Accumulazione del capitale ed imperialismo
Categorie: Economic Works, Imperialism
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Nel 1913, nell’intervallo fra il Finanzkapital di Hilferding e l’Imperialismo di Lenin, Rosa Luxemburg sviluppava nella sua Akkumulation des Kapitals la teoria delle leggi, dei modi e delle condizioni dell’accumulazione allargata del capitale, base e obiettivo permanente della produzione capitalistica, giungendo alla duplice conclusione: 1) che il processo di accumulazione del capitale è possibile soltanto per il sopravvivere di isole a produzione precapitalistica che il capitalismo continuamente e violentemente erode e perciò contiene necessariamente in sé la spinta all’imperialismo in tutta la varietà delle sue manifestazioni 2) che, distruggendo queste isole e trasformando il mondo in una sola grande macchina produttiva capitalistica, l’accumulazione del capitale, e quella sua manifestazione politica che è l’imperialismo, affrettano il momento in cui il modo di produzione borghese non troverà più sfogo al suo processo di sviluppo, e perciò maturano le condizioni obiettive della grande crisi sociale della rivoluzione proletaria.
Entrambe le conclusioni furono, allora, violentemente criticate dai rappresentanti ufficiali della socialdemocrazia, la prima distruggendo alle radici la teoria di un pacifico sviluppo del modo di produzione borghese senza espansioni imperialistiche e perciò senza guerre, la seconda postulando l’inevitabilità della crisi capitalistica su scala internazionale e la sua soluzione rivoluzionaria. L’interpretazione della Luxemburg fu criticata, e rimane tuttora opinabile, negli schemi matematici sui quali si muove (derivati in gran parte dal II libro del Capitale), anche al di fuori del filone teorico della socialdemocrazia; ma il nocciolo fondamentale della teoria sopravvive a quegli schemi, ed è finora la più organica e poderosa analisi delle radici storiche dell’accumulazione, dell’imperialismo, e della crisi permanente del capitalismo nella sua fase di putrefazione.
Nel 1915, la Luxemburg scriveva in carcere una confutazione delle critiche che alla sua opera maggiore erano state mosse, e al suo inizio riassumeva le linee generali della sua tesi, che gli avvenimenti di due guerre mondiali e l’attuale fase di preparazione di nuovi massacri hanno reso di un’attualità bruciante, specie per quel che riguarda la violenza dell’espansione imperialistica nei «paesi arretrati» nelle «zone depresse», nei «paesi coloniali e semi coloniali», e le prospettive di esplosione rivoluzionaria che questa stessa espansione, conformemente alla storica prospettiva marxista, prepara ed affretta.
L’opera maggiore e la sua appendice (Die Antikritik) non sono ancora apparse in italiano, e una traduzione ci risulta in corso di stampa presso la Casa Editrice Giulio Einaudi, cui auguriamo di vedere prossimamente la luce. Per parte nostra, abbiamo creduto di offrire ai lettori, con le brevi e dense pagine di riassunto generale contenute all’inizio dell’Antikritik, un primo saggio di quella che si deve considerare una delle più potenti armi teoriche di interpretazione dell’imperialismo e della lotta rivoluzionaria del proletariato contro di esso, una delle più vibranti dimostrazioni dell’inevitabilità dell’imperialismo e della guerra in regime capitalista, e della necessità storica obiettiva della violenza rivoluzionaria.
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Il modo di produzione capitalistico è dominato dall’interesse del profitto. Per ogni capitalista la produzione ha senso e scopo solo se gli permette, di anno in anno, di riempirsi le tasche di un utile netto cioè del profitto che rimane al di sopra degli investimenti di capitale. Ma la legge fondamentale della produzione capitalistica, che la distingue da ogni altra forma economica basata sullo sfruttamento, è non soltanto il profitto ma un profitto sempre crescente. A questo scopo il capitalista, anche qui in modo nettamente diverso da qualunque altro tipo storico di sfruttatore, impiega il prodotto del suo sfruttamento non solo né in prima linea per il lusso personale, ma in misura crescente allo sviluppo dello sfruttamento medesimo. La maggior parte del profitto ottenuto viene dunque aggiunto al capitale e fatto servire all’allargamento della produzione. In tal modo il capitale, secondo l’espressione di Marx, si «accumula», e, come premessa a un tempo e conseguenza dell’accumulazione, la produzione capitalistica si estende sempre più.
