventiquattro anni, minima venti, massima trentadue; cicli lunghi soltanto due, 1872-1913, di quarantuno anni, e 1913-1969, di cinquantasei anni, che potremmo chiamare il primo Ciclo lungo imperialista di pace e il secondo Ciclo lungo imperialista delle guerre.
La popolazione degli Stati Uniti cresce nel periodo considerato da 30,7 milioni nel 1859, nel territorio nazionale che possiamo considerare costante, escludendo Alaska e Hawai, di 7.689.000 chilometri quadri, con densità media di 4,1 abitanti per chilometro quadro, fino a 225,1 milioni nel 1979, con densità media di 29,2 ab/Kmq. Il confronto della densità abitativa non regge con gli europei (più di 250 ab/Kmq in RFT, 184 nella montuosa Italia, 229 in Gran Bretagna o i 96 della poco popolata Francia) ma nemmeno con il Giappone a 295; anche passando alle nazioni quasi-continenti si trova 86 per la Cina e 178 in India.
Solo la Russia, con 33 abitanti per chilometro quadro nella parte europea ma soli 3,5 in Asia e 11 in media è, fra i paesi capitalistici, meno popolato degli Stati Uniti. Questo ritardo nella stabilizzazione umana nei territori nord americani è il risultato anche di una rigida politica di contingentamento dell’immigrazione che non permise mai che il flusso in entrata superasse qualche millesimo della popolazione residente: il massimo afflusso si verificò negli anni del boom d’inizio secolo, con immigrati 1,1% della popolazione (e contemporanee riduzioni dei salari per effetto della concorrenza), per subito restringersi intorno all’attuale misero 0,2% contro la pressione delle plebi affamate d’Asia e d’Africa. La chiusura degli Stati Uniti nei confronti dei diseredati degli altri continenti ha permesso il mantenimento di quella middle class estesa e dai sentimenti conservatori, vera base interna del massimo imperialismo mondiale ed oggettivo ritardo sociale nel senso del capitalismo “puro” come conosciuto da più di un secolo di qua dell’Atlantico. A distanza di decenni possiamo quindi rinnovare la previsione che la sollevazione proletaria nella vecchia Europa trarrà di nuovo dai paesi “radi” ai sovraffollati le insegne del progresso e della rivoluzione.
La prima serie illustrata è quella del Prodotto nazionale lordo, che per le nostre categorie marxiste si avvicina al Capitale totale. I dati originari sono espressi in termini reali, in dollari al valore del 1958. Mancando le cifre per i primi quattro cicli brevi la serie – tronca, inizia col quarto periodo – parte con il 3,77% di incremento medio annuo nel periodo 1892/1902, si mantiene pressoché costante nel ciclo breve successivo, nonostante la grave crisi del 1908, crolla a solo +0,9% dal 1913 al 1920 nel quale l’affare bellico non compensa l’incipiente depressione, risale al massimo di 4,25% nell’euforia degli anni ’20 per segnare “crescita zero” (non è una novità) nella seconda metà dell’interguerra. Salva la situazione il secondo macello imperiale ripristinando il massimo del 4,32%. Nei tre cicli di questo dopoguerra, con tendenza calante, 3,79%, 4,02%, 3,11%, con il boom ’57-69 della “distensione” mondiale e della guerra in Indocina.
Altro significato ha la serie dei cicli medi 3,8%, 1,8%, 4,1%: l’ultimo, 1937-69, solo in temporanea inversione alla legge della caduta del saggio del profitto (assimilabile ai saggi di incremento del capitale con piccolo errore). Infatti la serie dei cicli lunghi, qui mista perché tronca, dà 3,8% nel ’92-‘13, 3,1% nel ’13-’69: la ripresa sostenuta in questo dopoguerra non fa che recuperare il ritardo del ciclo depresso precedente mentre la nostra tesi del progressivo perdere di produttività del capitale è confermata nei lunghi cicli.
