Ripercussioni africane della crisi della gerarchia imperialista
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Un rapido susseguirsi di colpi di Stato negli ultimi tre anni ha ridisegnato il panorama politico dell’Africa subsahariana, interessando numerosi paesi di quella parte del continente nero, in cui era maggiore l’influenza economica, politica e culturale della Francia. Si parla in questi giorni di una probabile crisi mortale di quella che a metà degli anni ’50 del secolo scorso venne battezzata come Françafrique.
A coniare questo termine fu Félix Houphouët-Boigny, il quale ricoprì la carica di presidente della Costa d’Avorio per 43 anni a partire dal momento dell’indipendenza. Il leader africano più palesemente asservito alla vecchia potenza coloniale, con la quale volle mantenere stretti legami commerciali che propiziarono un periodo di relativa prosperità economica, passato sotto l’etichetta pubblicistica di “miracolo ivoriano”, intendeva dare al termine Françafrique un’accezione positiva.
Tuttavia questo concetto, inteso non erroneamente come un’eredità del dominio coloniale finita soltanto di recente (l’indipendenza della maggior parte dei paesi africani risale al 1960), acquisì col tempo connotati negativi che sovrastarono di gran lunga il servile ottimismo del presidente ivoriano, specialmente dopo che sul finire degli anni ’70, il piccolo “miracolo” della Costa d’Avorio si esaurì come conseguenza del rallentamento del ciclo di accumulazione capitalistica nella vecchia metropoli.
A evidenziare alcuni aspetti inconfessabili delle relazioni dell’Eliseo con i 14 ex territori d’oltremare in terra africana fu un saggio pubblicato nel 1998 dal titolo “La Françafrique, le plus long scandale de la République” dell’economista François-Xavier Verschave. In questo libro, al di là delle consuete geremiadi sulla mancanza di democrazia nei paesi africani, si individuavano piuttosto realisticamente alcune caratteristiche delle relazioni fra vecchie colonie ed ex metropoli. La Françafrique veniva definita in maniera abbastanza corretta come «una nebulosa di attori economici, politici e militari, in Francia e in Africa, organizzati in reti e lobby, e polarizzati sulla monopolizzazione delle due rendite: materie prime e aiuti pubblici allo sviluppo. La logica è vietare l’iniziativa al di fuori della cerchia degli iniziati. Il sistema si ricicla nella criminalizzazione».
Se sono molti anni che si assiste ai crescenti turbamenti dell’Eliseo per il destino della propria sfera di influenza africana, un punto di svolta in questo senso può essere stabilito con la guerra condotta nel 2011 in Libia dalla Nato e fortemente voluta dal presidente francese dell’epoca. Quello che venne percepito in maniera approssimativa come il primo passo di una campagna di riconquista coloniale (il termine “neocolonialismo” è per noi inadatto a descrivere il fenomeno dato che si tratta di ripartizioni delle sfere di influenza imperialistiche in cui prevale il movimento di capitali all’occupazione militare e alla presenza istituzionale delle metropoli coloniali), era già allora un segno della difficoltà per la Francia di sostenere la contesa fra potenze per il controllo dei mercati africani.
Un’interpretazione fuorviante vede nell’impresa libica un “errore” dal quale sarebbero derivate conseguenze gravi per la politica francese nel Nordafrica e nell’Africa subsahariana. Ma le premesse di quell’errore erano tutte nel declino relativo della Francia come potenza e dall’affacciarsi sulla scena di nuovi competitori la cui minore maturità capitalistica era compatibile con una maggiore vitalità economica.
Il rovesciamento del pluridecennale regime di Gheddafi era visto da Sarkozy come un tentativo di mettere le mani sulla rendita petrolifera libica battendo la concorrenza, nel caso della Libia in primo luogo quella italiana, e rafforzare il controllo sul vicino Niger, a quel tempo uno dei principali fornitori di uranio necessario all’industria nucleare francese.
D’altronde l’avidità delle metropoli imperialistiche tenta di appropriarsi del controllo delle materie energetiche, e della rendita connessa per compensare gli scarsi profitti, effetto del loro declino industriale, non risparmia neanche la Francia.
Se nella nostra visione marxista la politica si presenta come un concentrato di economia, non troviamo nulla di particolarmente strano nell’osservare come a economie deboli, nelle quali la modernità capitalistica ha scardinato l’organizzazione sociale tradizionale, a partire dall’introduzione dell’industria estrattiva, corrispondano forme politiche deboli.
