[RG10] Basi di azione del partito nel campo delle lotte economiche proletarie Pt. 7
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LE NOSTRE CLASSICHE TESI
Per i proletari la questione della scelta dei metodi di azione significa scelta degli strumenti che si ritengono più idonei per la difesa delle proprie condizioni o per ottenere miglioramenti economici. Da questo punto di vista vale la legge del minimo sforzo, cioè le masse tendono a scegliere quei metodi che conducono o sembrano condurre al massimo risultato con il minimo dispendio di energie. Per le masse non esiste perciò una scala di valori dei metodi di lotta e non ha alcun senso l’affermazione che, ad esempio, uno sciopero con picchetti magari armati sia qualitativamente superiore ad una manifestazione pacifica o ad una semplice petizione. Bisogna sempre ricordare che ciò che spinge le masse all’azione sono i bisogni materiali e non le idee, e perciò esse giudicano in base ai risultati e non in base a considerazioni estetiche o astratte.
Persino la spinta a prendere le armi e a porre la questione del potere non appare al proletariato qualitativamente diversa dallo sciopero economico: questa decisione viene presa per necessità quando tutti gli altri metodi si mostrano praticamente inadeguati.
In questo senso non esistono canoni formali validi per ogni situazione e per ogni categoria di lavoratori e, per poter dare in ogni situazione le giuste direttive pratiche, è necessario che il Partito, oltre a mantenere la rotta già tracciata, studi attentamente i casi concreti.
Il Partito Comunista invece, essendo un organo che racchiude in sé l’esperienza delle lotte passate e la capacità di prevedere il futuro sviluppo della lotta di classe, sa che la scelta dell’uno o dell’altro metodo di azione non è indifferente né ai fini del risultato immediato della lotta né al suo sbocco finale. La superiorità del nostro indirizzo sta nel fatto che noi sappiamo che il capitalismo non è in grado di assicurare condizioni di vita umane al proletariato e che la lotta in difesa del pane conduce allo scontro con l’apparato statale capitalistico perché solo con l’abbattimento di questo apparato si avrà la fine dello sfruttamento e dei privilegi di classe.
Per questo il Partito rappresenta la coscienza storica della classe, perché esso conosce la strada giusta per la sua emancipazione. Tutto il nostro patrimonio teorico consiste nella descrizione di questo cammino e dei mezzi per non smarrire la rotta che, con l’accumularsi delle esperienze, viene sempre più studiata e precisata.
Questo venne espresso chiaramente nel Manifesto del 1848:
«Gli enunciati teorici dei comunisti non poggiano affatto sopra idee o principi, che questo o quello fra i rinnovatori dei mondo abbia escogitati e scoverti. Quegli enunciati sono soltanto la espressione generalizzata delle condizioni di fatto di una lotta di classi che realmente esiste, ossia di un movimento storico che si svolge sotto ai nostri occhi».
Perciò il Partito, che conosce il movimento reale e prevede gli sviluppi futuri, che sa che i movimenti delle masse sono dominati dalla necessità, non fa derivare le sue direttive pratiche di azione da considerazioni morali o astratte, ma da un attento esame delle situazioni. I comunisti non si distinguono perché sempre e comunque chiamano alla mobilitazione generale dei proletariato o alla insurrezione, ma perché dimostrano sempre agli operai che lo sbocco finale della lotta dovrà essere l’abbattimento del capitalismo.
Questo non è in contraddizione con il fatto che si appoggino azioni e rivendicazioni limitate anche ad una sola azienda, o che in date situazioni si dia l’ordine di ritirata. L’opera degli organi sindacali del Partito non consiste nel contrapporre le azioni generali alle azioni parziali o gli scopi finali alle rivendicazioni immediate, ma nel dimostrare come questi siano collegati, cioè come la lotta di una fabbrica o categoria riesca meglio se è condotta assieme alle altre fabbriche o categorie e come tutte le conquiste siano sempre effimere finché la classe operaia non avrà tolto i mezzi di produzione dalle mani dei capitalisti.
