PiSdC – L’attività sindacale del Partito in Italia
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Da inizio febbraio a oggi, l’attività sindacale in Italia ha continuato a svolgersi nelle differenti sfere che abbiamo già avuto modo di elencare nello scorso rapporto:
– la propaganda delle posizioni e dell’indirizzo politico-sindacale per strada, con volantinaggi e strillonaggi del giornale, privilegiando luoghi frequentati da lavoratori;
– la medesima propaganda davanti ai posti di lavoro;
– l’intervento in manifestazioni sindacali con volantini del Partito;
– l’attività entro l’organismo intersindacale denominato Coordinamento Lavoratori Autoconvocati, per batterci per l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale;
– l’attività entro le organizzazioni sindacali di base;
– la redazione di articoli per la pagina sindacale del giornale del Partito.
Come già detto, si sale da un piano al massimo grado generale – la propaganda fra le masse per strada – via via a livelli sempre più caratterizzati e specifici, fino alla nostra stampa, dove la linea sindacale di classe viene esplicitata in tutti i suoi aspetti e nel suo collegarsi e discendere dal programma e dalla teoria comunista.
Abbiamo inoltre organizzato una riunione pubblica del Partito, a Torino, il 30 aprile, il giorno prima del Primo Maggio, nella sede della Confederazione Cobas, su un tema sindacale: “Gli scioperi in Francia, Gran Bretagna, Germania, Grecia sono l’inizio dell’inevitabile estendersi della lotta di classe internazionale. Presto anche in Italia i lavoratori si dovranno mobilitare. Quali le condizioni per dimostrare tutta la loro forza e determinazione?”.
In generale il movimento operaio in Italia permane in una condizione di debolezza e passività, e ciò si riflette sulla nostra attività negli ambiti sopra elencati.
Se diamo uno sguardo alla situazione complessiva della lotta di classe in Italia, gli ultimi movimenti generali di una certa forza – intercategoriali, coinvolgenti la generalità della classe – furono nel 1992, contro l’accordo che completava la revoca della “scala mobile” – che provocò una contestazione ai vertici dei sindacati di regime e un rafforzamento del sindacalismo di base – e quello del 1994, contro la prima riforma delle pensioni del governo Berlusconi.
L’ultimo forte movimento nazionale di sciopero di categoria, sviluppatosi spontaneamente con scioperi cosiddetti “selvaggi”, che violarono ripetutamente la legislazione anti-sciopero, fu quello dei tranvieri del dicembre 2002-gennaio 2003, anch’esso sviluppatosi fuori e contro i sindacati di regime e che rafforzò nel settore il sindacalismo di base (“Disamina e bilancio dello sciopero dei tranvieri”).
Per quanto riguarda gli scioperi di fabbrica, abbiamo avuto i 21 giorni alla FIAT di Melfi nell’aprile del 2004 (“Cobas e Fiom alla riprova di Melfi”), e dieci anni dopo i 35 giorni di sciopero alla Thyssen Krupp di Terni nell’ottobre-novembre 2014 (“Terni, Uno sciopero di 35 giorni tradito dai sindacati di regime”).
Dal 2011, si è avuto lo sviluppo di una riorganizzazione del sindacalismo di base nel settore della logistica, principalmente nel SI Cobas ma non solo. Tale movimento è stato considerevole, portando alla formazione di quello che è oggi il secondo sindacato di base, il SI Cobas appunto, con approssimativamente 20.000 iscritti, ma è rimasto confinato in questa categoria, con solo piccole eccezioni.
Il primo sindacato di base è divenuto l’Unione Sindacale di Base, nata nel 2010 dalla fusione delle precedenti Rappresentanze Sindacali di Base con parti della Confederazione Unitaria di Base e con il piccolo SdL (Sindacato dei Lavoratori). Si possono stimare gli iscritti intorno ai 40.000. L’Usb, rispetto alle sue origini nel 2010 e alla tradizione della principale organizzazione fondatrice – la RdB – ha cambiato parzialmente carattere in questi 13 anni, riducendo il numero degli iscritti nel pubblico impiego (scesi a circa 16.000), settore in cui era quasi solo organizzata la RdB, e crescendo nel settore privato.