Gli Stati dell’Africa subsahariana sono nati sulla base di confini disegnati arbitrariamente secondo gli interessi della vecchia potenza coloniale, su territori eterogenei da un punto di vista della geografia fisica, frammentati da quello etnico e linguistico, e caratterizzati da tradizioni storiche fra loro assai disparate.
La loro perenne instabilità politica pone un problema di comprensione e di analisi che non sembra alla portata della pubblicistica borghese. Prendiamo ad esempio l’imperversare negli ultimi quindici anni della guerriglia Jihadista.
La narrazione prevalente su questo persistente flagello nei paesi dell’Africa subsahariana vuol spiegare le difficoltà dei governi locali, e dei loro alleati occidentali, soprattutto in motivazioni religiose, con vasti territori caduti sotto il controllo militare di fedeli che sventolano la bandiera del fondamentalismo. Come al solito la rappresentazione del mondo borghese capovolge la realtà per poggiarla sulla testa. Si descrive l’affiliazione di facciata a sigle note a livello internazionale dell’islamismo radicale di individui provenienti da gruppi sociali marginalizzati e da comunità rurali periferiche, sottoposti a una feroce pressione economica e militare da parte di milizie armate o di truppe regolari di Stati che per altri versi si dimostrano fragili e malfermi.
Mentre la pubblicistica più triviale spiega tutto col “fanatismo islamico”, il proliferare dei gruppi armati si deve il più delle volte al tentativo delle comunità locali di organizzare l’autodifesa dall’atteggiamento predatorio dei gruppi paramilitari privati schierati in difesa delle concessioni minerarie e delle forze regolari dei vari Stati. Le imprese multinazionali per controllare le aree di estrazione delle ricchezze del sottosuolo si avvalgono in misura crescente di mercenari. Spesso l’affiliazione di gruppi armati locali al jihadismo internazionale arriva soltanto in un secondo tempo.
Ma spiegare questi aspetti della vita economica e politica dell’Africa subsahariana è troppo imbarazzante per l’informazione partigiana e menzognera delle metropoli capitalistiche: meglio una raffigurazione di comodo di un fanatismo plasmato nelle scuole coraniche e dai mullah predicatori, tutti elementi che, quando ci sono, si presentano come manifestazioni epifenomeniche delle devastazioni precedentemente sviluppate nella struttura sociale.
La guerra interna in Mali, scoppiata all’inizio del 2012 e da allora ancora in corso, ha avuto effetti catastrofici per la sfera d’influenza della Francia nella regione. In questo conflitto, che ha dilaniato il nord del paese e ha opposto le formazioni indipendentiste tuareg e le milizie jihadiste al potere centrale, si è potuta misurare tutta l’inefficacia di un intervento armato realizzatosi con due missioni militari a guida francese: le operazioni Serval e Barkhane.
Il fallimento francese è diventato manifesto con i due colpi di Stato in Mali a distanza di meno di un anno. Il primo risale all’agosto del 2020 quando il presidente maliano Ibrahim Boubacar Keita è stato rovesciato dall’esercito, che ha formato un Comitato Nazionale per la Salute del Popolo, il quale si è incaricato di gestire una “fase di transizione”. Nove mesi dopo, nel maggio del 2021, l’esercito, insofferente per la titubanza delle autorità di transizione nella gestione della guerra interna, ha effettuato un secondo colpo di Stato in un cui il colonnello Assimi Goita, già alla guida del primo golpe, ha assunto solidamente la guida del paese. La giunta militare ha fatto entrare nel Mali i mercenari russi del Gruppo Wagner, mentre le truppe francesi hanno dovuto lasciare il paese.
Un copione analogo si è svolto anche in Burkina Faso dove una altrettanto rapida successione di due colpi di Stato ha avuto come esito nel settembre del 2022 l’ascesa al potere del capitano dell’esercito Ibrahim Traoré che, come il suo simile maliano, aveva avuto un ruolo di primo piano nel primo golpe. A pretesto del secondo pronunciamento delle forze armate anche in questo caso viene indicata l’inefficacia della lotta per contrastare le milizie jihadiste.
In realtà, a motivare l’azione dei golpisti ha concorso il malcontento dovuto al drammatico aumento dei prezzi dei generi alimentari. L’instabilità sociale è determinata anche dall’alto numero di profughi interni provenienti dalle aree sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Per sostenere lo sforzo bellico la giunta ha stretto accordi per l’acquisto di armi dalla Turchia per la fornitura di droni, e con la Corea del Nord, e ammette la possibilità di utilizzare le milizie del Gruppo Wagner.
