Partito Comunista Internazionale

Rinnovo del contratto dei metalmeccanici: Contro la politica antioperaia e militarista dei tre sindacati rinasca il SdC!

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  La piattaforma dei metalmeccanici è tutta un susseguirsi di meschini accorgimenti per negare gli aumenti salariali e aumentare i carichi di lavoro. Ai sindacati di regime che non chiedono se non peggioramenti, il padronato risponde che è comunque troppo: nel mezzo fra le due bande sono schiacciati gli operai.

      La richiesta di aumento lordo medio a regime di 80.000 lire, in linea con l’inflazione programmata (dicono), è una miseria; insignificante la riduzione d’orario per i turnisti. L’introduzione della Banca delle ore è una vera e propria fregatura: spacciata (ci vuol coraggio!) per dare maggiore autonomia nella gestione del tempo libero dei lavoratori, in realtà aumenta la flessibilità e riduce i salari. La richiesta dei sindacati di voler controllare la gestione dei Fondi è solo un mezzo per spartirsi col padronato una fetta del pluslavoro.

      Il gioco delle parti però impone un po’ di sceneggiata: non si può sempre fare come nel precedente contratto che era stato rinnovato senza neanche un’ora di sciopero! Il pericolo che la classe operaia possa ribellarsi impone, finché possibile, di allentare un minimo la rete di contenimento affinché non venga spezzata e i lavoratori si illudano di non essere – come sono – del tutto soli di fronti alla rapacità della classe nemica.

      Per questo sono stati indetti degli scioperi. Ma lo sciopero deve essere un’azione di massa in cui i lavoratori mostrano la loro forza di classe al padronato. Far scendere in lotta le varie categorie, o le varie fabbriche, divise nel tempo e rigidamente separate è al contrario voluto e studiato con lo scopo di deprimere e portare lo sconforto nella classe.

      Allo stesso tempo il sindacalismo di regime finge un minimo di mobilitazione per non lasciare vuoto uno spazio che sarebbe presto occupato da una vera organizzazione sindacale unitaria di difesa economica.

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      La vertenza dei metalmeccanici è venuta a sovrapporsi alla guerra. La triplice sindacale ha rimandato uno sciopero di ferrovieri per non ostacolare i trasporti di guerra. Nelle fabbriche e nei posti di lavoro i funzionarietti si sono dati da fare – approfittando della generosità proletaria, ancora una volta piegata ai fini nemici – a raccogliere fondi per la “missione Arcobaleno”, che non sono “contro la guerra” ma per una delle parti in conflitto e che, intanto, vanno diritti dalle tasche dei lavoratori nelle casse dello Stato borghese.

      Le Confederazioni infatti hanno dichiarato che il bestiale precipitarsi nella guerra della borghesia italiana è “una contingente necessità”. Il che è vero, ma è vero per essa!, è sì una necessità, ma della classe dominante, del padronato, delle industrie e delle banche, della finanza con i suoi appetiti imperialisti e coloniali! Per i lavoratori è un lutto, una sconfitta, una tragedia. In nome di quella “contingente necessità” saranno presto chiamati a nuovi sacrifici, di lavoro e di sangue, a rinunciare ad ogni loro difesa, sottomessi all’ubriacatura patriottica e alla militarizzazione nelle fabbriche, nelle caserme, nella società.

      Il subitaneo irrigidirsi sull’attenti dei sindacati di regime al decollo dei primi bombardieri “umanitari” dimostra anche a chi si volesse proprio illudere che quelle organizzazioni sono irrimediabilmente passate dall’altra parte, sono divenute parte integrante della macchina di oppressione borghese e strumento della politica imperialista del capitale italiano e internazionale. Quei sindacati non solo non difenderanno mai più le condizioni di lavoro, ma non esiteranno senza piangere una lacrima a spingere i lavoratori di tutti i paesi a massacrarsi fra loro!