| Anni di massimo | Prodotto nazionale lordo | Produz. Mais | Produz. Indu- striale | Estra- zione Carbone | Produz. Acciaio | Occupati nella Manifat- tura | Salari reali nella Manifat- tura | Prezzi all’In- grosso |
| 1850 | ||||||||
| Formaz.mercato naz. | – | – | – | 9,4 | – | 3,7 | – | 2,3 |
| 1872 | ||||||||
| Prima Depressione | – | – | 4,8 | 7,3 | 6,4 | 2,9 | 1,05 | -2.8 |
| 1892 | ||||||||
| Imper.nelle Americhe | 3,8 | 1,1 | 4,6 | 6,8 | 9,7 | 3,0 | -0,9 | 1,4 |
| 1913 | ||||||||
| Seconda Depressione | 1,8 | -0,4 | 2,7 | -0,3 | 1,9 | 0,9 | 1,9 | 0,9 |
| 1937 | ||||||||
| Dominio sul mondo | 4,1 | 1,6 | 5,0 | 0,9 | 2,9 | 2,0 | 2,0 | 8,8 |
| 1969 | ||||||||
Per il settore agricolo americano (che sarà oggetto di ulteriore studio riguardo alla evoluzione sociale del farmer americano e della sua azienda da familiare-autosufficiente a familiare-mercantile) qui riportiamo la serie del mais che è la produzione prevalente. La serie, completa, marca un periodo iniziale, tutto il secolo scorso, durante il quale è possibile spostare ad Ovest il confine delle terre coltivate, con saggi di incremento stabili (3,55%, 3,29%, 3,21%, 3,23%), in lenta tendenziale decrescita. Il nuovo secolo, che segna la fine della libera disponibilità di terre, prima di allora assegnate ai coloni ad un prezzo simbolico, si svolge con tassi di incremento in continuo drammatico crollo: per i primi cinque cicli brevi del ‘900, fino alla Seconda Guerra, abbiamo 1,57%, 0,61%, 0,52%, -2,19% nel boom speculativo degli anni ’20, 0,61% durante la crisi. La guerra e la grande fame nel mondo riportano il saggio del corn a 2,86% ma per ricadere subito a -0,65 nella ricostruzione. Solo la “distensione” e le massicce esportazioni di granaglie hanno riportato la crescita a 2,09% e nell’ultimo ciclo ad un enorme 6,18%, che sconvolgerà il mercato mondiale, con terra seminata costante, produttività della terra e del lavoro forzata al massimo.
Questa la serie dei cicli brevi: 3,4%, 3,2%, 1,1%, -0,4%, 1,6% con la illustrata inversione degli ultimi due. I due cicli lunghi danno 2,1% o 0,7% di incremento: terribile! Si consideri solo che il tasso di accrescimento demografico nei due cicli lunghi è stato del 2,1% medio annuo nel primo e dell’1,1% nel secondo e questo con un continente da dissodare, disponibilità massima di capitali e tecniche moderne e con un “tenore di vita medio” il più alto: detratte le crescenti esportazioni risulta che al consumatore non medio ma proletario americano la pagnotta è sempre bene sofferto e raro. Il consumo medio settimanale di granaglie è passato, dal 1942 al 1965, da 1,22 a 1,12 chilogrammi.
I prezzi dei prodotti agricoli hanno marcato netti ribassi nei periodi di crisi, segnatamente nel ventennio successivo alla guerra di secessione, negli anni ’30 e negli ultimi venti anni con crollo in verticale, minimo storico, all’epoca in cui scriviamo, premessa di positive sovversioni anche nella stabile società yankee.
Tutta l’industria è rappresentata dall’indice medio il cui saggio di accrescimento medio annuo riportiamo nella terza colonna. L’anno più antico è il 1860 ed il primo ciclo comprende la guerra di secessione; il ritmo è ovviamente il più alto della serie con 6,19% che conteggia anche gli anni della prima ricostruzione ma anche la crisi finanziaria e speculativa sull’oro che seguì la fine delle ostilità. La grave crisi del 1873 – che fu mondiale – apre il ciclo medio ventennale depresso, che vede il panico alla borsa di New York l’anno seguente, di nuovo crisi industriale fino al 1885, crisi finanziaria a Wall Street per lo scandalo di Panama, crolli produttivi nel ’93-’94 e nel ’96 con recessione del 13% nei primi due e dell’8% nel terzo anno. Nel primo ciclo breve il tasso crolla a solo 4,44%, risale nel secondo a 5,21% non modesto.
