Elementi di economia marxista Pt.9
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L’espropriazione dei contadini
Ben diverso è l’esempio dell’Inghilterra. Ivi la servitù della gleba scompare di fatto verso la fine del XIV secolo, la grande maggioranza della popolazione si trasforma in piccoli contadini indipendenti, benché il loro possesso giuridico della terra sia giustificato sotto vincoli feudali. Ai feudatari rimane bensì molta terra ma essi la gestiscono a mezzo di un fittavolo indipendente (in questo caso uno dei primi tipi di capitalisti a cui fanno da salariati gli antichi servi della gleba, parte giornalieri nullatenenti, parte piccoli proprietari cui rimane tempo libero dalla cultura del proprio terreno). Ma agli stessi giornalieri si concedevano in uso campi di quattro acri con una piccola casa rustica, inoltre costoro partecipavano al godimento di vasti beni di proprietà comunale e talvolta demaniale. Intanto prosperavano le città e si formava il capitalismo manifatturiero e industriale; questo aveva fame di braccia e non tardò ad ottenerne. La rivoluzione politica fece del potere regio uno strumento borghese e la nuova borghesia fu alleata ad una nuova aristocrazia fondiaria (landlords) la quale, appoggiata in ciò dal capitalismo, intraprese la espropriazione dei piccoli coltivatori, riversando braccia nelle città. Con l’ausilio della legge i grandi proprietari rivendicavano gli antichi feudi, espellendone i contadini, e trasformandoli in aziende per l’allevamento dei montoni, cui bastava poco personale salariato. Successivamente i lords usurpavano anche immensi parchi di caccia ove prima erano terreni coltivati. Tutto ciò aveva per conseguenza la sparizione della piccola proprietà rurale e la trasformazione dei contadini in proletari. Nella parte montagnosa della Scozia si conservò lungamente il possesso in comune della terra (fino alla fine del XVIII secolo). Anche qui i signori, dapprima capi puramente nominali, con la complicità dello Stato borghese espropriano e scacciano i disgraziati montanari. La spoliazione dei beni della chiesa, l’alienazione fraudolenta dei domini dello Stato, il saccheggio dei terreni comunali, la trasformazione usurpatrice e terrorista della proprietà feudale e patriarcale in proprietà moderna e privata, la guerra alle capanne, ecco i processi idilliaci dell’accumulazione primitiva. Essi hanno conquistato la terra all’agricoltura capitalistica, incorporato il suolo al capitale ed abbandonato alla industria della città le docili braccia di un proletariato senza fuoco e senza tetto (cap. XXIII).
Momenti caratteristici dell’intervento dello Stato a favore della borghesia nascente, oltre alle misure espropriatici dei contadini, sono la legislazione ferocissima contro i mendicanti e vagabondi che non volessero darsi al lavoro, a base di torture, fustigazioni, marchi col ferro rovente e simili; e la legislazione sul salario che ne fissa un massimo vietando assolutamente le coalizioni operaie. Tutto questo processo si svolse in Inghilterra anche prima della rivoluzione politica borghese; i primi editti sono del 1350, le ultime leggi sul salario durano fino al 1813, le atroci leggi contro le coalizioni sindacali cadono nel 1825 ma qualche traccia ne resta fino al 1859; il riconoscimento legale delle “Trade Unions” è del 29 giugno 1871. Ma non è che a malincuore e sotto la minacciosa pressione delle masse che i due grandi partiti del parlamento inglese rinunciano alle leggi contro le coalizioni, dopo che il parlamento ha fatto esso stesso per ben cinque secoli l’ufficio di una Trade Unions di capitalisti contro gli operai (Cap. XXIV, 3).
