Partito Comunista Internazionale

Verifica empirica della caduta del saggio del profitto e le “Esternalità positive”

Categorie: Capitalist Crisis, Economic Works

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E ci risiamo: di tanto in tanto, accanto ad articoli che celebrano l’ingloriosa caduta del “comunismo”, appaiono altri che parlano del “ritorno di Marx”, con toni cinematografici, come del grande saggio inascoltato o del giustiziere. Si tratta però sempre di concessioni verso quella parte di analisi dell’economia capitalista che ne descrive le smagliature più macroscopiche. L’articolista di turno isola un frammento della nostra dottrina a proprio uso evitando accuratamente le necessarie conclusioni e prospettive sulla caduta del capitalismo che sono originali, proprie, caratteristiche e determinanti di tutta l’opera di Marx: il superamento violento tramite una rivoluzione sociale di questo modo di produzione basato sulla divisione di classe e la proprietà privata per giungere ad una società senza classi organizzata secondo piani di specie.

Questa volta ci occupiamo di tal Patrick Artus, direttore nientemeno che del Centro studi e ricerche economiche della Cassa depositi francese, il cui articolo: “Carlo Marx è tornato” è stato riprodotto sul numero 2756, aprile 2002 della rivista “Problèmes économiques”.

Il redazionale di presentazione cautamente così ci anticipa l’argomento: «La sensibile caduta del profitto del capitale registrata negli Usa a partire dal 1997 sembra ridare una certa attualità alla teoria della caduta tendenziale del saggio di profitto di Marx. La forte crescita che ha contraddistinto gli anni 90 avrebbe anche, facendo sparire l’esercito di riserva dei disoccupati, tolto il paravento alle contraddizioni fondamentali del capitalismo sollevati dalla teoria marxista». In effetti il breve articolo, corredato da calcoli finanziari e una nutrita serie di grafici, cerca di trovare la soluzione per un equilibrio dinamico fra tassi di crescita dei profitti e tassi di disoccupazione programmata, tirando in ballo qua e là le tesi di Marx.

Il nostro studioso così incomincia: «L’accumulazione del capitale produttivo negli Usa fra il 1992 e il 2000 ha determinato a partire dal 1997 una forte caduta del profitto da capitale, dovuto senza dubbio a rendimenti decrescenti. Quella non poteva essere evitata che con il mantenimento di un’elevata disoccupazione, permettendo di ridurre la crescita dei salari, conforme alla teoria di Marx».

Detta così sembra che sia Marx il primo istigatore dei bassi salari per la salvaguardia dei profitti dei capitali! Ma, visto che si accenna ad una sua teoria senza oltre specificare, ci sentiamo incuriositi e in dovere di precisare meglio. Facendo finta di non aver frainteso l’odierno sapientone, pensiamo alla Terza sezione del Terzo Libro del Capitale titolata “Legge della caduta tendenziale del saggio del profitto” dove, nel capitolo tredicesimo, “La legge in quanto tale”, qui ricordato in estrema sintesi, si descrive come il progressivo aumento del capitale costante nei confronti di quello variabile porta con sé la progressiva diminuzione del saggio generale del profitto, pur restando immutato il saggio del plusvalore o grado di sfruttamento del lavoro da parte del capitale. Viene precisato poi che al continuo incremento di valore di capitale costante corrisponde una crescente diminuzione di prezzo del prodotto poiché contiene meno lavoro e che la tendenza progressiva alla diminuzione del saggio del profitto è l’espressione tipica del modo di produzione capitalistico per lo sviluppo progressivo della produttività sociale del lavoro.

Per quanto riguarda l’impiego della forza lavoro preferiamo citare direttamente, a scanso di equivoci: «La possibilità di una sovrabbondanza relativa di popolazione operaia si sviluppa nella medesima proporzione in cui si sviluppa la produzione capitalistica: e questo non in quanto la forza produttiva del lavoro sociale diminuisce, ma in quanto aumenta; non in seguito a una sproporzione assoluta tra il lavoro e i mezzi di sostentamento o i mezzi di produzione di essi, bensì a una sproporzione propria dello sfruttamento capitalistico del lavoro, ossia in seguito alla sproporzione tra il crescente aumento del capitale e le sue necessità, relativamente minori, di una crescente popolazione operaia (…) In altri termini, perché la parte variabile del capitale totale resti non solo la medesima in via assoluta, ma aumenti anche in via assoluta, malgrado la diminuzione della sua espressione percentuale come proporzione del capitale complessivo, quest’ultimo deve aumentare in proporzione più alta della diminuzione della parte percentuale del capitale variabile (…) Il capitale totale non solo deve aumentare in proporzione alla composizione più alta, ma anche in maniera più celere; si ha quindi che, quanto più elevato è lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, tanto maggiore è la quantità di capitale necessaria per impegnare la medesima forza lavorativa, o ancor più una forza lavorativa in aumento».

