Partito Comunista Internazionale

[RG9] Basi di azione del partito nel campo delle lotte economiche proletarie Pt. 6

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PROLETARIATO E COSCIENZA POLITICA

L’unico organo di classe che collettivamente possieda una visione chiara e completa del processo rivoluzionario e di conseguenza una volontà finalistica e che aggreghi i suoi membri sulla base della adesione e questa visione è il partito politico di classe, il partito comunista marxista; mentre l’organismo operaio sindacale, cui da sempre i proletari aderiscono legati da una sola ed elementare idea comune, quella della difesa del pane, è perciò il teatro in cui si scontrano i più diversi indirizzi e le più diverse posizioni politiche aventi influenza sulle masse dei proletari.

L’indirizzo di partito si è dunque fondato su questa constatazione perfettamente marxista: che mai gli organismi economici di classe, neanche nella loro massima estensione ed anche al grado massimo di violenza della lotta da essi condotta, possono esprimere la coscienza di classe o un’idea coerente ed unica del processo della lotta di classe. Giusta Lenin e tutta la nostra scuola, il proletariato organizzato sul piano sindacale non giunge ad affrontare in maniera rivoluzionaria il problema del potere statale, ma lo affronta in maniera “tradeunionistica”, che non significa necessariamente pacifica, ma, come negli esempi storici d’Italia 1920, di Germania 1919, di Russia 1917, di Spagna e di Francia 1936, al fine di “compartecipare”, cioé influenzare la classe operaia lo Stato borghese, magari imposto con la violenza delle armi, magari espresso nel fronteggiarsi armato di organismi proletari e di organismi borghesi, fra i quali però non viene vista la inconciliabilità.

La situazione del “doppio potere” in Russia avrebbe potuto durare in eterno per i Soviet (non certo per lo Stato borghese che preparava l’offensiva contro di loro) se il partito bolscevico non avesse per essi ed in loro nome conquistato il potere. In Germania 1919, eliminata l’insurrezione spartachista, i soviet si piegarono a diventare istituti, poi naturalmente eliminati, della repubblica borghese di Weimar. In Italia, dal 1918 al 1920, un vasto e profondo movimento rivendicativo generale e violento poté essere incanalato sulla strada maledetta delle elezioni e della pacificazione con il potere borghese; in Spagna e in Francia 1936 addirittura sulla via del “fronte popolare”, cioé della pacificazione con il proprio Stato democratico, facendo delle masse proletarie, sindacalmente organizzate e perfino armate, la carne di cannone di una presunta guerra della democrazia contro il fascismo.

La classe proletaria nel suo insieme è dunque capace di esprimere un’azione ed una organizzazione della lotta difensiva a cui la costringono le sue condizioni economiche materiali; in questa lotta difensiva può giungere fino all’uso della violenza armata ed a minacciare lo Stato borghese; ma il passaggio da questa lotta di difesa dell’offensiva rivoluzionaria, all’attacco contro lo Stato capitalistico, è possibile solo per l’esistenza di un organo speciale e particolare della classe, cioé il partito politico che riesca a stabilire la sua influenza sugli organismi proletari.

La distinzione fondamentale che noi marxisti tracciamo fra organismi operai e partito politico, negando in assoluto ai primi la possibilità di possedere una coscienza completa del processo rivoluzionario e della loro stessa azione, non ha nulla a che fare con un qualche assioma metafisico che definirebbe l’operaio in quanto tale incapace di acquisire la coscienza politica attribuendone invece la facoltà ai cosiddetti intellettuali. Prima di tutto per noi la coscienza politica non è patrimonio di nessun individuo preso a sé, neanche se conosce a memoria tutto il marxismo, ma di un organo collettivo, il partito; in secondo luogo questo organo non è una assemblea di intellettuali e di “colti”, di conoscitori e di esperti di marxismo, ma un organismo di azione e di combattimento predisposto ed allenato in tutte le sue manifestazioni all’attacco offensivo contro lo Stato borghese.

Non si tratta affatto per noi di negare la capacità di comprendere la globale visione di classe all’operaio perché è un operaio, e di attribuirla a “coloro che sanno”. La nostra concezione è inversa a quella aberrante ed antimarxista del partito come “intellettuale collettivo” della classe.