Per raggiungere quest’effetto, non basta tuttavia la buona volontà dei capitalisti. Il processo è legato a rapporti sociali obiettivi, che si possono sintetizzare nel modo seguente:
Anzitutto, per render possibile lo sfruttamento, è necessaria la presenza di una sufficiente massa di forza-lavoro. A questo provvede, una volta storicamente avviato e consolidato il modo di produzione capitalistico, lo stesso meccanismo di questa produzione: 1) mettendo bene o male i salariati in condizione di sostentarsi mediante il salario ricevuto ai fini dell’ulteriore sfruttamento e di riprodursi per naturale incremento, ma non più di questo; 2) costituendo, mediante la continua proletarizzazione dei ceti medi e la concorrenza fra macchina e lavoratore nella grande-industria, un esercito di riserva sempre disponibile di proletariato industriale.
Soddisfatta questa condizione, cioè assicurata una materia di sfruttamento sempre disponibile sotto forma di proletari salariati, e regolato mediante lo stesso sistema salariale il meccanismo dello sfruttamento, una nuova condizione fondamentale dell’accumulazione del capitale si presenta: la possibilità di vendere in un raggio sempre più largo le merci prodotte dai salariati per riottenere in denaro sia le somme spese dai capitalisti, sia il plusvalore estorto dalla forza-lavoro. «La prima condizione dell’accumulazione è che il capitalista sia riuscito a vendere le sue merci e a ritrasformare in capitale la maggior parte del denaro così ricevuto» (Marx). Affinché l’accumulazione come processo continuo abbia luogo, è dunque indispensabile al capitale la possibilità sempre crescente di smerciare i suoi prodotti. La prima condizione dello sfruttamento, come si è visto, se la crea lo stesso capitale.
Ma e la realizzabilità dei prodotti dello sfruttamento, le possibilità di smercio? Da che cosa dipendono? È nel potere del capitale o nell’essenza del meccanismo della sua produzione di allargare lo smercio conformemente alle sue esigenze, allo stesso modo che adatta alle sue esigenze il numero dei lavoratori salariati? La risposta è negativa. Si esprime qui la dipendenza del capitale dalle condizioni sociali. La produzione capitalistica, pur con le sue fondamentali diversità dalle altre forme storiche di produzione, ha questo in comune con esse: che sebbene il suo scopo determinante sia, soggettivamente, il puro interesse del profitto, essa deve soddisfare, oggettivamente, i bisogni materiali della società, e può raggiungere quello scopo soggettivo solo se e nella misura ‘in cui risponde a questo compito obiettivo. Le merci capitalistiche possono es- sere vendute solo se ed in quanto soddisfino i bisogni della società: solo a questa condizione il profitto in esse incorporato può trasformarsi in denaro. Il continuo allargamento della produzione capitalistica, cioè la continua accumulazione del capitale, è perciò legato a un altrettanto continuo allargamento bisogni sociali.
Ma che cosa sono i bisogni sociali? Sono qualcosa di esattamente determinabile e misurabile, o rappresentano, anche qui, un concetto vago e confuso?
In realtà, la cosa, vista così come si presenta a tutta prima alla superficie della vita economica nella sua prassi quotidiana, cioè dall’angolo visuale del capitalista singolo, appare incomprensibile. Un capitalista produce e vende macchine. Suoi acquirenti sono altri capitalisti, che ne comprano le macchi- ne per produrre così, a loro volta, altre merci. Il primo può dunque tanto più collocare le sue merci, quanto più i secondi allargano la loro produzione. Qui, dunque, il «fabbisogno sociale» cui il nostro capitalista è legato sarebbe il fabbisogno di altri capitalisti; il presupposto dell’allargamento della sua produzione quello della loro. Un altro produce e vende mezzi di sussistenza pei lavoratori. Può tanto più venderli, e perciò accumular capitale, quanto più i lavoratori sono impiegati da altri capitalisti (e da lui stesso), o, in altre parole, quanto più altri capitalisti producono e accumulano. Da che cosa dipende che gli «altri» possano allargare le loro aziende? Ancora una volta, si direbbe, dal fatto che questi capitalisti, per es. i produttori di macchine o di mezzi di sussistenza, comprino in misura crescente le loro merci. Il fabbisogno sociale da cui l’accumulazione del capitale dipende, sembra dunque essere, a primo sguardo, l’accumulazione medesima del capitale. Quanto più il capitale accumula, tanto più accumula – è a questa vuota tautologia o a questo circolo vizioso che una più attenta analisi sembra portare. Ma dov’è il punto di partenza, l’iniziativa del moto? E’ chiaro che giriamo su noi stessi e il problema ci sfugge tra le mani. Così è infatti, ma solo finché ci limitiamo a studiarlo dal punto di vista della superficie del mercato, cioè del capitalista singolo, piattaforma prediletta dell’economista volgare.
