Costanti nella dottrina della Rivoluzione e della Controrivoluzione
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INVARIANZA STORICA DEL CAPITALISMO
L’essenza della borghesia, nei suoi riflessi coscienti, non varia nel tempo, proprio come la teoria rivoluzionaria.
Nella nostra visione dialettica della storia siamo potuti giungere al traguardo di scoprire quanto veramente labile sia il concetto di “eterno” anche nella società borghese (sebbene un ufficio brevetti non ci riconoscerebbe la scoperta). Con la nascita e lo sviluppo di questa società si creano e si accrescono nel suo seno insolubili contraddizioni, fra le quali la principale è il rafforzamento della classe antagonista alla dominante e che avrà il compito di distruggere i rapporti di produzione che l’hanno determinata: questa classe è il proletariato e ad esso la storia ha imposto il grave compito di risolvere il percorso della storia fin qui trascorsa nel Comunismo. Grande e necessaria Rivoluzione che sola eliminerà quell’antagonismo di classe del quale la società dei borghesi, sorta sulle ceneri di quella feudale, ha solo mutato forma, rendendolo esplicito e privo ormai di ogni giustificazione.
Durante il feudalesimo le classi dominanti davano del proprio potere, fondato sul loro personale armamento e impegno nei compiti di difesa, una complessa giustificazione mistica: l’esistenza della servitù era derivata alla volontà divina, alla quale l’uomo non poteva ribellarsi; l’ordine nei Cieli imponeva l’ordine in Terra. Questo complesso bagaglio dogmatico costituiva per il feudalesimo la verità, unica e indiscutibile. La Rivoluzione inglese prima, l’americana e la francese poi hanno abbattuto questa verità e innalzato a sovrastruttura il pensiero illuminato, ovvero la mistica della Ragione del cittadino. Per essa nessuno uomo è vincolato dalla nascita ad accettare passivamente il proprio stato. La borghesia fonda il suo potere sul dogma laico della uguaglianza politica dei cittadini.
A differenza del feudalesimo, che ha subìto la propria compiuta Critica radicale solamente alle soglie delle rivoluzioni del Settecento, questa verità borghese è stata presto messa in discussione dalla critica della classe operaia, sul piano della lotta sociale e sul piano dell’analisi teorica: l’uguaglianza politica è niente con la divisione della società in classi e senza l’uguaglianza economica.
Questa, evidentemente superiore, verità proletaria viene vieppiù confermata dallo sviluppo storico che vede accentuarsi le disuguaglianze e i contrasti di classe. Con l’evoluzione – o meglio, ormai, involuzione – del capitalismo tutta l’oppressione in potenza che il capitalismo aveva da gettare sulla schiena del proletariato si è manifestata, tanto nella galera della fabbrica quanto nella sua dominazione del mondo intero: dal saccheggio bestiale del cosiddetto Terzo Mondo fino al degradare delle condizioni di vita operaia nei paesi a capitalismo avanzato. In qualunque forma politica diversa si manifesti, democratica o fascista, il nucleo del capitalismo è lo stesso: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, la produzione al fine della vendita e non del consumo, la legge del valore e, soprattutto, la spietata legge del plusvalore.
Un rapporto di classe:
SALARIO=VALORE‑PLUSVALORE
PLUSVALORE=VALORE‑SALARIO
La legge del plusvalore (neanche questa scoperta per la prima volta da noi) è ciò che rende veramente particolare la società borghese rispetto ad ogni altra. Il valore di una merce è dato dalla quantità di lavoro in essa incorporato; maggiore il lavoro medio sociale necessario per riprodurla, maggiore il suo valore. Data una merce qualsiasi il suo valore è dato dalla somma di: 1) valore della quota di logorio degli strumenti di produzione, 2) valore delle materie prime, e, 3) forza lavoro impiegata. Quest’ultima non coincide con il salario ma è sempre superiore ad esso: mentre il salario è determinato dal tempo di lavoro occorrente a produrre i beni necessari a soddisfare i bisogni del proletario, ciò che contribuisce della forza lavoro al valore della merce è il suo valore d’uso, ovvero il numero di ore effettivamente lavorate. La differenza immancabile fra il valor d’uso della forza lavoro (le ore effettivamente lavorate) e il suo valore di scambio (le ore retribuite, il salario) costituisce il plusvalore del capitalista, la fonte del suo privilegio e del suo potere. L’operaio non viene pagato per il valore che aggiunge al prodotto, ma gli viene fornito solamente ciò che gli serve per vivere: la differenza è lavoro gratuito dell’operaio, lavoro non remunerato. Sfruttamento di classe diciamo noi!
Oggi come ieri ribadire la legge del plusvalore risulta indispensabile per due motivi principali. Innanzitutto la controrivoluzione del ciclo odierno è riuscita addirittura a fare credere ai proletari la menzogna tardo‑borghese che l’economia nazionale debba essere difesa da tutte le classi sociali in quanto il salario, al pari dell’utile del capitalista e delle varie rendite ed interessi, sarebbe una parte del profitto. In questo interessato capovolgimento il Dio Profitto sarebbe il bene comune, risultato della collaborazione di tutti i fattori della produzione e alle cui mammelle si abbevererebbero tutte le classi. I difensori, sindacalisti e politicanti, della società presente affermano: più Profitto, più Salari; noi opponiamo più Profitto, meno Salari! Nella nostra lettura non è quindi interesse comune che l’economia nazionale si riprenda dalla crisi. L’esperienza storica ci insegna che al proletariato non è mai stato concesso nulla all’aumentare dei profitti dei capitalisti, se non per le sue lotte in difesa del salario. Il ciclo economico influisce sul livello dei salari non in quanto vi è maggiore o minore disponibilità di profitto da condividere con gli operai, ma in quanto gioca la maggiore o minore concorrenza fra proletari in situazioni di pieno impiego ovvero di vasta disoccupazione.
La teoria marxista è nata alla metà dell’800 come negazione in toto di tutti i risvolti della coscienza borghese: tutte le costruzioni proprie della scienza della società presente sono state da noi demolite dalle fondamenta. Il comunismo è veramente l’orribile “spettro” che si aggira per il mondo e la borghesia non può non temerlo: ne va della sua stessa sopravvivenza! Nel 1871, all’esplodere della Comune di Parigi, Francia e Prussia, fino a quel momento in guerra, divennero solidali alleate nello sconfiggere lo “spettro” della Comune e della bandiera rossa. Il timore della Rivoluzione Russa e del suo possibile propagarsi in Europa spinse nel 1918 le maggiori potenze democratiche a trattare in fretta e furia la pace a Versailles: della Prima Guerra Mondiale in corso se ne poteva rimandare il proseguimento ad una seconda, ben più importante era salvare i comuni scranni del potere dalla rivoluzione proletaria. Durante la Seconda Guerra le potenze fra di loro nemiche si trovarono d’accordo su un punto: bombardare i quartieri popolari ed occupare i territori degli Stati vinti perché non scoppiasse alcun “perturbamento all’ordine pubblico”.
Così come il capitalismo rispose alle barricate passate con massacri di operai, così risponderà alle lotte proletarie del domani fino a quando esse non prenderanno il sopravvento sulla difensiva borghese.