Nella scelta dei mezzi di azione il Partito indica alle masse quelli che stanno sul cammino che porta alla Rivoluzione, mentre tutte le altre formazioni politiche indicano alle masse metodi che le indeboliscono, le demoralizzano, le distolgono da questo cammino. Mentre tutti gli altri partiti o negano o cercano di utilizzare la lotta economica degli operai per i loro fini politici (es. per la conquista di una poltrona governativa), gli scopi finali del Partito Comunista, organo della classe operaia, coincidono con la difesa delle condizioni operaie. Perciò il Partito ha interesse che la lotta economica sia spinta al massimo grado, e nel corso di questa lotta si sforza di far prevalere sempre gli interessi generali della classe su quelli particolari, di dimostrare come tutte le conquiste sono effimere finché non sarà abolito il regime del lavoro salariato, e che solo con i metodi comunisti si può condurre efficacemente anche la lotta più limitata.
Al punto I delle Tesi di Roma (marzo 1922), si dice:
«Il Partito Comunista, partito politico della classe proletaria, si presenta nella sua azione come una collettività operante con indirizzo unitario. I moventi iniziali per i quali gli elementi e i gruppi di questa collettività sono condotti a inquadrarsi in un organismo di azione unitaria sono gli interessi immediati di gruppi della classe lavoratrice suscitati dalle loro condizioni economiche. Carattere essenziale della funzione del Partito comunista è l’impiego delle energie così inquadrate per il conseguimento di obiettivi che, per essere comuni a tutta la classe lavoratrice e situati al termine di tutta la serie delle sue lotte, superano attraverso la integrazione di essi gli interessi dei singoli gruppi e i postulati immediati e contingenti che la classe lavoratrice si può porre».
Al punto 8 viene chiarito come il Partito si rafforza nel corso delle lotte operaie:
«Presentando il massimo di continuità nel sostenere un programma e nella vita della gerarchia dirigente (al di sopra delle sostituzioni personali di capi infedeli e logorati) il partito presenta anche il massimo di efficace ed utile lavoro nel guadagnare il proletariato alla causa rivoluzionaria. Non si tratta qui semplicemente di un effetto di ordine didattico sulle masse e tanto meno della velleità di esibire un partito intrinsecamente puro e perfetto, ma proprio del massimo rendimento nel processo reale per cui, come meglio si vedrà innanzi, attraverso il sistematico lavoro di propaganda, di proselitismo e soprattutto di attiva partecipazione alle lotte sociali, si effettua lo spostamento dell’azione di un sempre maggior numero di lavoratori dal terreno degli interessi parziali e immediati a quello organico e unitario della lotta per la rivoluzione comunista, poiché solo quando una simile continuità esiste è possibile non solo vincere le esitanti diffidenze del proletariato verso il Partito, ma incanalare e inquadrare rapidamente e efficacemente le nuove energie acquisite nel pensiero come nell’azione comune, creando quella unità di movimento che è condizione rivoluzionaria indispensabile».
Il partito quindi
«trasporta una avanguardia del proletariato dal terreno dei moti spontanei parziali suscitati dagli interessi dei gruppi su quello dell’azione proletaria generale, ma non vi giunge con la negazione di quei moti elementari, bensì consegue la loro integrazione e il loro superamento attraverso la viva esperienza, con l’incitarne la effettuazione, col prendervi parte attiva, col seguirli attentamente in tutto il loro sviluppo» (punto 11).
Il Partito aveva allora influenza su una notevole parte del proletariato, e tuttavia non promosse mai azioni degli operai comunisti o influenzati dal partito, separate dalla restante massa dei proletariato.
«Considerando suo massimo interesse l’evitare le scissioni dei sindacati e degli altri organi economici, fino a quando la dirigenza ne resterà nelle mani di altri partiti e correnti politiche, il partito comunista non disporrà che i suoi membri si regolino nel campo della esecuzione dei movimenti diretti da tali organismi in contrasto con le disposizioni di essi per quanto riguarda l’azione, pur svolgendo la più aperta critica dell’azione stessa e dell’opera dei capi» (punto 14).