Lotta per la “liberazione” dei lavoratori
In Francia troviamo ugualmente ferocissime leggi contro i vagabondi. Quivi è più lenta la sparizione dei diritti feudali, e molto tardi riesce a prepararsi una diffusa piccola proprietà rurale più resistente di quella inglese anche per le diversissime caratteristiche tecniche dell’agricoltura. Assai interessante però è notare come subito dopo la bufera rivoluzionaria che sembrava liberare con la borghesia anche il quarto stato proletario suo alleato, siano vietate le associazioni operaie. Una legge del 14 giugno 1791 punisce ogni accordo fra lavoratori allo scopo di migliorare le loro condizioni di ingaggio come «lesivo della libertà e della dichiarazione dei diritti dell’uomo». È chiara per noi la ragione di questa opposizione borghese all’associazione operaia; si tratta di permettere il libero giuoco della concorrenza per ottenere a minor prezzo la forza lavoro. Il relatore all’assemblea è coerente nel dire che le associazioni di persone della stessa professione «tendono a resuscitare le corporazioni abolite dalla rivoluzione» perché all’uno e all’altro caso, malgrado la profonda diversità storica del fenomeno, si tratta di vincoli alla libera incetta di braccia da parte del capitale. Nel quadro della teoria liberale il divieto dei sindacati operai non è meno a posto; lo Stato rappresentativo è l’unico organismo che comprende e tutela allo stesso titolo di eguaglianza tutti i cittadini. Ogni individuo gode della libertà rimanendo isolato di fronte soltanto al suo legame con lo Stato unitario. I privilegi di classe sono giuridicamente scomparsi; ogni associazione di membri dello stesso ceto sociale tende a formare uno Stato nello Stato, una casta nell’uguaglianza giuridica generale e deve essere vietata. In economia il liberalismo vuole il gioco illimitato dei singoli privati interessi; lo Stato tutela generalmente i contratti tra privati, ma non può tollerare azioni e contratti collettivi. Il decreto del 1791 viene infatti rispettato dal Terrore e dai Girondini, da Bonaparte e dalla restaurazione. Se in epoca assai tarda la democrazia parlamentare ha ceduto al riconoscimento dei sindacati, lo ha fatto contraddicendo alla sua dottrina pura, come vi contraddice tutta la legislazione di intervento statale nei rapporti economico-sociali. La contraddizione coi principi è conferma della inanità di questi, fatti per la “mobilitazione ideologica” delle masse che vanno illuse di essere libere e sovrane; contraddizione però non vi è con gli interessi e la politica di classe del capitale: nella prima epoca questo ha da temere solo la reazione e non ha freni per procurarsi le migliori condizioni economiche per l’accumulazione, ma in epoca successiva la formazione di una forte classe operaia pone al capitalismo il problema dei rapporti non solo economici ma anche politici col proletariato: malgrado che vietando le coalizioni si possa deprimere il salario e crescere il plusvalore e l’accumulazione, la classe capitalistica calcola che ciò può condurre più presto ad una lotta sociale in cui soccomba il principio stesso del plusvalore e dell’accumulazione; ad essa conviene perciò generalmente consentire i sindacati come prescrivere per legge alcuni sacrifici ai singoli capitalisti che rendano meno intollerabile il regime salariato.
Ma la grande rivoluzione democratica francese non fu meno coerente quando privò gli operai del diritto di associazione sindacale, di quando istituì la coscrizione militare obbligatoria; ciò malgrado il banale errore odierno per cui si considera la democrazia avanzata come antitesi della reazione antioperaia e del militarismo!
Genesi del capitalista agrario
Abbiamo esaminato le condizioni che permisero l’accumulazione primitiva con la formazione di una classe salariata. Vediamo ora come apparvero i primi capitalisti. In Inghilterra apparve prima il capitalista agrario, ossia il grande fittavolo, che il capitalista industriale; parliamo dunque del primo.
Una proprietà agricola può essere gestita in vari modi dal suo possessore giuridico. In regime schiavistico egli vi fa lavorare schiavi che sono sua proprietà; altra sua proprietà è la terra. Quelli sono diretti tecnicamente o da un altro schiavo o da un libero schiavo emancipato agli stipendi del padrone. In regime feudale la terra è lavorata dai servi della gleba, ma raramente il padrone si preoccupa di organizzare la gestione. Per lo più ogni famiglia di contadini ha un piccolo campo di cui passa al padrone una frazione del prodotto (decima); inoltre il padrone tiene per sé dei pezzi di terra migliore su cui i contadini sono obbligati a lavorare un certo tempo (comandata).
