[RG10] Basi di azione del partito nel campo delle lotte economiche proletarie Pt. 8
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POSIZIONE ASSUNTA DAL PARTITO DI FRONTE ALLA OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE NEL 1920
Nel 1920, in diverse regioni italiane (Piemonte, Liguria, Campania) gli operai iniziarono a occupare gli stabilimenti, prendendone di fatto possesso e preparandosi a difenderli con le armi. Il partito (allora Frazione Astensionista all’interno del PSI) ravvisò in questa azione molti pericoli; primo fra tutti quello della dispersione delle forze e della illusione che si potesse sconfiggere la borghesia senza colpire al cuore il suo Stato centrale. Tuttavia, pur mettendo in guardia il proletariato contro questi errori, che poi purtroppo si mostrarono fatali, il partito non negò l’azione, ma ne mise anzi in risalto il suo significato positivo: il proletariato, in una situazione di recessione economica, si rendeva conto che solo strappando i mezzi di produzione dalle mani dei capitalisti avrebbe potuto difendere le proprie condizioni materiali, e perciò si poneva la questione del potere. Il partito cioè non assunse una posizione dottrinaria; gli operai comunisti furono in prima fila anche nella occupazione delle fabbriche. Riportiamo a questo proposito l’articolo “Prendere la fabbrica o prendere il potere?”, apparso su “Il Soviet” del 22 febbraio 1920:
«Nelle agitazioni operaie degli ultimi giorni in Liguria si è verificato un fenomeno che da un poco di tempo si ripete con qualche frequenza e che merita di essere osservato come sintomo di uno speciale stato di spirito delle masse lavoratrici. Gli operai, anziché abbandonare il lavoro, si sono, per così dire, impadroniti degli stabilimenti, ed hanno cercato di farli funzionare per proprio conto, o meglio senza la presenza dei dirigenti principali. Questo vuol dire, prima di tutto, che gli operai si accorgono che lo sciopero è un’arma che non risponde più tanto, specialmente in certe condizioni. Lo sciopero economico attraverso il danno immediato dell’operaio stesso esercita la sua utile azione difensiva per il lavoratore a causa del danno che la cessazione del lavoro arreca all’industriale, per il fatto di diminuire il prodotto del lavoro che a lui appartiene. Ciò in condizioni normali dell’economia capitalistica, quando la concorrenza con relativo ribasso dei prezzi obbliga ad un continuo accrescimento della produzione stessa. Oggi i pescicani delle industrie, specie di quella metallurgica, escono da un periodo eccezionale durante il quale hanno realizzato guadagni enormi col minimo fastidio. Durante la guerra lo Stato forniva loro materie prime e carbone ed era contemporaneamente l’unico e sicuro compratore; lo Stato stesso, con la militarizzazione degli stabilimenti, provvedeva alla rigorosa disciplina delle masse operaie. Quali condizioni più favorevoli per un comodo esercizio? Questa gente ora non è più disposta ad affrontare tutte le difficoltà provenienti dalla scarsezza del carbone e delle materie prime, dall’instabilità dei mercato, dalle irrequietezze delle masse operaie; specialmente non è disposta a contentarsi di guadagni modesti nelle proporzioni che realizzava ordinariamente prima della guerra, e forse anzi in proporzioni minori. Essa quindi non si occupa degli scioperi, anzi se ne compiace, pur protestando a parole contro l’incontentabilità eccessiva e le pretese assurde degli operai. Ciò questi ultimi hanno compreso, e con la loro azione di impossessarsi della fabbrica e continuare a lavorare anziché scioperare vogliono significare che non è che non vogliono lavorare, ma che non vogliono lavorare come dicono i padroni, Essi non vogliono più lavorare per conto loro, non vogliono più essere sfruttati, vogliono lavorare per proprio conto ossia nell’interesse solo delle maestranze.