Sempre come legge in quanto tale Marx così continua: «Il saggio del profitto calerà nonostante aumenti il saggio del plusvalore: 1. in quanto, essendo diminuita la somma complessiva di lavoro aggiunto ex novo, la parte non retribuita di esso, malgrado ne rappresenti una porzione maggiore, è egualmente più piccola di quanto non fosse prima la più piccola frazione di lavoro non retribuito nei confronti della più grande somma complessiva, e 2. in quanto la più alta composizione del capitale porta alla diminuzione in ogni singolo prodotto della parte di lavoro che rappresenta il lavoro aggiunto ex novo nei confronti dell’altra parte, che rappresenta materie prime ausiliarie e logoramento di capitale fisso. Tale modificazione nel rapporto tra i vari elementi che costituiscono il prezzo della singola merce – ed esattamente la diminuzione di quella parte del prezzo che rappresenta il lavoro vivo aggiunto ex novo e l’aumento, per contro, di quella parte che rappresenta lavoro già oggettivato – costituisce la forma in cui nel prezzo di ogni singola merce appare la diminuzione del capitale variabile nei confronti di quello costante (…) In pratica la diminuzione di prezzo delle merci e l’aumento della massa del profitto racchiuso nella massa più grande di queste merci calate di prezzo, non esprimono se non in forma differente la legge della diminuzione del saggio del profitto corrispondente all’aumento della massa del profitto (…) Il capitalista che ricorra a metodi di produzione perfezionati, ma non ancora resi universali, vende al di sotto del prezzo di mercato, ma al di sopra del proprio prezzo individuale di produzione; per lui il saggio del profitto aumenta fino a che la concorrenza non lo riporta all’equilibrio; in questo periodo di livellamento del profitto si manifesta il secondo fenomeno, l’aumento del capitale utilizzato, e proprio dalla grandezza di tale aumento dipende se il capitalista potrà nelle nuove condizioni utilizzare un numero più basso, uguale o anche più grande di operai nei confronti del periodo precedente, e quindi produrre una massa di profitto uguale o più alta».

Le lunghe citazioni sono necessarie in quanto l’argomento non è dei più agevoli, anche se ben si sa che non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

Nel capitolo successivo “Cause antagonistiche” così Marx: «Debbono intervenire qui influenze antagonistiche, che ostacolano o annullano l’attuazione della legge generale, conferendole il carattere di una semplice tendenza; ed è per questa ragione che la caduta del saggio generale del profitto noi l’abbiamo chiamata caduta tendenziale. Le più generali di dette cause sono le seguenti», e qui ne riportiamo l’elenco: 1° Aumento del grado di sfruttamento del lavoro (…) 2° Riduzione del salario al di sotto del suo valore (…) 3° Diminuzione di prezzo degli elementi del capitale costante (…) 4° La sovrappopolazione relativa (…) 5° Il commercio estero (…) 6° L’aumento del capitale azionario(…)

Di questo centrale capitolo rileggiamo un passo che fornisce la chiave di lettura principale dell’argomento: «Ma è specialmente il prolungamento della giornata lavorativa, invenzione questa della moderna industria, che aumenta la quantità del pluslavoro appropriato, senza modificare in sostanza il rapporto tra la forza lavorativa utilizzata e il capitale costante che essa attiva, diminuendo anzi in pratica il valore relativo di quest’ultimo. Già è stato dimostrato – e qui sta il vero segreto della caduta tendenziale del saggio del profitto – che tutti i processi volti alla creazione di un plusvalore relativo, mirano in definitiva a questo: da un lato a trasformare in plusvalore quanto più è possibile di una certa massa di lavoro, dall’altro ad utilizzare quanto meno lavoro in rapporto al capitale anticipato; in tal maniera le stesse circostanze che consentono di accrescere il grado di sfruttamento del lavoro impediscono che, utilizzando il medesimo capitale complessivo, venga sfruttata la stessa quantità di lavoro di prima. Queste sono le tendenze antagonistiche che, mentre portano a un aumento del saggio del plusvalore, spingono contemporaneamente alla diminuzione della massa del plusvalore prodotto da un certo capitale e quindi alla diminuzione del saggio del profitto. E ancora, è bene rammentare qui l’uso massiccio del lavoro di donne e bambini, dato che tutta la famiglia si vede nella necessità di fornire al capitale una quantità di pluslavoro maggiore di prima, anche se aumenta la somma totale di salario che ottiene, il che tuttavia in generale non si verifica per niente».

