I tre poli della guerra fra gli imperi: Stati Uniti – Europa – Cina
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La guerra ucraina chiude le porte alla penetrazione cinese in Europa
Tra le conseguenze della guerra in Ucraina è l’allineamento alle decisioni di Washington dei principali imperialismi d’Europa che hanno dovuto partecipare al sostegno militare a Kiev e adottare le sanzioni contro Mosca, nel tentativo, per ora fallito, di piombare la Russia in una profonda crisi economica. Tale orientamento di politica internazionale ha provocato per gli Stati dell’Unione Europea, e in particolare per la Germania, la perdita delle sue ingenti forniture energetiche a basso costo, delle quali si avvantaggiava la sua industria e, di conseguenza, lo sviluppo delle economie europee legate al gigante tedesco.
Spezzati i legami tra Europa e Russia, i prossimi sarebbero quelli tra Europa e Cina.
Le contraddizioni della società borghese sono destinate inevitabilmente ad esplodere in un gigantesco conflitto di portata mondiale che vedrà gli Stati Uniti e la Cina alla testa di blocchi contrapposti. In questo scenario diventa fondamentale per l’imperialismo americano assicurarsi l’asservimento dell’Europa.
Sul fronte economico c’è tutto l’interesse degli Stati Uniti a portare un ulteriore attacco alla concorrente industria europea, e soprattutto tedesca, che dipende in grande misura dal mercato cinese. Gli economisti borghesi parlano di “decoupling” per indicare lo sganciamento dell’economia europea e americana dal gigante asiatico. Le imprese europee, in particolare quelle ritenute strategiche, dovrebbero ricollocarsi fuori dalla Cina, per lo più nello stesso continente asiatico. Il “decoupling” non è che la pressione americana a coinvolgere l’Europa in una guerra commerciale contro la Cina.
Per ora l’Europa resiste. In ambito UE la linea prevalente è sintetizzata nella formula del “de-risking”, cioè una strategia di riduzione del rischio da parte dell’UE nelle relazioni con la Cina, con l’obiettivo di tutelare la sicurezza politica, militare, circa la condivisione di nuove tecnologie sofisticate, ed economica, accedendo a nuovi mercati alternativi a quelli cinesi, ma senza privarsi dell’afflusso delle materie prime e dei prodotti necessari alla propria industria e senza perdere l’accesso al vasto mercato interno cinese.
Nonostante sia una versione più morbida dell’approccio verso la Cina di quello auspicato dagli USA, questa strategia di “de-risking” trova ostacoli negli interessi nazionali dei singoli paesi europei, i cui interessi capitalistici li spingono a mantenere e sviluppare rapporti commerciali e industriali con la Cina.
Ambiguità tedesca
L’approccio europeo verso la Cina è quindi determinato, da un lato, dalla pressione politica esercitata dall’imperialismo americano, dall’altro, dalla necessità delle economie nazionali di non perdere il prezioso mercato cinese.
Anche nel 2022 la Cina è stata, per il settimo anno consecutivo, il primo partner commerciale della Germania con un interscambio di circa 300 miliardi di euro. Inoltre, alcune delle maggiori e cruciali aziende tedesche, ad esempio quelle dell’automobile, hanno una forte dipendenza dal mercato cinese. BMW, Daimler e Volkswagen ci ricavano il 30% del loro fatturato. Sono quindi gli industriali tedeschi a mostrarsi contrari ad allentare i rapporti con la Cina, temendo il collasso dell’economia nazionale.
Le pressioni degli industriali tedeschi a mantenere i traffici con la Cina hanno trovato una sponda nella SPD, il partito socialdemocratico, provocando una spaccatura all’interno del governo, essendo gli alleati Verdi più succubi alle istanze americane. La lotta in corso a Berlino fa vacillare il fronte interno che manca di coesione sulla strada da intraprendere. Tale ambiguità si riflette nel documento strategico sulla sicurezza nazionale presentato dai vertici tedeschi, nel quale la Cina viene definita contemporaneamente “partner”, “rivale sistemico” e “concorrente”. Questo equilibrismo non potrà durare a lungo e, come è stato nei rapporti con la Russia, interrotti in seguito alla guerra in Ucraina, sarà messo in discussione dal precipitare delle contraddizioni inter-imperialistiche.
