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Categorie: RWL, Trotskyism, World Socialist Party of the United States
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The New International, Giugno e Luglio 1948
Analizzando su queste colonne il programma e le posizioni di battaglia della «International Workers League» (Prometeo n. 2), ci eravamo augurati che questo raggruppamento, attraverso una rielaborazione critica e sotto la spinta dell’esperienza, liquidasse i residui ancora vivi del bagaglio ideologico di origine trotzkista. Le vicende interne dell’organizzazione, nel frattempo corrosa da contrasti interni e da corrispondenti diserzioni, e la pubblicazione della nuova serie di International News dimostrano che l’augurio era destinato a rimanere soltanto un pio augurio.
La nuova serie si inizia, infatti, riproducendo documenti anteriori alla seconda guerra mondiale, in cui le posizioni deteriori di questa corrente politica appaiono nella forma, per così dire, più limpida. Gli articoli sul «Carattere dello Stato nell’Unione Sovietica» e su «Come difendere l’U.R.S.S.» apparsi nel 1939 e ora ripubblicati, ribadiscono, da una parte, il concetto che la Russia si trova in una fase di transizione che può portare tanto ad un ritorno al capitalismo quanto ad una spinta innanzi verso la realizzazione socialista (concetto fondamentalmente trotzkista, basato sull’identificazione tra regime di produzione borghese e forma giuridica della proprietà privata) e, dall’altra, lo slogan della «difesa condizionata dell’U.R.S.S.» in caso di guerra condizionata nel senso che consiste nell’aiuto alle correnti rivoluzionarie e proletarie eventualmente sviluppatesi sotto il regime staliniano, e non a questo: mentre il documento su «La lotta su due fronti», mentre ripete l’opposizione di principio alla tattica frontista e bloccarda del trotzkismo, applica poi nei confronti dei sindacati e delle agitazioni a stondo rivendicativo la manovra del «marciare separati e battere insieme».
Le analisi più recenti si muovono sullo stesso binario: non sviluppo, dunque, ma irrigidimento delle posizioni di partenza della R.W.L.
IV Internazionale, luglio e agosto 1948
Conviene soffermarsi sia pur brevemente sull’organo ufficiale della pattuglia trotzkista sopravvissuta all’espulsione del P.O.C. dalla IV Internazionale ed al suo conseguente scioglimento, per il primo tentativo di analisi della situazione italiana in esso compiuto sulla scorta delle ormai note formulazioni trotzkiste argomento cui sono dedicati gli editoriali dei due numeri usciti.
«Lezioni di una sconfitta». Quale? La sconfitta patita nella battaglia elettorale del 18 aprile, che «in caso di esito diverso» avrebbe «potuto frapporre un serio ostacolo alla ripresa della borghesia e salvaguardare all’azione proletaria prospettive più favorevoli» (le vittorie elettorali frappongono dunque un «serio ostacolo» all’opera di rafforzamento del potere borghese che è, per «IV Internazionale» – e qui siamo d’accordo – il risultato sostanziale di questi anni di democrazia progressiva!). Le colpe? Dei partiti a tradizione proletaria, i quali, nel momento più decisivo della lotta, «commisero errori che ora il proletariato intero va scontando», errori che si riassumono nella politica interclassista dell’alleanza coi partiti borghesi, del C.L.N., della esarchia, del tripartito, insomma nella politica della collaborazione che ha permesso alla borghesia di rafforzarsi per poi liquidare i partiti fattisi suoi servi e che si è conclusa nella costituzione del Fronte Democratico Popolare. Quest’ultimo – a detta dei trotzkisti – «avrebbe potuto giuocare un ruolo non trascurabile nella lotta di questi anni, se fosse sorto su basi ben diverse e avesse riposto non solo in apparenza alle esigenze di classe delle masse» (cioè.. se non fosse stato il Fronte Democratico Popolare!).