Nel capitolo quindicesimo, “Sviluppo delle contraddizioni intrinseche della legge”, così si amplia l’analisi: «Caduta del saggio del profitto e accelerazione della accumulazione sono solo espressioni diverse di un medesimo processo, in quanto entrambi stanno ad indicare lo sviluppo della forza produttiva. L’accumulazione accelera la caduta del saggio del profitto, giacché causa la concentrazione del lavoro su vasta scala e quindi una composizione superiore del capitale (…) Tale processo porterebbe in breve tempo la produzione capitalistica alla rovina, se non vi fossero altre tendenze contrarie che sviluppano costantemente un’azione centrifuga insieme a quella centripeta». Più avanti, nel secondo paragrafo, “Conflitto tra l’estensione della produzione e la valorizzazione”: «Quanto alla forza lavorativa utilizzata, lo sviluppo della forza produttiva si manifesta di nuovo in due modi: in primo luogo nell’incremento del plusvalore, ovvero nella diminuzione del tempo necessario occorrente per riprodurre la forza lavorativa; poi nella riduzione della quantità della forza lavorativa (numero degli operai) adoperata per attivare un certo capitale (…) Da una parte uno di questi fattori, il saggio del plusvalore, aumenta; dall’altra il secondo, il numero degli operai, diminuisce in via relativa o assoluta (…) Da questo punto di vista la possibilità di compensare la diminuzione del numero degli operai con l’aumentare il grado di sfruttamento del lavoro, incontra dei limiti insuperabili; la caduta del saggio del profitto può essere ostacolata, ma non soppressa».

Fin qui l’economia, dicono. Siamo invece solo noi comunisti rivoluzionari a far nostre anche queste necessarie conclusioni di Marx, che rivendichiamo e difendiamo: «Tendenza costante della produzione capitalistica è quella di superare tali limiti immanenti, ma essi possono essere superati unicamente tramite mezzi che impongono gli stessi limiti su scala nuova e più vasta. Il vero limite della produzione capitalistica è proprio il capitale, cioè che il capitale e la sua autovalorizzazione si presentano come punto di partenza e punto di arrivo, come motivo e fine della produzione; che la produzione è soltanto produzione per il capitale, e non invece che i mezzi di produzione sono semplici mezzi di produzione per un costante allargamento del processo vitale per la società dei produttori (…) Se dunque il modo di produzione capitalistico è un mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale, è allo stesso tempo la costante contraddizione tra questo suo scopo dato dalla storia e i rapporti di produzione sociali ad esso corrispondenti».

Ricordate quali sono le tesi Marx in merito, leggiamo il professorale articolo, che continua affermando che le imprese, accumulando capitali, accrescono l’intesità capitalistica (rapporto stock di capitale / produzione, per noi, semmai, rapporto fra capitale fisso e capitale totale); per mantenere il profitto del capitale (doveva dire saggio del profitto), occorre che la parte dei profitti all’interno del reddito nazionale (che non è altro che plusvalore più monte dei salari) cresca allo stesso ritmo dell’intensità capitalistica (termine che richiama la nostra composizione organica) e se ciò non avviene c’è la caduta tendenziale del tasso del profitto; la crescita della quota dei profitti implica che i salari reali crescano meno velocemente della produttività del lavoro, quindi che i salari siano in una situazione di debolezza nella contrattazione e questo implica in condizioni normali un tasso di disoccupazione elevato (esercito di riserva dei lavoratori).

Qui già si intravede la soluzione del nostro direttore del centro studi, ovvero far ricadere sui lavoratori il progressivo insterilirsi della valorizzazione del capitale tramite disoccupazione e salari di fame, cioè la solita ricetta. Ma, sul piano teorico, questo impoverimento della classe operaia può solo contrastare, rallentare la caduta del saggio del profitto, non invertirla, in quanto, mentre la composizione organica del capitale, storicamente, mai cessa di accrescersi, ed enormemente, e con essa la produttività del lavoro, non è possibile intensificare il lavoro ed immiserire oltre certi, seppure elastici, limiti, fisiologici e sociali, i lavoratori salariati. Insomma la nostra legge della caduta del saggio del profitto non è che la formulazione matematica della ribellione ognor crescente, oggettiva e biologica, dell’umanità lavoratrice al Capitale.

Ma continuiamo e passiamo ai grafici, che per niente ci spaventano.

Come quasi sempre in questi studi borghesi, interessati solo all’oggi, il periodo preso in considerazione è troppo breve, influenzato dall’andamento del ciclo economico, per trarne valutazioni generali.