Uno dei presupposti indispensabili dell’azione rivoluzionaria è che l’esercito proletario sia unito; perciò il partito si è sempre sforzato, allora come oggi, di salvaguardare l’unità proletaria, combattendo tutte le tendenze che, anche come reazione al tradimento dei bonzi sindacali, portano alla divisione e alla frammentazione di masse proletarie.
Il partito comunista non è l’unico partito che si richiama al proletariato; perciò in seno alle organizzazioni di classe degli operai il nostro indirizzo si dovrà sempre scontrare con indirizzi contrari che, fino alla vigilia della rivoluzione, saranno sempre prevalenti. Nella maggior parte dei casi dobbiamo perciò subire l’iniziativa degli avversari, non essendo in grado, non solo di dare direttive pratiche esclusive, ma nemmeno di contrapporre alle parole d’ordine dei bonzi sindacali parole d’ordine alternative: gli operai non ci seguirebbero o ci seguirebbero in minima parte, ne risulterebbe una demoralizzazione e si romperebbe il fronte di lotta. Nemmeno nel 1922 il partito era talmente forte da poter scegliere il terreno e il momento dell’azione; perciò nelle Tesi di Roma viene accuratamente studiato il problema dei comportamento degli organi sindacali del partito di fronte ad azioni proletarie condotte dai nostri avversari:
«(…) I comunisti partecipano alle lotte anche negli organismi proletari economici diretti da socialisti, sindacalisti o anarchici, non si rifiuteranno di seguirne l’azione, se non quando l’insieme della massa per spontaneo movimento vi si ribellasse, ma dimostreranno come questa azione ad un dato punto del suo sviluppo viene resa impotente o utopistica a causa dell’errato metodo dei capi, mentre col metodo comunista si sarebbero conseguiti risultati migliori e utili ai fini del movimento generale rivoluzionario. Nella polemica i comunisti distingueranno sempre tra capi e masse, lasciando ai primi la responsabilità degli errori e delle colpe, e non tralasceranno di denunciare altrettanto vigorosamente l’opera di quei dirigenti che pur con sincero sentimento rivoluzionario propugnano una tattica pericolosa ed erronea» (punto 19).
«Se è scopo essenziale per il partito comunista il guadagnare terreno in mezzo al proletariato accrescendo i suoi effettivi e la sua influenza a scapito dei partiti e correnti proletarie dissidenti, questo scopo deve essere raggiunto partecipando alla realtà della lotta proletaria su un terreno che può essere contemporaneamente di azione comune e di reciproco contrasto, a condizione di non compromettere mai la fisionomia programmatica ed organizzativa del partito» (punto 20).
«Dall’esame della situazione si deve trarre un giudizio sulle forze del partito e sui rapporti tra queste e quelle dei movimenti avversari. Soprattutto bisogna preoccuparsi di giudicare l’ampiezza dello strato del proletariato che seguirebbe il partito quando questo intraprendesse un’azione e ingaggiasse una lotta. Si tratta di formarsi una esatta nozione degli influssi e delle spinte spontanee che la situazione economica determina in seno alle masse, e della possibilità di sviluppo di queste spinte per effetto delle iniziative del partito comunista e dell’atteggiamento degli altri partiti» (punto 27).