Ma la questione prende subito forma e contorni precisi se esaminiamo la produzione capitalistica come un tutto, dal punto di vista del capitale totale, che è anche, in definitiva, l’unico solo giusto e decisivo…
L’esistenza privata e sovrana del capitale singolo è, in realtà, solo la forma esteriore, la superficie della vita economica; solo l’economista volgare può ma considerarla essenza delle cose e fonte unica della loro comprensione. Al di sotto di questa superficie, e pur attraverso tutte le condizioni della concorrenza, rimane il fatto che i capitali singoli costituiscono socialmente un tutto, che la loro esistenza e il loro moto sono regolati da leggi sociali comuni che solo per effetto della mancanza di un piano e dell’anarchia del sistema vigente si impongono, attraverso continue deviazioni, dietro le spalle dei capitalisti singoli e senza che questi ne abbiano coscienza.
Consideriamo la produzione capitalistica come un tutto, e anche il fabbisogno sociale diventerà una grandezza afferrabile e scomponibile nei suoi elementi.
Immaginiamo che tutte le merci annualmente prodotte nella società capitalistica vengano riunite in un solo enorme mucchio per trovare impiego come si nella società; e ci accorgeremo subito che questa poltiglia di merci massa suddivide naturalmente in alcune grandi categorie di diversa natura e destinazione.
In ogni forma sociale e in ogni tempo la produzione deve, in un modo o nell’altro, provvedere: 1) a nutrire, vestire, soddisfare i bisogni molteplici della società mediante oggetti materiali; cioè, in altre parole, a produrre mezzi di sussistenza in senso lato per la popolazione di ogni condizione ed età; 2) a produrre mezzi di produzione a sostituzione dei consumati (materie prime, attrezzi, fabbricati), per render possibile la sopravvivenza della società, il suo ulteriore lavoro. Senza la soddisfazione di questi due elementari bisogni di ogni società umana, lo sviluppo della civiltà, il progresso sarebbero impossibili. Anche la produzione capitalistica deve, pur con tutta la sua anarchia e indipendentemente dall’interesse per il profitto, tener esatto conto di queste elementari esigenze.
Di conseguenza, nel magazzino generale di merci capitalistiche da noi immaginato si troveranno anzitutto una grande porzione di merci a sostituzione dei mezzi di produzione consumati nell’ultimo anno; le nuove materie prime, le macchine, i fabbricati ecc. (ciò che Marx chiama «capitale costante»: che i diversi capitalisti producono gli uni per gli altri nelle loro aziende e che debbono reciprocamente scambiarsi perché in tutte le aziende la produzione possa essere ripresa sulla precedente scala. Poiché (secondo la nostra ipotesi) sono le aziende capitalistiche a fornire tutti i mezzi di produzione richiesti per il processo di lavoro della società, lo scambio delle merci corrispondenti sul mercato sarà anche una pura faccenda interna, domestica, dei capitalisti nei loro reciproci rapporti. Il denaro necessario per mediare in tutti i suoi aspetti lo scambio delle merci esce, naturalmente, dalle tasche della medesima classe capitalistica – dovendo ogni capitalista disporre a priori del capitale denaro necessario per il proprio esercizio – e, compiuto lo scambio, ritorna altrettanto naturalmente dal mercato nelle sue tasche.
