Partito Comunista Internazionale

[RG7] Basi di azione del partito nel campo delle lotte economiche proletarie Pt. 1

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L’ARCO STORICO 1926-1945

Il 1926 rappresenta per la classe operaia mondiale un anno cruciale che conclude la sconfitta del movimento rivoluzionario del I dopoguerra: in quest’anno si tiene a Mosca il VI Esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista nel quale la Sinistra Italiana e l’Opposizione Russa diretta da Trotski danno l’ultima battaglia alle forze controrivoluzionarie dello stalinismo ormai imperante in Russia e padrone dell’Internazionale. Si tiene nello stesso anno il Congresso di Lione del Partito Comunista d’Italia nel quale la Sinistra sarà artificiosamente messa in minoranza dalla corrente ordinovista e centrista assoldata a Stalin.

Due terribili sconfitte del proletariato mondiale segnano inoltre quest’anno: il massacro del proletariato cinese a Shanghai da parte delle forze nazionaliste del Kuomintang e la sconfitta dello sciopero generale in Inghilterra. Ambedue queste sconfitte sono il frutto della politica “nazionalista” dello stalinismo che ha sacrificato agli interessi statali della Russia e alle sue necessità diplomatiche le possibilità rivoluzionarie dei proletariato mondiale. Dal 1926 in poi l’Internazionale Comunista diventa una agenzia degli interessi dello Stato russo e dello politica controrivoluzionaria dello stalinismo.

Il partito comunista rivoluzionario non esiste più e le forze che si erano battute contro il prevalere dell’opportunismo staliniano nell’Internazionale o si mantengono su posizioni coerentemente marxiste cercando di trarre il bilancio della sconfitta disastrosa, ma riducendosi sempre più dal punto di vista organizzativo come la Sinistra Italiana, oppure abbandonano il terreno stesso del marxismo ricadendo da una parte nell’anarco-sindacalismo, dall’altra, come la corrente di Trotski, in una prassi veramente opportunista tesa a risalire la corrente sfavorevole con tutti i mezzi e con tutti gli espedienti e, di conseguenza, autodistruggendosi come forze rivoluzionarie.

Le vicende dell’interguerra sono note. Se nel 1928, su ordine di Mosca, si ha una improvvisata recrudescenza della lotta contro l’opportunismo dei partiti socialisti e socialdemocratici, i quali vengono equiparati al fascismo (teoria del “socialfascismo”), nel 1933 siamo al “Patto di unità d’azione” fra il Partito Comunista d’Italia ed il P.S.I. in funzione antifascista e la stessa alleanza fra il nuovo opportunismo staliniano ed il vecchio socialdemocratico viene attuata in tutti i paesi d’Europa: in Spagna nel 1936, così in Francia sotto il nome di “Fronte popolare”.

Ma alleanza fra vecchio e nuovo opportunismo significa necessariamente alleanza con la propria rispettiva borghesia e con i suoi interessi in tutti i paesi. In realtà, dal 1933 in poi, tutti i partiti cosiddetti “operai” concorrono ad istillare nel proletariato l’idea che la difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro deve essere subordinata alla difesa degli interessi nazionali, all’alleanza tra tutte le classi della popolazione “per non far avanzare il fascismo”.

Di più, a seconda degli interessi contingenti dello Stato russo, i partiti staliniani indicono la campagna di “alleanza popolare” con lo stesso fascismo, come fu nel 1935 in Italia. Si preparano i fronti della Seconda Guerra mondiale e vi si schiera il proletariato portandolo a dimenticare anche i suoi più elementari interessi in nome della difesa dei “superiori interessi” del “popolo”, della “nazione”, della “patria”.

Questo tradimento dei partiti della III Internazionale permise al capitalismo di superare agevolmente la crisi mondiale, 1929-1933. Negli Stati Uniti, come in tutti gli Stati europei tutte le “forze politiche” si schierarono sulla necessità di non indebolire “l’economia nazionale” e perciò non solo non diressero in senso rivoluzionario le azioni di difesa del pane e del lavoro che il proletariato spontaneamente intraprendeva, ma si schierarono apertamente contro.