L’influenza dei partiti opportunisti nel proletariato è dovuta anche al fatto che essi agitano questioni che sono sentite dalle masse sfruttate perché corrispondono ai loro reali bisogni (es. la casa per gli operai); o meglio: questi partiti, per mantenere influenza nel proletariato, sono costretti a prendere in mano, a parole, alcune rivendicazioni corrispondenti ai bisogni dei lavoratori. Essi però lo fanno sempre in maniera distorta, subordinando il raggiungimento di questi obiettivi al mantenimento dell’ordine sociale, spargendo l’illusione che si possano raggiungere e mantenere senza abbattere il capitalismo e proponendo forme di azione inefficaci che portano a indebolire anziché a rafforzare la lotta. Perciò il partito deve in questi casi non negare le rivendicazioni in sé (in quanto gli altri partiti sono stati costretti ad agitarle), ma spingere a fondo il più possibile la lotta, dimostrando che solo i comunisti sanno condurla:
«D’altra parte il partito comunista non trascurerà il fatto innegabile che i postulati su cui il blocco di sinistra impernia la sua agitazione attirano l’interesse delle masse e, nella loro formulazione, spesso corrispondono alle reali loro esigenze. Il partito comunista non sosterrà la tesi superficiale del rifiuto di tali concessioni, perché solo la finale e totale conquista rivoluzionaria meriti i sacrifici dei proletariato, in quanto non avrebbe nessun senso il proclamare questo con l’effetto che il proletariato passerebbe senz’altro al seguito dei democratici e socialdemocratici restando ad essi infeudato. Il partito comunista inviterà dunque i lavoratori ad accettare le concessioni della sinistra come una esperienza, sull’esito della quale esso porrà bene in chiaro con la sua propaganda tutte le sue previsioni pessimistiche, e la necessità che il proletariato, per non uscire rovinato da questa ipotesi, non metta come posta in gioco la sua dipendenza di organizzazione e di influenza politica. Il partito comunista solleciterà le masse ad esigere dai partiti della socialdemocrazia, che garantiscono della possibilità di realizzazione delle promesse della sinistra borghese, il mantenimento dei loro impegni, e con la sua critica di tali esperienze dimostrando come tutta la borghesia sia in effetti schierata su di un fronte unico e quei partiti che si dicono operai, ma sostengono la coalizione con parte di essa, non sono che i suoi complici e i suoi agenti» (punto 35).
«Le rivendicazioni affacciate dai partiti di sinistra e specie dai socialdemocratici sono spesso di tal natura che è utile sollecitare il proletariato a muoversi direttamente per conseguirle; in quanto se la lotta fosse ingaggiata risalterebbe subito la insufficienza dei mezzi coi quali i socialdemocratici si propongono di arrivare a un programma di benefici per il proletariato. Il partito comunista agiterà allora, sottolineandoli e precisandoli, quegli stessi postulati, come bandiera di lotta di tutto il proletariato, spingendo questo avanti per forzare i partiti che ne parlano solo per opportunismo a ingaggiarsi e impegnarsi sulla via della conquista di essi. Sia che si tratti di richieste economiche, sia anche che esse rivestano carattere politico, il partito comunista le proporrà come obiettivi di una coalizione degli organismi sindacali (…) Il fronte unico sindacale così inteso offre la possibilità di azioni di insieme di tutta la classe lavoratrice dalle quali non potrà che uscire vittorioso il metodo comunista, il solo suscettibile di dare un contenuto al movimento unitario del proletariato, e libero da ogni corresponsabilità con l’opera dei partiti che esibiscono per opportunismo e con intenti controrivoluzionari il loro appoggio verbale alla causa dei proletariato» (punto 36).
«Abbiamo considerato il caso in cui l’attenzione delle masse sia richiamata dai postulati che i partiti della sinistra borghese e della socialdemocrazia formulano come caposaldi da conquistare o da difendere, e in cui il partito comunista li propone a sua volta, con maggiore chiarezza ed energia, al tempo stesso che fa aperta critica della insufficienza dei mezzi da altri proposti per realizzarli. In altri casi però immediate e urgenti esigenze della classe lavoratrice, sia di carattere di conquista che di difesa, trovano indifferenti i partiti di sinistra e i partiti socialdemocratici. Non disponendo di forze sufficienti per chiamare direttamente le masse a quelle conquiste, a causa dell’influenza dei socialdemocratici su di esse, il partito comunista, evitando di offrire un’alleanza ai socialdemocratici, anzi proclamando che essi tradiscono persino gli interessi contingenti e immediati