[RG7] Basi di azione del partito nel campo delle lotte economiche proletarie Pt. 2
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INVARIANZA DELLA PROSPETTIVA MARXISTA NEL CAMPO SINDACALE
È sul fondamento della assoluta fedeltà alla teoria della rivoluzione proletaria, impedendone qualsiasi aggiornamento e revisione, sul fondamento della assoluta fedeltà alla prospettiva strategica e tattica ristabilita nel primo dopoguerra dalla rivoluzione d’Ottobre e dalla III Internazionale, che il partito di classe ha potuto leggere in maniera coerente gli avvenimenti del ciclo storico successivo al 1926 e, senza farsi fuorviare da nessuna spinta a rivedere ed a correggere le basi di azione del movimento proletario rivoluzionario, seguirne le vicende sfavorevoli traendo anche da queste gli insegnamenti e le esperienze utili a rafforzare l’indirizzo rivoluzionario di sempre.
Seguire l’andamento reale della battaglia e dei rapporti di forza fra le classi, spiegarne le vicissitudini, gli alti e bassi, gli errori e le sconfitte senza mai lasciarsi andare al “dubbio revisionista”, cioé all’istinto di “revisionare” le basi della prospettiva rivoluzionaria tracciata in un secolo di battaglie e considerata immutabile: questo contraddistingue il partito di classe, ma anche la sua capacità unica di comprendere i fatti e di accumulare, tramite i fatti, esperienze preziose per il miglioramento dell’esercito proletario nelle battaglie future.
E lanciamo ancora una volta a tutti i nostri avversari questa sfida ed agli operai che ci seguono questo criterio inequivocabile di giudizio: quale dei movimenti che, dal 1926, si sono succeduti sulla scena, bene o male, con piccole o grandi forze, con piccoli o grandi nomi, pretendendo alla direzione rivoluzionaria del proletariato non si è lasciato attrarre dall’apportare qualche piccolo ritocco alla scienza ed alla prospettiva marxista, lasciando intendere che il mondo attuale non si lascia spiegare sui canoni semplici e lineari della dottrina di Marx e che essa andrebbe corroborata con i “contributi ultimi” delle più moderne “ricerche”? Chi non si è macchiato, in questi cinquanta anni, con la ammissione disfattista che, essendo stati battuti, forse era opportuno andare a “rivedere” le basi stesse della nostra prospettiva di movimento? Chi non si è allineato al coro della propaganda borghese che avrebbe voluto, dopo avere messo in ginocchio il proletariato mondiale, conquistare anche la suprema vittoria, convincendolo non di essere stato sconfitto e di subire dei rapporti di forza sfavorevoli, ma di avere sbagliato lo stesso piano di azione? Tutti sono stati da quella parte.
E questo vuol dire aver abbandonato l’ultima trincea che alle forze della rivoluzione spettava di difendere, perdute tutte le altre possibilità: la prospettiva della ripresa del moto rivoluzionario nei termini classici previsti dalla dottrina marxista.
Per questo il partito, risorto nel secondo dopoguerra, non ebbe da esporre “nuove posizioni” nel campo del suo comportamento rispetto alle lotte economiche proletarie ed alle organizzazioni economiche, né da dettare nuove norme. Il problema dei rapporti fra il partito e la classe proletaria, fra lotta rivoluzionaria di classe e lotte economiche immediate, fra organismo politico rivoluzionario ed organizzazioni economiche di difesa, fra partito comunista rivoluzionario ed altri partiti e tendenze aventi radici in seno alle masse proletarie, è da ritenersi completamente e definitivamente risolto dalla tradizione marxista in un arco di 70 anni di lotte e di esperienze mondiali, partendo dal Manifesto del 1848 per arrivare alle tesi del secondo Congresso della III Internazionale del 1920, alle Tesi di Roma del 1922 del Partito Comunista d’Italia ed a quelle di Lione del 1926.
Colui che non trovi in questi testi la risposta a quale deve essere il comportamento del partito in campo sindacale nel 1977, non abbia la presunzione di stilare nuove tesi. Si rimetta in piena modestia a leggere ed a studiare quella prospettiva nella precisa convinzione che, se essa dovesse rivelarsi insufficiente o incompleta, salta l’intero marxismo.