In linea generale, di fronte all’incedere della crisi mondiale di sovrapproduzione del capitalismo, abbiamo assistito a un marciare del sindacalismo di regime verso un sempre più aperto corporativismo, con conseguente scoramento dei lavoratori, ulteriore individualismo e rassegnazione, e quindi con l’abbassarsi del livello di combattività della classe, progressiva dal finire degli anni settanta e giunto a un livello a cui forse non si era mai assistito nella storia del movimento operaio in Italia.
Sembrerebbe il trionfo della pace sociale sempre agognata dalla borghesia. Noi sappiamo essere invece il preludio a una nuova esplosione della lotta di classe, le cui condizioni materiali giorno dopo giorno la crisi avanzante del capitalismo prepara nel sottosuolo sociale e le cui prime manifestazioni sono già ben osservabili a livello internazionale, sia nei movimenti sociali di rivolta che, per ora, hanno mantenuto carattere interclassista – come in Cile, Colombia, Ecuador e Perù – sia nel rafforzamento del movimento di lotta sindacale in Francia, Gran Bretagna, Grecia, Turchia e negli Stati Uniti.
Tutti questi paesi hanno conosciuto lo stesso processo di indebolimento del movimento sindacale che abbiamo descritto per l’Italia, sia pure con forme e in misure differenti, ma in essi sembra essersi già verificata una cosiddetta inversione di tendenza, cosa invece non ancora manifesta in Italia.
L’indebolimento della lotta operaia si è riflesso sugli stessi sindacati di regime, che in Italia vedono sia diminuire i propri iscritti sia una crescente difficoltà a mobilitare i lavoratori nelle rare azioni che imbastiscono, per lo più manifestazioni invece che scioperi. Ma di ciò solo apparentemente le dirigenze di Cgil Cisl Uil si dolgono. La debolezza della classe operaia è infatti la miglior garanzia del loro controllo su di essa.
Nel complesso, il sindacalismo di base – sia per le avverse ragioni oggettive, sia per la dannosa azione delle sue dirigenze opportuniste – non è stato in grado di contrapporsi a tale progressivo indebolimento delle lotte operaie, e, al pari del sindacalismo di regime, ha subito un calo in termini di iscritti e di capacità di mobilitazione.
In quelle categorie in cui negli anni ottanta e novanta si era più affermato, sull’onda di movimenti di lotta fuori e contro i sindacati di regime, ha perso gran parte degli iscritti: scuola, ferrovieri, sanità, tranvieri, aeroportuali, vigili del fuoco.
Il quadro è però variegato fra le diverse organizzazioni sindacali.
I Cobas Scuola, e in generale la Confederazione Cobas di cui fanno parte, appaiono in grave declino.
L’offensiva della FIAT, iniziata nel giugno 2010 dall’allora amministratore delegato Marchionne, ha condotto alla quasi completa distruzione dello Slai Cobas, che si era sviluppato negli stabilimenti di Arese (chiuso nel 2005), di Termoli e di Pomigliano. Rimangono piccoli gruppi sindacali di base nelle fabbriche di Melfi, Termoli, Pratola Serra, Atessa.
La Cub, nata nel 1992 e presente allora in diverse categorie e industrie, e che aveva stretto un patto federativo con la RdB dando luogo alla RdB-Cub, ha anch’essa subito un forte declino, in particolare a seguito di due fattori: la nascita nel 2010 dell’Usb, che ha acquisito parti della Cub; l’accordo denominato Testo Unico sulla Rappresentanza del gennaio 2014 fra padronato e sindacati di regime, accettato prima dalla Confederazione Cobas, poi dall’Usb, poi da altri sindacati di base minori, e mai dalla Cub, che ha comportato la sua esclusione dalle Rsu (organi rappresentativi unitari sindacali votati entro le aziende).