Poiché fino a questo punto non consideriamo che il rinnovo dei mezzi di produzione sulla scala precedente, la stessa somma di denaro basta anche, anno per anno, a mediare periodicamente l’approvvigionamento reciproco dei capitalisti in mezzi di produzione e ritornare sempre per un periodo di riposo nelle loro tasche.
Una seconda grande sezione della massa delle merci capitalistiche deve, come in ogni società, contenere i mezzi di sussistenza della popolazione. Ma come si scompone, nella forma sociale capitalistica, la popolazione, e come ottiene i mezzi per vivere? Due forme fondamentali caratterizzano il modo di produzione capitalistico. Primo: scambio generale di merci, il che significa, in questo caso, che nessuno riceve il più piccolo mezzo di sussistenza dalla massa sociale delle merci se non possiede per il suo acquisto del denaro. Secondo: sistema salariale, cioè un rapporto per cui la gran massa della popolazione lavoratrice ottiene i mezzi di acquisto per le merci solo mediante scambio di forza-lavoro contro capitale, e la classe possidente ottiene i suoi mezzi di sussistenza solo mediante sfruttamento di questa situazione. Perciò la produzione capitalistica presuppone di per sé due grandi classi: capitalisti e lavoratori, in posizione radicalmente diversa in rapporto al rifornimento in beni di consumo. I lavoratori, per quanto indifferente sia al capitalista singolo il loro destino personale, devono essere almeno nutriti, nei limiti in cui la loro forza-lavoro è utilizzabile ai fini del capitale, per rimanere disponibili ai fini di un ulteriore sfruttamento: dalla massa complessiva delle merci da loro prodotte, la classe capitalista destina loro ogni anno una parte di mezzi di sussistenza nella precisa misura della loro possibilità di impiego nella produzione. Per comprare queste merci i lavoratori ricevono dai loro imprenditori dei salari in forma monetaria. Ne segue che, attraverso lo scambio, la classe lavoratrice riceve ogni anno dalla classe capitalistica, vendendole la propria forza-lavoro, una certa somma di denaro con cui ritira dalla massa sociale delle merci, proprietà degli stessi capitalisti, la parte di mezzi di sussistenza riservatale a seconda del suo sviluppo culturale e del livello raggiunto dalla lotta di classe. Il denaro che media questo secondo grande scambio nella società esce dunque anch’esso dalle tasche dei capitalisti: ogni capitalista deve, per l’esercizio della sua azienda, anticipare quello che Marx chiama «capitale variabile», cioè il capitale denaro necessario per l’acquisto della forza-lavoro, Ma questo denaro, appena i lavoratori hanno acquistato i loro mezzi di sussistenza (cosa che ogni lavoratore deve fare per il sostentamento suo e della famiglia), riaffluisce fino allo ultimo centesimo nelle tasche dei capitalisti in quanto classe, essendo ancora imprenditori capitalisti a vendere come merci ai lavoratori i mezzi di consumo.
Veniamo ora al consumo dei capitalisti medesimi. I mezzi di sussistenza della classe capitalistica le appartengono già come massa di merci anteriormente allo scambio, e ciò in forza del particolare rapporto capitalistico per cui tutte le merci con la sola eccezione della merce forza-lavoro nascono come proprietà del capitale. Peraltro, quei mezzi di consumo di «qualità superiore», appaiono, proprio perché merci, come proprietà di molti capitalisti privati disseminati, come proprietà privata rispettiva di ogni capitalista singolo: ne segue che la classe capitalistica giunge a godere della massa di beni di consumo ad essa pertinenti esattamente come del capitale costante mediante uno scambio reciproco fra capitalisti. Anche questo scambio sociale dev’essere mediato dal denaro, e la quantità di denaro necessaria a questo fine dev’essere gettata a più riprese in circolazione dai capitalisti, trattandosi, come per il rinnovo del capitale costante, di una faccenda interna, domestica, della classe degli imprenditori. E, come prima, anche questa somma ritorna regolarmente, effettuato lo scambio, nelle tasche della classe dei capitalisti da cui era uscita.
