Partito Comunista Internazionale

[RG7] Basi di azione del partito nel campo delle lotte economiche proletarie Pt. 4

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LA DINAMICA DEL SINDACALISMO TRICOLORE

Ciò che è importante agli effetti dei suoi riflessi sullo svolgimento della lotta di classe è la comprensione del fatto che il sindacato entrato nell’orbita di controllo dello Stato borghese non cessa per questo di difendere gli interessi economici di categorie e strati di proletari: la sua funzione consiste nel subordinarne la difesa alla conservazione del regime e dell’economia capitalistica, non nel negarla in assoluto.

Dal punto di vista pratico il sindacato diviene il “gestore” delle “briciole” che il sistema capitalistico può far cadere nei periodi di boom produttivo su strati più o meno vasti della classe operaia, diviene il tramite della corruzione borghese della classe operaia, lo strumento adatto per creare e foraggiare le aristocrazie del lavoro.

In pratica la politica tricolore nei periodi di slancio della produzione capitalistica consiste nel distribuire alla classe operaia ciò che il Capitale può concedere, in maniera tale da spegnere nei proletari ogni istinto di classe e da dividerli il più possibile, da creare privilegi e garanzie per settori del proletariato, ecc.

Si verifica cioé un processo per cui la politica sindacale prende in mano le rivendicazioni economiche proletarie per svolgerle su un piano non di classe, anzi di smembramento della classe. La politica dei sindacati svizzeri, firmata una pace addirittura formale con il Capitale, si è fondata non certo sulla negazione di ogni rivendicazione economica, ma sulla creazione di una frattura profonda fra l’aristocrazia proletaria degli operai svizzeri e la massa degli operai immigrati; una parte del proletariato svizzero ha potuto cioé conquistare dei privilegi economici a patto di una pace dichiarata con il padronato, cioé della rinunzia allo sciopero ed ai metodi dell’azione diretta e sulla pelle di un’altra parte del proletariato.

I sindacati italiani si sono comportati nello stesso modo: passato il periodo in cui la ricostruzione postbellica poneva il problema dei sacrifici e basta, essi impostarono una politica di divisione della classe sulla base di privilegi concessi ad alcuni reparti e negati ad altri. Tutti ricordiamo che gli stessi bonzi che ora parlano di “perequazione” salariale, furono fino al 1970 sostenitori accaniti degli aumenti percentuali, che favorivano le categorie e le qualifiche più alte, delle vertenze di azienda e di settore, del salario legato alla produttività che favoriva i lavoratori della grandi aziende a scapito degli altri, dell’istituzione dei cottimi, dei premi di produzione ed in genere di tutto ciò che poteva dividere un operaio dall’altro. Essi sono stati alla testa di scioperi ed agitazioni per miglioramenti economici con l’unica preoccupazione che questi rimanessero nell’ambito della legalità e della “democratica convivenza”, spezzando tutti quei metodi di lotta che potevano suscitare nei proletari un istinto di classe e favorendo la formazione e la codificazione di una prassi secondo cui lo sciopero è una semplice dimostrazione simbolica, preludio e base della pacifica contrattazione fra le “controparti”.

È essenziale questo per comprendere la situazione attuale in cui i vertici controrivoluzionari mantengono la capacità di legare alla loro politica la grande massa dei proletari. Dipende dal fatto che i proletari, o almeno vasti strati di essi, hanno trovato nel sindacato un’effettiva difesa dei loro interessi corporativi, cioé di singoli, di reparti, di gruppi, di aziende, di categorie, pagando naturalmente tutto questo con la rinuncia a muoversi su di un piano di classe. Oggi i proletari si trovano sorpresi di fronte alla realtà che la crisi capitalistica mette a nudo: che i loro dirigenti non hanno mai difeso i loro interessi come classe, ma hanno difeso l’economia capitalistica, che le loro organizzazioni sono diventate degli uffici di amministrazione e sono inadatte a qualsiasi lotta frontale e decisa.

Il fatto è che esse lo erano anche prima, ma la loro realtà veniva nascosta dagli effettivi benefici che piovevano su parte del proletariato grazie allo slancio produttivo. Ora che la crisi economica nega questi benefici o li riduce al minimo l’organismo sindacale si presenta improvvisamente per quello che è: una cinghia di trasmissione degli interessi capitalistici nel seno della classe operaia.

Per la massa dei proletari questa è una sorpresa ed un trauma, genera inevitabilmente in un primo tempo sgomento e demoralizzazione nella classe, tanto più che la politica sindacale continua a mantenere anche oggi, e manterrà finché la situazione glielo permetterà, caratteristiche che possono apparire come difesa delle condizioni di certi strati e di certi gruppi della classe. Ecco perché è da ritenersi veramente disastrosa agli effetti della ripresa di classe la tendenza ad isolarsi tipica di alcuni gruppi proletari che già oggi sentono il bisogno di contrapporsi su basi di classe alla politica tricolore.

La liberazione delle masse proletarie dall’influenza di questa politica non sarà cosa né facile né breve, né tanto meno automatica. Esigerà un ulteriore inasprimento della crisi economica perché i proletari siano materialmente costretti a reagire, ma esige anche un’opera costante e paziente di dimostrazione e di esempio da parte degli operai più avanzati e combattivi i quali non devono mai accettare di lasciarsi isolare dalla massa dei loro compagni, ma devono servirsi di ogni occasione e di ogni possibilità anche minima per portare in mezzo ad essi il linguaggio di classe, l’appello alla resurrezione dei sindacati di classe.