La crisi di sovrapproduzione, in assenza di un già impiantato e robusto movimento sindacale di classe, ha avuto un effetto depressivo sulla combattività operaia, soprattutto nell’industria manifatturiera, comportando un retrocedere del sindacalismo di base dalle posizioni precedentemente conquistate.
Come detto, in controtendenza rispetto a quanto sin qui profilato, nel settore logistico si è sviluppato un movimento che ha dato luogo alla formazione del SI Cobas, e del più piccolo Adl Cobas. Anche l’Usb è in parte in controtendenza rispetto al generale arretramento del sindacalismo di base.
Dopo questa minima rassegna veniamo all’attività sindacale nello scorso quadrimestre. Si è confermata la bassa conflittualità. Come negli anni precedenti, consumate le mobilitazioni autunnali, già di per sé deboli, i mesi successivi hanno espresso sul piano delle mobilitazioni generali un livello ancora inferiore.
A ciò si è aggiunta la rottura della fragile unità d’azione del sindacalismo di base, fra dirigenze dell’Usb e del SI Cobas, nella manifestazione nazionale a Roma del 3 dicembre scorso, cui partecipammo compiendo il lavoro di propaganda e indirizzo.
Ciò ha condotto la dirigenza dell’Usb a proclamare uno sciopero generale per venerdì 26 maggio, convocato e organizzato senza coinvolgere nessun altro sindacato di base, il cui esito è stato, nonostante i proclami della dirigenza, negativo.
Ricapitoliamo la nostra attività da febbraio a oggi.
Sabato 25 febbraio l’Usb ha convocato a Genova una manifestazione nazionale contro la guerra con lo slogan: “Abbasso le armi, alziamo i salari!” Dietro lo slogan, apprezzabile, vi è però la malcelata posizione filo-russa del suo gruppo dirigente.
Cinque giorni prima, lunedì 20 febbraio, abbiamo partecipato al Coordinamento confederale dell’Usb Liguria, in preparazione della manifestazione del 25. In essa abbiamo ribadito che la guerra in corso in Ucraina è imperialista su entrambi i fronti; che solo i lavoratori saranno in grado di impedire a fermare la guerra imperialista generale che sta maturando; che gli scioperi e la manifestazione contro la guerra e in difesa dei salari sono un primo passo su questa strada.
Due giorni prima, sabato 18 febbraio, eravamo intervenuti in una assemblea convocata dal SI Cobas genovese nella sala dei portuali. L’assemblea aveva per tema la guerra in Ucraina e vi si presentava un libro redatto dal fronte politico che dirige il SI Cobas. Si è trattato quindi di un utilizzo del sindacato per una funzione ad esso estranea, come strumento organizzativo di un gruppo politico. Sussistono malumori entro questo sindacato per tale condotta.
Siamo intervenuti spiegando che a livello sindacale è fondamentale l’unità d’azione dei lavoratori e, a questo fine, l’unità d’azione del sindacalismo conflittuale; invece l’opportunismo si caratterizza per agire in modo ribaltato: fa frontismo politico (la dirigenza del SI Cobas ha composto un fronte politico con gruppi stalinisti) e settarismo sindacale, dividendo e indebolendo le azioni di lotta dei lavoratori.
Sempre il 25 febbraio siamo intervenuti nella riuscita manifestazione nazionale contro la guerra indetta dall’Usb, diffondendo un volantino del Partito intitolato “Il massacro dei proletari ucraini e russi continua e prefigura quello mondiale cui il capitalismo vuol condurre l’umanità intera. Solo la rivoluzione internazionale dei lavoratori potrà impedirlo!”.