Le relazioni con la Francia si sono deteriorate e Ouagadougou ha denunciato il trattato militare che dal 1961 la lega alla vecchia potenza coloniale.
Il bilancio statale non poteva sostenere gli impegni militari del regime contro le milizie jihadiste, e allora si è fatto ricorso a nuove tasse che hanno aggravato la condizione di un proletariato perlopiù costretto all’indigenza e che deve sostenere sempre più il peso della “guerra al terrorismo”.
Nel marzo scorso l’Unité d’action syndicale (UAS), che raggruppa i principali sindacati del paese, ha denunciato l’arruolamento obbligatorio nell’esercito di molti suoi iscritti e ne ha chiesto l’immediato rilascio. Intanto, da parte loro, le autorità affermano di avere reclutato 90.000 uomini per il corpo dei “Volontari per la difesa della Patria” (VDP).
Il nuovo uomo forte del Burkina Faso si atteggia a continuatore dell’opera di Thomas Sankara, il militare che negli anni ’80 fu per quattro anni alla guida del paese inalberando, in maniera a quanto pare alquanto velleitaria, la bandiera della sovranità nazionale, entrando in rotta di collisione con la Francia e finendo ucciso dal suo vice Blaise Compaoré.
La figura di Sankara viene ancora oggi fatta passare per una sorta di eroe popolare e il fatto che propugnasse un improbabile socialismo terzomondista, ha suscitato la simpatia di quanti, anche nei paesi di più antica industrializzazione, sono in cerca di succedanei del proletariato e arrivano alla somma baggianata di riporre le loro aspettative di cambiamento nella casta militare dei paesi periferici. Anche oggi c’è chi, in una logica del tutto estranea alla tradizione del movimento operaio, trova pretesti per apprezzare il militare di carriera di turno al potere purché disposto a lanciare parole d’ordine populiste e demagogiche.
Ibrahim Traoré ha fatto carriera nella “lotta al terrorismo” e sul piano interno spinge l’acceleratore sulla militarizzazione della società, consapevole che l’arruolamento di volontari esercita un forte richiamo sulle masse giovanili, che sono la grande maggioranza della popolazione e che hanno poche possibilità di trovare un’occupazione e vedono una prospettiva nel mestiere delle armi. Ancora una volta la guerra diventa un modo per scolpire la società a immagine e somiglianza del capitale, inquadrando la forza lavoro con la disciplina militare, creando eserciti proletari di riserva spopolando le aree rurali, intercettando investimenti e aiuti dalle potenze imperialiste esterne interessate a soppiantare gli imperialismi rivali.
Non a caso nel luglio scorso Traoré ha incontrato Putin nei pressi di San Pietroburgo, mentre lo stesso capo della giunta burkinabé a fine agosto ha incontrato una delegazione militare russa per rinsaldare la cooperazione fra i due paesi. Intanto la Russia si conferma come il principale fornitore di armi dei paesi del Sahel.
A completare il quadro del declino della Françafrique è intervenuto il colpo di Stato in Niger del 26 luglio. Il rovesciamento del presidente Mohamed Bazoum ancora una volta viene giustificato dai militari, che danno vita al “Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria”, “in ragione del deterioramento della situazione securitaria e del malgoverno”.
Parlare di malgoverno in uno dei paesi più poveri del mondo in cui, per quello che valgono le statistiche borghesi, il tasso di analfabetismo fra la popolazione adulta supera il 70% e in cui l’aspettativa di vita alla nascita si attesta attorno ai 61 anni, suona come un eufemismo. Paese semispopolato fino a pochi anni fa, il cui territorio si estende per i due terzi nel deserto del Sahara, ha visto erodere progressivamente quel terzo di terre fertili o semifertili dove, a partire dagli anni ’70, gravi ondate di siccità hanno minato l’agricoltura determinando significativi contraccolpi sociali. In Niger oltre l’80% della popolazione vive ancora in aree rurali in cui prevale un’economia di sussistenza e nell’allevamento è diffusa la transumanza.
