Partito Comunista Internazionale

Asia polveriera del mondo (Pt.2)

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In tali condizioni, la continuazione del predominio bianco sull’Asia poteva venire assicurata solo con una gigantesca operazione di polizia delle potenze occupanti. Impresa davvero irrealizzabile. Al suo confronto, la repressione della rivolta xenofoba dei “Boxers” cinesi del 1900, che fu esercitata da un corpo di spedizione delle maggiori potenze europee, diventava un gioco da ragazzi. Per riportare al potere le amministrazioni coloniali furiosamente odiate dalle popolazioni locali, per prorogare le condizioni di colonia dell’India che la Gran Bretagna aveva dovuto associare al proprio sforzo bellico, per reinsediare i funzionari olandesi in Indonesia, insomma per ristabilire in Asia le antiche influenze imperialiste, la Seconda Guerra Mondiale avrebbe dovuto prolungarsi in una terribile appendice di stragi e di violenze inaudite. L’imperialismo ha indietreggiato, non ha osato lanciarsi in una impresa che lo spaventava, in quanto non se ne potevano prevedere le conseguenze. Infatti il proletariato d’Europa e d’America, dissanguato da una guerra feroce, avrebbe acconsentito a sopportare altri massacri per riportare l’Inghilterra, la Francia, l’Olanda nei loro possedimenti asiatici? Non avrebbe scoperto il colossale inganno della “guerra di liberazione” per cui era stato gettato sui campi di battaglia?

D’altra parte, la messa a ferro e fuoco dell’Asia, imponendo logoranti spese economiche, avrebbe finito per dissestare completamente le macchine produttive degli Stati europei, se è vero che due guerre mondiali hanno distrutto la superba posizione economica di una orgogliosa nazione quale la Gran Bretagna. L’imperialismo dovette deporre le armi, e con ciò lasciò indifese le sue posizioni in Asia.

Per assicurarsi la sopravvivenza delle metropoli, per evitare la rivolta del proletariato euro-americano, l’imperialismo dovette assistere passivamente negli anni immediatamente successivi alla guerra, alla rivolta delle nazioni oppresse dell’Asia. Avvenne così che le popolazioni di Giava, Sumatra, Celebes, Borneo, cacciarono via gli olandesi fondando la repubblica indipendente di Indonesia. L’Inghilterra, per salvare il salvabile, dovette cedere al nazionalismo indiano e dividere la “gemma della Corona britannica” negli Stati indipendenti di India e Pakistan: lo fece creando l’assurdo del Pakistan orientale, cui assegnò con ipocrita perfidia il compito di focolaio di guerra alla stregua del famigerato corridoio polacco. Ma gli eventuali conflitti tra l’India e il Pakistan non varranno certo a cancellare la decadenza di Londra. La bigotta borghesia, sapendosi impotente ad usare i metodi repressivi tenuti in serbo per la Malesia e il Kenya, dovette fingere simpatia per le aspirazioni nazionaliste dei popoli di colore. La Birmania si conquistò l’indipendenza, Ceylon la completa autonomia. Avvenne così che la rivoluzione democratico-borghese di Cina, iniziata nel 1911 dal movimento di Sun Yat Sen, temporaneamente arrestata dal regime di restaurazione di Cian Kai Sceck, riprendeva la sua corsa impetuosa gettando nel Mar Giallo le residue forze armate affittate alla reazione semifeudale interna e all’imperialismo americano.