Che ogni anno sia effettivamente prodotta la necessaria quantità di mezzi di consumo con gli articoli di lusso necessari per i capitalisti, è un fatto a cui provvede lo stesso meccanismo dello sfruttamento capitalistico che regola il rapporto salariale. Se i lavoratori producessero solo quel tanto di mezzi di sussistenza che occorre per mantenerli, la loro occupazione sarebbe, dal punto di vista del capitale, un assurdo. Essa comincia ad acquistare un senso solo se il lavoratore provvede, oltre al proprio mantenimento, che corrisponde al proprio salario, anche al mantenimento di chi «gli dà il pane» cioè produce, secondo l’espressione di Marx, del «plusvalore» per i capitalisti. Questo plusvalore deve servire fra l’altro a provvedere la classe capitalistica, come ogni classe sfruttatrice nei precedenti periodi storici, del necessario sostentamento e lusso. Ai capitalisti rimane la particolare cura di provvedere con lo scambio reciproco delle merci corrispondenti e la preparazione dei mezzi monetari necessari all’esistenza «piena di spine e di rinunce» della propria classe e alla sua naturale riproduzione.
Ci saremmo così disfatti, per cominciare, di due grandi gruppi della poltiglia sociale di merci: i mezzi di produzione per il rinnovo del processo di lavoro, e i mezzi di sussistenza per il mantenimento della popolazione cioè della classe lavoratrice da una parte, della classe capitalistica dall’altra.
Non ci si può tuttavia accontentare di questa grande suddivisione in due parti della massa sociale delle merci. Se lo sfruttamento dei lavoratori servisse unicamente a permettere agli sfruttatori una vita di sfarzo, avremmo bensì una specie di società schiavistica rimodernata o un regime feudale medievale, ma non il dominio moderno del capitale. Lo scopo e la missione dello sfruttamento capitalistico è il profitto in forma monetaria, l’accumulazione di capitale danaro. Lo specifico senso storico della produzione comincia dunque solo là dove lo sfruttamento varca quei confini. Il plusvalore deve non solo bastare a permettere alla classe capitalistica un’esistenza conforme al suo grado, ma contenere, in più, una parte destinata all’accumulazione. Questo scopo specifico ha un peso così schiacciante che i lavoratori sono impiegati (e perciò anche messi in condizione di procurarsi i mezzi di sussistenza) solo nella misura in cui producono questo profitto accumulabile ed esiste la prospettiva di accumularlo realmente in forma monetaria.
Dunque, nel magazzino di merci da noi immaginato dovremo trovare anche una terza porzione di merci non destinate né al rinnovo dei mezzi di produzione consumati né al mantenimento degli operai o della classe capitalistica, merci contenenti la percentuale inestimabile di plusvalore estorto ai lavoratori che rappresenta il vero obiettivo del capitale: il profitto destinato alla capitalizzazione, all’accumulazione. Che specie di merci sono queste e chi, nella società, ne ha bisogno, cioè chi le acquista dai capitalisti per aiutarli a trasformare in danaro la parte principale del profitto?
Siamo così giunti al nocciolo del problema dell’accumulazione, e dobbiamo esaminare i diversi tentativi di risolverlo.
Possono essere i lavoratori ad acquistare l’ultima aliquota di merci del magazzino sociale? Ma i lavoratori non dispongono di mezzi di acquisto oltre i salari loro passati dagli imprenditori e prelevano nella misura di questi solo la parte loro strettamente destinata del prodotto sociale totale. Al disopra di questo limite non possono essere acquirenti neppure per un centesimo di merci capitalistiche, anche se non tutti i loro bisogni vitali sono stati soddisfatti. Inoltre, lo sforzo e l’interesse della classe capitalistica tendono a calcolare al minimo, non al massimo, la parte di prodotto sociale totale consumata dai lavoratori e i mezzi di acquisto a tal fine necessari. Infatti, dal punto di vista dei capitalisti come classe- è molto importante tener presente questo punto di vista nella. sua distinzione dagli orizzonti limitati del capitalista singolo – i lavoratori non sono acquirenti di merci, «clienti» come altri, ma pura forza-lavoro il cui mantenimento con una parte del loro prodotto è una triste necessità, da ridurre al minimo socialmente consentito nelle circostanze specifiche del momento.