Questo permise allo Stato capitalistico di intraprendere le misure “assistenziali” e di corruzione della classe operaia che il New Deal americano aveva ripreso dal fascismo, ma che ebbero il loro corrispettivo in tutti gli Stati d’Europa. Il proletariato veniva gradualmente abituato a considerarsi non più una classe con interessi opposti alle altre classi della società ed organicamente legato alla scala internazionale, ma come una “componente” della nazione, del popolo, ai cui interessi “generali” doveva sacrificare i propri bisogni. Da una parte e dall’altra dei futuri fronti di guerra fu agitata la stessa identica bandiera: solidarietà nazionale delle classi, difesa nazionale, concetto di popolo al posto di concetto di classe.

Era la bandiera, come abbiamo dimostrato, innalzata dal fascismo e dai suoi pseudo sindacati contro i sindacati rossi e di classe tradizionali. È dunque chiaro che, mentre nei paesi a regime di dittatura aperta (Italia e Germania) nessuna opera veniva intrapresa per contrapporsi validamente ai sindacati statali di regime e per far risorgere i sindacati di classe, ma si indirizzavano le energie proletarie alla lotta popolare contro il fascismo sulla tesi che esso non difendeva bene gli interessi di tutta la nazione, nei paesi in cui permaneva la dittatura mascherata in forme democratiche si affermò in seno al proletariato la tradizione di un sindacalismo disposto a sacrificare ogni cosa alla difesa delle istituzioni e del regime, disposto a sabotare qualsiasi sciopero in quanto indebolisce l’economia nazionale, disposto a firmare, come in Svizzera, paci eterne fra lavoro e capitale sulla base degli interessi nazionali comuni a tutte le classi. In Spagna, in Francia, in Inghilterra, in Svizzera, ed anche in Italia il processo di formazione di questo nuovo sindacalismo che giustamente il partito ha chiamato “tricolore”, è particolarmente visibile.

La differenza fra il sindacalismo fascista e il sindacalismo tricolore non sta dunque nella rispettiva politica: tutte e due subordinano la difesa degli interessi economici immediati dei lavoratori alle esigenze della patria e dell’economia nazionale. La differenza fondamentale è nella forma organizzativa per cui in alcuni paesi capitalistici, nei più forti ed in quelli in cui la lotta di classe non ha raggiunto limiti critici, così come è stato possibile allo Stato capitalistico mantenere le forme democratiche, è stato possibile mantenere organismi sindacali formalmente “liberi”, formalmente ad adesione volontaria dei lavoratori anche se sostanzialmente legati alle sorti del regime capitalistico e della sua conservazione.

Questa differenza formale non è priva di significato essendo il risultato di vicende storiche per cui lo Stato capitalistico ha potuto vincere il proletariato senza dover ricorrere alla suprema prova di forza che si ha quando lo Stato è costretto a presentarsi di fronte alle masse apertamente ed a mano armata come l’espressione degli interessi delle classi dominanti, tentando di battere le lotte proletarie con la diretta violenza ed incapsulando di necessità il proletariato in organismi a carattere forzato e coercitivo, cioé sindacati obbligatori apertamente dipendenti dallo Stato e facenti parte del suo apparato.
 

FASCISMO E DEMOCRAZIA

Il partito ha sempre sostenuto che la forma del dominio dittatoriale del capitalismo espressa in forma parlamentare e democratica non solo non è la più favorevole allo scatenarsi della lotta di classe, per cui vada difesa e mantenuta in piedi ad ogni costo come propagandano gli opportunisti, ma è la più sfavorevole in quanto indica che il proletariato non riesce ad ingaggiare nessuna azione pericolosa per il nemico di classe e che la borghesia riesce a bloccarlo senza avere bisogno di giungere allo scontro supremo sul piano della violenza aperta.

