Riforma delle pensioni in Francia. La carota è marcia: cala il bastone
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In Francia una nuova tornata del carosello perenne del “dialogo sociale” è stata l’occasione per assistere al degradante spettacolo di una disciplinata sfilata di tutti i rappresentanti dei partiti politici e dei sindacati (nessuno escluso!) a Palazzo Matignon (la residenza del primo ministro) e per subire per notti intere i torrenziali concioni del presidente di questa decrepita repubblica borghese, il quale ha dato prova ancora una volta della sua consumata abilità nell’evitare ogni argomento spinoso.
Un volta sopita la lotta dei lavoratori contro la riforma delle pensioni, conclusasi con una amara sconfitta, le organizzazioni operaie sono tornate sulla via della cogestione, accettando che le rivendicazioni proletarie si perdano fra i fiumi di discorsi sulla necessità di peggiorare le condizioni della classe operaia al fine di salvare la borghesia dalla crisi economica che avanza.
Anche nei più potenti paesi imperialisti, il capitalismo ha sempre meno briciole da offrire alla classe operaia. Così, mentre va in scena il teatrino del “dialogo sociale”, la cui natura corporativa è una caratteristica propria dei regimi borghesi nell’epoca dell’imperialismo, la repressione si abbatte sui militanti sindacali che hanno partecipato alla lotta per le pensioni, e in primo luogo su quelli della CGT. A essere colpiti non sono stati soltanto i militanti di base ma anche dirigenti di federazioni di categoria.
Questo è il caso di Sébastien Menesplier, segretario generale della Federazione Nazionale delle Miniere e dell’Energia (Fnme), uno dei sindacati di categoria della CGT più combattivi durante la lotta contro la riforma delle pensioni. È stato citato in giudizio il 6 settembre per «aver messo in pericolo altri cittadini attraverso una violazione palesemente deliberata di un obbligo normativo di sicurezza o prudenza». Menesplier è passibile di una multa di 75.000 euro per un’azione sindacale compiuta l’8 marzo scorso da elettricisti e gasisti locali che ha provocato il blocco dell’erogazione dell’energia elettrica.
Sophie Binet, nuova segretaria confederale, ha dichiarato quello stesso giorno: «Stiamo subendo una repressione senza precedenti dagli anni ‘50, all’epoca della mobilitazione della CGT col rifiuto dei portuali di imbarcare le armi per la guerra in Indocina». Ha poi aggiunto che ben 400 iscritti alla CGT sono stati oggetto di denunce penali a seguito delle loro azioni sindacali, mentre oltre mille salariati hanno subito la repressione antisindacale all’interno e all’esterno dell’azienda.
I militanti della Fnme sono di fronte a perquisizioni, arresti e provvedimenti disciplinari da parte dei vertici aziendali. Nel mirino vi sono anche dirigenti, come i segretari generali della Fnme CGT di Marsiglia e Bordeaux, chiamati a comparire in tribunale il 15 settembre e il 21 novembre.
Enedis, l’azienda statale che gestisce la distribuzione dell’energia elettrica, ha dichiarato di aver presentato quasi 300 denunce contro altrettanti lavoratori per azioni sindacali svoltesi nel contesto della mobilitazione contro la riforma delle pensioni. L’amministratore delegato ha minacciato di «presentare sistematicamente una denuncia in caso di atti illegali contro le infrastrutture e le attrezzature» e che Enedis «rispetta ovviamente il diritto di sciopero, ma condanna fermamente qualsiasi atto illegale sulla rete pubblica di distribuzione elettrica che non riflette in alcun modo i valori del servizio pubblico».
Ben si vede come concetti quali quelli del “diritto di sciopero” e ancor di più di “servizio pubblico” facilmente si prestino a essere piegati a favore della borghesia, contro i lavoratori.
In luogo del “diritto di sciopero” il sindacalismo di classe propugna la piena “libertà di sciopero e d’organizzazione”: un elemento concreto, pratico d’azione, non “diritto democratico” – secondo l’impalcatura dell’ideologia borghese – bensì ambisce a rompere ogni vincolo alla lotta di difesa della classe salariata, nella sicura prospettiva della rivoluzione che la liberi dall’oppressione politica e sociale cui è soggetta nel capitalismo.
A essere colpito dalla repressione padronale è stato anche il segretario generale della CGT Poste del dipartimento numero 66 (Pirenei Orientali) che guidò con successo uno sciopero nel 2016. È stato convocato il 7 luglio per un colloquio disciplinare presso la sede nazionale dell’azienda conclusosi a fine agosto con la sanzione a 18 mesi di sospensione senza retribuzione.
Anche i sindacati FSU degli insegnati e Solidaires delle Poste denunciano consigli di disciplina e trasferimenti forzati.
Noi comunisti ci distinguiamo dall’opportunismo per non gridare allo scandalo né lagnarci a fronte della repressione che si abbatte sulla classe operaia ogni volta che essa si pone sul piano della lotta.
Certo denunciamo ogni attacco ai lavoratori, ma non per invocare il rispetto di regole di convivenza democratica, che valgono solo fintantoché il proletariato non scende in lotta. Queste regole sono valide soltanto fino a quando riescono a tenere immobile la classe operaia a beneficio dei padroni: sono inganni ideologici che mascherano la vera natura totalitaria del regime politico borghese. La nostra denuncia è volta a evidenziare questo aspetto cruciale, a far cadere la maschera democratica della dittatura borghese sulla classe lavoratrice, non a tentare di mantenerla come fanno invece i partiti operai opportunisti.
Addirittura noi comunisti consideriamo di buon auspicio il passaggio della borghesia dal menzognero canovaccio del dialogo sociale al meno ipocrita maneggio del bastone repressivo, perché sappiamo che questo è un passaggio ineludibile nella strada della lotta fra le classi ed è un passo in avanti verso quello scontro aperto in cui il proletariato risulterà vincitore. Quindi non invochiamo di “tornare indietro” al precedente periodo di imposta pacifica convivenza democratica fra regime borghese e classe operaia, ma indichiamo ai lavoratori di attrezzarsi al meglio per vincere nella lotta, finalmente divenuta più intensa e aperta. E per vincere gli strumenti essenziali della lotta operaia sono sempre due: il partito comunista e il sindacato di classe.