Quindi fin dal 1945 la “Piattaforma Politica del Partito” enunciò, nei termini classici, il compito dei comunisti nei confronti del movimento sindacale:
«In prima linea tra i compiti politici del partito è il lavoro nella organizzazione economica sindacale dei lavoratori per il suo sviluppo e potenziamento. Deve essere combattuto il criterio, ormai comune alla politica sindacale sia fascista che democratica, di attrarre il sindacato operaio tra gli organismi statali, sotto le varie forme del suo disciplinamento con impalcature giuridiche. Il partito aspira alla ricostruzione della Confederazione sindacale unitaria, autonoma dalla direzione di uffici di Stato, agente coi metodi della lotta di classe e dell’azione diretta contro il padronato, dalle singole rivendicazioni locali e di categoria a quelle generali di classe.
«Nel sindacato operaio entrano lavoratori appartenenti singolarmente ai diversi partiti o a nessun partito; i comunisti non propongono né provocano la scissione dei sindacati per il fatto che i loro organismi direttivi siano conquistati e tenuti da altri partiti, ma proclamano nel modo più aperto che la funzione sindacale si completa e si integra solo quando alla dirigenza degli organismi economici sta il partito politico di classe del proletariato. Ogni diversa influenza sulle organizzazioni sindacali proletarie non solo toglie ad esse il fondamentale carattere di organi rivoluzionari dimostrato da tutta la storia della lotta di classe, ma le rende sterili agli stessi fini dei miglioramenti economici immediati e strumenti passivi degli interessi del padronato.
«La soluzione data in Italia alla formazione della centrale sindacale con un compromesso non già fra tre partiti proletari di massa, che non esistono, ma fra tre gruppi di gerarchie di cricche extraproletarie pretendenti alla successione del regime fascista, va combattuta incitando i lavoratori a rovesciare tale opportunistica impalcatura di controrivoluzionari di professione. Il movimento sindacale italiano deve ritornare alle sue tradizioni di aperto e stretto fiancheggiamento del partito proletario di classe, facendo leva sul risorgere vitale dei suoi organismi locali, le gloriose Camere del Lavoro, che tanto nei grandi centri industriali quanto nelle zone rurali proletarie furono protagoniste di grandi lotte apertamente politiche e rivoluzionarie».
Nel 1951 e 1952 il problema sindacale fu ripreso dal partito in diversi suoi testi, tesi a ribadire la classica prospettiva del primo dopoguerra anche in questo campo, restituendola rafforzata e non modificata proprio dall’esame di «quanto vi è di mutato nel campo sindacale dopo le guerre e i totalitarismi».
Il più importante di questi testi è “Partito rivoluzionario ed azione economica”. Diviso in punti che costituiscono delle vere e proprie tesi, il testo ricorda che al secondo Congresso mondiale del 1920 furono dibattute due grandi questioni di tattica: azione parlamentare ed azione sindacale.
«Ora i rappresentanti della corrente antielezionista si schierarono contro la cosiddetta sinistra che propugnava la scissione e la rinunzia a conquistare i sindacati diretti da opportunisti».
È questa una fondamentale deviazione di principio con cui si esce dal campo marxista. È, come abbiamo visto altrove, la visione piccolo borghese ed anarchica contrapposta alla visione marxista del processo rivoluzionario. Il testo infatti continua:
«(…) Queste correnti in fondo ponevano nel sindacato e non nel partito il centro dell’azione rivoluzionaria e lo volevano puro da influenze borghesi (Tribunisti olandesi, KAPD tedesco, Sindacalisti americani, scozzesi ecc.).