Ma più nette valutazioni riguardo questi periodi più antichi le troviamo da altre due serie industriali di base: il carbone e l’acciaio. Estrazione del carbone nei primi quattro cicli brevi dal 1850: 9,5%, 9,3%, nel ciclo medio 9,4%; nella depressione scende a 7,3% con scatto sensibile e nei due decenni 7,5% e 7,0% in calo. La netta ripresa di fine secolo con 8,2%, apre il ciclo medio che abbiamo chiamato Imperialismo americano, con la guerra con la Spagna e l’annessione di Cuba e delle Filippine, l’istituzione della Zona del Canale di Panama e la fondazione dell’Unione Americana. Il massimo espansionistico precede un successivo rallentamento e che fa il paio con l’altro ciclo analogo ’37-’48, ma di guerra mondiale e di dominio USA sul mondo intero.
La produzione di acciaio, andando dal 1863, primo anno con dato attendibile, al 1872 cresce al ritmo da nuovo impianto del 37,7%, rallenta poi al 28,4%, crolla nella crisi a solo 11,1%. Risale nel ciclo medio favorevole ma solo all’11,7%.
| Anni di massimo | Prodotto nazionale lordo | Produz. Mais | Produz. Indu- striale | Estra- zione Carbone | Produz. Acciaio | Occupati nella Manifat-tura | Salari reali nella Manifat- tura | Prezzi all’In- grosso |
| 1872 | ||||||||
| Imperialismo nelle Americhe | 2,1 | 4,6 | 6,8 | 9,7 | 3,0 | -0,9 | 1,4 | |
| 1913 | ||||||||
| Dominio sul mondo | 3,1 | 0,7 | 5,0 | 0,9 | 2,9 | 2,0 | 2,0 | 8,8 |
| 1969 | ||||||||
Il secondo ciclo lungo imperialista 1913-1969 ripete le stesse fasi industriali. Depressione, la Prima Guerra non basta a risolvere la crisi mondiale, il periodo si partisce in tre brevi: ’13-’20 crisi e guerra, ’20-’29 euforia, ’29-’37 catastrofe. Questi i saggi di crescita: Produzione industriale generale, 2,91% (che non dimostra il massimo eccezionale del 1916), 4,64%, 0,41%; in media 2,7%. Carbone 2,5%, -0,7%, -2,3%, in media -0,3%. Acciaio 3,78% (l’acciaio bellico da vendere ai contendenti europei), 3,30%, -1,35%, in media 1,9%. L’andamento del ciclo medio è comunque in forte ribasso, al di sotto della curva media del tesso del profitto.
Il ciclo depresso non esclude la speculazione sulle nuove industrie nascenti e la foga del credito all’estero, specialmente alla Germania, l’euforia dei titoli esteri e del credito al consumo. A fare le spese della depressione sono principalmente i piccoli borghesi – in particolare i contadini – rovinati dalla politica di isolazionismo e dalle forte barriere tariffarie e dall’asfissia del mercato mondiale.
Il recupero nel successivo ciclo medio comprendente i tre brevi ’37-’48 con la crisi e guerra, il ’48-’57 di ricostruzione e il ’57-’69 di distensione con questi indici di crescita: carbone 3,5%, -2,3%, 1,4% (è quest’ultimo il recupero successivo alla fine della man bassa sul petrolio a basso costo); acciaio 4,15%, 4,06%, 1,35%; industria nell’insieme 5,80%, 4,01%, 4,95%. Risulta che solo questa guerra mondiale risolve la crisi anche economica imperialistica, con netti rimbalzi dei tassi nel primo ciclo rispetto ai precedenti di depressione. La guerra vinta fa meno brillanti i profitti nella ricostruzione, specialmente per le produzioni di base, mentre per gli altri settori l’ultimo ciclo evidenzia una netta inversione e ripresa di slancio “fuori tempo”. È l’euforia che precede la crisi degli anni successivi al 1969.
I tre cicli brevi del medio ’37-’69 portano ciascuno una guerra, la prima ’41-’45 con affari colossali e la sanzione definitiva del predominio americano sul mondo in sostituzione di quello inglese. La pace porta sempre la crisi finanziaria e recessione industriale: nel 1946, nonostante lo sfogo dell’esportazione di capitali per la ricostruzione del mondo martoriato; nel 1954 post-Corea, breve ma virulenta, con crisi industriale, discesa dei prezzi all’ingrosso e l’anno dopo crisi in borsa; nel 1969 dopo la sfavorevole impresa in Vietnam con crollo dei titoli.