L’opera dei partiti e delle ideologie opportuniste, la corruzione delle elemosine che la borghesia fa piovere sul proletariato, la debolezza del partito rivoluzionario di classe fanno sì che lo Stato capitalistico possa dominare mantenendo la mascheratura democratica senza essere costretto a smascherarsi nel tentativo di schiacciare il proletariato con la violenza aperta. Di conseguenza nel 1921 e 1922, il Partito Comunista d’Italia, ben lontano dal piangere sulla violenza fascista e statale, vide in essa la dimostrazione che il capitalismo non aveva altri mezzi per mantenere il potere e proclamò al proletariato che non solo non bisognava cedere, ma era necessario raccogliere la sfida dell’avversario scendendo sul suo stesso terreno, quello della violenza armata per la distruzione dello Stato borghese e l’instaurazione della dittatura proletaria. Anche quando la sfida fu perduta per il proletariato il partito giudicò positiva l’esperienza che esso aveva potuta acquistare nel corso della lunga lotta ed il suo compito principale fu nel mantenere al proletariato questa esperienza preziosa e nell’impedire che risorgessero nel seno della classe le illusioni democratoidi, pacifiste e popolaresche che poi prevalsero di nuovo sotto il nome maledetto di “antifascismo”.

Lo stesso problema si pone per quanto riguarda gli organismi sindacali. Il fatto che lo Stato capitalistico sia riuscito a sottomettere gli organismi operai alla difesa dei propri interessi, di fatto e tramite mille legami, ma che abbia potuto ottenere questo risultato mantenendone l’organizzazione formalmente libera e volontaria è fatto negativo e di grandissima importanza. Indica che la borghesia è riuscita a corrompere il proletariato e che non ha avuto bisogno di distruggere i suoi organismi di classe, ma che essi si sono “volontariamente” sottomessi alle esigenze dello Stato e del Capitale, per il tramite dei propri capi opportunisti, per il tramite dell’influenza delle categorie operaie privilegiate; indica che la classe proletaria non ha avuto la forza di impedire che le sue stesse strutture organizzate cadessero nelle mani dei nemico di classe e che il proletariato organizzato ha accettato la sottomissione dei suoi interessi economici ai “superiori interessi” della nazione.

Questo risultato, essenziale per la propria conservazione, il capitalismo è riuscito ad ottenerlo all’indomani della sconfitta della grande ondata rivoluzionaria del primo dopoguerra, ma non perché avesse scoperte nuove e sconosciute ricette per la sua sopravvivenza, come generazioni intere di antimarxisti hanno finto di ritenere, ma perché i rapporti di forza alla scala mondiale erano divenuti a lui favorevoli sia per la demoralizzazione subentrata nella classe dopo le grandi sconfitte, sia soprattutto per la distruzione del partito rivoluzionario di classe, conseguente alla vittoria stalinista in Russia e per il passaggio armi e bagagli dei partiti della III Internazionale nel campo opportunista.

Questi partiti, dopo aver fatto causa comune con i vecchi partiti socialdemocratici in tutti i paesi, hanno lavorato costantemente al loro fianco con tutti i mezzi per smantellare nelle masse oppresse qualsiasi speranza di liberazione, per ribadire nella mente dei proletari l’idea di un legame necessario e da salvaguardare fra i loro interessi e quelli della loro economia, della loro nazione, della loro patria. È l’effetto congiunto di queste vicende negative che hanno permesso allo Stato capitalistico di far piovere sulla classe operaia dei vari paesi le sue misure “riformistiche ed assistenziali”, di garantire tramite esse un minimo di sopravvivenza alle masse proletarie e dei paesi industriali e di concretare in esse l’illusione, duramente e sanguinosamente pagata dallo schiacciamento delle popolazioni coloniali e sottosviluppate, che si potessero difendere gli interessi economici di classe sottomettendoli agli interessi generali della nazione e dello Stato.

Oggi, di fronte ai primi inizi della crisi capitalistica mondiale questa illusione salta in pezzi, ma i proletari d’Europa si trovano di fronte alla crisi privati dei loro organismi economici di classe, passati in cinquanta anni al nemico e nella necessità di riconquistarli o di ricostituirli, se non vogliono che le loro condizioni materiali di esistenza vengano schiacciate dalla pressione capitalistica.

