Partito Comunista Internazionale

1914: Antipatriottismo comunista in Serbia

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      Che la Nato sia un organismo costituzionalmente imperialista non vi sono dubbi; noi però estendiamo il giudizio al suo demonizzato nemico, la Serbia. L’attuale guerra imperialista, che ha come scenario la tante volte tormentata terra balcanica, riporta inevitabilmente alla mente dei comunisti un episodio assai poco conosciuto però di grande importanza per il proletariato mondiale.

      Come è noto, nel 1914, dopo l’ultimatum dell’Austria alla Serbia, cominciarono le dichiarazioni ufficiali di guerra. Mentre gli eserciti delle potenze grandi, medie e piccole mobilitavano il movimento operaio e socialista accusò una delle peggiori rotte rovinose della sua storia (non l’ultima, purtroppo): la maggioranza dei grandi partiti socialisti appoggiò la guerra borghese. Il cretinismo parlamentare, consacrato come fine ultimo dall’apparato elettorale dei partiti socialisti stava dando i suoi frutti. Il tradimento dei principi del socialismo e della rivoluzione sociale si era consumato.

      Reazione a quel tradimento fu la sana, ineluttabile e irreversibile scissione dei partigiani dell’internazionalismo proletario e della consegna della guerra alla guerra, dai difensori della patria borghese e del capitalismo nazionale e mondiale.

      In Serbia, paese aggredito dall’imperialismo germanico, le ondate di patriottismo bellicista furono invece respinte in nome dell’internazionalismo dalla sinistra del piccolo partito socialista. Questa coerente difesa dei principi fondamentali del socialismo sarebbe costata al partito serbo l’assassinio di Dimitrije Tukovic, compagno che, nelle parole di Leone Trotski, si era distinto come “una della più nobili ed eroiche figure del movimento operaio di Serbia”. Tukovic nei suoi scritti sull’organo centrale del Partito Socialista di Serbia Radnicke Novine (La Gazzetta Operaia) si era battuto in favore di una Federazione Socialista Balcanica.

      Oggi il Partito Socialista di Serbia, erede diretto della controrivoluzione staliniana e titoista, è ormai solo fedele portavoce della politica espansionista della borghesia serba. La politica che oggi torna comodo personificare in Milosevic non si rifa per niente a quella di Tukovic e dei suoi compagni, ma a quella dei suoi assassini. Assimilare Milosevic con Tukovic è ugualmente imbecille, o disonesto, che confrontare Lenin con un pagliaccio alla Ziuganov, dirigente di quel che rimane del partito stalinista russo.

      Il contesto storico attuale non creerà più figure della statura di Lenin, Rosa Luxemburg, Trotski o Tukovic. Inevitabilmente risorgerà anonima la loro lotta, che è la nostra, quella guerra proletaria che sola potrà evitare che la classe operaia si trovi gettata nuovamente nel macello mondiale, del quale oggi di nuovo la tragedia iugoslava costituisce un terribile e minaccioso prologo.