dei lavoratori, formulerà quei postulati di lotta proletaria invocando il fronte unico del proletariato, realizzato sul terreno sindacale, per la loro realizzazione. La effettuazione di questo troverà al loro posto i comunisti che militano nei sindacati, ma d’altra parte lascerà al partito la possibilità di intervenire quando la lotta prendesse un altro sviluppo, contro cui inevitabilmente si schiererebbero i socialdemocratici e talvolta i sindacalisti ed anarchici. Invece il rifiuto degli altri partiti proletari a effettuare il fronte unico sindacale per quei postulati sarà utilizzato dal partito comunista per abbattere la loro influenza, non solo con la critica e la propaganda che dimostrino come si tratti di una vera complicità con la borghesia, ma soprattutto col partecipare in prima linea a quelle azioni parziali del proletariato che la situazione non mancherà di suscitare sulla base di quei caposaldi per cui il partito aveva proposto il fronte unico sindacale di tutte le organizzazioni locali e di tutte le categorie, traendo da questo la dimostrazione concreta che i dirigenti socialdemocratici, opponendosi alla estensione delle azioni, ne preparano la sconfitta. Naturalmente il partito comunista non si limiterà a questa opera di rovesciamento sugli altri delle responsabilità di una tattica errata, ma con estrema sagacia e stretta disciplina studierà se non giunga il momento di passare sopra alle resistenze dei controrivoluzionari, quando nello svolgersi dell’azione si determini una situazione tale in seno alle masse che esse seguirebbero, contro ogni resistenza, un appello all’azione del partito comunista. Una simile iniziativa non può essere che centrale e mai è ammissibile che sia presa localmente da organismi del partito comunista o sindacati controllati dai comunisti» (punto 40).
«Non sempre un movimento generale iniziato dal partito comunista per il tentativo di rovesciare il potere borghese potrà essere annunciato con questo aperto obiettivo. La parola d’ordine di ingaggiare la lotta potrà, salvo caso di eccezionale precipitare di situazioni rivoluzionarie che sommuovano il proletariato, riferirsi a caposaldi che non sono ancora la conquista del potere proletario, ma che in parte sono realizzabili solo attraverso questa suprema vittoria, benché le masse non li vedano che come esigenze immediate e vitali, e in parte limitata, in quanto siano realizzabili da parte di un governo che non sia ancora quello della dittatura proletaria, lasciano la possibilità di fermare l’azione a un certo punto che conservi intatto il grado di organizzazione e di combattività delle masse, quando appaia impossibile continuare la lotta fino alla fine senza compromettere, con l’esito, le condizioni di riprenderla efficacemente in situazioni ulteriori» (punto 42).
«Neppure è da escludersi che il partito comunista trovi opportuno lanciare direttamente la parola d’ordine di una azione pur sapendo che non si tratta di giungere fino alla suprema conquista rivoluzionaria, ma solo di condurre una battaglia da cui l’avversario esca scosso nel suo prestigio e nella sua organizzazione e il proletariato materialmente e moralmente rafforzato. In tal caso il partito chiamerà le masse alla lotta formulando una serie di obiettivi che potranno essere quelli stessi da raggiungere o apparire più limitati di quelli che il partito si propone di realizzare nel caso che la lotta si svolga con successo. Tali obiettivi, soprattutto nel piano d’azione del partito, dovranno essere gradualmente collocati in modo che la conquista di ognuno di essi costituisca una posizione di possibile rafforzamento per una sosta verso lotte successive, evitando, per quanto più è possibile, la tattica disperata di lanciarsi nella lotta in condizioni tali che solo il trionfo supremo della rivoluzione costituisca la probabilità favorevole, mentre nel caso opposto vi è la certezza della disfatta e della dispersione delle forze proletarie per un periodo imprevedibile. Gli obiettivi parziali sono dunque indispensabili per conservare il sicuro controllo dell’azione, e la loro formulazione non è in contrasto con la critica del loro stesso contenuto economico e sociale in quanto le masse potrebbero accoglierli non come occasioni di lotta che sono un mezzo e un avviamento alla vittoria finale, ma come finalità di valore intrinseco sulle quali si possa soffermarsi dopo averle conquistate. Naturalmente è sempre un delicato e tremendo problema il fissare questi scopi e termini dell’azione, è nella esercitazione della sua esperienza e nella selezione dei suoi capi che il partito si tempra a questa suprema responsabilità» (punto 43).