Questo l’andamento nei cicli medi e lunghi. Industria tutta: mancano dati per il primo ciclo, poi 4,8%, 4,6%, 2,7%, 5,0%, evidentissimo il picco frutto della rapina imperialistica sul mondo che ha ammorbato col suo oppio di falso benessere le due ultime generazioni di proletari. La crescita nel ciclo ’37-’69 è addirittura superiore a quella della seconda metà dell’800; solo la media sul ciclo lungo ristabilisce la sequenza ineluttabile 4,7%, 4,0% che ci fa certa la sospirata riscossa.
Più marcato il fenomeno ma qualitativamente lo stesso per l’acciaio, che anche parte col 1872: 6,4%, 9,7%, 1,9%, 2,9% con notevole inversione all’interno di entrambi i cicli lunghi nei quali comunque in media si conteggia 8,0% e 2,5% come da legge e con forte gradiente.
Il carbone conferma nei cicli lunghi con drastici 7,0% e 0,4%.
Al 1969 indichiamo essere entrati nel ciclo medio che senza incertezza chiamiamo Terza Depressione, destinata a durare tutto il resto del secolo, e nel terzo ciclo lungo cinquantennale che vogliamo anche l’ultimo e mortalmente incompiuto, spezzato dalla fine violenta del modo di produzione capitalistico per l’intervento sovversivo proletario mondiale infrangente ogni ritmo di accumulazione di valori.
Del ciclo medio in corso già è trascorso un primo breve decennale che collochiamo fra i massimi del 1969 e del 1979, qui indicato come Rallentamento: il prodotto nazionale lordo cresce del 3,11%, destinato ad ulteriore abbassamento essendo uguale alla crescita nel ciclo lungo precedente e superiore a quello della depressione ’13-’37; caso a sé il carbone per la detta particolarità del suo mercato che è in crescita al ritmo ormai eccezionale del 2,8%; crisi nera per l’acciaio, nel ciclo -0,30%, già confrontabile con il -1,35% della catastrofe ’29-’37, ma destinato ad ulteriori ribassi. La produzione industriale in genere ha marcato nello scorso decennio 3,26%, anche questo ritmo superiore al 2,7% medio della Seconda depressione e destinato al tracollo. È questo infatti ritmo niente affatto disprezzabile, nonostante le crisi ripetute, ed indica chiaramente che non di vera crisi, nemmeno solo economica, si è trattato negli scorsi dieci anni ma solo dei suoi prodromi. Quella, e non solo americana ma mondiale, verrà nel ciclo breve in corso che possiamo collocare nel decennio, o poco più, dal 1979.
Di più difficile ricerca l’andamento del numero degli occupati, scontrandoci con la definizione sociologica borghese niente affatto rispondente alle nostre categorie e inquinando la misura con fenomeni eterogenei propri di altre classi. Restringiamo il margine di errore ricorrendo alla serie degli occupati nella sola manifattura (ma compresi impiegati e dirigenti) che nella nomenclatura americana non coincide con la nostra industria perché esclude la mineraria e le costruzioni. Sensibili dissonanze emergono fra le diverse serie disponibili per i primi due cicli brevi, ma non per il medio 1850-1870 (fino al 1890 dati solo per l’anno di inizio dei decenni).
Questo l’andamento: primo medio 3,7% di incremento medio annuo; secondo, Prima Depressione, 2,9%, identico nei suoi due brevi; lieve recupero durante l’isolazionismo protezionistico di fine secolo con 3,0% ma con i due brevi in declino, 3,10% e 2,98%. Molto peggiore anche per l’occupazione industriale la Seconda Depressione rispetto alla prima con solo 0,9% di incremento, ben inferiore al corrispondente 1,2% di aumento della popolazione; nei brevi 2,92% durante l’affare della guerra, occupazione stazionaria nelle euforia speculativa degli anni ’20 e in minima crescita, 0,11% fra gli estremi ’29 e ’37 e con la voragine della crisi nel mezzo. L’ultimo ciclo di Seconda Guerra e Imperialismo vede crescere l’occupazione industriale al ritmo medio annuo del 2,0%, con alti e bassi contemporanei a quelli della produzione: balzo nel ciclo della guerra, difficoltà nella ricostruzione, recupero effimero negli anni ’60.
