[RG84] Le più recenti strategie di conservazione del capitale e loro capovolgimento nel comunismo
Categorie: Economic Works
Rapporto esposto nella riunione di Torino, settembre 2002.
La previsione di Marx
Il fenomeno di moda negli ultimi decenni, negli ambienti economici manageriali, prende il nome di terziarizzazione, che va di pari passo con quello chiamato globalizzazione, negli ambienti politici. Questi fenomeni, che a detta dei guru della sociologia moderna sarebbero nuovi segni della maturità del Capitalismo contemporaneo, solo segnano la fine di precedenti false dicotomie e bugiardi opposti, come, ad esempio, tra economia di piano, identificata col comunismo, e quella di mercato, e la smentita delle loro sballate ideologie, nonché, a saper vedere, lo stramaturare delle premesse alla fine stessa del Capitalismo.
Ad aumentare, e tutti non possono fare a meno di notarlo, è invece la dicotomia tra Nord e Sud del pianeta. Ma l’incremento di questa differenza, vi è da dire, non riguarda la popolazione, men che meno quella proletaria, la quale, anzi, s’immiserisce a Nord invece di arricchirsi a Sud, bensì, i grossi soggetti economici internazionali, multinazionali e centri finanziari!
Al’interno di questi processi evolutivi del capitalismo si iscrive quello della cosiddetta terziarizzazione o esternalizzazione.
È tesi classica nel marxismo, ribadita sempre da noi come da Lenin, quella che l’economia moderna tende alla concentrazione, alla formazione di grossi trust, sempre più compenetrati nei governi, in giganteschi monopoli che dispongono a loro bisogna degli Stati, delle loro polizie interne e delle loro diplomazie ed eserciti all’esterno. Questo non è invertito, nonostante le apparenze, con la terziarizzazione, che smembra le grosse aziende, gli immensi capannoni industriali, i magazzini e i monumentali palazzoni contabili di rappresentanza in una miriade di piccole aziende che producono su commessa, in tanti padroncini e borghesucci, spesso goffi e ignoranti che si accingono a gestire le loro imprese, di fatto, come reparti esterni di una grossa multinazionale.
La domanda che si può porre è: se la concentrazione nasce dall’esigenza di risparmio, per produrre a prezzi più competitivi, perché mai il Capitale manterrebbe decentralizzata parte della sua produzione?
Nel “Capitale” la questione della concentrazione tramite l’accumulazione e della centralizzazione fra capitali è trattata nella sezione sul Processo di accumulazione del capitale del Libro Primo, capitolo 23.2: “Diminuzione relativa della parte variabile del capitale durante il processo dell’accumulazione e della concentrazione ad essa concomitante”. In quelle dense pagine si accenna alla “cooperazione si vasta scala” che rende possibile la “divisione e combinazione del lavoro”, alla “concentrazione in massa dei mezzi di produzione”, i quali, giunti ad una certa dimensione, “possono essere adoperati solo in comune”. Ma vi si rileva anche che i capitalisti sono “contrapposti l’un l’altro in quanto produttori di merci indipendenti e in concorrenza fra loro”, al fenomeno della “formazione di nuovi capitali e della scissione di capitali esistenti” e alla “ripulsione reciproca di molti capitali individuali”. Contro questa “dispersione” del capitale complessivo sociale agisce la “concentrazione”, la “espropriazione del capitalista da parte del capitalista”. Torna Marx, nelle stupende pagine sull’accumulazione originaria che chiudono il Primo Libro, a concludere che “ogni capitalista ne uccide molti altri” (sollevando così la rivoluzione comunista dalla cruda incombenza)!
La questione è approfondita ampiamente per gli aspetti del lavoro a cottimo e del lavoro a domicilio e vi si torna nel Secondo e Terzo Libro in passaggi che spesso oppongono alla presente società capitalistica il suo necessario capovolgimento nel comunismo.
Perché il gigantismo industriale
L’adozione di impianti di dimensioni maggiori rappresenta per le imprese una riduzione dei costi, ovviamente per unità di prodotto. Con l’aumento del volume di produzione e della capacità produttiva degli impianti si conseguono delle economie di scala dovute ai seguenti fattori.