Con un militante sindacale dell’area di opposizione in Cgil, abbiamo distribuito il volantino di convocazione dell’assemblea nazionale del CLA (“Assemblea pubblica. Salute sicurezza repressione nei posti di lavoro e sul territorio”), programmata per domenica 3 marzo a Genova, che ha avuto una trentina di presenti. È stata l’occasione per esporre in modo un po’ esteso e circostanziato importanti questioni relative al rapporto fra sindacato e Partito e alla questione dell’unità d’azione del sindacalismo conflittuale. Ciò è stato fatto con l’intervento introduttivo, tenuto dal nostro compagno (“Questioni cruciali del sindacalismo di classe discusse ad una assemblea del CLA”). Il testo di questa relazione è stato tradotto dai nostri compagni in lingua inglese ed è prossimo alla pubblicazione. L’intervento è stato l’occasione per controbattere alle inconsistenti argomentazioni del relatore dell’assemblea del 18 febbraio organizzata dal SI Cobas genovese.
L’8 marzo a Genova siamo intervenuti alla manifestazione per la giornata internazionale della donna, diffondendo il volantino del Partito, tradotto sulla nostra stampa in 16 lingue (“È il capitalismo a impedire la liberazione della donna”).
Un’attenzione particolare abbiamo dedicato a seguire i movimenti di sciopero in Francia e nel Regno Unito, e a renderne conto sulla nostra stampa. Ciò è stato fatto nel numero di maggio-giugno con due articoli titolati: “In Francia la lotta generale di classe travolge i bonzi della Cgt” e “Nel Regno Unito scioperi e manifestazioni annunciano il risveglio della classe operaia”.
Quanto colà accaduto, e soprattutto in Francia, ha avuto un certo riflesso fra i militanti del sindacalismo conflittuale in Italia. Delegazioni, una dell’Usb una della Fiom, si sono recate – separatamente – a una delle manifestazioni a Marsiglia.
In Francia il movimento è stato diretto da una intersindacale includente tutti i sindacati, quelli apertamente collaborazionisti e di regime, come la CFDT, quelli nascostamente tali, sostanzialmente la CGT, e l’unico che può essere considerato di base, il SUD. Le parti più combattive della CGT, di Force Ouvriere e il SUD si sono distinte per non rompere l’unità degli scioperi convocati dall’Intersindacale, cercando di prolungarli nei settori e nelle aziende in cui erano in grado di farlo.
Questo esempio è stato da noi ripetutamente utilizzato – all’assemblea del SI Cobas genovese, al Coordinamento confederale dell’Usb Liguria, all’assemblea del CLA – per spiegare che in Italia era da indicare, non certo un fronte sindacale coi sindacati di regime, ma certamente un’unità d’azione del sindacalismo conflittuale, assolutamente necessaria. Tutto l’opportunismo politico-sindacale che dirige i sindacati di base ha ignorato questa necessità, nonostante si riempisse la bocca di frasi altisonanti del genere “fare come in Francia”.
Il 25 marzo, a Genova, abbiamo pubblicato un appello del CLA genovese affinché il sindacalismo di base nella città promuovesse un presidio unitario in solidarietà col movimento di lotta in Francia, che in quei giorni giungeva al culmine, affrontando anche alcuni episodi repressivi di una certa gravità (“Per un’azione unitaria del sindacalismo conflittuale in solidarietà con la classe lavoratrice in Francia”). Anche questo appello, inviato a tutte le dirigenze sindacali locali e fatto circolare fra i nostri contatti sindacali, è rimasto inascoltato.
Il 30 marzo a Roma l’Usb ha organizzato un convegno nazionale con al centro il tema del salario. Abbiamo seguito tutto il convegno, trasmesso sulla pagina facebook del sindacato. Ospiti e intervenuti, fra altri, l’ex presidente dell’INPS Tridico, vicino al Movimento 5 Stelle, il capo di questo partito borghese Giuseppe Conte e un professore universitario di economia in pensione. Il convegno ha mostrato le patenti contraddizioni della linea politico-sindacale della dirigenza Usb, tipiche dell’opportunismo.