I due cicli lunghi si accodano regolari con 3,0% nel primo e 1,5% nel secondo. Detratto l’aumento della popolazione, visto nei due lunghi uguale a 2,1% e 1,1%, si evidenzia l’invecchiamento della società capitalistica americana nella quale il tasso di incremento dell’esercito del lavoro ha quasi raggiunto quello medio della popolazione e nel prossimo ciclo ne sarà certamente inferiore (intanto è partito con un ciclo breve a solo 0,42!), altro aspetto dell’agonico rinculo della produttività ed efficienza storica dell’attuale modo di produzione, nel quale la pletora delle classi parassite grava come massa inerte sul supersfruttato proletariato industriale e agricolo.
Degno di nota è anche il confronto fra i saggi di crescita del prodotto e quelli degli occupati: ovviamente i primi sono sempre maggiori dei secondi anche nei singoli cicli brevi (con l’eccezione apparente del bellico ’13-’20) significando l’aumento della produttività del lavoro. Ma è anche da notare che la serie delle differenze, nei cicli medi 1,88%, 1,80%, 3,00% e nei lunghi 1,7%, 2,5% è tendenzialmente in crescita sostenuta e dà un’indicazione che non solo la produttività del lavoro aumenta ma aumenta, storicamente, a velocità crescente. Con alcune semplificazioni, supponendo il valore del salario costante, ci conferma che il saggio del plusvalore cresce inesorabilmente, rafforzando la potenza sociale del Capitale e nello stesso tempo immiserendo, almeno relativamente, la classe dei salariati.
Il tasso di crescita dell’occupazione nell’ultimo ciclo, sebbene ancora superiore allo zero, è molto inferiore a quello dell’aumento demografico, implicando un inesorabile dilagare della disoccupazione; il confronto con i ritmi della Seconda Depressione però ci fa ancora prevedere che, come il decennio trascorso è stato solo di rallentamento, il peggio sia ancora da venire anche per la disoccupazione.
Molto frammentaria la statistica borghese anche circa il livello medio dei salari: abbiamo il dato in dollari correnti che, per quanto possibile, abbiamo trascritto relativo all’industria e per gli operai non qualificati. L’abbiamo quindi rapportato all’indice dei prezzi al dettaglio dei generi alimentali, nella nostra dogmatica certezza che anche nella consumistica America solo eccezionalmente il salario può eccedere le necessità elementari.
Si nota come per effetto della deflazione il livello reale dei salari tende piuttosto a salire in tempo di depressione e a discendere in tempo di abbondanza di profitti, secondo la nostra dialettica visione di classi opposte con opposti interessi e a smentita di ogni superstizione di solidarietà sociale: si confrontino le colonne acciaio-salari-prezzi nei tre medi dal 1872 al 1937. Fa di nuovo eccezione il medio ultimo trascorso che nell’abbondanza imperiale pompa i salari al 2% annuo sì che nei due lunghi risulta nel primo 0%, salari mediamente costanti, 2,0% nel secondo. La tendenza degli ultimi cicli medi è però nettamente in crollo rovinoso per la classe operaia: 3,5%, 1,7%, -0,1%: il dato dello scorso ciclo decennale ritorna al regresso dei salari, come non succedeva fin dall’inizio del secolo, tipico dei cicli di rallentamento, pre-crisi, quando alla perdita di slancio dell’accumulazione si accompagna ancora la tendenza all’aumento dei prezzi. La riduzione dei salari reali è dunque un altro segno della chiusura definitiva di una fase storica particolare che ha consentito la anomalia dell’assenza rivoluzionaria.
Dalla serie dei tassi di inflazione – qui dedotti dall’andamento dei prezzi sul mercato all’ingrosso – scaturiscono le seguenti conferme: 1. Le depressioni, originate da sovrapproduzione, spingono alla deflazione (1872-92, 1920-37); la peggiore è ancora quella del ’29 con media nel ciclo -5,2%; nei cicli medi fu però peggiore la Prima Depressione nell’ultimo quarto del secolo scorso che fece diminuire i prezzi al ritmo annuo del 2,85%. 2. Le guerre vedono sempre un forte aumento dei prezzi (osservare i cicli 1860-72, 1913-20, 1937-48 con massimo durante la Prima Guerra imperialista al medio 12% annuo, più del doppio che nella Seconda). 3. Negli anni di pace e non di crisi l’aumento dei prezzi ha oscillato nelle medie annuali comprese entro lo stretto intervallo 1,01-1,56%. 4. La tendenza storica sul lungo periodo è in senso inflazionistico: nei due cicli lunghi abbiamo -0,7% e 2,0% mentre nel primo breve del terzo ciclo lungo in corso già si segna 8,3%, vera novità storica in tempo di pace e di rallentamento produttivo.