1) Diverso rapporto capitale fisso/capitale variabile: impianti di dimensioni maggiori consentono un livello maggiore di meccanizzazione, ma il loro costo cresce in proporzione minore rispetto alla quantità del prodotto: ad un aumento del 100% della capacità produttiva di un impianto corrisponde un aumento del costo per investimenti che va dal 52% all’84%; in ogni unità di prodotto si trasferisce una quota minore di logorio del capitale fisso;
2) Differenti rendimenti tecnico-economici: impianti di dimensioni via via maggiori, e quindi dotati di tecniche più evolute, presentano un grado superiore della produttività del lavoro;
3) Diversi gradi di divisione e specializzazione del lavoro: combinazioni produttive di maggiori capacità consentono di realizzare una più spinta divisione e specializzazione del lavoro, con un conseguente ulteriore aumento della produttività;
4) Adozione di diversi criteri di organizzazione e gestione della produzione: combinazioni produttive di capacità maggiori possono consentire di aumentare i livelli di efficienza grazie all’impiego di sistemi organizzativi e di gestione della produzione il cui costo non sarebbe economicamente giustificabile in presenza di impianti di minori dimensioni.
Altre determinazioni minori sono elencate da Marx, come quella della diminuzione e del riuso degli scarti di lavorazione.
Le cosiddette economie di scala riguardano tutti i campi dell’impresa, come la funzione logistica, contabile, commerciale e dirigenziale. A titolo di esempio, è sufficiente pensare alla riduzione dei costi unitari medi di logistica che è possibile ottenere saturando la capacità dei mezzi di trasporto.
Accanto ai vantaggi di cui le imprese di grandi dimensioni possono godere nella gestione delle attività logistiche e di ricerca notevole importanza assumono quelli inerenti la funzione finanziaria e gli approvvigionamenti. I primi derivano principalmente dalle possibilità di accedere con maggiore facilità e a condizioni migliori ad una molteplicità di fonti di finanziamento, alcune delle quali – come il prestito obbligazionario e l’emissione di azioni – precluse alle aziende minori. Le seconde sono generate dalle migliori condizioni di acquisto che, in virtù del maggiore potere contrattuale che i più elevati volumi di acquisto consentono di esercitare nei confronti dei fornitori, le grandi imprese sono in grado di spuntare; ma soprattutto dalla possibilità che le stesse hanno di dotarsi di una più efficiente organizzazione degli approvvigionamenti.
Queste tipologie di economie di scala, in aggiunta a quelle tecniche, sono definite di gestione.
Bisogna osservare, però, che la storia dello sviluppo tecnico ha consentito economie di scala via via con più piccole dimensioni degli impianti e, quindi, una maggiore elasticità operativa. Esempio classico quello delle vecchie macchine a vapore per la generazione di energia meccanica, che richiedevano, per la loro massima economicità, capannoni industriali ciclopici, e il più recenti motori utilizzanti l’energia elettrica che consentono il movimento anche di una sola macchina operatrice. Grande e crescente concentrazione sussiste sempre, però, sul piano economico e sociale, per la produzione e la distribuzione dell’energia elettrica.
Altro elemento che favorisce la concentrazione della produzione è, per così dire, culturale: riguarda cioè l’apprendimento a fare: quanto più elevato è il numero delle volte in cui un compito è svolto, tanto maggiore è l’apprendimento e la specializzazione, pertanto l’operaio diventerà più abile e veloce. L’aumento del volume di produzione determina una maggiore specializzazione e divisione del lavoro: ciò agevola la standardizzazione dei compiti con un conseguente aumento della produttività ed efficienza del lavoro.
L’aumento dei volumi di produzione, nel tempo può consentire alle imprese di introdurre una serie di innovazioni nelle tecniche di processo, come i cambiamenti nella disposizione interna degli stabilimenti o la messa a punto di nuove procedure per lo svolgimento di specifiche operazioni di trasformazione e di assemblaggio, oppure l’introduzione di piani di manutenzione più efficienti. Allo stesso modo l’esperienza acquisita, unitamente alle informazioni di ritorno provenienti dal mercato, può suggerire modifiche e innovazioni da apporre ai prodotti. Per contro, l’introduzione di modifiche alle tecniche sono talvolta rese più difficili dalla grande dimensione degli impianti.
L’aumento del volume di produzione può favorire l’utilizzo di risorse meno costose come la sostituzione di manodopera specializzata con manodopera non specializzata dovuta alla standardizzazione delle attività che richiede meno competenze tecniche specifiche.
Quando all’aumento della produzione corrisponde l’aumento delle varietà dei prodotti, si può ottenere una unificazione delle componenti degli stessi che vengono utilizzate su scala più ampia.