Da un lato, infatti, correttamente i dirigenti dell’Usb affermano che quella in corso è una crisi “sistemica” del capitalismo, nonché di sovrapproduzione, e che l’unico strumento per difendere e aumentare i salari è la lotta. Dall’altro si illudono, e illudono i lavoratori, che la via d’uscita dalla crisi economica del capitalismo sia nel ritorno a una politica di forte intervento dello Stato, che per essi non è borghese ma democratico. Rivendicano, come fa anche una parte della sinistra in Cgil, la costituzione di un nuovo Istituto per la Ricostruzione Industriale, istituito nel 1933, durante il fascismo, nel pieno della Grande Depressione, e che nel dopoguerra allargò progressivamente i suoi settori di intervento giungendo a includere nel 1980 circa 1.000 società con più di 500.000 dipendenti.
Questa politica, che confida nelle nazionalizzazioni di aziende schiacciate dal peso della crisi, non ha nulla di anti-capitalistico; infatti fu intrapresa dal fascismo, così come dal nazismo e dalle democrazie anglosassoni. È una via praticata – e a posteriori giustificata con pezze ideologiche – da ogni Stato borghese di fronte alla catastrofica crisi per far per poco sopravvivere strutture produttive a spese dell’erario.
Le politiche di intervento in economia dello Stato borghese per “salvare le aziende strategiche per il paese” – come ripete tanto il sindacalismo di regime quanto l’opportunismo alla guida dei sindacati di base – attraverso le nazionalizzazioni, hanno la finalità di condurre il proletariato verso il macello della guerra imperialista, la sola politica-economica in grado di salvare privilegi e dominio borghesi. A tal fine è fondamentale, oltre che il mantenimento in funzione di determinate fabbriche e strutture produttive, il nazionalismo politico, alla cui base è il nazionalismo economico. La nazionalizzazione delle industrie in regime capitalista “nazionalizza” le masse proletarie, nel senso che le irreggimenta nell’ideologia nazionalista. Non ci avvicina al socialismo ma alla guerra imperialista.
La dirigenza dell’Usb se da un lato, quindi, rivendica correttamente forti aumenti salariali e indica la strada della lotta per conseguirli, dall’altro contraddice questa battaglia con un indirizzo politico che null’altro è se non quello classico della socialdemocrazia, fallito già con la prima guerra mondiale e con la seconda.
Il convegno romano dell’Usb, più che il tema di come ottenere aumenti salariali, ha posto al centro la questione del “salario minimo legale”, per ottenere il quale i dirigenti dell’Usb confidano non nella mobilitazione dei lavoratori ma illudendosi nei demagogici appoggi del politicantismo borghese. In questo senso si inquadrano gli inviti e gli interventi di Tridico e Conte.
Per questo sulla nostra stampa abbiamo pubblicato due articoli: il primo sul declino dei salari in Italia (“Il declino costante dei salari in Italia”), il secondo sul tema del “salario minimo legale”, che abbiamo definito un miraggio per sviare i lavoratori dalla necessaria lotta per il salario (“Miraggio del salario minimo per deviare la combattività operaia”).
In molti, anche dentro l’Usb, riconoscono che senza una lotta generale di tutta la classe lavoratrice, della forza adeguata, una legge sul salario minimo legale si risolverebbe in un compromesso al ribasso fra i partiti borghesi, che cavalcano questa utopia a mero scopo elettorale. Per altro, se vi fossero le condizioni per esprimere un movimento di tale forza, allora non converrebbe incanalarlo nella politica parlamentare da cui attendersi una tale legge, bensì lasciare al confronto diretto col padronato l’ottenimento degli aumenti salariali.
