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6 luglio. Avanti barbari! Al seguito della classe operaia guidata dal Partito Comunista

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L’omicidio di Nahel

La rivolta dei giovani francesi del dipartimento 93 (Seine Saint Denis) è iniziata subito dopo la morte violenta di Nahel, a Nanterre nello stesso dipartimento, giustiziato da un poliziotto nella notte di martedì 27 giugno. Le immagini che circolano sono inequivocabili. La rivolta si è estesa ad altre città della regione parigina, compresa Parigi, e in tutta la Francia (Grenoble, Lille, Lione, Marsiglia, Guadalupa), fino a scatenare manifestazioni in Belgio.

I giovani dei “quartieri” sono furiosi. Non possono accettare la morte di un altro dei loro per mano di un agente di polizia.

Spesso minorenni, a volte anche di 12-13 anni, questi ragazzi sono galvanizzati dalla dinamica di gruppo e si organizzano attraverso i social network. La rabbia suscitata dalla morte di Nahel è ovviamente aggravata dalla miseria sociale, dal deterioramento dei servizi pubblici, dall’aggravarsi della crisi economica con l’inflazione e dai soprusi vissuti quotidianamente dagli abitanti dei quartieri.

Come nelle tre settimane di disordini nelle “banlieues” del 2005, la causa della rivolta è stata l’intervento della polizia, ma questa volta non si è trattato di un inseguimento che ha provocato la morte di due adolescenti, bensì di un atto deliberato di omicidio, un colpo sparato per uccidere.

Nahel, 17 anni, era alla guida di un’auto a noleggio, accompagnato da due amici di 14 e 17 anni, quando è stato fermato per un controllo stradale della “polizia nazionale”. È stato giustiziato da un poliziotto, ex membro della Brav-M (Brigade motorisée de répression des actions violentes) nota per i suoi agenti in moto che aggrediscono la coda delle manifestazioni con i manganelli, e anche della CSI 93 (Compagnie d’intervention et de sécurisation de Seine Saint-Denis ou 93) anch’essa nota per la sua brutalità.

Il poliziotto è stato incriminato il 29 giugno e posto in custodia cautelare. Un fondo di “sostegno alla famiglia del poliziotto”, organizzato da un polemista di estrema destra, stretto collaboratore del politico pure di estrema destra Eric Zemmour e di Marine Le Pen, ha ricevuto donazioni per un totale di 1,6 milioni di euro, aumentando la rabbia dei rivoltosi.

Il 93° è il dipartimento più povero della Francia continentale (il 5° dopo Mayotte, Guyana francese, Riunione e Guadalupa). Nel 2019 il 28% della sua popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà. Questo dipartimento, che ha anche pagato il prezzo più pesante durante la pandemia da coronavirus, è stigmatizzato per l’alto tasso di criminalità, con le sue bande di spacciatori, le risse sempre più mortali tra di giovani di diversi quartieri per la difesa del “territorio”, l’unica loro proprietà.

Buona parte degli abitanti provengono dall’immigrazione magrebina e africana. Non sono “poveri” a causa del colore della pelle, ma a causa del passato storico coloniale della Francia in Africa e della politica migratoria necesaria al padronato e al capitale. Rinchiusi in ghetti di “case popolari” sparsi in tutto il Paese, formano un serbatoio di manodopera di riserva e a basso costo. Il Dipartimento 93, che nel dopoguerra apparteneva alla cintura rossa del PCF, è ora preda e cantiere di costruttori di alloggi per gli strati salariati meglio pagati e di costruzioni faraoniche destinate ai futuri Giochi Olimpici del 2024.

L’adolescente Nahel aveva una vita simile a quella di molti altri giovani di questi ghetti. Abbandonata la scuola, appassionato di rapping e di moto, trascorreva il tempo nel quartiere; aveva avuto piccole noie con la legge per essersi rifiutato di obbedire agli ordini della polizia; i suoi genitori sono immigrati algerini, ma è stato allevato dalla sola madre, e viveva in un condominio di un complesso residenziale nella città di Nanterre, confinante con la capitale. Nahel stava seguendo un percorso di integrazione con un’associazione che sostiene i giovani attraverso lo sport.