Man mano che aumenta l’esperienza risultano più evidenti quali sono le caratteristiche funzionali, fisiche, estetiche e di qualità tecnica dei prodotti che il mercato richiede. Ciò è anche favorito dalle maggiori informazioni di ritorno che provengono dai mercati di sbocco.
L’effetto della congestione
Quindi le spinte a centralizzare del Capitale sono parecchie e ben fondate, ma ci si pone a questo punto una domanda: questa centralizzazione è illimitata oppure incontra un limite oltre il quale inizia la convenienza a decentralizzare?
Un singolo e dato impianto, raggiunta la scala di produzione per la quale è stato progettato, inizia, se vi è un ulteriore aumento della produzione, a rendere di meno perché alcuni costi aumentano a causa di evidente sproporzioni interne. Ma anche considerando la possibilità di ampliare l’impianto produttivo o di costruirne uno nuovo, all’aumentare della sua dimensione sorgono dei costi di congestione, che aumentano con essa a fronte del calo dei costi logistici e della ripartizione dei costi fissi su più prodotti. Tra i principali costi di congestione vi sono quelli di coordinazione dovuti alla difficoltà di gestire tanti fattori economici, che vanno dal personale agli edifici, dalle materie prime ai magazzini, eccetera, che aumentano, ovviamente, aumentando il volume di produzione cumulata.
Questo discorso vale sia da un punto di vista strettamente dell’azienda sia per i riflessi su di essa di costi sociali: con l’aumento della densità della popolazione su una delimitata area, per esempio, c’è un calo dei costi logistici dovuto al risparmio sui trasporti, sulla movimentazione in generale e sulle forniture di servizi; ma, a fronte di questo risparmio, notiamo un aumento dei costi di congestione dovuti alla maggiore difficoltà di gestione e di coordinamento, ma anche dalle cosiddette esternalità negative, cioè inquinamento, traffico, salute pubblica, eccetera. Così, il punto in cui conviene dimensionare le unità produttive è il risultato del compromesso tra i due tipi di fenomeni, oltre il quale non conviene più accentrare perché aumenterebbero i costi di congestione.
La densità abitativa media della società moderna è la più alta mai raggiunta nella storia, questo perché il passaggio alla forma produttiva capitalistica non solo permette, ma ha richiesto sia un aumento demografico imponente sia più densità. Il congestione e l’incapacità di gestione degli spazi nell’attuale società sono spinti ai limiti della tollerabilità e l’addensamento di uomini è portato agli estremi limiti perché la convenienza economica, cioè il punto di incontro tra costi di dispersione e di congestione, oltrepassa la capacità di gestione capitalistica degli spazi vitali. Il passaggio dal capitalismo al comunismo consentirà una redistribuzione degli umani su aree più ampie e lo smembramento delle megalopoli. Il futuro progettare comunista ragionerà in termini non di tollerabilità, né di produttività in senso stretto, ma di soddisfazione dei bisogni umani. A questo fine può darsi che ci vorremo dare aree a diversa densità abitativa, secondo il clima per esempio, o diversamente abitate secondo l’uso. Il troppo o il poco accentrato sarà considerato rispetto ad una società capace di amministrare razionalmente sé e il mondo, facoltà che è del tutto preclusa all’attuale civiltà proprietaria e capitalistica.
Decentralizzare!
Nell’attuale mondo capitalistico, quanto più sono elevate le tecniche di trasporto e di comunicazione tanto più diventa conveniente gestire e dislocare le unità produttive ad uso e piacimento delle esigenze del momento.
L’attuale crisi di sovrapproduzione ha esasperato l’esigenza di attuare metodi di gestione snella al fine solito di frenare la caduta del saggio di profitto. I nuovi metodi di gestione snella o, dal nome dell’azienda nipponica che per prima li ha sperimentati, toyotismo, comportano l’eliminazione degli ipertrofici apparati burocratici aziendali e una gestione migliore delle scorte di magazzino al fine praticamente di azzerarle.