Il primo, “Stock del capitale produttivo negli Usa in percentuale sul Pil”, (che per noi sarebbe rapporto del Capitale fisso sul Capitale totale) mostra che dal 1985 al 1996 l’intensità capitalistica è cresciuta in quel paese in volume ma non in valore in ragione della caduta dei prezzi relativi dei mezzi di produzione. I due tracciati di questo grafico: “valore” che parte da una quota 45,8% nel 1985 e “volume” 41,5% si incrociano nel 1996 a quota 43% e dopo questa data il “volume” si impenna a quota 51% nel 2001. Si mantiene anche il “valore”, però, che, dopo alterne oscillazioni, giunge a quota 43,7%. È una costante nel capitalismo che il valore, e il prezzo, dei beni di consumo e degli alimenti si riduca più lentamente di quello dei mezzi di produzione.

Passiamo ora al secondo grafico “Profitti delle imprese non finanziarie negli Usa, in percentuale sul Pil corrente” che mostra mediante due tracciati, quello dei “Profitti finanziari” e quello dei “Profitti economici”, l’evoluzione della redditività del capitale negli Usa. I “profitti economici”, qui non meglio precisati, sono calcolati come profitti meno tasse sul Pil; quelli “finanziari” come profitti meno tasse meno interessi per il debito e sarebbe il nostro profitto dell’industriale. I due tracciati compresi sempre tra il 1985 e il 2001 seguono un andamento pressoché parallelo: quelli “finanziari” oscillano dal 2,5% ad un picco del 4% nel 1997-98 per finire a 2,4% nel 2001; quelli “economici”, che comprendono gli interessi, ovviamente sono più alti, partono da un 4,6% per salire al picco superiore del 6% nel 1988 e scendere al 4% del 2001. Per differenza avremmo per gli interessi i saggi del 2,1%, del 2,0%, dell’1,6%. In sostanza i profitti crescono in percentuale dal 1992 al 1997 e scendono dal 1997 al 2001, come già descritto in precedenti lavori di partito, quando ancora Bin Laden lavorava al soldo della Cia. Nel primo semestre 2001 si ritrova allo stesso valore del 1992. La crescita dei profitti industriali è più forte grazie alla diminuzione degli interessi. La recessione, terrore di tutti gli economisti, è qui indicata come la causa che ha poi fatto precipitare i due tracciati dal secondo trimestre 2000.

Un terzo grafico mostra che lo scarto tra profitto da capitali (economici e finanziari) e il tasso dei prestiti a lungo termine reale, sempre negli Usa, si accresce considerevolmente dal 1992-97 per poi diminuire dal 1997 al 2001. Maggiore è questo scarto tra profitti e tasso dell’interesse, maggiore è la speranza di profitti, quindi si ha una spinta agli investimenti.

È proprio questa la manovra delle banche centrali per dare un po’ di vigore all’economia. Negli Usa la Fed ritocca all’ingiù il tasso di sconto con cui presta il denaro, anche al 2% e c’è chi chiede ancor meno; in Giappone c’è stato uno 0,5%, nell’Unione europea è di questi giorni un ribasso al 2,75%. Eppure il capitalismo non esce dalla sua crisi interna, ovvero dalla sovraproduzione generalizzata. I metodi “pacifici” sembrano non bastare e presto rimarrà l’unica soluzione valida sempre: la guerra generalizzata.

Dopo la presentazione di questi primi tre grafici, il nostro autore “scopre” che «a partire da un certo punto del processo di accumulazione del capitale scende la resa ed il profitto del capitale». E, in grassetto, conclude: «La sola maniera di evitare questa evoluzione è quella di frenare il costo del lavoro». Scoperta da premio Nobel! «Il quarto grafico – continua – ci mostra che il costo orario totale (inclusi gli oneri e i benefici sociali) cresce meno rapidamente della produttività oraria dal 1993 alla fine del 1997, più veloce, però, della produttività dopo la fine del 1997. Questo corrisponde perfettamente all’evoluzione dei profitti, in crescita fino al 1997 e in diminuzione successivamente».