Di fronte al rallentamento dell’economia, dovuto anche alla guerra in Ucraina, per il capitalismo tedesco è impossibile rinunciare al mercato cinese. Lo scorso novembre Scholz fu il primo politico europeo a recarsi in Cina dopo la pandemia e la riconferma del terzo mandato per Xi Jinping. Ci andò accompagnato da una vasta rappresentanza del mondo industriale tedesco.
Conferma dell’interesse del capitalismo tedesco a mantenere i legami con la Cina la vicenda della vendita del porto di Amburgo alla compagnia di Stato cinese COSCO. L’affare aveva incontrato una serie di opposizioni, e ad inizio 2023 le autorità tedesche l’avevano classificato infrastruttura critica, per i pericoli di una cessione estranea al blocco UE-NATO. Nonostante ciò Scholz ha acconsentito alla cessione ai cinesi del 24,99% delle quote di partecipazione del terminal Tollerort, con l’obiettivo di trasformare lo scalo tedesco nel principale terminal per l’Asia in Europa.
Appare quindi che, nello scontro attuale in Germania, la linea del cancelliere Scholz di difesa degli interessi economici del paese, continuando a fare affari con la potenza cinese, stia reggendo alla pressione americana, rappresentata dalla linea del ministro degli esteri Baerbock. Ma la contesa non è certo chiusa.
Pesano sull’imperialismo tedesco le conseguenze della sconfitta nella seconda guerra mondiale che ha prodotto una Europa in cui la supremazia americana è garantita dalla sua ingente presenza militare che vede ancora oggi, a distanza di 78 anni dalla fine della guerra, 36.000 soldati americani sul territorio tedesco. Ne risulta per la Germania, costretta nell’alleanza agli Stati Uniti e nell’adesione alla NATO, la mancanza di una reale libertà di movimento in politica estera.
A questa debole proiezione politica e militare all’esterno si affianca però la potenza di un apparato industriale che la rende un gigante economico tra i massimi al mondo. Da qui la tendenza dell’imperialismo tedesco a intraprendere strade che inevitabilmente lo pongono in contraddizione con l’americano, come il legarsi alle forniture energetiche russe e il mantenimento del vantaggioso commercio con la Cina.
L’economia tedesca ha bisogno dei mercati euroasiatici. Subìto lo sganciamento da Mosca, al momento Berlino resiste alle pressioni di Washington riguardo ai legami con Pechino, ma, come è avvenuto per i rapporti con la Russia, i nodi verranno al pettine e Berlino sarà costretta a sciogliere la propria ambiguità.
Velleità francesi
Dopo Scholz anche Macron si è recato in Cina, accompagnato dalla presidente della Commissione europea Von der Leyen. L’iniziativa, invece di rimarcare l’unità europea come era nelle intenzioni, ha fatto emergere la differenza tra la posizione francese e quella dei vertici UE nell’atteggiamento verso la Cina. L’approccio più duro di Bruxelles, per esempio sulla questione di Taiwan, non è condiviso da Stati come la Francia, mossi dall’interesse nazionale a mantenere relazioni commerciali, tramite accordi bilaterali. Come d’altronde è gradito dai cinesi, i quali hanno tutto l’interesse a trattare con i singoli Stati.