Questo sistema organizzativo prevede l’esistenza di un tessuto di piccole aziende, formalmente indipendenti ma di fatto legate commercialmente e spesso finanziariamente alle grosse multinazionali, sulle quali vengono scaricate tutte le difficoltà sorgenti dall’accrescersi dello sfruttamento della manodopera e dalle periodiche crisi che regolarmente assestano duri colpi all’economia capitalista. Queste piccole aziende sono un vero e proprio cuscinetto sociale dell’economia, esse hanno maggiori opportunità di smaltire manodopera in eccesso dovute sia ad una legislazione più morbida sia alla più ampia possibilità di eludere le normative del lavoro con le famigerate assunzioni in nero. Così sempre più economie locali conservano o si dotano, laddove ne sono prive, di piccole e medie imprese su cui far affluire manodopera più ricattabile e meno combattiva, da gestire ad uso e consumo delle esigenze del momento, il tutto affiancato dal sorgere di contratti atipici che ammorbidiscono i contratti collettivi e le legislazioni sul lavoro.
È in questo contesto che si collocano le ristrutturazioni aziendali degli ultimi venti anni a questa parte. Intrecciato con questa, apparente, dispersione produttiva è la tendenza alle cosiddette privatizzazioni, cioè la cessione di aziende gestite dagli Stati nazionali a colossi multinazionali macroregionali e mondiali. Queste, nei paesi dell’est Europa, hanno coinciso col crollo dei regimi politici di tipo monopartitico postbellici.
In Italia è interessante notare il passaggio del polo attrattivo dell’investimento dei risparmiatori che dai titoli di Stato, che servivano a coprire l’enorme massa di attività del governo nazionale, ai fondi di investimento, una miscellanea di titoli azionari ed obbligazionari gestiti da apposite società che meglio si prestano alle esigenze del capitale finanziario mondiale.
Per quanto riguarda, invece, la nascita di nuove piccole imprese con tanto di piccoli imprenditori intestati, è da rilevare che il grado della loro reale indipendenza dalle grandi imprese committenti è spesso talmente esiguo da ridursi, in pratica, a lavoratori a domicilio, ma inquadrati giuridicamente, economicamente e fiscalmente (e purtroppo psicologicamente) come imprese a sé, sollevando così le imprese committenti da ogni responsabilità civile ed economica. Queste possono in qualsiasi momento sospendere o spostare altrove i loro ordinativi senza alcun costo. Ma essenzialmente queste terziarizzazioni offrono lo strumento per abbattere la combattività delle maestranze di cui è sparpagliata la forza in tanti piccoli gruppi con forza rivendicativa esigua.
Molto spesso una stessa e medesima azienda viene scomposta in un numero di aziende non grandi che operativamente e materialmente costituiscono lo stesso corpo di produzione, consentendo così al padronato di usufruire sia dei vantaggi di scala dei grossi impianti, sia di quelli delle piccole imprese con manodopera priva di elevato potere rivendicativo, sia dei vantaggi fiscali e contrattuali concessi alle “piccole aziende”. Il che dimostra, ed è ciò che più ci interessa, l’esigenza di una organizzazione sindacale territoriale e non aziendale al fine di superare queste micidiali divisioni!
Un altro caso di decentralizzazione più radicale ci è dato dallo smembramento di apparati industriali nei paesi industrializzati per impiantarli in paesi meno sviluppati. Si tratta spesso di produzioni nocive ed inquinanti o che necessitano di lavori estenuanti e di manodopera a basso costo. Queste produzioni vengono localizzate laddove vi è sia manodopera a basso costo e ricattabile, sia regimi che ancora non hanno proibito, o non hanno la forza o l’interesse per farlo, le emissioni inquinanti. Si è verificata così, a seguito della crisi di sovrapproduzione dopo la fase di ricostruzione postbellica, la deindustrializzazione di intere aree come la Lorena o il bacino della Rhur in Germania, per industrializzare aree di paesi sottosviluppati sotto il controllo di colossi multinazionali. Spesso vengono smantellati singoli reparti che vengono rimontati nell’altro emisfero dando luogo a stabilimenti monoreparto che costituiscono un’ulteriore divisione e specializzazione del lavoro. Altro che ritorno alla piccola produzione medievale di cui molti economisti volgarissimi vanno ciarlando!
Divide et impera
I processi di terziarizzazione, insomma, danno un colpo al modello di integrazione verticale tipico dell’impresa fordista.
Già nel pieno della fase fordista, a dire il vero, si erano sviluppati processi di dis-integrazione verticale dell’impresa: già negli anni’60, ad esempio, un 50% delle auto veniva prodotto fuori dalle aziende-madri. Ma questi processi sembrano ora segnare un salto di qualità, sia in intensità sia in estensione e investono non solo le imprese industriali ma quelle del terziario e la stessa Pubblica Amministrazione, che nella fase del Welfare State aveva visto ampliare i propri compiti (e i propri dipendenti), e ora appalta quei compiti (quando non li dismette) a imprese del settore privato o del terzo settore.
