Partito Comunista Internazionale

Elementi dell’economia marxista Pt.7

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Legge generale dell’accumulazione capitalistica

Sappiamo che il capitale si compone di una parte costante (valore dei mezzi di produzione) e di una parte variabile (somma dei salari). Chiameremo ciò, “composizione rispetto al valore” o composizione organica, chiameremo poi “composizione tecnica”, la divisione materiale in mezzi di produzione e in forza operai. Benché la composizione dei capitali varii molto a seconda dei tipi di industria e varii anche da azienda ad azienda della stessa industria, si può parlare di composizione media del capitale sociale riferendosi alla proporzione tra tutto il capitale variabile e tutto il capitale costante (in un paese o in tutto il mondo capitalistico).

L’accumulazione accresce di continuo il capitale, e ciò tanto per la parte costante che per la parte variabile. Aumenta dunque la spesa totale di salari e ciò – esigendo maggior numero di lavoratori – dà luogo alla cosiddetta domanda di lavoro. Ogni anno lavora un numero di salariati maggiore del precedente. Ma il numero di salariati disponibili od offerta di lavoro non è illimitato, e ciò in generale produce un elevamento del saggio dei salari. Di qui la legge generale: l’accumulazione tende a far salire il saggio dei salari.

Questo punto importantissimo esige alcune osservazioni. Anzitutto, mentre non ci siamo ancora occupati del giuoco della domanda e della offerta rispetto ad una merce qualunque, si potrebbe domandare perché la consideriamo rispetto alla forza lavoro. Ora, se è vero che il prezzo di una merce allorché essa scarseggia sul mercato cresce per effetto della concorrenza tra molti compratori che ne abbisognano, e viceversa, tale fenomeno ha uguale probabilità di accadere in un senso e nell’altro e viene equilibrato assai facilmente dalla elasticità della produzione e della moderna efficienza dei mezzi di trasporto. Il diagramma dei prezzi di una merce registra oscillazioni sopra e sotto una “linea di compenso” che noi consideriamo come rappresentante del valore. Ben diverso è il caso della forza lavoro. Anzitutto il suo prezzo-salario, pure oscillando intorno al valore determinato dalla somma delle sussistenze, ha la possibilità teorica di salire per tutto lo spazio del pluslavoro, rimanendo al consumatore e domandatore di tale merce, il capitalista, un margine di benefici rappresentato dal plusvalore maggiore o minore. Quindi l’alzare il salario non significa pagare un premio in pura perdita perché una merce necessaria scarseggia, ma solo subire, per non perdere tutto il profitto, una relativa diminuzione dello stesso. Inoltre non è una cosa altrettanto facile equilibrare l’eccesso o difetto di forza lavoro quanto quello di una merce materiale, trattandosi di numero maggiore o minore di uomini atti al lavoro che dipende da circostanze in parte non controllabili. Quindi la possibilità di oscillazioni del salario è di ben altra importanza economica di quella di un qualunque prezzo del listino.

In secondo luogo non deve stupire la constatazione che lo sviluppo generale del capitalismo sia nel senso dell’accumulazione e dell’elevamento dei salari. Ciò è avvenuto storicamente dal principio del XV secolo fino all’epoca del nostro testo ed ha seguitato ad avvenire dopo, pretendendosi da critici ignoranti che ciò smentisca le leggi della dottrina che esponiamo. Si confonde infatti da costoro un movimento di ribasso dei salari che mai Marx ha teorizzato con la dottrina della miseria crescente la quale si riferisce alla successiva espropriazione di artigiani, piccoli rentiers, piccoli proprietari fondiari e piccoli capitalisti, ed anche alla caduta di categorie di operai non specializzati (unskilled workers) in un sottoproletariato.