In tal modo, il viaggio di Macron ha conseguito importanti risultati verso una crescita dei rapporti commerciali. Negli ultimi cinque anni si è assistito ad un aumento dell’interscambio commerciale fra Cina e Francia da 60 a 80 miliardi di dollari. Come in occasione del viaggio di Scholz, anche Macron è stato accompagnato dai rappresentanti dei grandi gruppi industriali francesi. 36 imprese cinesi e francesi hanno siglato 18 accordi per espandere la cooperazione in settori quali la manifattura, lo “sviluppo green” e l’innovazione tecnologica. Tali accordi si vanno ad aggiungere alla cooperazione già in corso in altri settori quali la produzione energetica, l’aerospaziale e l’industria automobilistica.
Molta risonanza hanno avuto le dichiarazioni del presidente francese che, sulla questione di Taiwan, si è spinto ad affermare che Stati Uniti e Cina sarebbero ugualmente responsabili dell’aumento delle tensioni e che in sostanza gli europei non dovrebbero lasciarsi trascinare in crisi che non li riguardano soltanto perché spinti dagli USA. In tal modo Macron ha fatto intendere di volere tenere separato il teatro europeo da quello indo-pacifico e ha rivendicato l’autonomia strategica dell’Europa, bilancia tra Stati Uniti e Cina.
Tali dichiarazioni sono rivelatrici dell’ambizione di un vecchio imperialismo insofferente all’asservimento verso quello americano, ma che non possono concretizzarsi poiché all’interno dell’Unione Europea prevalgono gli interessi nazionali dei singoli Stati e manca quell’unità di azione politica che solo la forza di uno Stato unitario e centralizzato può garantire. Basti considerare la posizione dei paesi dell’Europa orientale, Polonia in testa, che non sono assolutamente disposti a rinunciare alla protezione dell’imperialismo Usa.
L’attuale stazza dell’imperialismo francese – sebbene, a differenza della Germania, possa contare su uno degli eserciti più forti al mondo, e sia l’unico tra i paesi UE a possedere un arsenale atomico e mantenga una certa influenza in Africa e su possedimenti d’oltremare, entrambi lasciti del passato coloniale – non regge il confronto con potenze dal calibro di Stati Uniti e Cina, a dimensione continentale.
A parole la borghesia francese sfoggia grandeur e mostra di smarcarsi da Washington, ma sarà riportata con i piedi per terra dalla cocciuta realtà. Come con l’accordo AUKUS, con il quale è saltata una commessa miliardaria per la sua industria militare.
Impotenza italica
L’Italia è stato l’unico paese del G7 ad accordarsi con la Cina sull’iniziativa delle Nuove Vie della Seta (BRI). Questa decisione è però attualmente messa in discussione dal nuovo governo, che nei prossimi mesi potrebbe non rinnovare l’accordo. Ad orientarlo in questa direzione c’è in primo luogo il contesto internazionale determinatosi col divampare della guerra in Ucraina, che ha permesso all’imperialismo americano di confermare la presa anche sull’Italia, la quale ha seguito americani e alleati nella fornitura di armi all’Ucraina e nelle sanzioni contro la Russia.
D’altronde, come per la Germania, anche sull’Italia pesa il lascito del secondo conflitto mondiale, con la presenza di basi militari e di migliaia di soldati americani, costringendola alla fedeltà atlantica, in realtà mai messa in discussione.
Inoltre gli oppositori italiani dell’accordo riguardante la BRI puntano il dito sul commercio tra Italia e Cina, evidenziando che, mentre le esportazioni italiane in Cina sono cresciute dalla conclusione dell’accordo ad oggi da 13 miliardi nel 2019 ai 16,4 del 2022, molto di più sono aumentate le esportazioni cinesi in Italia, dai 31,7 miliardi del 2019 ai 57,5 del 2022, determinando una bilancia commerciale fortemente sbilanciata.
Una decisione ancora non è stata presa dal governo italiano, che però ha già risposto positivamente alla richiesta americana di partecipare al contenimento della Cina nell’Indo-Pacifico e ha mandato in Estremo Oriente il “pattugliatore polivalente d’altura” Morosini, a cui seguirà verso la fine dell’anno una missione della portaerei Cavour nelle acque dell’Indo-Pacifico.