Per usare una formula sintetica, potremmo dire che il dilemma di fondo tra make or buy (fare o comprare) si sta sempre più spostando a favore della seconda alternativa.
Si tratta di una tendenza sempre più diffusa, ma diffusa non equivale però ad egemone: queste tendenze, almeno per ora, non sembrano configurare un nuovo modello organizzativo assestato. Esse rientrano nelle sperimentazioni variegate, e talvolta contraddittorie, di modelli organizzativi di impresa che superano i limiti del fordismo. Ma resta vero che esse rimettono ulteriormente in questione gli stessi nuovi modelli (produzione snella, fabbrica integrata, ecc.) nati dalla crisi del modello fordista-taylorista “classico”.
Si parla di crescente de-verticalizzazione dell’impresa. Il primo salto di qualità si collocherebbe alla fine degli anni Settanta, con il decentramento dell’accessoristica. All’inizio degli anni Novanta si avrebbe un mutamento qualitativo del rapporto fornitore-cliente, con lo sviluppo della fornitura just in time. Oggi saremmo nel pieno fermento di una fase ulteriore, definita di terziarizzazione avanzata, che interesserebbe l’area dei servizi: amministrazione, sistemi informatici, logistica, ricambi, manutenzioni, pulizie, ecc.
La fabbrica modulare sarebbe lo sbocco di questo processo: esempi compiuti di realizzazione di questo modello si ritroverebbero nel nuovo stabilimento Fiat di Pune in India e in quello della Volkswagen a Resende, in Brasile. In questo nuovo modello, all’impresa-madre restano come responsabilità dirette: l’esecuzione del montaggio finale; il governo del processo globale di fabbricazione; la garanzia degli standard di costi e qualità e del rispetto dei tempi; l’identità e l’immagine di marchio; tutto il resto è affidato a imprese esterne.
Sottostà a questi processi un uso più intenso della forza lavoro: l’obiettivo non è solo un costo del lavoro più basso, quanto quello di esasperare la flessibilità della prestazione lavorativa e dei livelli occupazionali. In secondo luogo, si punta ad aumenti di efficienza e produttività derivanti dalla specializzazione di alcune delle imprese esterne (ad esempio nella logistica o nella manutenzione).
Infine, v’è una questione generale, che attiene alla crescente propensione per il buy rispetto al make e che può essere riformulata in termini di alternativa tra mercato o gerarchie, ovviamente con il triviale trionfo, dialetticamente sconvolgente e rivoluzionario, del primo sulle seconde. Nelle più grandi imprese, sia private sia pubbliche, come nelle Ferrovie per esempio, è maturata una profonda sfiducia nella “razionalità interna” dei propri quadri, sia amministrativi sia tecnici, al fine della realizzazione dell’efficienza e degli obiettivi aziendali, che è da misurarsi, di fatto, solo nel rapporto col mercato, mezzo ben più efficace di controllo e di orientamento. Si pensa cioè che un’impresa esterna, legata da mercantile rapporto di fornitura, sia più affidabile di un tecnico intermedio, dalla mentalità non abbastanza flessibile, nella realizzazione degli obiettivi aziendali. Questa continua autodistruzione è un effetto della crisi economica che rende ogni piano, anche capitalistico-aziendale, del tutto impossibile e l’unica prospettiva e possibilità di sopravvivenza è non affondare sotto la prossima onda della tempesta globale. Insomma, la snellezza e la flessibilità come anticamere del classico, prosaico e inevitabile, fallimento.
Per contro, nell’utilizzo della forza lavoro, della quale le terziarizzazioni dovrebbero permettere una maggiore flessibilità, si creano nuovi elementi di rigidità: ad esempio in passato erano possibili forme di mobilità tra lavoro di carrellista e lavoro sulla linea, che ora non lo sono più perché si tratta di lavoratori di imprese diverse. Più in generale, si ricrea in forme nuove un tessuto di rapporti informali, talvolta leciti talvolta meno, che a volte riescono a risollevare il tasso del profitto, altre volte creano problemi e intoppi alla produzione.
Evidente che il capitale è ben lontano da quel presidio globale dei processi che doveva essere un tratto distintivo del nuovo modello organizzativo, semmai ne è sempre più lontano.