Dunque, l’aumento del saggio dei salari era formalmente previsto, ma altri polemizzatori e deformatori hanno voluto asserire che tale fenomeno significa la evoluzione del capitalismo nel senso di divenire più tollerabile e civile. Anche tale tendenziosa tesi è in contraddizione col testo: «le circostanze più o meno favorevoli in mezzo alle quali la classe operaia si riproduce non cambiano nulla al carattere fondamentale della riproduzione capitalistica». Ciò viene spiegato col dire che la riproduzione semplice lascerebbe inalterato il rapporto sociale tra capitale e salario e i termini di esso; l’accumulazione aumenta entrambi i termini nelle stesse proporzioni; dà luogo a più capitale e ad una classe capitalistica più potente, e dà luogo a maggiore massa di salario e a più numeroso proletariato, sicché il rapporto dei due termini resta lo stesso, e lo stesso il loro contrasto. Accumulandosi, il capitale fa accumulare il proletariato. Ristabilita la interpretazione giusta non è il caso di proseguire l’analisi della quistione se le condizioni della lotta sociale siano bene o male influenzate da un più basso trattamento dei lavoratori. Se un regime molto depresso riesce intollerabile e prepara una esplosione, una maggiore sfera di bisogni per la classe operaia nel momento in cui il capitalismo rivela bruscamente la incapacità a ulteriormente soddisfarla può produrre una controreazione più profonda e più efficace.

Variazione della composizione del capitale – Concentramento – Accentramento

Avviene dunque un giuoco tra la domanda di lavoro del nuovo capitale accumulato e l’offerta di lavoro limitata dal numero della popolazione dal cui seno escono gli operai.

Il capitale col suo trionfo politico nella rivoluzione borghese tende a lanciare braccia sul mercato del lavoro per pagarle di meno. Esso “libera” perciò i servi della gleba e predica l’aumento della popolazione. I ceti feudali e aristocratici che contrastano tale movimento trovano rappresentanti nella oligarchia fondiaria inglese centro della lotta contro la rivoluzione francese, e rappresentante di essi è Malthus il quale ostentando pietà per la miseria degli innumerevoli lavoratori ridotti a dividersi in porzioni sempre più piccole il capitale salari disponibile, ma attaccando il capitalismo da un lato reazionario e diametralmente opposto a quello di Marx, predica che mentre i mezzi di sussistenza crescono in progressione aritmetica, la popolazione tende a crescere in proporzione geometrica, da cui sempre maggiore miseria. Il rimedio preconizzato è l’astensione sessuale per limitare le nascite. Non occorre dire che invece secondo la nostra scuola l’aumento della popolazione viene compensato dall’aumento della potenza produttiva sociale, ma che questa deve venire svincolata dal dominio del capitalismo perché possa razionalmente soddisfare i bisogni di tutti.

Adunque si ha un movimento di miglioramento del salario, ma ciò “non abolisce le catene del salariato”. Inoltre tale movimento generale non è continuo e senza scosse. Anche quando i salari continuano ad aumentare per l’accumulazione di sempre più grandi capitali, pur essendo ridotto il saggio di profitto, non per questo rallenta l’accumulazione e l’aumento della potenza capitalistica. Può avvenire però che l’aumento dei salari sia tale da scoraggiare nuovi investimenti di capitali e rallentare l’accumulazione. Si stabilisce così l’equilibrio poiché i salari tornano a diminuire relativamente e l’accumulazione riprende la sua marcia. Queste oscillazioni sono analoghe alle “crisi” che attraversa la produzione capitalistica. Non è a credere che questi periodi di squilibrio dipendano dall’andamento della popolazione; non è il variare dell’offerta di lavoro che fa variare i salari e influenza l’accumulazione, ma è l’andamento dell’accumulazione che con la domanda di lavoro fa variare il saggio dei salari e quindi il rapporto tra il lavoro pagato e il lavoro gratuito della popolazione operaia disponibile. «Il prezzo del lavoro non può mai elevarsi se non entro limiti che lascino intatte le basi del capitalismo e ne assicurino la riproduzione in proporzioni progressive». Chi non capisce ciò non capisce il principio stesso e il carattere specifico della produzione capitalistica (dice due volte il testo) cioè che vi sarà lavoro per l’operaio solo quando vi sarà stato plusvalore per il capitalista. Ciò basta a mostrare come abbiano tenuto fede al testo di cui ci occupiamo quelli che hanno designato la previsione di un aumento graduale dei salari corrispondente ad una diminuzione graduale dei profitti e ad una eliminazione evoluzionistica del capitalismo.