Diremo, e lo abbiamo scritto nelle nostre tesi, che se una questione del genere si dovesse impostare, noi definiremmo l’intellettuale come un transfuga della propria classe, la piccola borghesia, il quale può essere utile al partito con la dovuta cautela ed a condizione che lasci a casa tutte le sue “belle capacità” e si limiti ad aderire umilmente all’insieme di posizioni che storicamente rappresentano il partito. E la stessa cosa il partito richiede all’operaio, cioé che nell’aderire al partito di classe abbandoni la propria etichetta di fabbrica, di categoria, di professione e di nazionalità per divenire soldato e milite di un indirizzo unico il quale rappresenta l’esperienza storica della classe nel suo insieme. Non è dunque ad una distinzione di carattere sociologico che facciamo risalire la possibilità o meno di possedere la coscienza globale della classe: non la possiedono gli operai per il fatto di essere operai e non la possiedono gli intellettuali per il fatto di “sapere”: la possiede l’organo partito che organizza indifferentemente tutti coloro che accettano un insieme monolitico ed intangibile di posizioni e che si disciplinano ad agire sulla base di esse come un corpo unico rivolto alla conquista rivoluzionaria del potere politico e all’esercizio della dittatura.
   
 

ORGANI DIVERSI PER FUNZIONI DIVERSE

La questione è di altra natura. La classe proletaria per passare dalla lotta difensiva contro l’oppressione capitalistica alla lotta offensiva per la distruzione del regime di classe ha bisogno di un organo speciale che sia predisposto a questa funzione.

Quest’organo, da chiunque sia composto e qualunque sia la sua estensione, deve essere allenato ad una visione rivoluzionaria, cioé a considerare l’attuale assetto sociale come transitorio e distruttibile, e alla possibilità di un futuro assetto sociale a questo opposto, la società comunista futura. Deve essere allenato a considerare i mezzi e le fasi del trapasso nel campo politico, economico e sociale ed a vedere le lotte ed i risultati che la classe realizza nella sua battaglia quotidiana di difesa contro gli effetti della dominazione capitalistica come lotte e risultati parziali e transitori, come “conquiste”, che solo l’abbattimento definitivo del regime può assicurare. Esso vede perciò la classe operaia e le sue lotte come preparazione e “scuola di guerra” ad una lotta più generale ed unica di tutta la classe per un unico scopo: non più la difesa delle condizioni materiali all’interno del regime presente, ma la distruzione di esso e la instaurazione della dittatura di classe del proletariato come mezzo del trapasso ad un nuovo modo di vivere e di produrre della specie umana.

Il partito riassume in sé la classe in senso generale, la vede come una unità al di là delle distinzioni contingenti di fabbrica, di categoria, di località o di nazione. Esso vede la classe ed il suo movimento come una unità nel tempo e considera la classe come un’entità storica il cui movimento è dotato di una continuità riassumibile nella coscienza di interessi generali e globali; è predisposto a trarre le esperienze delle lotte proletarie, a valutarne limiti e debolezze, vittorie e sconfitte ed a selezionare su questa base metodi e strumenti di azione sempre più adatti al fine che esso si propone: la distruzione dello Stato borghese, la dittatura rivoluzionaria.

Abbiamo lasciata per ultima l’affermazione che questa capacità di considerare la classe nella sua unità di tempo e di spazio, e perciò di trarre le esperienze dalla lotta di classe, è data al partito dal maneggio di un’arma formidabile che è il prodotto del moderno sviluppo del pensiero scientifico: la teoria marxista considerata come l’unica in grado di spiegare i fenomeni sociali e gli avvenimenti storici. L’abbiamo lasciata per ultima in quanto vogliamo affermare che questa necessità di considerare le mille battaglie ed i mille episodi della lotta proletaria come unici nel tempo e nello spazio fu propria di tutti i tentativi del proletariato di organizzarsi in partito politico, anche quando esso non aveva a disposizione il marxismo. Non avendo a disposizione la teoria adeguata si fecero errori ed approssimazioni e si presero cantonate formidabili, ma non si perse mai la nozione che il partito proletario è quell’organo capace di considerare la classe nel suo insieme e nella sua globalità: la Prima Internazionale non fu marxista, ma fu una Internazionale, cioé cercò di rappresentare l’elemento unificante di tutte le sparse membra del proletariato e delle sue battaglie di ogni giorno al di là dello spazio e del tempo.

La classe proletaria ha dunque bisogno, per riuscire a muoversi come un unico esercito, di un organo che sia capace di trarre dalle lotte che essa intraprende ed ha intrapreso gli elementi unificanti, il loro comune denominatore di classe, al di là degli alti e bassi, al di là delle situazioni contingenti, al di là delle avanzate e delle ritirate. E questa capacità significa non solo conoscenza del nemico, del comportamento delle altre classi, delle variazioni storiche che si determinano; non significa soltanto esperienza di come la classe si muove, dei fattori che potenziano o deprimono il suo movimento, dei mezzi usati dall’avversario e di quelli che la classe deve adottare per vincere; significa anche e contemporaneamente selezione di quegli elementi della classe la cui combattività supera gli obiettivi ed i motivi contingenti e si esalta nell’organizzazione del partito; significa anche ricerca e valorizzazione, nel più limitato e parziale movimento degli operai, di quegli elementi che sono suscettibili di costituire l’anello di congiunzione e la base di future battaglie più ampie. 