Questo grafico presenta quattro tracciati come variazione annuale percentuale dal 1985-2001: Produttività oraria, sempre superiore allo zero, che presenta tre massimi crescenti nel 1986 con +3,9%, 1992-93 con +4,5% e 2000 con +4%; come tendenza la produttività oraria oscilla intorno al +3% dal 1996 al 2000, il che è molto. Il secondo tracciato, il valore del Pil, ha un massimo intorno al +4% nel 1991 e poi rallenta al +2,2% nel 2001. Il terzo, quello dei salari nominali, compresi i benefici, è quello più alto con una serie di massimi intorno al +6% nel periodo 1986-92, cresce meno poi nel 1994 al +2% per poi accelerare fino al picco del +8% nel secondo semestre del 2000 e al +5,8% nel 2001. Questo grafico è fuorviante perché non tiene conto dell’inflazione ed esclude le tasse e i costi assicurativi a carico del lavoratore; infatti il quarto tracciato, quello del salario reale, ci rivela che esso, sempre come incremento percentuale annuale, è sempre al disotto dell’incremento della produttività oraria, cioè si produce di più ma aumenta in proporzione il lavoro non retribuito. Solo dopo il 1997, come anticipato per altri versi dai precedenti grafici, presenta due punti al disopra della produttività oraria di circa +1,5%.

Il quinto grafico “Disoccupazione ed impiego negli Usa” è così presentato: «Il cambio di direzione sull’evoluzione dei salari si produce nel momento in cui il tasso di disoccupazione scende dal 5%, con la forte creazione di impiego dal 1993. A partire dal 1997 “l’esercito di riserva dei lavoratori” scompare». Questo tracciato mostra la riduzione del tasso di disoccupazione dal 1997 fino al 2001. Occorre però precisare che negli Usa si considerano occupati anche i lavoratori saltuari, anche di pochi giorni, per cui la situazione è meno rosea di quanto indicato dalle statistiche.

L’autore poi da una serie di calcoli deduce che: «dei guadagni di produttività beneficiano maggiormente i salariati americani poiché l’incremento di 1 punto di crescita annuale di produttività produce la crescita dei salari di 1,4 punti. Ci sarebbe quindi una spontanea crescita della parte dei salari nel Pil. Per evitarla è necessaria una elevata disoccupazione». L’Artus si concentra quindi nel calcolo della quota di disoccupazione necessaria a garantire profitti crescenti per i capitalisti e così argomenta. «Tra il 1998 ed il 2000 il costo dei salari reali è aumentato di 1,5 punti annui più della produttività a fronte di un tasso medio di disoccupazione del 4,25%. Per riallineare la crescita del salario reale a quello della produttività, bisognerà quindi aumentare il tasso di disoccupazione di 2,5 punti portandola al 6,75% ossia sicuramente al disopra di una disoccupazione che si può realizzare in una fase di crescita negli Usa». Continua così in grassetto beandosi dei suoi calcoli: «Tutto mostra quindi che il vantaggio dei profitti non può essere stabilizzato negli Usa che al prezzo di un tasso di disoccupazione che si avvicina al 7%, il livello del 1993 dopo la recessione».

Il paragrafo conclusivo dello studio ha un bel titolo: “Niente soluzioni a lungo termine” dove constata che «dover ricorrere periodicamente a una recessione per far crescere la disoccupazione e raddrizzare la resa dei profitti non è una soluzione efficace a lungo termine».

Qui il professore ritiene che si possano controllare le leggi generali dell’accumulazione capitalistica con apposite manovre, dimostrando di non aver compreso, o non aver voluto comprendere il nostro Marx e le leggi immanenti della produzione capitalistica, della valorizzazione del capitale e della sua accumulazione. Il capitalismo ciclicamente necessita per la sua sopravvivenza di una massiccia distruzione di capitali e forza lavoro in una certa misura proporzionale al grado di accumulazione raggiunto, cioè di guerre mondiali di adeguate dimensioni.

La soluzione dell’Artus invece la possiamo collocare nel mondo delle utopie: «La sola uscita dal conflitto di ripartizione è che l’accumulazione del capitale generi sufficienti esternalità positive: crescita della produttività globale dei fattori, accumulazione di capitale umano. Queste esternalità fanno scomparire il decremento del profitto del capitale. E questo non è stato il caso degli Usa nella fase di espansione del 1992-2000 dove l’accumulazione del capitale produttivo non è stato abbastanza efficace».

Vuol forse dire che un nuovo capitalismo con la collaborazione fra le classi può curare il vecchio capitalismo putrescente? Glielo lasciamo credere e sperare. Lui e i suoi soci continuino a pensare che si possa curare il capitalismo dalle sue internalità e renderlo eterno, ma lascino stare Marx. La soluzione, o meglio l’ineluttabile conseguenza che Marx descrisse, non come augurio di utopista ma come inevitabile sbocco storico, è la distruzione del capitalismo da parte della rivoluzione proletaria! La mondiale classe lavoratrice ha bisogno sì di una esternalità positiva, esterna al capitalismo, la risoluta e diseconomica espropriazione degli espropriatori!