Questi complessi residenziali “popolari” ospitano lavoratori precari, salariati non qualificati, disoccupati e giovani che hanno abbandonato la scuola, comunità tenute in ostaggio dagli spacciatori e dalle incursioni repressive e indiscriminate della polizia. Nonostante gli eroici sforzi di numerose associazioni di “reinserimento sociale” con devoti “fratelli maggiori” che percorrono in lungo e in largo queste periferie, perlopiù escluse dalle “ricchezze” della Repubblica, questi giovani hanno perso ogni fiducia nel sistema educativo, spesso carente sotto molti aspetti, e nel sistema sociale e rappresentativo, incapace di offrire loro prospettive per il futuro.

A parte qualche caritatevole sussidio pubblico, l’unica risposta alla delinquenza offerta dal governo è la repressione, con i suoi controlli quotidiani, spesso violenti e insultanti, su individui selezionati in base al volto di immigrato, giovani apertamente ostili a questi poliziotti il cui arrivo nei quartieri suscita solo sospetto, disgusto, odio e comportamenti ribelli. Il rapporto con la polizia è di vecchia data; non hanno aspettato i gilet gialli per sperimentare la repressione. Per loro il nemico è la polizia, strumento di repressione, impotente ad aiutarli a sfuggire dagli spacciatori, che li attirano nei loro piccoli affari con promesse di guadagni favolosi.

Il loro odio si rivolge oltre che alla polizia contro tutte le istituzioni che la sostengono e la giustificano, anche quelle portatrici del miraggio di una “integrazione” sociale, nella quale non credono più. Dalle stazioni di polizia e dai municipi ai servizi sociali, agli asili nido, alle scuole, ai trasporti e alle biblioteche, rivolgono la loro rabbia con la distruzione di infrastrutture, di cui la popolazione del quartiere sarà la prima a soffrire.

La repressione giudiziaria nei confronti degli arrestati è dura e inflessibile.

Cosa è cambiato dalla rivolta del 2005

Non è un caso che i media e i rappresentanti della repubblica borghese al servizio del capitale usano il termine “tumulti” (“émeutes”), evidenziando le distruzioni e i saccheggi, senza accennare alla rabbia di una gioventù sacrificata sull’altare dello sfruttamento capitalista e condannata a fare i conti con le crescenti disuguaglianze.

Lo spettro della rivolta delle periferie del 2005 perseguita ancora la borghesia internazionale. Anche se molti dei manifestanti di oggi sono nati dopo il 2005, la violenza della polizia negli ultimi 15 anni ha plasmato la loro percezione della realtà e i loro sentimenti. Le rivolte, descritte come disordini o come “eccessi”, sono una lunga serie, con quelle dei difensori della ZAD di Notre Dame des Landes, quella dei gilet gialli nel 2018, le ripercussioni in Francia della rivolta negli USA con il movimento Black Lives Matter, senza dimenticare quelle che hanno accompagnato il movimento dei lavoratori contro la riforma delle pensioni da gennaio a giugno 2023, queste con la partecipazione di gran numero di manifestanti, non provenienti dai quartieri della periferia ma da quella “gioventù dorata” dalla sorte un poco migliore, ma altrettanto disperata e in rivolta.

Se confrontiamo la rivolta del 2005, durata tre settimane e mezzo, con quella di oggi, questa si caratterizza per la violenza più organizzata e distruttiva e per la portata della repressione messa subito in atto dallo Stato borghese sotto la sferzante guida del Ministro degli Interni Darmanin. In una settimana il numero di arresti è stato sproporzionato rispetto alle tre settimane di violenza del 2005: 3.486 in 7 giorni secondo il Ministero degli Interni, e 374 processati immediatamente secondo il Ministero della Giustizia; nel 2005, in 4.728 erano stati arrestati in tre settimane e mezzo di violenza (terminate il 20 novembre) e 1.328 successivamente.