Il fenomeno, come già altrove abbiamo documentato, si spiega non con la malvagità dei petrolieri ma con il generale inarrestabile deprezzamento dei segni monetari cartacei, prodotto dall’eccessivo indebitamento delle banche centrali anche delle maggiori potenze capitalistiche, Usa in testa. Si confronti l’aumento della spesa federale, espresso in percentuale sul prodotto nazionale lordo: dai tassi intorno al 2% (in tempo di pace) del secolo passato, con scatto in occasione del primo macello mondiale, l’aumento è enorme.
Già per la guerra di secessione, attentamente studiata da Marx e da Engels come primo esempio di guerra combattuta da una moderna repubblica capitalistica, con i nuovi mezzi tecnici, il debito pubblico crebbe di molto così come la pressione fiscale nella giovane Federazione che si stava dando piena unità governativa ed economica. Con la guerra si afferma la nuova aristocrazia dei capitali accanto a quella ex-schiavista della terra, tanto da rendere possibile già alla fine delle ostilità la crisi finanziaria del ’66 e quella di borsa del ’69. Il ritorno alla pace riporta il bilancio dello Stato al peso di pochi per cento; il lieve regresso verificato anche dopo la Prima Guerra mondiale non si ripete dopo la Seconda, fino ad arrivare ad una spesa dell’ordine del quinto dell’intero prodotto nazionale, con lo stato di allarme ormai permanente dello Stato capitalista. Dati ugualmente significativi provengono dall’andamento del debito pubblico e degli interessi passivi dello Stato federale.
Si tratta quindi di inflazione da troppo Stato, da troppe energie dissipate a scala planetaria nella repressione delle potenziali forze produttive sociali e nell’artificiale sostentamento del cadavere imperialista. È lecito quindi prevedere per il futuro anche la possibilità di diverse combinazioni di depressione-inflazione/deflazione, con la conseguenza che, a differenza delle precedenti crisi, la difesa delle condizioni operaie comprenderà anche la lotta per il mantenimento dei salari reali.
Il saldo commerciale nella sua parabola compendia l’evoluzione degli Stati Uniti nelle diverse fasi: da giovane capitalismo ex-colonia britannica anelante all’indipendenza commerciale e tendente – come previde Marx – a difendere col protezionismo le proprie industrie nascenti dalla concorrenza inglese, a potenza mondiale che sostituisce la vecchia madrepatria nel dominio dei mercati, infine imperialismo maturo esportatore di capitali più che di merci, insidiato dalla concorrenza degli industrialismi più giovani. Il protezionismo è comunque una costante in tutte le parabole, anche nel tratto più alto, puntando il capitale Usa più sull’esportazione di dollari che di prodotti, forti del vasto e recettivo mercato interno.
Il saldo commerciale, qui espresso nelle medie annue e in dollari fittizi del valore al 1913, presenta un inizio in deficit nel primo ciclo medio di formazione del mercato nazionale; poi un secolo sano di bilancia in surplus senza eccezioni, con le irregolarità causate dalle crisi e dai rallentamenti, che diminuiscono l’attivo sull’estero, e dalle guerre fuori patria che invece lo portano ad altezze massime: si notano le crisi degli anni ’80, il peggioramento precedente la Prima Guerra e il triplicarsi del margine durante questa; il dimezzamento negli anni ’30 e quindi il balzo di dieci volte nella Seconda carneficina. Il dopoguerra vede invece un calo costante fino al ritorno in rosso dopo la crisi del 1971 e per valori di grande entità: il passivo medio attuale è dello stesso ordine di grandezza, in termini reali, dell’attivo durante l’ultimo conflitto ben indicandoci come mutati da allora possono essere i rapporti di potenza tra gli imperialismi.
La curva storica del capitalismo americano piega dunque nettamente verso il basso come, con tempi diversi, succede per la maggior parte dei paesi e per l’insieme dell’economia mondiale. Il prossimo chiudersi del ciclo euforico capitalistico svelerà al proletariato anche dei paesi ricchi la reale putrescenza del regime capitalistico e la intollerabilità della condizione salariale. Saranno le forze materiali potenti la cui maturazione lenta ma inesorabile abbiamo qui intravisto a svegliare il gigante proletario dal suo torpore e a far balzare dalle viscere del sottosuolo sociale la più sconvolgente Rivoluzione della storia.