      I sindacati, mentre insieme a tutto lo schieramento borghese, si riempivano la bocca della parola “Pace”, e gli aeroplani di bombe “liberatrici”, si sono ben guardati dal promuovere la mobilitazione operaia, ma solo concerti rock e qualche sporadica processione, fuori dall’orario di lavoro, ovviamente. Chiedono una “equa soluzione” del conflitto. Con calma, quando la “necessità” non sarà più “contingente”: fra un’altro mese? fra un anno? fra dieci anni e in tutto il mondo?

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      Oggi, di fronte all’incancrenirsi del conflitto, l’italica borghesia, che vede minacciati i suoi affari e progetti nell’area, sembra accennare a volersi dissociare dalla superpotenza USA. Non per la pace ma per fare la sua guerra. In questo doppio gioco serve una leale “opposizione”. A questo si prestano Rifondazione e la sinistra sindacale, anche tramite il loro controllo sulle riunioni delle RSU.

      Oltre che a sabotare una sana riorganizzazione sindacale di classe, sfruttando i residui di radicate illusioni staliniane fra i lavoratori e l’evidente protervia della Nato, accarezzano simpatie serbe e voti per un “rovesciamento del fronte”, che potrebbero un domani tornare utili qualora la borghesia italiana ritenesse di diversamente schierarsi. Essere dalla parte “dei lavoratori iugoslavi” implica essere contro i loro sfruttatori diretti, che sono la borghesia iugoslava e il suo Stato. La guerra è prima di tutto contro i proletari serbi, in tuta e in uniforme, non contro Milosevic. Non è appoggiando Milosevic che si difendono ma lavorando alla lotta e alla fraternizzazione di classe contro tutte le borghesie.

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      Il cosiddetto sindacalismo di base è vero che in parte è costretto, in parte si riduce per scelta in limiti angusti. E’ vero che non sono né si ritengono dei veri sindacati, o che sono ridotti all’ambito di categoria o sotto-categoria; è vero che spesso cercano adesioni non sul terreno della difesa di classe ma su quello di certe vaghe, indefinibili, ideologie fra le più sgangherate ed erronee. Tuttavia nascono come reazione di puri lavoratori che – non per stipendio o per carriera – intendono rimediare al tradimento confederale.

      E’ possibile che questi organismi rifluiscano totalmente o degenerino in maniera irreparabile, ma ad oggi sono gli unici che sfidano il regime, gli unici che a hanno organizzato, con parole d’ordine non equivoche, una manifestazione nazionale – riuscita – contro la guerra, gli unici che hanno il coraggio, oggi, di sfidare il militarismo tentando uno “sciopero generale”.

      Arrivi pure il sarcasmo dei ben pagati “esperti” sindacali: “se prima ci accusate di scioperi che non sono scioperi perché non sono azioni di massa, uno sciopero generale del sindacalismo di base lo sarà ancora meno”. Verissimo, cari imbroglioni, ma nel primo caso la triplice li indice per castrare il movimento operaio, nel secondo il limite è oggettivo, ma la prospettiva è sana e non forcaiola.

      Noi comunisti internazionalisti ci schieriamo con tutte le lotte del proletariato e ne incoraggiamo l’estensione e il collegamento. Ripetiamo il nostro indirizzo per una riorganizzazione del proletariato in un possente sindacato, difensore dei soli salariati, fiero oppositore della borghesia, indifferente alle sorti come dell’economia aziendale così della “Patria in guerra”, nemico dichiarato del militarismo e delle ambizioni imperialistiche di tutte le borghesie.

      Senza la ricostruzione di un’organizzazione di difesa economica della classe tutta l’indignazione e le maledizioni operaie cadono nel vuoto. La rinascita del sindacato non verrà dal cielo, ma saranno i lavoratori più combattivi che organizzeranno i comitati di lotta, cercheranno i collegamenti fuori dalle gabbie aziendali, daranno vita a nuove Camere del Lavoro, luoghi di riunione e di organizzazione collettiva della lotta.