«Questo stato d’animo, che si va facendo sempre più preciso, deve essere tenuto in massimo conto; soltanto non vorremmo che fosse fuorviato da false valutazioni. Si è detto che, dove esistevano i consigli di fabbrica, questi hanno funzionato assumendo la direzione degli opifici e facendo proseguire il lavoro. Noi non vorremmo che dovesse entrare nelle masse operaie la convinzione che sviluppando l’istituzione dei consigli sia possibile senz’altro impadronirsi delle fabbriche ed eliminare i capitalisti. Questa sarebbe la più dannosa delle illusioni. La fabbrica sarà conquistata dalla classe lavoratrice – e non solo dalla rispettiva maestranza, che sarebbe troppo lieve cosa e non comunista – soltanto dopo che la classe lavoratrice tutta si sarà impadronita del potere politico. Senza questa conquista, a dissipare ogni illusione ci penseranno le guardie regie, i carabinieri, ecc., cioè il meccanismo di oppressione e di forza di cui dispone la borghesia, il suo apparecchio politico di potere.
«Questi vani e continui conati della massa lavoratrice che si vanno quotidianamente esaurendo in piccoli sforzi debbono essere incanalati, fusi, organizzati in un grande, unico, complessivo sforzo che miri direttamente a colpire al cuore la borghesia nemica. Questa funzione può solo e deve esercitare un partito comunista, il quale non ha e non deve avere altro compito, in questa ora, che quello di rivolgere tutte le sue attività a rendere sempre più coscienti le masse lavoratrici della necessità di questa grande azione politica, che è la sola via maestra per la quale assai più direttamente giungeranno al possesso di quella fabbrica che invano, procedendo diversamente, si sforzeranno di conquistare».
LO SCIOPERO DEL LUGLIO 1922 PROCLAMATO DALL’ALLEANZA DEL LAVORO
L’Alleanza del Lavoro era una coalizione di organismi sindacali, la cui costituzione venne promossa dagli organi sindacali dei partito. La sua direzione era in mano riformista e tuttavia l’essere arrivati ad una coalizione del genere fu un successo della tattica comunista. Non potendo più sostenere la pressione delle masse proletarie, la direzione riformista dell’Alleanza fu costretta a decidere lo sciopero generale nel luglio 1922. Lo fece però in modo tale che l’azione fallisse o fosse il più debole possibile: la decisione fu quasi improvvisa, senza preparazione e venne dopo che fino al giorno innanzi si era sostenuto la inopportunità dello sciopero; l’inizio dello sciopero non venne fatto coincidere con nessun fatto particolare che ravvivasse la combattività proletaria; la data dello sciopero, che doveva rimanere segreta, venne rivelata da un giornale riformista permettendo all’apparato statale di approntare le sue misure. Inoltre non fu preparata nessuna rete di collegamento per trasmettere gli ordini al proletariato organizzato.
Ci trovavamo ancora una volta a dover combattere in un terreno scelto dagli avversari più forti di noi e in condizioni sfavorevoli. Il partito non solo non diede la parola del sabotaggio ma mise a disposizione dell’Alleanza del Lavoro la sua rete sindacale, l’unica efficiente, per trasmettere l’ordine di sciopero e fu attraverso la nostra rete sindacale che lo sciopero – non proclamato da noi – fu condotto. Quando dopo due giorni l’azione rientrò per il tradimento dei riformisti e degli anarchici, anche gli organi sindacali del partito diedero l’ordine di ritirata in modo che anche la fine dell’azione avvenisse a ranghi serrati e non si trasformasse in una completa disfatta.
Potevamo forse agire diversamente? È fin troppo ovvio che se, dopo aver agitato di fronte alle masse la parola d’ordine dello sciopero generale, ci fossimo tirati indietro perché giudicavamo il momento non propizio, il partito si sarebbe irrimediabilmente compromesso agli occhi del proletariato; dovevamo perciò gettarci con tutte le nostre forze nell’azione, pur prevedendo che questa non sarebbe riuscita. Riformisti ed anarchici sabotarono invece lo sciopero, ma persero definitivamente la loro influenza sul proletariato italiano.
LO SCIOPERO ALLA O.M. DI BRESCIA
Questo sciopero era stato proclamato dai sindacati fascisti per rivendicazioni economiche. Il partito non diede l’ordine del sabotaggio, gli operai comunisti parteciparono allo sciopero e riuscirono a prenderne in mano la direzione.