Nelle campagne non è mai esistita una proprietà definita della terra e il diritto di possesso si basava su un codice rurale consuetudinario in cui, fino a tempi recenti, era riconosciuto il cosiddetto diritto dell’ascia in base al quale il primo venuto su un terreno se ne impossessava solo per averlo dissodato. Nei molti decenni di storia del Niger indipendente i vari governi succedutisi non sono riusciti a istituire criteri certi per l’attribuzione del diritto di proprietà. Questo assetto proprietario indefinito delle terre, in un’epoca di siccità ricorrenti e di cambiamento climatico, ha reso più complessa e aleatoria la composizione delle controversie fra i confinanti e fra questi e gli allevatori nomadi.
A complicare le cose si aggiunge la dinamica demografica di un paese che del 1950 ha visto moltiplicata per dieci la popolazione, passata dai 2,46 milioni agli oltre 25 di oggi. Con il tasso di fertilità più alto del mondo, per quanto in lenta discesa, ancora superiore a 7 figli per donna, ai ritmi attuali gli abitanti del Niger entro il 2030 arriverebbero a 35 milioni. La popolazione del paese è oggi la più giovane del mondo, il 49% di essa ha meno di 15 anni.
La scarsa industrializzazione è attestata, oltre che dal basso tasso di inurbamento, da una rete elettrica che raggiunge meno del 20% della popolazione. Il mancato ammodernamento della rete viaria, specialmente nel Nord del paese, si deve anche alla mancanza di aiuti da parte dei donatori internazionali i quali, si dice, vorrebbero così non agevolare la traversata del deserto da parte dei migranti. Nelle difficili e insicure rotte che attraversano il deserto proliferano i traffici illegali di sostanze stupefacenti, fra cui la cocaina, la cannabis, gli oppioidi e il tramadolo, destinate, attraversata la Libia, all’Europa e al Medio Oriente.
La mancanza di investimenti nelle infrastrutture ha rallentato anche lo sfruttamento delle risorse minerarie del paese. Importantissime le aurifere. L’estrazione di uranio dell’area di Arlit, nella provincia di Agadez, da parte della compagnia francese Orano (ex Areva), dal massimo nel 2007 è diminuita per la minore domanda mondiale dopo il disastro di Fukushima. Un attentato compiuto da al-Qaeda nel Magreb nel 2013 ha imposto un dispendioso rafforzamento del dispositivo di sicurezza. Questi fattori hanno eroso la rendita mineraria e già da parecchi anni hanno indotto la Francia a differenziare le forniture di uranio necessarie alla sua possente industria nucleare accrescendo le importazioni dal Kazakistan, dal Canada e dall’Australia.
Che la borghesia francese negli ultimi anni abbia mostrato una scarsa propensione a investire nelle ex colonie si deve al fatto che il capitale, per sua natura anarchico, tradisce l’amore patrio appena in nuove terre si staglia il miraggio di maggiori profitti e rendite favolose. Questo spiega come la progressiva dissoluzione della Françafrique sia un processo al quale concorre anche la vecchia metropoli. Esemplare in questo senso la liquidazione nel 2022 dell’impero africano della logistica del gruppo francese Bolloré, con la cessione della Bolloré Africa Logistics al gruppo italo-svizzero Msc per oltre 5 miliardi di euro. La compagnia conta oltre 20.000 addetti, è presente in 46 paesi africani dove controlla 42 terminali portuali, ferrovie, magazzini, ecc.
In Niger la compagnia aveva preso parte a un progetto, mai portato a termine, dell’unica ferrovia del paese che avrebbe dovuto collegare la capitale Niamey a Cotonou, importante città portuale del Benin. Si trattava di un progetto faraonico che prevedeva oltre 1.050 chilometri di ferrovia, il più importante collegamento fra il Niger, paese senza sbocco sul mare, e il Golfo di Guinea. Ma il progetto è stato realizzato soltanto in piccola parte e si è arenato a metà della decade scorsa. Il Niger resta così sprovvisto di adeguati collegamenti verso il Mediterraneo e l’Atlantico.
Alla parziale perdita di interesse del capitale francese per l’Africa fa da contraltare la crescita della penetrazione della Cina, che nel frattempo è diventata il secondo investitore in Niger. Alla crisi del settore uranifero corrisponde una crescita dell’industria petrolifera, che vede la Cina fra i principali investitori. Fra i progetti del Dragone c’è un oleodotto di 2.000 chilometri che dovrebbe collegare i sottoutilizzati giacimenti di petrolio nigerino coi porti del Benin e dunque con i mercati internazionali.