«2 – La sinistra da allora combatte aspramente quei movimenti analoghi a quello torinese dell’Ordine Nuovo che facevano consistere il compito rivoluzionario nello svuotare i sindacati a vantaggio del movimento dei consigli di fabbrica, intendendoli come trama degli organi economici e statali della rivoluzione proletaria iniziata in pieno capitalismo, confondendo gravemente fra i momenti e gli strumenti del processo rivoluzionario. Stanno su ben diverso piano la questione parlamentare e sindacale. È pacifico che il parlamento è l’organo dello Stato borghese in cui si pretende siano rappresentale tutte le classi della società e tutti i marxisti rivoluzionari convengono che su di esso non si possa fondare altro potere che quello della borghesia (…)
«4 – I sindacati, da chiunque diretti, essendo associazioni economiche di professione, raccolgono sempre elementi di una medesima classe. È ben possibile che gli organizzati proletari eleggano rappresentanti di tendenze non solo moderate ma addirittura borghesi, e che la direzione del sindacato cada sotto l’influenza capitalista. Resta tuttavia il fatto che i sindacati sono composti esclusivamente di lavoratori e quindi non sarà mai possibile dire di essi quello che si dice del parlamento, ossia che sono suscettibili solo di una direzione borghese.
«5 – In Italia, prima della formazione del partito comunista, i socialisti escludevano di lavorare nei sindacati bianchi dei cattolici e in quelli gialli dei repubblicani. I comunisti poi, in presenza della grande Confederazione diretta prevalentemente da riformisti e dell’Unione sindacale diretta da anarchici, senza alcuna esitazione e unanimi stabilirono di non fondare nuovi sindacati e lavorare per conquistare dall’interno quelli ora detti, tendendo anzi alla loro unificazione.
«Nel campo internazionale, il partito italiano unanime sostenne non solo il lavoro in tutti i sindacati nazionali socialdemocratici, ma anche l’esistenza della Internazionale Sindacale Rossa (Profintern), la quale riteneva ente non conquistabile la Centrale di Amsterdam perché collegata alla borghese Società delle Nazioni attraverso l’Ufficio Internazionale del Lavoro. La Sinistra italiana si oppose violentemente alla proposta di liquidare il Profintern per costituire una Internazionale sindacale unica, sostenendo sempre il principio dell’unità e della conquista interna per i sindacati e le confederazioni nazionali».
Descritte le fasi storiche dell’evoluzione dei sindacati e quella più recente in corso anche attualmente, il testo conclude:
«8 – Al di sopra del problema contingente in questo o quel paese di partecipare al lavoro in dati tipi di sindacato ovvero di tenersene fuori da parte del partito comunista rivoluzionario, gli elementi della questione fin qui riassunta conducono alla conclusione che in ogni prospettiva di ogni movimento rivoluzionario generale non possono non essere presenti questi fondamentali fattori:
1. un ampio e numeroso proletariato di puri salariati;
2. un grande movimento di associazioni a contenuto economico che comprenda una imponente parte del proletariato;
3. un forte partito di classe, rivoluzionario, nel quale militi una minoranza dei lavoratori, ma al quale lo svolgimento della lotta abbia consentito di contrapporre validamente ed estesamente la propria influenza nel movimento sindacale a quella della classe e del potere borghese.
«I fattori che hanno condotto a stabilire la necessità di ciascuna e di tutte queste tre condizioni dalla utile combinazione delle quali dipenderà l’esito della lotta sono stati dati:
– dalla giusta impostazione della teoria del materialismo storico che collega il primitivo bisogno economico del singolo alla dinamica delle grandi rivoluzioni sociali;
– dalla giusta prospettiva della rivoluzione proletaria in rapporto ai problemi dell’economia e della politica e dello Stato;
– dagli insegnamenti della storia di tutti i movimenti associativi della classe operaia così nel loro grandeggiare e nelle loro vittorie che nei corrompimenti e nelle disfatte.
«Le linee generali della svolta prospettiva non escludono che si possano avere le congiunture più svariate nel modificarsi, dissolversi ricostituirsi di associazioni a tipo sindacale, di tutte quelle associazioni che ci si presentano nei vari paesi, sia collegate alle organizzazioni tradizionali che dichiaravano fondarsi sul metodo della lotta di classe, sia più o meno collegate ai più diversi metodi e indirizzi sociali anche conservatori».
Dunque dall’analisi delle modificazioni intervenute in questi cinquant’anni nella prassi e nella struttura degli organismi sindacali il partito non fu mai condotto a negare la classica prospettiva del moto rivoluzionario: la necessità assoluta che il proletariato si organizzi in un “grande movimento di associazioni a contenuto economico” e che all’interno di esso il partito abbia potuto contrapporre la propria influenza a quella della classe e del potere borghese.