Infine le tesi così concludono:
«Tutta la tattica del partito comunista non è dettata da preconcetti teorici o da preoccupazioni etiche ed estetiche, ma solo dalla reale proporzione dei mezzi al fine ed alla realtà del processo storico, in quella sintesi dialettica di dottrina e di azione che è il patrimonio di un movimento destinato ad essere il protagonista del più vasto rinnovamento sociale, il condottiero della più grande guerra rivoluzionaria».
Dalle Tesi risulta chiaro che il partito, nel campo delle lotte proletarie non ha mai assunto un atteggiamento scissionista, anche se queste erano (come nella maggior parte dei casi) dirette da altri partiti e anche se la formulazione delle rivendicazioni e la scelta dei mezzi non corrispondeva alle nostre finalità.
Significa forse questo che il partito subisce le direttive degli opportunisti? No! Come è ben spiegato nelle tesi, la disciplina nell’azione, il marciare compatto di tutta la classe operaia, con i comunisti in prima fila, si accompagna alla più feroce critica dei capi sindacali e del modo con cui essi conducono l’azione.
Alla base di questo atteggiamento, che ad un idealista o ad un religioso apparirebbe contraddittorio, sta la considerazione per noi ovvia che, come è detto nelle Tesi, gli opportunisti proclamano delle agitazioni sulla base dei reali bisogni delle masse al solo scopo di mantenere la loro influenza in esse e non intendono affatto mettere in pratica nemmeno le parole d’ordine da essi formulate. Da questo noi deduciamo che sono i bonzi a subire la pressione delle masse proletarie e che il miglior modo di dimostrare che sono dei traditori è quello di spingere a fondo le lotte da essi stessi proclamate, con formulazioni che travisano o nascondono le reali esigenze proletarie.
Un’altra considerazione della massima importanza è che, mentre tutti gli altri partiti tendono a dividere la classe, anteponendo sempre i loro interessi particolari di chiesa o di bottega, il partito comunista ha interesse a far sì che la classe operaia marci sempre e in ogni circostanza unita, perché questa è una delle condizioni indispensabili affinché la lotta rivoluzionaria riesca vittoriosa. Nel 1921 i comunisti si separarono dai riformisti e fondarono il Partito Comunista d’Italia; ma gli operai diretti dai comunisti non si separarono affatto dalla massa del proletariato; ciò fu fatto invece in Germania dal KPD e fu un errore fatale che portò alla sconfitta della rivoluzione e alla distruzione del partito.
Perciò il partito mira in ogni caso a salvaguardare questa unità: anche se momentaneamente le masse proletarie vengono portate sulla strada del riformismo, dell’azione legalitaria, ecc., devono marciare unite: in questo modo esse imparano e si addestrano per quando finalmente imboccheranno la rotta giusta. Deve essere compenetrata in ogni operaio l’idea che ci si muove come un sol uomo.
Gli opportunisti invece fanno di tutto perché dalle azioni che essi stessi sono costretti a proclamare derivi una demoralizzazione e per gli operai una sfiducia nelle proprie forze e cercano in tutti i modi di far dimenticare loro la necessità di marciare uniti. Perciò non sarebbe affatto favorevole per il futuro sviluppo della lotta di classe che, magari come reazione in buona fede al tradimento dei bonzi sindacali, si manifestasse nel proletariato una tendenza al frazionismo, al prolificare di gruppi e gruppetti chiusi e separati, anche se combattivi o addirittura “rivoluzionari”.
I comunisti quindi non rompono mai una azione di lotta proletaria, ma spingono a fondo la lotta, denunciano le motivazioni fasulle che i bonzi vi appiccicano sopra e cercano ove sia possibile di andare oltre le direttive da essi impartite.
Notiamo che nelle Tesi viene presa in considerazione la possibilità che i comunisti si rifiutino di seguire una azione indetta da dirigenti sindacali socialisti o anarchici, unicamente nel caso in cui «l’insieme della massa per spontaneo movimento vi si ribellasse». In altre parole i lavoratori comunisti non si separano mai nell’azione dalla massa del proletariato. Ciò non è in contraddizione con il fatto che si denunci al proletariato la inadeguatezza o la pericolosità di determinati metodi di azione o la illusorietà di determinate rivendicazioni.