È vero ciò che sostengono i sindacati di regime, cioè che i livelli salariali debbano essere regolati non dalla legge ma dalla contrattazione. Ma costoro lo fanno perché, condotta a loro modo, cioè senza lotta, la contrattazione garantisce al padronato di pagare bassi salari. La soluzione però non sta nell’illusione che la contrattazione al ribasso dei sindacati di regime possa essere aggirata imponendo, con supposti appoggi di partiti della sinistra borghese, una legge a tutela del salario. Questa illusione, pienamente socialdemocratica, e fascista, riposa sull’idea che il capitalismo possa essere condizionato dalla democrazia, con regole che vengano a proteggere le condizioni di vita dei proletari e le loro organizzazioni sindacali di classe.
Su questo piano riposa l’altra erronea rivendicazione del ripristino della scala mobile, avanzata dall’Usb e da altre correnti sindacali, ad esempio quelle trozkiste di opposizione in seno alla Cgil. Altra ancora è quella di una legge sulla rappresentanza sindacale, suscettibile, secondo i dirigenti di Usb, di garantire al sindacalismo di classe il diritto di essere riconosciuto.
Queste correnti opportuniste perpetuano la falsità che la democrazia sia quel che dice di sé, e non invece una forma di dominio della classe borghese – “il miglior involucro politico del capitalismo” disse Lenin – complementare a forme di governo totalitarie e apertamente fasciste, e che non muta affatto la natura borghese dello Stato.
In risposta all’indirizzo della dirigenza Usb, manifestatosi da ultimo nel convegno del 30 marzo, abbiamo affermato che, se è vero che la sola via per difendere i salari è quella della lotta, allora quei partiti borghesi di sinistra che i dirigenti di Usb illudono possano aiutare i lavoratori, dovrebbero essere messi alla prova circa le loro reali intenzioni. E non con la rivendicazione del salario minimo ma con quella della abolizione delle leggi anti-sciopero, che impediscono a una parte cospicua della classe lavoratrice di lottare, nello specifico proprio a quelle categorie scese in lotta nei mesi scorsi in Francia e nel Regno Unito.
Nell’articolo sul salario minimo si è affrontato un altro diversivo utilizzato, in questo caso dal sindacalismo di regime, per non fare tornare i lavoratori alla lotta: quello della “riforma fiscale”. All’assise finale del XIX congresso della CGIL, a Rimini, il segretario generale Landini l’ha definita “la madre di tutte le battaglie”. Il principale esponente della frazione sindacale che dirige la Fiom Cgil di Genova, che si dichiara conflittuale e che a Genova a dicembre 2022 ha svolto il congresso sotto lo slogan “Per un sindacato di classe”, si è detto d’accordo con questa affermazione del grande bonzo. Nell’articolo abbiamo denunciato anche questo opportunismo che si ammanta di sindacalismo di classe.
Per il Primo Maggio a Torino abbiamo distribuito il giornale del partito alla corposa manifestazione torinese.
Il 13 maggio a Firenze abbiamo partecipato a una manifestazione convocata dal SI Cobas di Prato contro la repressione poliziesca che ha colpito i suoi due giovani dirigenti locali. Abbiamo distribuito un volantino appositamente redatto ai circa 600 partecipanti (“Per la rinascita di un forte movimento sindacale di classe contro sfruttamento e repressione”). Gli operai in corteo hanno dimostrato grande attaccamento e fiducia nel loro sindacato.
Nella logistica si sono verificati tre importanti scioperi. Uno il 7 aprile nei principali corrieri (Brt, Gls e Sda), aderenti all’associazione padronale Fedit, che è riuscito provocando consistenti ritardi nella loro attività. Un secondo si è svolto presso il magazzino della Coop a Pieve Emanuele, a sud di Milano. Un terzo importante sciopero è stato condotto dal più piccolo Adl Cobas, che affianca da anni il SI Cobas, presso il magazzino della Commit Siderurgica, un’azienda siderurgica di Veggiano, in provincia di Padova. Un quarto importante sciopero ha avuto luogo nello stabilimento Stellantis (ex Fiat) di Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli. Di queste lotte abbiamo riferito e commentato nel giornale di luglio-agosto (“Ultime dal sindacalismo di regime in Italia ”).