L’analisi è, come si vede, la solita dei raggruppamenti trotzkisti: essi partono da un lato, dal presupposto che esistesse nel ’45 una situazione oggettivamente e soggettivamente rivoluzionaria (la struttura statale in frantumi, la borghesia disorganizzata, un proletariato che «aveva ripreso coscienza di se medesimo» – ma come, se seguiva totalitariamente i partiti del compromesso e la politica della collaborazione?), e, dall’altro, dal concetto che della ricostruzione e del ripotenziamento dello Stato borghese i partiti pseudomarxisti siano non parte attiva fondamentale, ma vittime, e perciò, per la trafila dei loro «errori», artefici indiretti e, per così dire, a posteriori della sconfitta proletaria – quasi che ci fosse stata all’origine un’obiettiva e reale offensiva di classe e alla fine un capovolgimento della situazione in funzione capitalista, e la battaglia non fosse stata già perduta nell’impostazione democratica, nazionale, partigiana, delle lotte operaie nell’ultima fase della guerra e della liberazione nazionale.
Le conseguenze? Una prospettiva a scadenza lunga, di offensiva capitalista e di lotte difensive del proletariato, in ordine alle quali si «impone una politica di Fronte Unico… in vista di determinati obiettivi concreti, per la realizzazione di un programma minimo immediato e la difesa di certe posizioni minacciate» (non altrimenti, quanto a programmi, formulano il problema nazionalcomunisti e socialisti).
Ma viene lo sciopero di luglio e la prospettiva cambia: spontaneità del movimento, sua compattezza, esplosione gagliarda di spirito e di volontà combattiva. Lo schema è tuttavia il medesimo: un proletariato che mai «aveva dato una così concreta prova di spirito combattivo, di maturità e di capacità rivoluzionarie»; i dirigenti che danno prova di «lentezza, di indecisione, di volontà capitolarda». Si scambia una manifestazione di ribellione impetuosa e di gagliardo slancio per una prova di «maturità e di capacità rivoluzionaria», quali che fossero l’obiettivo della lotta, la sua impostazione, le forze agenti: si scambia d’altra parte per «errore» pratico l’atteggiamento naturale e necessario dei partiti della controrivoluzione. Si parla di «sfiducia» degli stalinisti nelle «possibilità rivoluzionarie delle masse», come se gli stalinisti potessero augurarsi un orientamento rivoluzionario delle masse operaie e piegassero verso il tradimento collaborazionista per una semplice questione di pessimismo cronico e di scetticismo costituzionale; si rileva la incapacità dello stalinismo, negli anni scorsi, a «condurre il proletariato ad affermazioni decisive quando questo era possibile», come se l’obiettivo dei partiti del tradimento potesse mai essere l’affermazione, decisiva o meno, delle classi oppresse: infine, esclusa la possibilità di uno sbocco rivoluzionario il 14 luglio, si indica la strada che si sarebbe dovuto battere per un’azione diretta a obiettivo limitato, e ci si appella alle Tesi di Roma (particolare di cronaca: è la prima volta che vediamo i trotzkisti appellarsi alle tesi fondamentali della deprecatissima «sinistra bordighiana») per dare una lezione di tattica e di strategia ai direttori d’orchestra delle giornate di luglio.
E qui viene il bello: poiché le Tesi di Roma parlano della possibilità per il partito di classe di lanciar la parola d’ordine di una determinata azione pur sapendo che non si tratta di giungere fino alla suprema conquista rivoluzionaria, ma solo di condurre una battaglia da cui l’avversario esca scosso nel suo prestigio e nella sua organizzazione, e il proletariato materialmente e moralmente rafforzato ecco pronti gli obiettivi da servir di contenuto allo schema generale; e le Tesi di Roma diventano un lasciapassare per… programmi ultrademocratici di lotta: «scioglimento delle organizzazioni fasciste, eliminazione dei giornalisti fascisti ed uomini del vecchi regime comunque ritornati alla ribalta, immediata cessazione delle pratiche contro partigiani militanti della resistenza, ancora immediata installazione «de facto» di Consigli di Gestione, di Consigli di Azienda con ampi poteri ecc. » collegati con rivendicazioni immediate a carattere economico. Dove appare chiaro che i trotzkisti sono, praticamente, degli staliniani con un pizzico in più di attivismo: lo stesso programma, con in meno l’azione diretta, non è stato forse e non è continuamente sbandierato dal P.C.I. o dal P.S.I.?