Contro oriente e occidente
È in Estremo Oriente, dove i venti di guerra spirano sempre più forti, che l’attuale contesa per Taiwan e per i Mari cinesi si trasformerà in uno scontro diretto tra le due superpotenze, Stati Uniti e Cina. Questa è la direzione segnata dalle contraddizioni mondiali dell’imperialismo che rende inevitabile una nuova spartizione mondiale corrispondente ai mutati rapporti di forza.
Il sogno borghese di una Europa federazione di Stati, ciascuno con la sua indipendenza, con le economie disciplinate da regole rigide ma condivise, per evitare fratricidi scontri commerciali e finanziari, è miseramente fallito. Non perché uno Stato si sia dimostrato più forte e più deciso a far trionfare i propri interessi a danno di altri, ma perché la dinamica degli scontri degli imperialismi ha dimostrato l’inconsistenza di una forma sovrapolitica consensuale, a immagine delle fradice democrazie borghesi, ma senza le caratteristiche di controllo tipiche di uno Stato centralizzato.
L’attuale competizione inter-imperialistica tra i due blocchi prima o poi non lascerà posto alle ambiguità su cui oggi si barcamenano gli Stati d’Europa. Il quadro esplosivo delle dinamiche del capitalismo non lascerà possibilità di scelta ad alcuna delle opposte borghesie.
Per adesso tutti gli Stati europei si sono rifugiati sotto “l’ombrello” NATO per la propria difesa, e paiono delinearsi i futuri fronti di guerra. Mentre la cosiddetta Unione Europea si sta sfaldando, i singoli Stati sono chiamati a scegliere da che parte stare. Le borghesie europee sono oggi allineate alla volontà egemone degli Stati Uniti, anche contro i loro evidenti interessi immediati, ma non si possono escludere, nel precipitare della crisi che si va profilando – economica, militare e sociale – e nelle relazioni internazionali, inattesi e repentini cambi di fronte.
Neanche al proletariato internazionale – che non vorrà farsi carne da cannone come sta accadendo oggi ai suoi fratelli di classe ucraini e russi – sarà data la possibilità di una condotta ambigua: dovrà schierarsi, contro la guerra imperialista, per la rivoluzione comunista mondiale.
Europa schiacciata dagli Stati Uniti contro il muro dell’Ucraina
Nell’agosto del 2022 il Congresso degli Stati Uniti ha approvato una complessa legge, per la quale è stato stanziato un fondo di oltre 700 miliardi di dollari, con il duplice scopo di contenere la spinta inflattiva mediante la riduzione del deficit federale e nel contempo incentivare tutte le attività che investono nelle produzioni con e per la cosiddetta “energia pulita”.
Era iniziata da pochi mesi la guerra nell’Europa orientale con l’invasione dell’Ucraina ad opera della Russia, la quale tentava di riprendere uno status politico imperialista dopo la dissoluzione di un impero minato dall’interno.
Questa legge, che è passata abbastanza inosservata sulla stampa europea, non è stata promulgata per caso o per i motivi specifici, come la sua denominazione potrebbe suggerire: è stata chiamata “Inflation Reduction Act”, IRA, a significare che l’inflazione deve esser tenuta sotto controllo direttamente dallo Stato, agendo su molte voci che dovrebbero causare inflazione, ad esempio sul prezzo dei medicinali, e rafforzare – cioè rendere sicure e senza concorrenza – le linee di approvvigionamento e produzione dei materiali strategici, essenziali per le apparecchiature elettroniche delle quali gli Stati Uniti vogliono tornare ad essere i primi produttori; tutto per generare un effetto moltiplicatore sul sistema economico senza creare deficit di bilancio.