L’AVVENTURISMO PICCOLO BORGHESE

Non discostiamo troppo dal nostro argomento se cerchiamo di svolgere un’altra distinzione, utile ad incrementare il sano disprezzo della classe operaia contro l’infinita miriade di gruppi e gruppetti che oggi osano richiamarsi alla rivoluzione, e lo possono fare soltanto perché la rivoluzione non c’é e la classe proletaria è disposta a che tutto si giochi sulla sua pelle apparentemente senza colpo ferire.

In mille nostri articoli abbiamo enunciato la tesi che non disprezziamo l’attaccamento che la classe operaia dimostra (purtroppo) verso i degeneri partiti opportunisti e rifiuta di attaccarsi al carro dei mille gruppuscoli studenteschi e debosciati. A nessuno sfugge del resto che in tutto il nostro lavoro noi trattiamo i partiti opportunisti come un nemico mortale, mentre irridiamo a questi gruppi senza capo né coda. Non chiamiamo “carnevale” le adunate oceaniche con cui il maledetto P.C. spagnolo schiera i proletari di Spagna sul fronte borghese, ma confermiamo il nostro sprezzante “Carnevale a Bologna”.

In questa nostra visione i gruppuscoli “sinistri” sono più spregevoli dello stesso P.C.I. e dei suoi confratelli, non più vicini a noi sul terreno della rivoluzione, ma mille miglia più lontani dalla nostra concezione della necessità del partito. Il P.C.I. è un partito, è il partito borghese in campo operaio, il partito che da cinquanta anni mantiene la classe operaia schierata sotto le bandiere della borghesia, ma è un partito.

Coloro invece i quali pretendono di scendere nell’arena della rivoluzione e lo fanno senza neanche darsi la pena di rappresentarsi la classe proletaria da un punto di vista unico e globale nel tempo e nello spazio, coloro che non avendo visto grandi scioperi proletari ed avendo visto quattro goliardate studentesche in Francia o in Italia presunsero di trovarsi di fronte ad una “nuova esperienza” che la faceva finita con il marxismo e cianciarono di “neocapitalismo”, di “nuovo ruolo” dello studentame, di “nuova fase” della rivoluzione, ecc., non sono un partito, neppure borghese, sono escrescenze schizofreniche della piccola borghesia.

Coloro che si innamorarono del “socialismo cubano” e poi di quello “cinese” ed inneggiarono a Fidel Castro o a Mao perché erano “caratteristici” senza darsi la pena di tentare neanche una sistemazione generale del fenomeno cinese o cubano; coloro che pretendono di dedurre una “esperienza rivoluzionaria” dalle quattro manifestazioni semipacifiche dello studentame italiano e propongono di fare a meno di Marx e di Lenin, perché dopo essi c’é stato, putacaso, “l’esperienza del ’68 francese e dell’autunno caldo italiano”; questi non sono un partito, sono avventurieri politici. Essi rinnovano in maniera spudorata il vecchio adagio bernsteiniano “il fine è nulla il movimento è tutto”, ma lo rinnovano alla maniera di Mussolini: niente storia, niente teoria, niente lezioni generali; l’azione è tutto, il successo è tutto.

E con questo miserabile bagaglio di elucubrazioni, di artifici, di verità che durano un giorno e che il giorno dopo non sono più vere pretenderebbero di rappresentare un “campo rivoluzionario” mentre negano nella sua essenza quello che della rivoluzione è l’organo fondamentale, il partito.

La classe operaia li rigetta e fa bene, anche se, purtroppo, nel marasma ci va a finire anche qualche operaio combattivo disgustato dall’opportunismo e dalle sue gesta: essa non ha bisogno di “carnevali”, ha bisogno del suo organo politico rivoluzionario. E il partito è il solo che può dare alle attuali generazioni di operai combattenti la spiegazione generale di tutto il campo della lotta sociale a livello mondiale e come esperienza dedotta da un secolo e passa di battaglie proletarie, l’unico che, di conseguenza, sia in grado di impostate il piano della battaglia futura che il proletariato a livello mondiale dovrà intraprendere per distruggere il dominio internazionale del capitale ed instaurare la sua, altrettanto internazionale, dittatura di classe.