Rovina delle dighe in Libia – La Razionalità del Capitale
Categorie: Libya
Questo articolo è stato pubblicato in:
Nella città libica di Derna, sulla costa Cirenaica, nella notte tra il 10 e l’11 settembre, a seguito del passaggio del ciclone tropicale mediterraneo Daniel, che ha infuriato con venti fino a 180 chilometri all’ora e provocato piogge di ben 414 millimetri in sole 24 ore, sono crollate due dighe poste a monte della città sul Wadi Derna, nella cui valle era situata, distruggendola per buona parte. L’alluvione di fango ha provocato, secondo stime non definitive dell’Ocha, un’agenzia dell’Onu preposta al coordinamento di questo tipo di emergenze, 11.300 morti e 10.100 dispersi.
Questa immane tragedia si aggiunge alla difficile situazione dovuta alla frantumazione nel 2011 e la dispersione dei centri di comando politici e economici della Libia post Gheddafi, che ha notevolmente peggiorato le condizioni di vita del proletariato autoctono, di quello immigrato e della gran massa dei profughi africani colà arrivati nella speranza di migrare in Europa.
Il passaggio dell’uragano non è ovviamente colpa di alcuno. Possiamo invece in Libia accusare e attribuire tutte le responsabilità del crollo delle dighe a quel particolare sistema, tipicamente capitalistico e che appesta tutti i paesi, di connivenze, intrise di interessi politici ed economici, tra gruppi di potere locali, principalmente intenti a spartirsi i proventi della produzione petrolifera. Questa è gestita dalla Noc, National Oil Corporation, agenzia che regola i contratti con le grandi compagnie petrolifere straniere, l’italiana Eni in testa seguita come quota di estrazione concordata dalla britannica Bp, a cui si aggiungono compagnie di altri paesi, tutte interessate all’ottima qualità del greggio e al gas libico.
In merito abbiamo già riferito in precedenti numeri di questo giornale.
Della Libia se ne occupano solo per mantenere la sicurezza dell’estrazione e del trasporto degli idrocarburi, non disdegnando accordi coi gruppi armati tribali locali. Il resto sono “danni collaterali”.
In questo contesto bisogna spiegare il crollo delle due dighe sul Wadi Derna.
Questo breve fiume di soli 75 chilometri è classificato ad alveo intermittente, cioè nella maggior parte del breve percorso al mare convoglia acqua solo a seguito delle forti e tumultuose piogge.
A seguito delle devastanti inondazioni del territorio intorno a Derna, importante città della Cirenaica, già avvenute nel 1941, nel 1959 ed infine nel 1968, le autorità libiche infine commissionarono uno studio per la sistemazione idraulica del bacino del Derna.
Fu deciso di affidare all’impresa iugoslava Hidrotehnika-Hidroenergetika, con sede a Belgrado, un insieme di opere idrauliche allo scopo di regolamentare le piene delle acque piovane provenienti dal bacino idrografico del Wadi Derna vasto 575 Km2. Queste comprendevano due dighe, necessarie anche a costituire sufficienti riserve d’acqua, più alcuni adeguati serbatoi minori, più le stazioni di pompaggio per l’irrigazione delle aree agricole attorno al fiume. Erano previsti anche 10 ponti. Il tutto avrebbe anche contribuito a ridurre l’erosione del suolo conseguente alle improvvise e violente inondazioni.
Dal sito dell’impresa costruttrice serba apprendiamo che tra il 1973 e il 1977 hanno costruito due dighe artificiali a terrapieno, cioè realizzate posizionando e compattando un tumulo di strati di terreno e roccia impermeabile e semipermeabile allo scopo di rendere la diga capace di resistere all’erosione superficiale e alle infiltrazioni, senza l’uso di leganti artificiali come il cemento. È un tipo di costruzione adottato ove è possibile trovare in loco il materiale roccioso necessario. La ditta appaltatrice vanta la realizzazione di analoghe dighe in Algeria e in Tunisia.
La diga maggiore, subito a monte di Derna, è alta 75 metri, lunga alla sommità 300 metri e larga 104 metri alla base, è stata prevista per poter contenere 18 milioni di m3 d’acqua, mentre quella più a monte, a 13 chilometri dalla città, aveva uno sviluppo minore, 45 metri in altezza, una larghezza alla sommità di 130 metri, una larghezza alla base della fondazione di 56 metri con la capacità di contenere 1,5 milioni di m3 d’acqua.
Le due dighe hanno retto bene alle forti precipitazioni del 1986 e la città non è stata inondata.
Ma tutte le dighe sono sottoposte ad infiltrazioni, sia sotto la fondazione sia attraverso il corpo della diga stessa, che possono compromettere la coesione tra i diversi strati di materiali che la compongono e alimentare una iniziale minima rimozione del materiale stesso, ma che può accrescersi rapidamente fino a distruggere la diga stessa. Il regolare controllo delle infiltrazioni è fondamentale per la sicurezza dell’opera.
Secondo recenti dichiarazioni del sindaco di Derna la manutenzione non veniva eseguita da oltre 20 anni e i fondi inizialmente loro destinati sono stati dirottati altrove. Di conseguenza la capacità delle dighe, specialmente quella superiore, a resistere anche alla normale spinta dell’acqua non era più garantita, come già aveva ben evidenziato uno studio pubblicato nel 2002. Inascoltati anche tutti i successivi richiami che proponevano almeno di ridurre la quantità d’acqua contenuta negli invasi.
Al degrado delle due strutture per mancata manutenzione si sono aggiunti anche i danni provocati dai bombardamenti sulla città, specialmente durante la seconda guerra civile libica dal 2014 al 2020.
Secondo una ricostruzione dell’evento, l’enorme massa d’acqua scaricata dalla tempesta Daniel sull’intero bacino idrografico ha riempito fino all’orlo l’invaso della diga superiore, determinandone il cedimento per le accresciute infiltrazioni. L’onda di piena ha provocato il collasso anche della inferiore, con conseguente distruzione di gran parte della città di Derna.
Un modesto intervento di manutenzione avrebbe evitato immani danni e lutti. Questa è la gran Ragione e Razionalità del Capitale. Dal Vajont al Polcevara.
Gli avvoltoi ormai fanno i loro giri sopra le macerie della città. Ma i peggiori sono quelli “umanitari” sul terreno, i politicanti che fingono di interessarsi alle sorti dei disgraziati abitanti mentre si adoprano a difendere questo modo di produzione folle e assassino.