Possono, d’altra parte, essere gli stessi capitalisti gli acquirenti di quel- l’ultima porzione della massa sociale delle merci, allargando il proprio consumo personale? La cosa sarebbe forse possibile, sebbene, anche senza questo espediente, al lusso della classe dominante e alle sue follie si provveda già largamente. Ma il fatto è che, se i capitalisti divorassero senza residui l’intero plusvalore estorto ai loro lavoratori, l’accumulazione si ridurrebbe a zero. Avremmo allora, dal punto di vista del capitale, una fantastica ricaduta nella economia schiavista o nel feudalesimo.
Chi dunque può essere l’acquirente, il consumatore della parte di merci socialmente prodotte la cui vendita permette sola l’accumulazione? Una cosa è finora chiara: non possono esserlo né i lavoratori né i capitalisti.
Ma non vi sono nella società un insieme variopinto di strati sociali, impiegati, ufficiali dell’esercito, preti, professori, artisti che non sono calcolabili né come lavoratori né come imprenditori? Non devono anche queste categorie della popolazione soddisfare i propri bisogni di consumo e non possono perciò essere i tanto ricercati acquirenti dell’eccedenza di merci? La risposta è ancora una volta: per il capitalista singolo senza dubbio, ma non così se consideriamo tutti gli imprenditori in quanto classe, il capitale sociale totale. Nella società capitalistica, tutti gli strati e le professioni indicate non sono, economicamente, che appendici della classe capitalista. Se ci chiediamo da dove gli impiegati, ufficiali, preti, artisti ecc. derivino i loro mezzi di acquisto, si con- stata che li ricevono in parte dai capitalisti, in parte (attraverso il sistema delle imposte indirette) dai lavoratori. Ne risulta che, dal punto di vista economico, questi ceti non possono rappresentare per il capitale totale una parti- colare classe di consumatori: essi non hanno una sorgente autonoma di potere di acquisto, ma, condivoratori di capitalisti e salariati, sono già compresi nel consumo di entrambi.
Impossibile dunque, fino ad ora, trovare acquirenti, impossibile metter le mani su colui che, acquistando l’ultima aliquota di merci, può solo dar l’avvio all’accumulazione.
Ma, alla lunga, la soluzione della difficoltà appare semplice. Forse noi sia- mo come quel tal cavaliere che andava disperatamente in cerca del cavallo sul quale era in sella, Forse, i capitalisti sono acquirenti a vicenda anche di quel residuo di merci – non già per scialacquarle ma per impiegarle all’allargamento della produzione capitalistica. Ora, per rispondere a questo scopo, quel- le merci devono consistere non in oggetti di lusso per il consumo privato dei capitalisti, ma in mezzi di produzione di ogni genere (nuovo capitale costante) e in mezzi di sussistenza per lavoratori.
Ottimamente. Ma è una soluzione che si limita a spostare la difficoltà da un piano a un altro. Giacché, una volta ammesso che l’accumulazione si sia compiuta e la produzione allargata getti sul mercato l’anno successivo una massa di merci maggiore del precedente, risorge la domanda: dove troveremo allora gli acquirenti di questa massa cresciuta di merci?
Se si risponde: Be’, questa massa cresciuta di merci sarà, nel prossimo anno, nuovamente scambiata fra loro dai capitalisti e impiegata da tutti ad allargare ulteriormente la produzione, e così via di anno in anno, eccoci davanti a una giostra che gira su sé stessa nel vuoto. Non si ha allora accumulazione capitalistica, cioè accumulazione di capitale danaro, ma l’inverso: produzione di merci per amore della produzione, che è, dal punto di vista del capitale, un assurdo completo. Se i capitalisti come classe sono essi stessi gli acquirenti della loro intera massa di merci prescindendo dalla parte che devono destinare al mantenimento della classe lavoratrice se si vendono reciprocamente le merci col proprio danaro e così monetizzano il plusvalore in esse contenuto, l’accumulazione del profitto da parte dei capitalisti diventa impossibile.