Per ironia della dialettica storica, la Seconda Guerra Mondiale provocata dai contrasti imperialistici che in Europa erano giunti ad un intollerabile grado di acutezza, ha avuto per effetto non solo l’aggravamento degli squilibri sociali e politici negli Stati d’Europa, ma – fatto di incalcolabili conseguenze – ha provocato lo scoppio della gigantesca polveriera sociale dell’Asia. L’incendio faceva saltare le difese politiche di arretrate strutture economiche e sociali aprendo le dighe all’industrialismo capitalista; scrollava alle fondamenta l’equilibrio mondiale, imponendo una nuova spartizione del mondo. Ma avviandosi in direzione dell’industrialismo e della costituzione di vasti mercati nazionali, conseguenti alla rivoluzione agraria di tipo borghese, i nuovi grandi Stati indipendenti di Asia rifaranno la stesa strada percorsa dagli Stati capitalisti della vecchia Europa. Il bonapartismo cinese che tenta di esportare all’estero la rivoluzione democratico-borghese sulle punte delle baionette di Ho Ci-min avrà breve durata. Forse non avrà termine da una Waterloo asiatica, ma – come autorizzano a ritenere le evoluzioni della Conferenza di Ginevra – da un patteggiamento del regime di Pekino con la Santa Alleanza capitalista. Comincerà allora l’epoca dei Cavaignac, dei Thiers, degli Hitler di pelle gialla. E sarà un’epoca funesta per il vecchio Occidente. La Seconda Guerra Mondiale ha avuto l’effetto di occidentalizzare l’Asia, di introdurre il capitalismo in un continente rimasto indietro di millenni. Ma il capitalismo è guerra, è lotta per il predominio sul mercato mondiale. Cina, India, Indonesia – mostri immensi per territorio, popolazione e materie prime – si affacciano sul “ring” della politica internazionale. Domani pretenderanno ciascuno per conto proprio o insieme di “orientalizzare” l’Occidente. La polveriera asiatica ha ancora ingenti riserve: non passerà tempo che la rivoluzione per “l’Asia agli asiatici” darà luogo al pan-asiatismo, al ciclo delle guerre per la “Terra agli asiatici”. È al cospetto degli imperialismi che l’esplosione dell’industrialismo non mancherà di generare nelle classi dominanti delle potenze del continente asiatico, l’espansionismo isolano del Giappone passerà in secondo, addirittura in terzo ordine.

Gli Stati Uniti d’America, l’Inghilterra, la Germania, la Francia non nascondono lo stato di allarme in cui sono gettati dalle prospettive future del risveglio dell’Asia. Il loro monopolio sulle materie prime verrà ad essere seriamente minacciato nel futuro; come lo saranno le grandi vie di comunicazione inter-oceaniche. Né la stessa Russia che oggi posa a gran madre dei movimenti indipendentistici asiatici potrà sperare di esercitare un controllo concreto sul governo di Pekino allorché questi sarà divenuto economicamente e militarmente forte. C’è di più. Poiché lo spazio di conquista più a portata di mano di Pekino è costituito dall’Asia Centrale russa e dalla Siberia sud-orientale non è da escludere che la Cina erediti nell’avvenire la politica antirussa perseguita in cinquant’anni dal Giappone.

Gli Stati che dominano il mondo hanno ragione di temere le rivoluzioni asiatiche, non perché siano portatrici – come pretende la propaganda falsa e bugiarda – di socialismo; ma perché, a più o meno lunga scadenza, gli immensi Stati asiatici porranno la loro candidatura a Stati-guida del pianeta, disputando il primato a Stati Uniti e Russia.

In mancanza ed in attesa della fiammata rivoluzionaria comunista, il proletariato mondiale non ha nulla da perdere per le rivoluzioni nazionali di Asia. Anzi, ha da attendersi la realizzazione di fondamentali premesse della rivoluzione comunista mondiale, e ciò per due ordini di ragioni. Primo, la industrializzazione capitalista del continente asiatico genererà imponenti proletariati industriali, per cui gli effettivi sociali della rivoluzione comunista ne risulteranno enormemente ingrossati. In secondo e non meno importante luogo, gli spostamenti di influenze politiche in campo internazionale provocheranno crisi e guerre a non finire, impedendo al capitalismo di raggiungere quella stabilità economica e politica che inutilmente ricerca per tenere in iscacco la rivoluzione del proletariato. Ben vero è che tarda a venire la rivoluzione proletaria che da un secolo attendiamo; ma in suo assenza il “becchino” capitalista non lavora meno a scavarsi la fossa nella quale lo sistemeremo per sempre. Che gli asiatici si prendano l’Asia e la “modernizzino” sul modello capitalista. Quando la rivoluzione proletaria incendierà i continenti per sommergere i ripugnanti privilegi della classe, dello Stato, della razza, troverà tanto di lavoro già fatto in Asia. La talpa rivoluzionaria avrà ben scavato.