Nello stabilire che l’accumulazione fa elevare il saggio dei salari supponevamo che la composizione del capitale rimanesse costante.

Non realtà non è così poiché parallelamente al crescere dei capitali per effetto dell’accumulazione si verifica il progresso tecnico nella produttività del lavoro che fa sì da rendere necessari strumenti e macchine più complessi e costosi. Tende cioè a crescere la produzione del capitale costante rispetto a quello variabile. Il capitale costante cresce per due motivi: perché a parità di lavoro umano si utilizzano macchine ed impianti di maggiore valore, e perché a parità di lavoro avendosi più prodotto si elaborano più materie prime. Tuttavia l’incremento del capitale costante rispetto a quello variabile non è così rapido dal punto di vista del valore come da quello tecnico.

Infatti l’accumulazione va di pari passo con l’incremento dei mezzi di produzione a parità di forza lavoro impiegata, ma mentre con l’accumulazione il prezzo della forza lavoro tende a crescere, tende invece a diminuire, per essere cresciuta la produttività del lavoro, il valore delle macchine e delle materie prime. Il fenomeno in esame ne resta non annullato ma rallentato. Inoltre va notato che anche decrescendo il capitale salari per rapporto a quello costante, esso capitale salari può aumentare in grandezza assoluta se è stato forte l’aumento della massa totale del capitale.

In conclusione per aversi lo specifico tipo di produzione capitalistico occorre all’inizio una certa accumulazione di denaro convertibile in capitale tra le mani di taluni individui (accumulazione primitiva di cui vedremo la genesi). Ma se l’accumulazione genera capitalismo, il capitalismo non può che generare altra accumulazione, dilatandosi sempre più la proporzione delle imprese.

Il primitivo formarsi di capitale è il concentrarsi nelle mani di un individuo non semplicemente di una somma di denaro, ma (a mezzo di questa) di una somma di mezzi produttivi e sussistenze operaie che prima erano a disposizione in modo sparpagliato di molti piccoli produttori indipendenti. Adunque la prima accumulazione è un concentramento di capitale. L’ulteriore accumulazione fa ulteriormente avanzare il concentramento dei capitali in poche mani, tendendo ogni singolo capitale a diventare più grande. Tuttavia accanto a questa tendenza dei capitali ad ingrandire, vi è una tendenza in senso opposto al formarsi di nuovi piccoli capitali, sia perché si ripetono i fenomeni di accumulazione iniziale, sia perché grandi capitali vengono non di rado a frazionarsi, ad es. per successioni ereditarie.

Ad un certo punto dello sviluppo del capitalismo la tendenza alla concentrazione piglia decisamente li sopravvento rispetto a quella della dispersione. Abbiamo la fondamentale legge della concentrazione del capitale non più nel senso determinato puramente dall’accumulazione, ma in un senso più spiccato in quanto centri diversi di accumulazione e di concentramento si attraggono e si riuniscono tra loro.

Ecco come si svolge tale fenomeno. Tra capitalista e capitalista si svolge la guerra della concorrenza a colpi di bassi prezzi. Ma il basso prezzo si raggiunge normalmente aumentando la produttività del lavoro, e ciò non può farsi, per un certo grado di sfruttamento della forza operaia, che perfezionando i rinnovando i mezzi di produzione. Ciò è possibile purché possano investirsi nuovi grandi capitali. Di qui il successo dei grandi capitalisti e la rovina dei piccoli i cui capitali dapprima tentano di passare a sfere di produzione ancora non modernizzate, quindi o si disperdono o passano nelle mani dei vincitori. In più col capitalismo fiorente può svilupparsi il credito, meccanismo che consente a chi ha forti capitali di far fronte ad anticipazioni anche maggiori del totale dei capitali stessi, mentre non lascia tale facoltà e tiene sotto pressioni implacabili i piccoli imprenditori. Concorrenza e credito concorrono all’accentramento del capitale, chiamando accentramento questo secondo fenomeno per distinguerlo dal concentramento, effetto immediato dell’accumulazione. Il concentramento può avvenire di pari passo per tutte le imprese, l’accentramento avviene a beneficio di alcune e a scapito di altre.