Seguivano forse i nostri compagni in quel momento le direttive dei sindacalisti fascisti? Niente affatto: le rivendicazioni alla base dello sciopero erano sentite dalla maggioranza degli operai ed essi avrebbero seguito chiunque le avesse enunciate e avesse dimostrato sufficiente forza per sostenerle. I sindacati fascisti si trovarono costretti alla proclamazione dello sciopero per conservare la loro influenza e per evitare che lo facesse “qualcun altro”. Noi però sapevamo che non sarebbero arrivati fino in fondo e che ad un dato momento avrebbero svicolato tradendo le loro stesse affermazioni. Fummo perciò ad un certo punto in grado di prendere in mano la direzione dello sciopero; ma se non avessimo accompagnato gli operai nell’azione sin dall’inizio, non avremmo neppure potuto tentare di farlo.
Non si trattava quindi di aderire alle direttive dei sindacalisti fascisti (che per noi era un falso problema dato che in realtà lo sciopero era per così dire “proclamato” dai bisogni dei lavoratori), ma di stare a fianco degli operai quando questi si muovevano; e ciò non era in contraddizione con la direttiva che il partito dava di sabotaggio dei sindacati fascisti. Il miglior modo di sabotare i sindacati fascisti era anzi quello di dimostrare agli operai la loro demagogia, e questo si poteva fare solo gettandosi nell’azione.
Nelle nostre Tesi di Lione (1926) viene denunciato l’atteggiamento della centrale del partito, in mano al gruppo ordinovista, che non seppe sfruttare la combattività operaia e deluse le aspettative dei proletariato lanciandosi nella sterile opposizione aventiniana.
«Un altro grave errore è stato commesso nello sciopero metallurgico del marzo 1925. La Centrale non comprese come la delusione proletaria nei riguardi dell’Aventino lasciava prevedere un impulso generale alle azioni classiste sotto forma di un’ondata di scioperi, mentre se lo avesse fatto, si sarebbe potuto, come si trascinò la FIOM ad intervenire nello sciopero iniziato dai fascisti, spingerla decisamente oltre, fino allo sciopero nazionale, attraverso la costituzione di un comitato di agitazione metallurgico poggiato sulle organizzazioni locali dispostissime allo sciopero in tutto il paese.
«L’indirizzo sindacale della Centrale non corrispose chiaramente alla parola della unità sindacale nella confederazione, anche malgrado il disfacimento organizzativo di questa. Le direttive sindacali del partito risentirono di errori ordinovisti a proposito dell’azione nelle fabbriche, nelle quali non solo si crearono o si proposero organismi molteplici e contraddittori, ma spesse volte si dettero parole che svalutavano il sindacato e la concezione della sua necessità come organo di lotta proletaria.
«Fu conseguenza di questo errore il disgraziato concordato della FIAT, come il non chiaro indirizzo nelle elezioni di fabbrica, in cui non si impostò giustamente, ossia sul terreno del sindacato, il criterio di scelta tra la tattica delle liste classiste e quella della lista di partito».
LA SITUAZIONE ATTUALE
Se in questo lavoro abbiamo cominciato col citare i testi classici di partito, non è certo per “cavarcela in modo facile”, di fronte a un problema pratico, con delle semplici citazioni o affermazioni di carattere generale, né per cercare “pezze d’appoggio” all’indirizzo pratico del piccolo partito attuale.
Si tratta invece dello sforzo che il Partito deve sempre fare di non debordare dalla linea già tracciata dalla Sinistra Comunista e della ricerca nelle grandi ed esaltanti lotte passate degli insegnamenti utili per proseguire sulla strada giusta anche nella misera realtà di oggi.
Venendo appunto dalle gloriose lotte del passato alle scarse e debolissime lotte attuali, la situazione è cambiata sia in senso quantitativo che qualitativo.
La CGIL del 1921 era un sindacato di classe diretto da agenti della borghesia. Gli operai nel primo dopoguerra vi affluivano in massa, costringendo i dirigenti della confederazione – non meno traditori di quelli attuali – alla proclamazione di grandi scioperi. Il Partito, organizzato all’interno con la Frazione Comunista, ne tentava la conquista “pacifica”, utilizzando i meccanismi organizzativi interni (che erano di carattere schiettamente operaio) e proclamava la necessità della disciplina agli organi direttivi i quali un giorno sarebbero potuti passare nelle nostre mani.
La CGIL attuale, nata nel secondo dopoguerra non da uno spontaneo movimento proletario ma per iniziativa dei partiti opportunisti e dello Stato borghese, non è, come abbiamo sempre detto, un sindacato di classe, ma un sindacato tricolore e perciò il partito ne ha sempre esclusa la conquista per via pacifica, attraverso le strutture interne. Se nella CGIL del 1921 si trattava soltanto di cacciare i capi traditori, qui si tratta di far saltare tutta la struttura, che è una struttura completamente antioperaia. Perciò il partito ha sempre proclamato la necessità della indisciplina nei confronti delle dirigenze sindacali e della struttura che esse hanno messo in piedi.