Se questa deve verificarsi, bisognerà dunque trovare altri acquirenti per il gruppo di merci in cui il plusvalore destinato all’accumulazione si annida, acquirenti che traggano i loro mezzi di acquisto da fonti autonome e non li ricevano dalle tasche dei capitalisti, come avviene per i lavoratori e per i collaboratori del capitale – impiegati statali, militari, clero, liberi professionisti; – acquirenti i quali vengano in possesso dei propri mezzi di. acquisto sulla base di uno scambio e perciò di una produzione di merci che si svolgono al difuori della produzione mercantile capitalistica; produttori i cui mezzi di produzione non possano essere considerati come capitale e che non appartengano alle due categorie dei capitalisti e dei lavoratori, ma abbiano bisogno in un modo o nell’altro di merci capitalistiche.
Ma dove si trovano questi acquirenti? All’infuori dei capitalisti col loro seguito di parassiti e salariati, non vi sono, nella società moderna, altre classi o ceti!1.
Gira e rigira, finché si rimane fissi all’ipotesi che nella società non esistano strati al difuori dei capitalisti e dei lavoratori riesce impossibile ai capitalisti come classe di smaltire le loro merci eccedenti per trasformare il plusvalore in danaro e così accumulare capitale.
Ma l’ipotesi marxista (dominio generale ed esclusivo della produzione capitalistica) è solo un’astrazione teorica destinata a semplificare e facilitare la indagine. In realtà, la produzione capitalistica, come tutti sanno e come lo stesso Marx mette in rilievo nel Capitale, non è affatto l’unica né il suo dominio è esclusivo e totale. In realtà, in tutti i paesi capitalistici, anche in quelli a grande industria altamente sviluppata, esistono, accanto alle imprese capitalistiche, nell’artigianato e nell’agricoltura, numerose aziende artigiane e contadine fondate sulla produzione semplice delle merci. In realtà, accanto ai vecchi paesi capitalistici, esistono anche in Europa Paesi in cui la produzione contadina e artigiana è tuttora fortemente prevalente, come la Russia, i Balcani, i Paesi scandinavi, la Spagna. Infine, accanto all’Europa e all’America del Nord capitalistici, esistono giganteschi continenti nei quali la produzione capitalistica ha appena cominciato a metter radici in piccoli punti sparsi, mentre per il resto i popoli di questi continenti presentano tutte le forme economiche possibili, dalla comunistica primitiva alla feudale, contadina, artigiana. Tutte queste forme sociali e produttive vivono e son vissute non soltanto in pacifica contiguità spaziale col capitalismo, ma fin dall’inizio dell’era capitalistica si è sviluppato fra loro e il capitale europeo un attivo ricambio organico di natura tutta particolare. La produzione capitalistica come pura produzione di massa conta su acquirenti di origine contadina e artigiana dei vecchi paesi e su consumatori di tutti gli altri, e a sua volta non può fare tecnicamente a meno di prodotti di questi strati e Paesi (siano mezzi di produzione o mezzi di consumo). Perciò, fin dall’inizio si svolse- fra la produzione capitalistica è il suo ambiente non-capitalistico un rapporto di scambio in cui il capitale trovò la possibilità sia di realizzare il proprio plusvalore ai fini di un’ulteriore capitalizzazione in danaro, sia di rifornirsi di tutte le merci necessarie per l’allargamento della sua produzione, sia infine di assorbire nuove forze-lavoro proletarizzate mediante la decomposizione violenta di forme di produzione non-capitalistiche.
Ma questo non è che il nudo contenuto economico del rapporto. Il suo manifestarsi concreto nella realtà costituisce il processo storico dello sviluppo del capitalismo sull’arena mondiale in tutto il suo variopinto e mobile atteggiarsi.
Anzitutto, lo scambio del capitale col suo ambiente non-capitalistico urta contro le difficoltà dell’economia naturale, dei rapporti sociali consolidati e dei bisogni ristretti dell’economia contadina patriarcale e artigiana. Per vincerlo il capitale ricorre a mezzi eroici , alla violenza politica. Nella stessa Europa il suo primo gesto è il superamento rivoluzionario dell’economia naturale feudale. Nei Paesi transoceanici, il soggiogamento e la distruzione delle comunità tradizionali è il primo atto di nascita storico-mondiale del capitalismo e, in seguito, il fenomeno destinato ad accompagnare in modo continuo l’accumulazione. Attraverso l’erosione dei rapporti primitivi dell’economia naturale, con- tadina, patriarcale, di quei Paesi, il capitale europeo vi apre la porta allo scambio delle merci e alla produzione mercantile, trasforma i loro abitanti in acquirenti di merci capitalistiche, e nello stesso tempo accelera la propria accumulazione appropriandosi direttamente masse di materie prime e di ricchezze tesaurizzate dei popoli soggetti. Fin dall’inizio del XIX sec. si accompagna a questi metodi l’esportazione del capitale accumulato dall’Europa verso i Paesi non-capitalistici delle altre parti del mondo, dove esso trova su un nuovo terreno, sulle macerie delle forme di produzione indigene, un nuovo raggio di acquirenti delle sue merci e perciò un’ulteriore possibilità di accumulazione.