In questo quadro utopico si dovrebbe poi giungere, mediante le sovvenzioni industriali, alla drastica riduzione di gas serra, a comprimere i consumi e via fantasticando. Beffarde presunzioni di un futuro “verde”, proprio dal capitalismo che usa per produrre gas e petrolio il sistema più inquinante e destabilizzante per l’ambiente, l’estrazione dagli scisti bituminosi. Della infame balla dell’energia pulita non ci interessa nulla, perché le prediche che arrivano dal pulpito del capitale le conosciamo bene e sappiamo quanto siano false e spregiudicate. È aria fritta per turlupinare i gonzi che ci credono, che pensano e sperano in una legislazione illuminata che, in pieno capitalismo, salvi il mondo dalla rovina.
Il concetto di base di questa legge sta da tutt’altra parte e l’esigenza che l’ha prodotta, negando una lunga fase storica di preteso liberalismo commerciale, risiede nell’accelerazione che il mondo del capitale sta subendo per la sua crisi interna. Gli Stati Uniti, pur dichiarando di combattere l’inflazione, si sono dati un formidabile strumento di incentivi per riportare le produzioni critiche o innovative all’interno dei confini nazionali. La più colpita da questa politica è per ora la Germania e la burocrazia di Bruxelles, che ha eretto un complesso sistema legale contro i cosiddetti “aiuti di Stato”, in sintonia con gli interessi tedeschi.
Poche e non chiare le contropartite a favore delle economie più danneggiate da questa brutale manovra; forse potranno usufruire degli aiuti statali anche le merci non prodotte in America ma che entrano nella filiera produttiva negli Usa. Poca, pochissima cosa. E pure a questo diktat gli Stati europei si sono inchinati senza fiatare.
L’aggressione che un imperialismo di basso rango ha operato nei confronti di uno Stato ultrafallito e virtualmente in mano a un sistema imperiale molto più forte, nel cuore stesso della vecchia Europa, è stato lo sbocco di una lunga crisi strisciante.
Nel primo decennio del 2000 l’economia aggregata dell’Europa era superiore a quella degli Stati Uniti. Si parla naturalmente di una sommatoria che politicamente e produttivamente ha poco senso, dal momento che gli Stati che componevano la nuova Unione europea erano tutto fuorché uniti in una reale compagine politica, con gli stessi interessi di una borghesia solidale, anzi erano alle prese con interessi divergenti e con una forma monetaria che anziché unire divideva, amplificando le differenze, le economie e le strutture finanziarie. Non a torto anche la UE era chiamata “un gigante economico e un nano politico”.
Agli inizi di questi anni ’20 la situazione si è ribaltata, con le capacità produttive degli Usa che hanno sopravanzato quelle europee.
Le condizioni di privilegio costituite dalla moneta di riferimento mondiale, dalla possibilità di emettere debito senza che alcuno possa osare una critica seria, anzi, la capacità di attrarre capitali e farsi comprare il debito emesso, così come la potenza del tessuto produttivo hanno costituto un sistema formidabile per il predominio americano sul resto della finanza mondiale.
Anche il problema energetico è stato, con il criminale sistema dell’estrazione di gas e petrolio dalle sabbie di scisto, uno strumento che ha risolto i problemi energetici americani, ponendo il Paese al vertice della produzione mondiale. Con il risultato che per le industrie europee l’energia costa più del doppio delle loro concorrenti americane. In questo la guerra russo-ucraina ha dato una buona mano agli Stati Uniti, in termini di concorrenza.
Ad ogni modo la situazione di perdurante crisi caotica che ha caratterizzato tutto l’arco dei 15 anni passati, da quella finanziaria partita dal settore immobiliare, a quella borsistica, alla crisi dei debiti sovrani nei paesi del sud Europa, non ha impedito che il capitalismo, alla scala mondiale, abbia continuato la sua corsa, sviluppando però una serie di criticità locali, culminate con un evento esterno al capitalismo ma fortemente condizionante: la pandemia degli anni appena trascorsi, che ha innescato una situazione inflattiva, altrettanto grave di quel lungo periodo deflattivo che fino al 2022 ha regolato la finanza mondiale e di conseguenza ha ridotto la crescita auspicata di produzioni e consumi.