L’accentramento ha permesso di far sorgere gigantesche imprese capitalistiche assai prima di quanto avrebbe potuto farlo il concentramento semplice dei capitali individuali. La costituzione di società per azioni è una forma di accentramento, poiché ciò che è indice di maturità del capitalismo è la riunione tecnica di grandi masse di mezzi produttivi e non la riunione giuridica di grandi valori nelle mani di un solo privato, fenomeno offerto copiosamente anche da altre economie (Ciro, Crasso, India , ecc.). Il cenno alle società per azioni è nel testo e mostra quanto valga la banale critica che il diffondersi delle società per azioni sia una smentita alla teoria dell’accentramento.

L’accentramento comunque ottenuto accelera la riproduzione del capitale in nuovi investimenti e perfezionamenti produttivi. Parallelamente prosegue il fenomeno accennato del crescere del capitale costante rispetto a quello variabile, cosicché se la domanda di lavoro da una parte aumenta perché aumenta la massa totale del capitale, dall’altra parte tende a diminuire perché diminuisce la proporzione del capitale salari col totale, non solo per i nuovi capitali investiti in impianti più moderni, ma anche per i vecchi che non tardano a porsi al corrente di tali innovazioni.

Eccedenza di popolazione operaia o “esercito industriale di riserva”

Posta la questione dell’amento di capitale accompagnato del diminuito rapporto della parte variabile a quella costante, si chiede se il capitale variabile in quantità assoluta, e con esso la domanda di lavoro, tendono ad aumentare o a diminuire. In generale, il mutamento della composizione del capitale può far sì che si abbia aumento, stazionarietà, o diminuzione del fondo salari.

Il fenomeno può assumere aspetti diversi per i vari rami di industria, come può avvenire una compensazione della domanda di lavoro tra di essi. Parlando dell’introduzione del macchinismo abbiamo già esaminato una questione di questo genere. In una impresa viene introdotta la macchina licenziando un certo numero di operai, quindi si avrebbe una diminuita domanda di lavoro. Ma l’analisi non si ferma qui. Le macchine per essere fabbricate abbisognano di mano d’opera, inoltre con le macchine si lavorano più materie prime, da cui richiesta di lavoro in industria di altri rami. È vero che il macchinismo a poco a poco conquista anche queste ma l’aumento generale della produttività del lavoro consente ottenimento di prodotti e sussistenze a più buon mercato, disponibilità di maggiore plusvalore e quindi nuovi investimenti di capitali. In conclusione la tendenza generale è l’aumento del numero dei salariati in conseguenza del progresso dell’accumulazione, e strati sempre più larghi della popolazione vengono ad ingrossare la classe operaia industriale.

Tale svolgimento però non è affatto continuo. Quando l’eccessivo desiderio di investire plusvalore in nuove imprese ha spinto al massimo il numero degli operai, i prodotti diventano sovrabbondanti. Appena la loro distribuzione trova difficoltà non essendo essi più richiesti dal consumo, si verificano le cosiddette crisi di sovraproduzione. Grandi masse di merci restano invendute, i capitalisti fermano o riducono l’attività dei loro opifici e un grande numero di operai viene licenziato. Per uscire dalla crisi il capitalismo si sforza di produrre a più basso costo, utilizzando al massimo tutti i perfezionamenti tecnici. All’uscita della crisi si è stabilito un certo rapporto, più basso del precedente, tra capitale variabile e capitale totale. Produzione ed accumulazione ricominciano, e con l’aumento del capitale totale per un certo tempo aumenta anche il capitale salari e la domanda di lavoro. Durante questo intervallo normale il numero dei salariati riprende ad aumentare, domanda ed offerta di lavoro sono presso a poco equilibrate. Ma un’altra crisi non tarda ad avvicinarsi sicché gli operai attirati in numero sempre maggiore vengono bruscamente respinti nella disoccupazione. Il succedersi di queste alternative e la creazione di questa eccedenza di salariati rispetto alla esigenza del capitale accumulato caratterizza la produzione capitalistica. Gli economisti hanno variamente interpretato questo processo, scorgendone le cause dell’aumento della popolazione e formulando le famose leggi di popolazione.