Questo passaggio del testimone in Africa, e dunque anche in Niger, fra Francia e Cina è un processo che va avanti da parecchio tempo se già dieci anni fa in un articolo del nostro giornale, il n.358 del 2013, scrivevamo: «Nell’ultimo decennio tutti i paesi definiti come Africa francofona, la Franciafrica, hanno subìto la penetrazione economica della Cina, che ha approfittato del relativo ritiro del capitale francese, che ha preferito andare ad investire in aree a più alto margine di profitto, come l’Asia. La concorrenza cinese si è fatta sempre più pressante con investimenti di ingenti capitali, esportazione di merci a bassissimo costo e di squadre specializzate a comandare i cantieri delle ditte cinesi. Strade e ponti, ferrovie e infrastrutture varie hanno aperto la strada del “neo imperialismo” cinese in quelle terre per secoli esclusivo appannaggio delle potenze occidentali e in molti casi in modo esclusivo della Francia» (“Mali e Costa d’Avorio – Campo di battaglia economica e militare fra gli imperialismi”).
Il golpe del luglio scorso ha visto l’affermazione di militari formati da istruttori statunitensi, guidati dal capo della guardia presidenziale Abdourahamane Tchiani, i quali hanno rovesciato il governo civile in un momento in cui era molto accesa la lotta in seno all’establishment per la guida della PetroNiger, un’azienda a controllo statale creata di recente dal deposto presidente Bazoum che sembra avere buone prospettive future di sviluppo. Noi non sappiamo con precisione se esista un nesso stringente fra la contesa interna alla borghesia nigerina sul petrolio nazionale e la maturazione del colpo di Stato; resta tuttavia molto probabile che questo aspetto rappresenti almeno una motivazione di cui i militari golpisti hanno tenuto conto nel momento in cui si sono decisi all’azione.
La conseguenza del cambiamento di regime sui rapporti con la Francia non si sono fatte attendere. Sin dai primi giorni successivi al golpe, manifestazioni di sostegno ai militari, non sappiamo quanto orchestrate dal nuovo regime o quanto spontanee, hanno preso di mira le rappresentanze diplomatiche e gli interessi francesi in Niger. I soldati francesi si apprestano a lasciare il paese, mentre le relazioni diplomatiche fra i due paesi sono prossime alla rottura.
Questo non significa una rottura totale fra la giunta militare e tutte le potenze occidentali, così come le bandiere russe sventolate durante le manifestazioni di sostegno ai militari, dai forti toni antifrancesi, non necessariamente rappresentano una decisa scelta di campo, anche a causa della scarsa compattezza degli attuali schieramenti imperialisti in via di definizione.
Gli Stati Uniti, che hanno una presenza militare nel paese, non sembrano in procinto di ritirarsi. L’amministrazione Biden non ha condannato esplicitamente il golpe e non lo ha neanche chiamato col suo nome per non essere costretta a emanare sanzioni contro il Niger. La base Usa di Agadez, una delle più importanti per il dislocamento di droni, probabilmente continuerà ad essere operativa e dovrebbe essere stata oggetto di trattativa durante gli incontri del vice segretario di Stato dell’amministrazione Biden, Victoria Nuland, con la giunta al potere a Niamey. Probabilmente gli accordi raggiunti prevedono la dislocazione dei 1.100 militari statunitensi nella sola base di Agadez dopo l’abbandono di quella di Niamey, tenuta dagli statunitensi insieme con i soldati francesi.
Intanto la presenza militare italiana con 350 soldati non sembra essere messa in discussione dalla giunta nigerina, così come quella degli istruttori militari tedeschi.
Ma il quadro determinato dall’ondata di colpi di Stato che ha turbato vecchi equilibri nell’Africa subsahariana appare ancora in evoluzione. Il progetto dell’Eliseo di riportare al potere il deposto presidente nigerino per mezzo di un intervento dei paesi dell’Ecowas, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest, è stato frustrato dall’opposizione del Mali e del Burkina Faso che hanno stretto un trattato di difesa comune col Niger.
Si tratta comunque di una frattura che avvicina il collasso definitivo della Françafrique, un evento che lungi da chiudere la lotta per la spartizione delle risorse e delle terre africane fra le maggiori potenze imperialistiche, non farebbe altro che intensificarla. Nell’evoluzione futura degli assetti politici e delle alleanze in questa regione del mondo, è sin troppo facile prevedere lo sviluppo di un’altra gigantesca zona di faglia in una area geostorica sempre più cruciale per le rivalità interimperialistiche.