Anche i danni agli edifici e alle automobili sono stati più numerosi: 5.892 veicoli incendiati e 1.105 edifici assaltati, secondo il Ministero dell’Interno. Nella sola regione dell’Île-de-France, un centinaio di edifici pubblici è stato lesionato o distrutto e più di un comune su dieci è stato assaltato, secondo quanto afferma l’entourage di Valérie Pécresse, presidente della regione, del gruppo politico di destra LR. Nell’autunno 2005 erano stati incendiati 10.346 veicoli, compresi gli autobus urbani, e 233 edifici pubblici e altri 74 di proprietà privata erano stati distrutti o danneggiati.

Rispetto al 2005 è stato coinvolto un più cospicuo dispositivo di poliziotti, dei quali molti di più sono rimasti feriti. Dopo una settimana, 808 membri delle forze “di sicurezza” sono stati feriti, mentre secondo il Ministero dell’Interno sono stati attaccati 269 locali della polizia e della gendarmeria. Ma non si parla di “insurrezione”!

I danni saranno maggiori: gli assicuratori hanno stimato un costo di 280 milioni di euro, rispetto ai 160 del 2005.
Secondo fonti di polizia, a differenza del 2005, i giovani ribelli erano meglio organizzati, con la polizia che ha dovuto mobilitarsi in più luoghi: i giovani hanno infatti utilizzato sistemi di messaggistica come WhatsApp e Telegram per comunicare tra loro, con funzioni di geolocalizzazione, agendo in modo rapido e preciso in piccoli gruppi mobili di 30-50 che si spostavano ogni 10 minuti da un punto all’altro. Nel 2005 Facebook era ancora agli albori, Twitter, Instagram, Snapchat e TikTok non esistevano e gli scontri non venivano trasmessi sui social network come oggi.

Alcuni dei giovani del 2023 sorvegliavano gli ingressi dei quartieri su scooter con targhe camuffate per avvisare dell’arrivo della polizia. Questi gruppi di giovani, con i volti spesso nascosti da sciarpe o fazzoletti – anche se i giovanissimi più spesso senza maschere – si scontravano con la polizia utilizzando tubi pirotecnici di cartone e i botti dei fuochi d’artificio, lanciati anche contro gli odiati edifici del potere e della ricchezza, causando danni e persino incendi. L’uso di fuochi d’artificio come arma è una novità. Per acquistarli in Francia è necessario un patentino, ma è facile ottenerli su Internet, spediti per posta. Queste “bombe” possono essere acquistate a partire da dieci euro.

Quindi ci vuole un po’ di organizzazione e anche denaro per rifornire i “quartieri”. Della rivolta potrebbero aver approfittato pure bande di spacciatori, disturbate dalle incursioni della polizia nei loro quartieri, e potrebbero aver foraggiato i ribelli.

La risposta della borghesia: repressione

I media e il governo hanno messo in atto una propaganda per delegittimare le proteste e preparare il terreno a una ondata di repressione e per terrorizzare la popolazione parlando solo di saccheggi e distruzione di edifici pubblici da parte di un’orda di rabbiosi. Mentre le forze di destra e di estrema destra e i sindacati di polizia esacerbano gli animi e fomentano lo scontro, l’indebolito macronismo si prepara a rafforzare i dispositivi della repressione.

Per sedare le rivolte lo Stato ha messo in atto un’incredibile dispiegamento di 45.000 poliziotti e gendarmi, e in alcuni quartieri corpi speciali come la BRI (Brigata anti-gang) e la RAID (unità d’élite della polizia nazionale per l’assalto militare), il GIGN (gruppo d’intervento della gendarmeria nazionale). Ora non manca che l’esercito! Nel 2005, al culmine delle violenze, furono coinvolti fino a 11.700 agenti di polizia e gendarmi, 224 dei quali, oltre ai vigili del fuoco, rimasero feriti. Alcuni sono finiti sotto il fuoco (di munizioni vere o di piccolo calibro), in particolare il 6 novembre del 2005 a Grigny (Dipartimento 91 a sud di Parigi), sono stati colpiti dieci agenti di polizia, due dei quali ricoverati in ospedale.