Le conclusioni tratte da quest’analisi? Negative, certo, ma con un po’ più di chiaro: lo sciopero ha segnato la «bancarotta dello stalinismo» le masse cominciano ad aprire gli occhi, c’è crisi in seno al partitone, le prospettive sono meno nere, soggettivamente se non obiettivamente, che al 18 aprile. E così avanti, con prospettive che durano al massimo un mese e che la suggestione momentanea e superficiale del primo fremito agitatorio o rivoltoso modifica e magari capovolge… Philosophia perennis del trotzkismo.
The Western Socialist Giugno e Settembre 1948
L’impostazione politica difesa dal World Socialist Party of U.S. e dal suo organo, The Western Socialist, è, come quella dei «Socialist Parties» d’Australia, Canadà, Nuova Zelanda e Gran Bretagna, delle più paradossali nel quadro internazionale del movimento proletario. Sono Partiti in violenta opposizione al riformismo laburista da una parte e al nazionalcomunismo dall’altra, ed in aspra difesa della posizione di irriducibile antitesi al sistema capitalista in tutte le sue forme, tradizionale alla critica marxista: negano ogni possibilità di assicurare nei quadri del regime di produzione borghese, nonché l’emancipazione finale del lavoro, un miglioramento qualsiasi delle condizioni di vita delle masse lavoratrici; agitano pertanto come rivendicazione unica la rivendicazione massima dell’abolizione del regime del profitto capitalistico e della instaurazione del socialismo, implicitamente negando ogni rivendicazione intermedia e la gradualità del trapasso da un regime, all’altro; ma affidano il compimento del socialismo non all’azione rivoluzionaria di classe guidata dal Partito, ma ad una opera di educazione ed illuminazione intesa a conquistare alla coscienza dei postulati socialisti la maggioranza dei lavoratori, premessa necessaria e sufficiente ad un normale e pacifico trapasso alla società senza classi. Operiamo perché la maggioranza dei lavoratori capiscano che non c’è possibilità di emancipazione al di fuori del socialismo, e il socialismo sarà automaticamente realizzato: è questo il postulato sul quale la loro azione di propaganda e di chiarificazione si svolge.
E’ ovvio che, sulla base di una posizione programmatica di questo genere, sia bensì possibile un’esatta impostazione critica nei confronti del riformismo laburista e della mascheratura staliniana dell’imperialismo, una presa di posizione decisamente internazionalista di fronte alla guerra, alle evoluzioni dell’imperialismo ed alle suggestioni della propaganda dei due blocchi e delle loro succursali nazionali e coloniali, ma è altrettanto ovvio ch’essa svuoti e deformi i postulati cardinali della tattica e della strategia del proletariato. In sostanza, siamo in presenza di antidemocratici per eccesso di democrazia, di antiriformisti ammalati di zelo riformatore, di quaccheri del socialismo, concepito come problema non di lotta ma di illuminazione, non di milizia operante ma di evangelizzazione. Negato sul terreno delle realizzazioni concrete, il gradualismo ritorna sul terreno della conquista delle coscienze; il parlamentarismo democratico, negato come strumento di riforma interna della società borghese, rimane l’arena della trasformazione finale di questa società nella società socialista quando la maggioranza dei lavoratori sarà schierata dietro le bandiere della critica marxista al capitalismo; il partito non è un’arma di battaglia né nella preparazione della conquista rivoluzionaria del potere né nell’esercizio della dittatura del proletariato, ma una organizzazione di… università proletarie.
The Western Socialist resta dunque un organo di pubblica denuncia della pirateria, dell’ipocrisia, della barbarie del regime borghese, della mistificazione riformista e nazionalcomunista del marxismo, della marcia accelerata dell’imperialismo verso la guerra e di riaffermazione dei cardini della critica marxista al capitalismo, senza la possibilità di diventare un’arma di lotta e di battaglia per la vittoria finale del proletariato, con l’obiettiva funzione, anzi, di sviare il proletariato dalla strada maestra della conquista rivoluzionaria del potere. Sia detto questo con durezza, e con tutto il rispetto dovuto a «socialisti» che non accettano e non accetteranno di farsi propagandisti della carneficina mondiale e di quel suo necessario preambolo che sono il riformismo laburista da una parte, il tradimento nazionalcomunista dall’altra.