La classe operaia europea e mondiale in questo sforzo che deve intraprendere ha al suo attivo solo, da una parte, la spinta delle sue condizioni materiali, che diverrà sempre più potente, dall’altra il coerente indirizzo dei partito rivoluzionario di classe. Ha contro di sé tutte le forze della borghesia e dell’opportunismo, compresa in prima fila quella che si esprime nei mille gruppuscoli pseudorivoluzionari che infestano il panorama attuale e che minacciano di deviare le prime spinte di nuclei anche ristretti del proletariato dalla giusta direzione in cui devono andare gli sforzi degli operai: ricostituzione degli organismi economici di classe, rinascita dei sindacati di classe sulla base della difesa ad oltranza e senza quartiere delle condizioni di vita e di lavoro.   

INDIRIZZO E PROSPETTIVE CARATTERISTICI DEL PARTITO DI CLASSE

Se parlare di marxismo e di teoria rivoluzionaria ha un senso esso consiste nel fatto che l’uso della teoria permette al partito di leggere le vicende ed il percorso storico che la classe ha compiuto riuscendo così a trarne esperienze e lezioni che non può trarre ciascun operaio singolarmente preso né ciascuna generazione proletaria e che pure sono vitali per stabilire i termini in cui la classe operaia dovrà ingaggiare le sue future battaglie.

La primordiale caratteristica che distingue il partito di classe da tutti gli altri è dunque la capacità di spiegare la situazione in cui la classe operaia si trova oggi come un risultato delle sue vicende e delle vicissitudini di ieri. Il partito di classe altro non è che quell’organismo che sa dimostrare coerentemente ai proletari che la rivoluzione è il risultato di un processo di vicende materiali ed indicare proprio nella situazione negativa di oggi i sintomi e le vie della ripresa di domani.

È per questo che insistiamo nel presentare il trapasso mondiale dai sindacati di classe del primo dopoguerra ai sindacati “tricolore” di oggi come effetto delle vicende reali e dei rapporti di forza fra le classi, rapporti che nell’ultimo mezzo secolo sono stati costantemente a sfavore della classe operaia mondiale. Rapporti di forza che la crisi incipiente del capitalismo ribalterà facendo esplodere le contraddizioni incontrollabili del modo di produzione e permettendo alla classe proletaria di tentare di nuovo il suo “assalto al cielo”.

Così, di fronte alla situazione che vedeva il capitalismo mondiale superare impunemente e senza gravi conseguenze crisi di enorme portata come quella del 1929-33 e quella della Seconda Guerra mondiale, e percorrere ancora un quarto di secolo di “sviluppo pacifico”, tutti i rivoluzionari da operetta si misero a “rappezzare” ed a “rammodernare” la dottrina marxista, secondo loro non più adeguata ad esprimere la realtà di un presunto “neocapitalismo” che Marx non avrebbe potuto conoscere. Miriadi di pretesi rivoluzionari parlarono di “capacità ormai acquisita dal capitalismo di superare le crisi, di non avere più crisi ecc”.

Di fronte alla situazione, che vedeva la classe operaia europea immobilizzata nella subordinazione agli interessi delle rispettive patrie e nazioni e partecipante agli utili della propria borghesia, ogni pseudo rivoluzionario si sentì in dovere di teorizzare la “ormai avvenuta integrazione della classe operaia nel sistema”, di andare a ricercare le “modificazioni strutturali avvenute nella classe operaia” e di attribuire il ruolo di protagonista della rivoluzione, strappato all’ormai “integrato” proletariato, ai ceti spuri e meschini dello studentame o nel migliore dei casi ai generosi, ma votati alla sconfitta, moti democratici e nazionali del cosiddetto “terzo mondo”.

Così, di fronte alla constatazione che le lotte sindacali dei lavoratori si svolgevano ormai, almeno nei paesi capitalisticamente sviluppati, nelle forme e nei limiti consentiti dalla “legalità borghese” e dagli interessi economici capitalistici, ogni e qualsiasi parolaio della rivoluzione si sentì di dichiarare che “la lotta per il salario è ormai congeniale ed addirittura favorevole allo sviluppo capitalistico”, che “nessun senso ha più lo sciopero economico e l’organizzazione economica”, che il proletariato doveva ormai, lasciando perdere la battaglia per la difesa del pane quotidiano divenuta “assorbibile” dal capitalismo, trapassare a quella per le “idealità rivoluzionarie” che, naturalmente, ognuno poi indicava a suo modo prendendo volta a volta a modello il personaggio più in voga sulla piazza o la “novità” più recente delle università borghesi.