Coprifuoco locali, blocco serale a Parigi degli autobus e dei tram, minacciato lo stato di emergenza e la chiusura dei social network… si sta sperimentando l’intera gamma di misure. Va ricordato che l’impiego di forze speciali nell’ambito di operazioni di ordine pubblico era già stato utilizzato nella Guadalupa nel novembre 2021 e più recentemente a Mayotte durante l’operazione di pulizia delle baraccopoli nota come Operazione Wuambushu (“ripresa del controllo” in lingua maorese)! Per non parlare del dispiegamento di 12.000 agenti di polizia e gendarmi il 23 marzo contro la protesta per la riforma delle pensioni! Con le randellate sui manifestanti, la precettazione degli scioperanti, i divieti di manifestazione, lo scioglimento del movimento ecologista “Soulèvements de Terre”, la feroce repressione delle rivolte dei giovani nei quartieri e così via.

Di pari passo è in corso l’offensiva giudiziaria: centinaia di giovani saranno processati e si prevede che riceveranno condanne molto pesanti. Molti avvocati hanno denunciato l’illegalità della situazione, soprattutto per i ragazzi di 12-13 anni! Ma il ministro della Giustizia, l’avvocato Dupont Moretti, sta inviando circolari ai giudici per chiedere pene molto severe!

La risposta dei partiti e dei sindacati collaborazionisti

Cosa possiamo aspettarci dall’Intersindacale nazionale, quella che ha ripreso i negoziati con il governo senza aver ottenuto nulla dopo lo straordinario movimento che si è sviluppato da gennaio a giugno?

Prevale la moderazione, persino il silenzio, mentre ci si affretta a scrivere comunicati, alcuni molto eloquenti. Il 29 giugno, la CFDT si è detta “soddisfatta della diligenza dei tribunali”. «Devono continuare a lavorare con calma per fare piena luce sulle cause di questa tragedia. Non è il momento di sfruttare la morte di Nahel per alimentare la rabbia. Ora è il momento di placare gli animi. Il comitato esecutivo della CFDT saluta il lavoro dei dipendenti pubblici che si stanno impegnando per raggiungere questo obiettivo nonostante le attuali tensioni».

Mentre la CGT, la CFDT e la FSU hanno denunciato l’uso di armi da fuoco da parte della polizia, l’UNSA, la FO e la CFE-CGC si sono astenute dal reagire per non offendere i loro sindacati di categoria della polizia.

La CGT non sembra essere molto più combattiva. Sebbene la CGT ricordi l’uccisione di 13 persone nel 2022 per il rifiuto di obbedire agli ordini della polizia, il suo tardivo comunicato confederale si è concentrato principalmente sul richiamo «alle autorità pubbliche». Il 4 luglio il sindacato dei servizi pubblici CGT ha pubblicato un comunicato stampa in cui denuncia «la spirale distruttiva» e saluta «l’azione dei funzionari e dei dipendenti pubblici che sono attualmente in prima linea, dimostrando quotidianamente la natura indispensabile dei servizi pubblici».

I sindacati erano in gran parte assenti dalla “marcia bianca” per ricordare Nahel di giovedì 29 giugno a Nanterre, così come lo saranno il successivo venerdì sera. Erano presenti alla manifestazione i ferrovieri di Sud Rail, gli attivisti del partito trotzkista Révolution Permanente e i lavoratori dell’energia. Tra questi, Cédric Liechti della CGT énergie Paris ha insistito sull’importanza di un legame tra il movimento operaio e i giovani dei quartieri popolari: «I giovani hanno esercitato una pressione così forte sui quartieri popolari che il governo è stato costretto a condannare a metà l’omicidio di Nahel. Ora tocca a noi, al mondo del lavoro, unire le forze con questi giovani che attaccano il nostro stesso nemico».