In numerosi lavori di partito abbiamo spiegato le ragioni per le quali ravvisammo però una differenza tra le organizzazioni apertamente padronali come CISL, UIL e sindacati autonomi e la CGIL, che raccolse sempre – sotto una insegna “rossa” e in nome di una tradizione ogni giorno usurpata e tradita – la parte più combattiva del proletariato italiano.
Gli operai italiani in questa sigla videro il sindacato rosso e nel nome di questa sigla si mostrarono disposti a lottare e in molti casi anche a farsi licenziare, bastonare, ammazzare.
Fu questo stato d’animo del proletariato italiano, segno che la tradizione rossa non si era ancora spenta, che – pur ribadendo sempre la necessità della rinascita del sindacato di classe – ci portò a non escludere la possibilità di una riconquista “a legnate” della CGIL ad una direzione classista. Questa riconquista, naturalmente non avrebbe potuto essere graduale, ma sarebbe stata possibile solo sull’onda di un potente movimento proletario. Per questo fummo sempre strenui difensori della tradizione rossa che gli operai, nonostante tutto, vedevano nella sigla CGIL e che i bonzi cercavano ogni giorno di strapparsi di dosso. Perciò agitammo la parola d’ordine contro la unificazione sindacale con CISL e UIL e cercammo di organizzare la opposizione dei proletari alla introduzione del metodo di iscrizione per delega, tutti passi che portavano alla perdita di quelle tenui caratteristiche di classe che la CGIL conservava e a un suo chiudersi sempre maggiore agli operai combattivi. Ponemmo anche un termine oltre il quale avremmo considerata ormai definitiva la trasformazione della CGIL in organo dello Stato, e quindi esaurita ogni possibilità di riconquista anche “a legnate”, cioè quando fosse stata attuata l’unione organica con CISL e UIL.
Nel fatto che ogni tanto la CGIL sventolasse la bandiera rossa, al solo scopo di fregare gli operai, noi vedemmo sempre un elemento positivo: per fregare gli operai italiani bisognava appunto sventolare la bandiera rossa; ovvero: gli operai italiani si lasciavano ancora commuovere dalla bandiera rossa. Cercammo perciò di valorizzare questo elemento positivo, di metterlo in risalto, di fare in modo che questo focherello rimasto dopo il grande incendio rivoluzionario del 1920 non si spegnesse.
Tornando al tema in questione, bisogna però fare una distinzione fondamentale: una cosa è l’esame degli organismi sindacali esistenti e il conseguente indirizzo pratico del partito nei loro confronti; un’altra cosa è l’atteggiamento del partito di fronte alle lotte economiche del proletariato. Una cosa è rompere la disciplina interna del sindacato, un’altra cosa è rompere una azione.
Nel primo dopoguerra i nostri operai erano organizzati nella CGIL, ma non ci tirammo indietro di fronte allo sciopero della OM di Brescia, pur essendo ufficialmente proclamato dal sindacato fascista. Nel secondo dopoguerra abbiamo sempre proclamato la indisciplina nei confronti della CGIL, ma mai abbiamo sabotato uno sciopero.
Non è certo per mania di purezza o per punto d’impegno che abbiamo mantenuto questa posizione (considerazioni dei genere non avrebbero in questo caso alcun significato). Il fatto che la CGIL del secondo dopoguerra non fosse un sindacato di classe, non vuol dire che non vi siano state o non vi siano lotte di classe. Nessuno può eliminare la lotta di classe perché essa nasce dalle contraddizioni del capitalismo. Gli operai sono spinti a muoversi indipendentemente dall’esistenza o meno di organismi classisti e l’opera dei sindacati tricolore non consiste tanto nell’impedire le lotte quanto nel fare in modo che queste si mantengano nel quadro dell’ordine capitalistico e non mettano a repentaglio la sicurezza del regime.
Perciò siamo sempre stati a fianco degli operai e abbiamo partecipato alle loro lotte cercando di dimostrare loro la necessità di rompere la disciplina sindacale e la necessità della rinascita del sindacato di classe. Distinguiamo sempre i capi delle masse, anche quando queste si muovono su obiettivi non classisti.