All’inflazione, invocata per anni per uscire dalla gabbia deflattiva e poi giunta con livelli giudicati non sopportabili, le Banche Centrali hanno risposto con la medicina principe, l’aumento dei tassi di interesse.
La riduzione della liquidità conseguente ha imposto un aumento della concorrenza e una decisa stretta sulla economia tedesca che più di tutte le europee si era messa in forte concorrenza con gli Stati Uniti. La Germania si era posta in Europa al vertice della offensiva produttiva e commerciale, e aveva invaso il mercato americano, approfittando della organizzazione “aperta” dei mercati come strutturata dal WTO, anche grazie al vantaggio dei bassi costi energetici permessi dai prezzi praticati dalla Russia, accumulando un consistente avanzo mercantile.
Questa situazione aveva portato, anche in un recente passato, a una serie di minacce dirette americane, fino a passare a vie di fatto, già sotto la presidenza Obama, dallo “scandalo” del cosiddetto “dieselgate”, costato alla Volkswagen e all’intero comparto automobilistico tedesco perdite colossali, al caso Monsanto, azienda chimica americana acquistata dalla Bayer, subito poi obbligata dai tribunali americani a risarcimenti miliardari ai danneggiati dall’uso del glifosato.
Lo strisciante scontro commerciale si è infine trasformato, a guerra iniziata, in attacco di guastatori al gasdotto Nord Stream, spregiudicata incursione che ha liquidato il dumping energetico dal maggiore capitalismo europeo, rimettendo così in riga tutti gli altri, che in varie occasioni si erano allineati alla Germania.
La guerra russo-ucraina è stata la cornice perfetta con cui il declinante ma ancora potentissimo sistema industriale militare statunitense ha ripreso il sopravvento su un gigante economico europeo ancora politicamente e militarmente debole al cospetto degli Stati Uniti.
Il risultato economico di questo inverno, certificato dall’Ufficio federale di statistica, è che la Germania è entrata in una fase di depressione, con la produzione economica diminuita per due trimestri consecutivi. Dopo la risalita del PIL e lo stentato ritorno alla “normalità economica”, le previsioni di recessione ritornano per gran parte del mondo, in particolare per Stati Uniti, Unione Europea e Cina. Per gli anni a venire i presagi, per quel che valgono in una situazione così caotica, danno crescita in diminuzione ovviamente in Russia, ma anche in Germania e Stati Uniti.
Oltre alla guerra guerreggiata in Europa, a quella sospesa nel Pacifico, si sviluppa la guerra commerciale nel mondo. È tramontata, se mai ha avuto sostanza, la “globalizzazione”, basata sul libero mercato, sulle frontiere aperte, sui trattati internazionali che avrebbero dovuto regolare scambi e controversie, e mettere un freno agli aiuti di Stato e riparare le industrie nazionali dalla concorrenza “sleale”. Mercato e libero scambio sono mezzi e strumenti che devono essere subordinati alle condizioni politiche delle dinamiche tra gli Stati e alle esigenze delle loro strategie, anche militari. Finalmente la menzogna del libero mercato si disvela per quello che è, sotto la spinta delle contraddizioni capitalistiche. La guerra commerciale, con il dirigismo, i sussidi e i dazi, si riprende la scena senza gli infingimenti delle liberalizzazioni..
L’accelerare di questi sconvolgimenti è salutato dai comunisti come un processo progressivo, il crollo di coalizioni, complicità e forme irrigidite nelle quali le oligarchie del capitale pretendono controllare il mondo.
La classe operaia è oggi costretta a sottostare a quanto decidono i propri governi, impedita ad opporsi alla guerra tra gli Stati borghesi che scaglia proletari gli uni contro gli altri. Guerre per i confini territoriali, per il controllo degli approvvigionamenti energetici, per le materie prime, ma tutte contro i proletari che, pur costretti dentro in una divisa, non hanno tuttavia patrie da difendere.