La fabbrica modulare e il terzo settore
I rappresentanti sindacali unitari delle lavorazioni terziarizzate sono “terziarizzati” insieme ai “loro” lavoratori e hanno mantenuto il ruolo di RSU. Talvolta c’è già stata una nuova elezione delle RSU. Ma le imprese più piccole non hanno RSU, o per lo meno non hanno un delegato in loco, e quindi esiste una porzione di lavoratori privi di loro rappresentanti diretti.
Soprattutto spesso non c’è un’istanza riconosciuta che raggruppi, da un lato, le diverse RSU del sito e, dall’altro, le diverse controparti. Teoricamente, dunque, le relazioni industriali sono compartimentate per azienda anche se, come vedremo, nella pratica non è sempre così. Capita, dunque, che un rappresentante non possa intervenire su cose che avvengono a due passi da lui, perché “di competenza” di un’altra RSU, che però magari non è fisicamente presente in quel luogo. Abbiamo, dunque, un tessuto debole o inesistente di “relazioni industriali” “trasversali” riconosciute, a cui spesso si sopperisce con rappresentanze di fatto, più o meno informali.
Capita che l’iniziativa dei lavoratori venga a colmare questi vuoti costringendo il sindacato a denunce, agitazioni, e lotte sui temi comuni ai dipendenti delle diverse aziende: problemi di organici e di carichi di lavoro, problemi di sicurezza, ecc. E, a partire da queste iniziative, le direzioni sono spesso state costrette a momenti negoziali (formali o informali) in cui almeno una parte dei problemi denunciati sono stati affrontati e risolti. (Qui riassumendo da La Rivista del Manifesto n° 5 di 04/2000).
Il fenomeno delle aziende no profit, così discusso negli ultimi decenni, rappresenta un’altra strategia nuova, ma non troppo, di rincoglionimento, oltre che di utilità economica, che il Capitale ci propina. Qui alcuni accapi di articoli apparsi su La Rivista del Manifesto numero 0, novembre 1999, illustrano delle considerazioni al riguardo.
«In primo luogo lo sviluppo del cosiddetto “Terzo settore” è un portato dello sviluppo capitalistico (…) Da un lato abbiamo infatti assistito, almeno a partire dagli anni ‘80, ad una forte crescita del “volontariato sociale” (…) dall’altra l’azione del capitale tesa a sussumere questo positivo fermento sociale nel processo di sostituzione del welfare con forme di “carità sociale” meno costose ed intrecciate ad una generale precarizzazione dei rapporti di lavoro (…)
Lo sviluppo del Terzo settore è pienamente inserito nella concertazione, in funzione della precarizzazione del lavoro e della trasformazione del welfare in workfare, con annesso mercato dei servizi.
L’episodio di malaffare politico-amministrativo emerso nell’estate del 1998 a carico del Comune di Palermo e di oltre 250 cooperative sociali (…) aiuta a comprendere l’irresistibile ascesa del Terzo settore nel nostro paese. A beneficio dei distratti conviene rievocarne i tratti essenziali. Tra la primavera del ‘93 e l’autunno del ‘97 l’amministrazione comunale del capoluogo siciliano procede all’affidamento di servizi di pubblica utilità a 269 cooperative e ai loro 6.400 soci lavoratori (…) Nel marzo del ‘98, un socio estromesso dalla propria cooperativa senza uno straccio di motivazione invia un esposto alla magistratura e alla Guardia di finanza. Le indagini mettono rapidamente a nudo una realtà a dir poco sconcertante, fatta di stipendi corrisposti a persone da tempo decedute; di portatori di handicap, ex-tossicodipendenti ed ex-detenuti arruolati al solo scopo di raggiungere la quota prescritta di “soci svantaggiati”; di un ben collaudato sistema di caporalato, con tanto di lettere di dimissioni prefirmate e di trattenute irregolari sulla busta paga (…)
A chi sognava un impiego nella pubblica amministrazione si è concesso qualche mese di lavoro precario, iperflessibile e sottopagato, nel rispetto del più classico schema clientelare (…) Numerosi casi di supersfruttamento del lavoro sono emersi sullo sfondo del sistema delle gare al ribasso, complice una normativa che impedisce ai soci lavoratori qualsiasi tutela dei propri diritti».
Ecco la convenienza delle piccole e medie imprese e delle cooperative!
Un altro articolo della stessa rivista ci descrive la realtà del precariato facilmente utilizzato dalle piccole imprese industriali.