Mentre Solidaires ha diffuso comunicati stampa più espliciti – sollevando la questione della violenza strutturale della polizia e del razzismo di Stato, e ha chiesto la convocazione di una marcia bianca, la costruzione di una mobilitazione seria, attraverso azioni di sciopero – queste proposte sembrano lontana dall’essere all’ordine del giorno per i dirigenti sindacali.

Per France Insoumise LFI, le dichiarazioni iniziali di Mélenchon sono state all’insegna dell’empatia, di un soggetto “rivoluzionario”, di un recupero dei “benefici” della rivolta. Poi, di fronte al “caos preannunciato” e al disconoscimento mediatico e politico, l’opportunismo ha mostrato il suo vero volto e sono riapparsi suoi sentimenti per il mantenimento dell’ordine: dopo aver finto il rifiuto di invitare alla calma nei media, LFI ha virato di 180°. Di fronte alle pressioni del governo Macron, che denuncia violentemente il suo sostegno alle rivolte, France Insoumise ha infine scelto di allinearsi, presentandosi a diversi raduni del ceto politico a sostegno delle istituzioni repubblicane in pericolo. A Saint-Denis, il deputato di LFI Eric Coquerel è intervenuto a fianco dell’esponente della destra Valérie Pécresse e dei prefetti impegnati nella repressione in corso. E la famosa coalizione di sinistra NUPES (LFI, PS, PCF ed Ecologie) lunedì 3 luglio si è schierata con il governo.

Infine le organizzazioni “cittadine”, i sindacati e i partiti politici hanno deciso di “passare all’offensiva”. 90 organizzazioni, tra cui LFI, NPA, Partito ecologista, CGT, Solidaires e FSU, hanno indetto marce popolari in tutto il Paese a partire dal 5 luglio, sull’esempio della marcia organizzata dal comitato “Verità per Adama” (Adama Traoré, 24 anni, fu ucciso dalla polizia 7 anni fa durante un fermo, e il Comitato Adama, legato al movimento Black Lives Matter, ha guidato le storiche mobilitazioni del giugno 2020 contro la violenza della polizia e il razzismo sistemico in Francia), sabato 8 luglio a Beaumont sur Oise (il luogo dove Adama è stato ucciso), ma anche in tutto il Paese, e quella organizzata dal Coordinamento nazionale contro la violenza della polizia sabato 15 luglio.

Il comunicato stampa condanna l’abbandono e la discriminazione di chi vive nei quartieri, gli appelli dell’estrema destra alla guerra civile contro queste aree e chiede una modifica delle norme che regolano l’uso delle armi da fuoco da parte delle forze dell’ordine, nonché una riforma della polizia. Vedremo se questo appello verrà ascoltato dai “cittadini”, ma in ogni caso lo Stato sarà ancora una volta sordo.

Solo il movimento operaio impegnato nella lotta di classe può dare uno sbocco alla rivolta

Queste rivolte, che esprimono angoscia, impotenza e rifiuto di questo mondo chiuso e spietato, possono solo scontrarsi con le armi violente della repressione nelle mani di una classe che vuole mantenere i suoi privilegi di avido sfruttamento delle forze vive dell’umanità.

La crisi economica si sta diffondendo in tutto il mondo e la distruzione operata da questo modo di produzione è sempre più evidente; la parte viva ma sofferente dell’umanità, i giovani diseredati e i lavoratori sfruttati di ogni tipo in questo momento non dispongono il più delle volte di altra risorsa che non sia la violenza per esprimere la loro rabbia.
Noi, Partito Comunista Internazionale, salutiamo questi “barbari”. Sappiamo che in tutto il mondo il movimento operaio risorgerà dal filo rosso della lotta di classe, l’unico in grado di farsi valere su questa crosta terrestre sempre più devastata. Purtroppo è ancora in gestazione una spinta radicale e decisiva che si lanci sulla via della rivoluzione per la distruzione del capitalismo, ormai totalmente parassitario.

Avanti, barbari! Ma con le organizzazioni operaie, guidate dal Partito Comunista, unico depositario della coscienza storica degli oppressi.