La vera legge di popolazione dell’epoca capitalista è però solo questa: che l’accumulazione del capitale producendo un’eccedenza di popolazione operaia o un esercito industriale di riserva crea una ulteriore condizione di esistenza e di sviluppo per il capitalismo stesso. Questa riserva viene successivamente utilizzata nei periodi di produzione crescente, quindi allo scoppio della crisi viene buttata fuori. Il succedersi di queste crisi si è presentato durante il secolo XIX a periodi di 10-11 anni circa, con tendenza all’abbreviamento dei periodi.

Accenniamo soltanto che la prima che la prima guerra mondiale, mentre a sua volta fu un effetto della corsa alla sovraproduzione industriale, che si sforzava di evitare le crisi rovesciandosi sui mercati esteri e coloniali (“L’imperialismo come più recente fase del capitalismo”), ha rappresentato sia l’esplosione della crisi che il mezzo di inghiottire una pletorica attività industriale. Le sue conseguenze presentarono un incalzarsi di crisi parziali o addirittura le vicende di una crisi generale più profonda1.

È costante preoccupazione del capitalismo e dei suoi teorici quella della formazione e conservazione dell’esercito industriale di riserva favorita col lanciare nel lavoro artigiani, contadini, donne, fanciulli, neri, cinesi ecc. oppure con la campagna per l’intensa prolificazione dei lavoratori indigeni. Perfino il reazionario Malthus si preoccupava della eccessiva riduzione delle nascite in seno al proletariato in un paese industriale.

Non è dunque possibile far dipendere il movimento del capitale e il saggio del salario dall’aumento delle cifre assolute della popolazione come pretendono gli economisti borghesi.

Essi credevano che il saggio dei salari dipendesse dalla offerta di lavoro corrispondente al crescere delle generazioni successive e che il diminuire dei salari, allorché il capitale più non poteva occupare tutte le braccia, decimasse con le privazioni il proletariato riducendone la fecondità.

Invece le variazioni demografiche sono fenomeni a lunga ripercussione rispetto alle frequenti vicende del saggio dei salari che come abbiamo detto dipendono dalla espansione e contrazione dell’attività del capitale.

In conclusione è assurdo sperare che la soluzione delle crisi e dei contrasti del capitalismo possa sorgere dal giuoco della provvidenziale legge della offerta e della domanda applicata al salario. Il giuoco del fenomeno è sempre a vantaggio della classe capitalistica.

Naturalmente gli economisti borghesi hanno gridato allo scandalo e alla violazione della sacra legge dell’offerta e della domanda allorché i lavoratori per mezzo dell’organizzazione economica hanno cercato di attenuare gli effetti della reciproca concorrenza realizzando l’azione comune tra quelli che hanno lavoro e quelli che non ne hanno.

Non è questo il luogo di mostrare che tuttavia anche l’organizzazione sindacale non può impedire lo svolgimento generale del capitalismo né superare i suoi principi. La sua importanza sta nell’attrarre nel movimento di classe strati sempre più larghi, come da altro ben noto testo.

Note

  1. Per la seconda guerra mondiale basti il cenno che essa ha accentuato le sue conseguenze economiche non solo nelle distruzioni per fatti militari estese in profondità oltre i fronti di contatto, ma anche nel sistematico disattrezzaggio industriale di paesi vinti e occupati. Si apre quindi una nuova corsa mondiale alla riaccumulazione, si forma un gigantesco esercito di riserva di affamati, si copre questa forma massima di barbarie colla apologetica della “ricostruzione” di cui Attila o Gengis Kan avrebbero arrossito. ↩︎