«Esemplare è la storia della Cima, un’industria che occupa 128 dipendenti, e che fabbrica molle e fascette per altre aziende, principalmente per la Fiat. L’anno scorso sono stati trovati 30 cingalesi perfettamente inseriti nel ciclo produttivo, pur essendo soci dipendenti di una cooperativa prendevano circa 7 mila lire l’ora e non conoscevano i propri diritti. Spesso il presidente della cooperativa li svegliava di notte per chiamarli a lavorare, erano sottoposti a uno sfruttamento assurdo, oltre a venire discriminati da quasi tutti gli altri operai che non li volevano neppure a mensa». «L’85% dei nuovi ingressi avviene ormai con contratti atipici e molti restano precari per anni: prima c’erano soltanto le cooperative, oggi c’è anche l’interinale, con le agenzie di lavoro temporaneo che provvedono pure a trovarti un alloggio, spesso a prezzi esosi. In alcuni casi, vengono addebitati in busta paga canoni di locazione fino a 360 mila lire mensili, per un posto letto in alloggi con altre 5-7 persone. L’uso dei lavoratori precari, inoltre, permette di abbassare il numero dei dipendenti: molte aziende, così, possono mantenersi in modo fittizio sotto la soglia dei 15 dipendenti, senza dover quindi applicare lo Statuto dei lavoratori. [Nel milanese] il 70% delle imprese metalmeccaniche sono di piccole e medie dimensioni (…) Gli imprenditori aprono a volte delle cooperative parallele dove decentrano la produzione, tenendo nello stesso circuito produttivo lavoratori pagati in modo differente. In alcuni casi le buste paga in nero sono più basse rispetto al contratto nazionale, in altri raggiungono anche i 3 milioni al mese». «L’uso delle cooperative irregolari è ancora molto diffuso anche se oggi le aziende per abbassare il costo del lavoro e non correre rischi ricorrono alle assunzioni di lavoratori atipici. Alla Elco di Inzago, che produce motori per i frigoriferi, oltre 150 extracomunitari lavoravano nascosti in cantine e magazzini. Alla Dropsa di Vimodrone, che produce pompe oleodinamiche, 13 lavoratori da 5 anni erano precari, sballottati dalle false cooperative al lavoro interinale».
Tutto ciò dimostra come le cooperative e la divisione e discriminazione tra lavoratori siano ottimi espedienti di difesa e attacco del Capitale che usa a proprio uso e consumo.
A questo punto sorgono alcune domande: qual è la probabile tendenza per il futuro? Si continuerà nello smembramento delle grandi fabbriche oppure si tornerà a centralizzare dopo questa fase transitoria di decentralizzazione? E che dire poi del comunismo, quale sarà la struttura industriale comunista? Si preferirà la piccola o la grande fabbrica?
Le risposte a queste domande non possono permettersi il lusso di essere certe ed univoche, ma devono articolarsi secondo le varie concause che hanno determinato i fenomeni capitalistici fin qui esposti.
In linea del tutto generale, possiamo affermare che il Capitale, nella sua lotta di auto-conservazione, generando sangue e miseria, è costretto a ristrutturare continuamente la propria conformazione ed organizzazione e, ristruttura ristruttura, si ritrova con una struttura fondamentale, materiale ed economica, sempre più simile a quella del sistema che è prossimo a soppiantarlo. Questo perché le esigenze materiali che portano al succedersi dei sistemi produttivi si fanno sentire forte ed il sistema vetusto deve continuamente mutilarsi e dare sempre più concessioni, avvicinarsi al nuovo. Solo così può, paradossalmente, ritardare la sua morte, il suo superamento. Il capitalismo è una forma di produzione dinamica che, rimanendo e confermandosi per quello che è, riesce a riformularsi in infinite metamorfosi, ovviamente sempre sulla pelle dei poveri fessi di sempre: i lavoratori!
Quindi il processo di decentralizzazione tecnica può avere diversi futuri a seconda delle spinte che lo determinano. Bisogna qui tenere distinte due categorie di concause che determinano il fenomeno della terziarizzazione:
1. Strategie di ristrutturazione per adattamento alle esigenze tecnico-economiche reali, come localizzazione in punti strategici migliori, in nuove aree industriali, per usufruire di nuove metodi, eccetera. Laddove prevalgono queste concause è molto probabile che il processo di terziarizzazione non solo non regredirà nell’immediato futuro capitalistico, ma anzi si svilupperà e si allargherà sempre più.