Basta questa attitudine veramente opportunista e disfattista a definire che gli attuali gruppuscoli cosiddetti rivoluzionari altro non esprimono che la disperazione ed il disorientamento tipico della piccola borghesia di fronte alla strapotenza della controrivoluzione. La loro posizione politica è definibile in blocco e senza appello: è la posizione di chi quando le cose cominciano ad andar male getta il fucile e se la squaglia con la scusa di aver scoperto un fronte di combattimento più efficace.

Il partito di classe si distinse da tutto questo coro di disertori per aver riaffermato, fin dall’aprirsi dei ciclo sfavorevole nel 1926, e per aver posto a base di tutta la sua azione la tesi:

«Vi sono situazioni oggettivamente sfavorevoli alla rivoluzione, e lontane da esse come rapporti delle forze (pur potendone essere meno lontane di altre nel tempo, perché la evoluzione storica presenta – è marxismo – diversissime velocità) in cui il voler essere a tutti i costi partiti di masse e di maggioranza, il volere avere a tutti i costi preminente influenza politica, non si può raggiungere che rinunciando ai principi ed ai metodi comunisti e facendo una politica socialdemocratica e piccolo borghese. Si deve altamente dire che, in certe situazioni passate, presenti e avvenire il proletariato è stato, è e sarà necessariamente nella sua maggioranza su una posizione non rivoluzionaria, di inerzia e di collaborazione col nemico a seconda dei casi; e che intanto, malgrado tutto, il proletariato rimane ovunque e sempre la classe potenzialmente rivoluzionaria e depositaria della riscossa della rivoluzione, in quanto nel suo seno il partito comunista, senza mai rinunziare a tutte le possibilità di coerente affermazione e manifestazione, sa non ingaggiarsi nelle vie che appaiono più facili agli effetti di una popolarità immediata, ma che devierebbero il partito dal suo compito e toglierebbero al proletariato il punto di appoggio indispensabile della sua ripresa» (Tesi di Lione, 1926).

La stessa posizione veniva riaffermata nelle Tesi Caratteristiche del 1952:

«Il partito non lancerà alcuna nuova dottrina, riaffermando la piena validità delle tesi del marxismo rivoluzionario, ampiamente confermate dai fatti e più volte calpestate e tradite dall’opportunismo per coprire la ritirata e la sconfitta (…) Appunto perché il proletariato è l’ultima classe che sarà sfruttata e che quindi non succederà a nessuna nello sfruttamento di altre classi, la dottrina è stata costruita sul nascere della classe e non può essere mutata né riformata. Lo sviluppo del capitalismo dalla sua nascita ad oggi ha confermato e conferma i teoremi del marxismo, quali sono enunciati nei testi, ed ogni pretesa “innovazione” o “insegnamento” di questi ultimi trent’anni conferma solo che il capitalismo vive ancora e che deve essere abbattuto. Il centro quindi dell’attuale posizione dottrinaria del movimento è questo: nessuna revisione dei principi originari della rivoluzione proletaria (…)
«Nessun movimento può trionfare nella storia senza la continuità teorica che è l’esperienza delle lotte passate. Ne consegue che il partito vieta la libertà personale di elaborazione e di elucubrazione di nuovi schemi e spiegazioni del mondo sociale contemporaneo; vieta la libertà individuale di analisi, di critica e di prospettiva anche per il più preparato intellettuale degli aderenti e difende la saldezza di una teoria che non è effetto di cieca fede, ma è il contenuto della scienza di classe proletaria, costruito con materiale di secoli, non dal pensiero di uomini, ma dalla forza di fatti materiali, riflessi nella coscienza storica di una classe rivoluzionaria e cristallizzati nel suo partito. I fatti materiali non hanno che confermato la dottrina del marxismo rivoluzionario».