Avvenuta l’emancipazione dei servi della gleba divengono possibili diversi casi. L’amministrazione diretta o in economia è possibile allorché il proprietario non possiede la sola terra ma anche il capitale scorte (bestiame, sementi, concimi, attrezzi, più tardi macchine, ecc.) nonché un capitale in denaro per anticipare salari ai contadini giornalieri, ed essi sono diretti da un fattore stipendiato dal padrone. Questa fu la prima forma introdotta dai landlords inglesi, per quanto gli ex servi non fossero solo giornalieri ma dapprima anche piccoli proprietari ed usufruttuari di piccoli campi.
Ben presto, però, il fattore divenne mezzadro. La mezzadria, o meglio colonìa parziaria, è quella forma di gestione in cui il proprietario apporta la terra e parte del capitale mobile, il colono parziario apporta il resto delle scorte, fornisce il lavoro ingaggiando salariati ed infine il prodotto viene diviso in proporzioni convenute tra proprietario e colono. Qui parliamo della grande colonìa applicata a vaste tenute unitarie nelle quali il colono non lavora ma assume giornalieri, distinta dalla piccola colonia in cui la terra è sminuzzata, anche se trattasi di un unico grande possesso, in molte piccole aziende lavorate personalmente del colono e dalla sua famiglia.
I grossi coloni inglesi non tardarono ad arricchire man mano che impoverivano, per le ragioni già viste, i piccoli coltivatori indipendenti e i giornalieri prima possessori anch’essi di un po’ di terra. Quindi si passò dalla colonìa parziaria alla vera e propria affittanza. L’affitto è quella forma di gestione in cui il proprietario non apporta che la terra e le costruzioni rurali; tutto il capitale mobile è del fittavolo e questi assume i lavoratori tenendo per suo conto tutto il prodotto. Egli paga al proprietario un affitto in denaro, quindi il suo reddito si suddivide in rendita fondiaria del proprietario e profitto capitalistico di esso imprenditore fittavolo. Va notato che tanto la rendita quanto il profitto dell’impresa sono parimenti sorti da pluslavoro diviso tra proprietario e capitalista in virtù di una alleanza di classe all’ombra dello Stato, negando noi che la terra nuda e non il lavoro possa essere fonte di ricchezza.
Distinguiamo anche qui tra grande e piccolo affitto. Questo secondo non ha carattere capitalistico trattandosi di piccole estensioni di terra lavorata direttamente dal piccolo fittavolo possessore di pochi e miseri strumenti produttivi analogamente all’artigiano, ma privo di terra. Notiamo che anche ad una tecnica agricola avanzata corrisponde la gestione unitaria di grandi tenute, trattasi di amministrazione diretta o di grande affitto secondo che coincidano o meno le personalità giuridiche del proprietario e del capitalista. Su queste basi può essere realizzato il lavoro in grandi masse, la divisione del lavoro, l’industrializzazione meccanica dell’agricoltura. Sono invece forme arretrate, in genere, la piccola proprietà (salvo il caso di terre eccezionalmente fertili per la piccola coltura) ed anche quando vi sia un grande possesso fondiario, la gestione di questo in più particelle condotte a piccoli affitti e piccole mezzadrie. Detto di passaggio, una situazione del secondo tipo era quella della grande proprietà russa dopo la emancipazione dei servi e la soppressione delle comunità patriarcali. In questi casi l’azienda piccola accompagna la grande proprietà: il trapasso alla grande azienda è compito di lungo progresso tecnico economico: lo svincolo giuridico della piccola azienda dallo sfruttamento della grande proprietà può essere un fatto immediato: in realtà la terra non viene spartita ma resta tecnicamente divisa come prima mentre almeno una forma di estorsione di pluslavoro (quello che era rendita fondiaria) viene subito soppressa.
Tornando all’Inghilterra, i primi grandi fittavoli rapidamente arricchirono, anche perché nel XVI secolo l’oro, l’argento e quindi il denaro diminuirono in valore, tutte le merci rincararono, ma i salari si rialzarono con molto ritardo. I contratti d’affitto essendo a lunghissima scadenza, il fittavolo vide crescere l’entrata per vendita dei prodotti, diminuire in realtà la spesa salari e diminuire l’affitto, sicché arricchì a danno dei salariati e dei proprietari.