Così, grazie all’azione reciproca su strati sociali e paesi non-capitalistici, il capitalismo si estende sempre più, accumulando a loro spese ma nello stesso tempo erodendoli e scacciandoli per occuparne il posto. Senonché, quanti più Paesi capitalistici partecipano a questa caccia ai territori di accumulazione, quanto più ristrette sono le zone di produzione non-capitalistica ancora aperte alla espansione mondiale del capitale, quanto più si inasprisce la lotta di concorrenza per quei campi di accumulazione (l’imperialismo), tanto più le sue scorribande sulla scena del mondo si trasformano in una catena di catastrofi economiche e politiche: crisi mondiali, guerre, rivoluzioni.
Ma attraverso questo processo il capitale prepara in duplice modo il proprio crollo. Da una parte, allargandosi a spese di tutte le forme di produzione non-capitalistiche, si avvia verso il momento in cui l’intera umanità consisterà unicamente di capitalisti e salariati e perciò un’ulteriore espansione e quindi accumulazione risulterà impossibile; dall’altra, nella misura in cui questa tendenza s’impone, acuisce a tal punto i contrasti di classe e l’anarchia economica e politica internazionali che, prima ancora che l’ultima conseguenza dello sviluppo economico – il dominio assoluto e indiviso della produzione capitalistica nel mondo – sia raggiunta, dovrà provocare la rivolta del proletariato internazionale contro il mantenimento della dominazione capitalistica.
Questo, in breve, il problema, e la sua soluzione come io la vedo. A primo aspetto può sembrare un’elucubrazione puramente teorica. Tuttavia, l’importanza pratica del problema è chiara, perché si ricollega al fatto più saliente della vita politica attuale, l’imperialismo. Le manifestazioni esterne tipiche del periodo imperialistico – lotta di concorrenza fra stati capitalistici per le colonie, le sfere d’interessi, i campi d’investimento del capitale europeo; sistema dei prestiti internazionali, militarismo, protezionismo doganale, ruolo dominante del capitale finanziario e dell’industria cartellizzata nella politica mondiale -, queste manifestazioni sono ormai universalmente note. Il loro collegamento con l’ultima fase dell’evoluzione capitalistica, la loro importanza per l’accumulazione del capitale, sono ormai così evidenti che li riconoscono sia i rappresentanti sia gli avversari dell’imperialismo. Ma la socialdemocrazia2 non può accontentarsi di questo riconoscimento empirico. Si tratta per essa di determinare in forma esatta le leggi economiche di questo, intreccio di fenomeni, scoprire la radice vera, del grande e variopinto insieme di manifestazioni dell’imperialismo, giacché, come sempre in casi simili, solo la esatta comprensione teorica del problema può dare anche alla nostra prassi nella lotta contro l’imperialismo, la sicurezza, finalità e forza d’urto che la politica del proletariato esige.
Note
- A questo punto, la Luxemburg ricorda come, secondo l’interpretazione da lei data altrove per esteso, lo schema dell’accumulazione contenuto nel II vol. del Capitale si fondi sul presupposto che la produzione capitalistica sia. l’unica ed esclusiva forma di produzione oggi esistente, e come in tale schema la accumulazione si trovi posta di fronte ad un insolubile circolo vizioso (nostra nota). ↩︎
- Non dimentichi il lettore che «socialdemocrazia» erano allora tutti i partiti socialisti non ancora divisi, e il termine non aveva ancora assunto il significato di «riformismo», «gradualismo», «opportunismo», in contrapposto a «comunismo», oggi corrente (nostra nota). ↩︎