2. Strategie di abbattimento del costo del lavoro. Sono tutte quelle strategie atte ad abbattere il potenziale di lotta dei lavoratori per preparare la strada ad una riduzione generalizzata dei salari. Laddove le concause prevalenti al processo di terziarizzazione in atto siano queste, è probabile che il Capitale, una volta raggiunti i suoi obiettivi, possa poi ricentralizzare gli apparati smembrati.
Struttura industriale comunista
Viene infine da chiederci come sarà la struttura industriale comunista, se più orientata ai grossi capannoni o alle piccole unità.
Da un punto di vista tecnico il problema dà da sé le sue risposte, che mai sono assolute. Esempio dall’informatica: quando, alcuni decenni fa, prima della scoperta dei materiali semiconduttori e dell’invenzione dei circuiti integrati, gli elaboratori erano ancora macchine costosissime, delicatissime e mastodontiche, si prevedeva la tendenza ad una estrema concentrazione di questi apparati, addirittura, si pensava, uno solo, gigante, per nazione o per continente, custodito in apposito bunker e collegato per telefono a milioni di terminali cosiddetti stupidi. Era il modello detto ad intelligenza concentrata adottato, di fatto, se non a quegli estremi, in tutte le aziende, banche, ministeri, ecc. Il microprocessore, che oggi costa pochi dollari, ha capovolto quelle attese tanto che dal tavolino dell’hobbista agli uffici di ogni dimensione troviamo lo stesso identico personal computer, il modello ad intelligenza distribuita avendo soppiantato, volenti o nolenti il precedente, o almeno, nella pratica, si adotta una soluzione intermedia fra i due estremi. La concentrazione si è spostata sul piano della progettazione e della produzione dei chip, possibile oggi, a scala mondiale, solo in pochissimi super-laboratori.
La risposta invece alla nostra domanda su cosa attenderci dal comunismo, che è problema umano e sociale e non strettamente tecnico, e, diremmo, nemmeno economico, ci sembra non possa limitarsi ad una preferenza per il grande e concentrato ovvero per il piccolo e distribuito (mentre del capitalismo preferiamo senz’altro il primo!).
Lo spazio vitale del comunismo, rispetto al capitalismo, ha una dimensione in più, quella che si libera sopprimendo, o riducendo a poca cosa, il vincolo dei costi minimi; quel vincolo sociale schiaccia e inchioda l’agire e il pensare della società borghese sul piano che minimizza i costi. È evidente che anche il comunismo, a parità di tutto il resto, non ignorerà la strada più breve, ma quello sarà solo uno degli innumeri parametri, anche non quantificabili matematicamente, di soddisfazione umana messi nel conto per la scelta.
L’uomo, come in una sua nuova fanciullezza, tornerà allo studio-lavoro-gioco, quello che oggi è consentito solo a pochi privilegiati. Potendosi di molto ridurre quantitativamente il tempo di lavoro rispetto al capitalismo, per la soppressione dei falsi bisogni e l’obbligo all’impegno produttivo di tutti gli adatti, assume un senso del tutto diverso la sua forma, la sua durata e l’impegno intellettuale e muscolare che richiede.
Come prefigura la stessa evoluzione capitalista, si verrà a formare una rete fortemente connessa di relazioni abbracciante tutto il pianeta, con nodi di varia importanza, funzione e dimensione, collegati da un piano unitario ma pulsanti anche secondo ritmi diversi. Uno dei compiti della rete sarà la produzione in senso stretto, cioè la soddisfazione dei bisogni materiali, alimentazione, alloggio, ecc. Forse, specialmente per le lavorazioni pesanti, con più necessità di lavoro accumulato, si richiederanno ancora grossi stabilimenti, probabilmente prossimi alle fonti di materie prime e di energia e alle vie di accesso. Saranno gli uomini a muoversi, a ruotare, spostandosi, nell’arco delle stagioni e del ciclo della vita individuale, da un’attività all’altra, immediatamente produttive o no. Per altro, se piacerà, il Piano Generale potrà prevedere il ramificarsi di reti capillari sul territorio nei cui nodi, usufruendo di tecniche produttive che rendono agevole anche la piccola produzione, si articoleranno minori e a tutti accessibili unità industriali onnipresenti.
La struttura tecnica del comunismo, libera dai vincoli capitalistici, certo per prima cosa abbatterà le mostruose e diseconomiche iper e ipotrofie della società presente, convogliando la forza lavoro di tutte le aree abitate e rifornendola di tutto ciò che davvero occorre alla vita.