Abbiamo sempre fatto anche un’altra distinzione: tra le motivazioni ufficiali di uno sciopero e lo sciopero in sé come azione di lotta. Le parole d’ordine, le rivendicazioni ufficiali vengono coniate dai bonzi allo scopo di sviare le energie operaie verso obiettivi fasulli e di nascondere le vere rivendicazioni di classe; così essi dicono che, ad esempio, i ferrovieri scendono in lotta “per la riforma dei trasporti”, i braccianti “per la riforma dell’agricoltura”, gli statali “per la riforma della pubblica amministrazione” e così via. Ma ogni volta che gli operai interrompono assieme il lavoro essi lo fanno come una azione di lotta contro la disciplina capitalistica del lavoro, indipendentemente dagli obiettivi che i bonzi vi appiccicano sopra.
È nostra classica tesi la separazione tra azione e coscienza. Abbiamo sempre detto che negli individui prima viene l’azione, poi la coscienza. Se un ferroviere partecipa ad uno sciopero, negli obiettivi del quale i bonzi hanno inserito la “rivendicazione” di una riforma dei trasporti che porterà ad un maggiore sfruttamento e ad una riduzione degli organici, ciò non vuol dire che egli è d’accordo su questo risultato. Egli partecipa allo sciopero prima di tutto perché lo sente come una azione di lotta e, per quanto riguarda gli obiettivi, o non li conosce neppure o è convinto che attraverso la riforma dei trasporti si possano difendere meglio le sue condizioni materiali.
Se i bonzi sindacali potessero, non proclamerebbero mai nessuno sciopero. Essi hanno proclamato per anni la necessità delle riforme, ma si sono guardati bene dal mobilitare la classe operaia in una lotta generalizzata su questo obiettivo da loro stessi coniato. Allo stesso modo, sproloquiano contro la violenza fascista, ma si guardano bene dal mobilitare sul serio la classe operaia contro le squadracce.
Le forze sociali non si possono manovrare come i pezzi di un gioco di scacchi e, una volta messe in movimento, non si possono più fermare. Per questo la mobilitazione della classe operaia, anche per obiettivi fasulli, costituisce di per sé un pericolo per l’ordine capitalistico. Ordine borghese significa prima di tutto disciplina ferrea nei posti di lavoro, clima da caserma nelle fabbriche. Uno sciopero è sempre una rottura di questa disciplina e così viene inteso istintivamente dalla massa dei lavoratori che, prima ancora di riflettere sugli “slogan” del momento, considera con gioia l’abbandono del posto dove quotidianamente viene sfruttata.
Gli operai che rimangono al lavoro, appariranno sempre, indipendentemente dalle motivazioni individuali, come dei crumiri, come gente che indebolisce l’azione di sciopero. L’operaio singolo che di fronte ad uno sciopero “per gli investimenti” dicesse ad esempio: “non sciopero per gli investimenti perché è un obiettivo illusorio”, commetterebbe diversi errori: prima di tutto identificherebbe l’azione di lotta con gli obiettivi che i bonzi hanno voluto appiccicarci sopra; in secondo luogo classificherebbe tutti gli operai che partecipano allo sciopero come dei “riformisti”, in terzo luogo ammetterebbe che c’è contraddizione tra il partecipare a quello sciopero e il lottare per la rivoluzione e adotterebbe nel muoversi non il criterio materialistico dell’esame della situazione e della valutazione delle forze, ma il criterio idealistico che vede lo scontro sociale come scontro di idee (l’idea della rivoluzione contro l’idea delle riforme).
Infine egli si precluderebbe la possibilità pratica di parlare ai suoi compagni di lavoro e di essere ascoltato. Ammettendo anche che pur rimanendo in fabbrica fosse in grado di far conoscere la propria posizione apparirebbe sempre ai suoi compagni come un crumiro che tenta di giustificarsi con motivazioni pseudorivoluzionarie. Il partecipare allo sciopero gli avrebbe invece consentito di parlare ai suoi compagni trovandoli maggiormente disposti ad ascoltarlo e di portare le giuste posizioni: “ammesso e non concesso che i capitalisti investano dove vogliamo noi è un’illusione pensare che questo tornerà a vantaggio nostro e dei disoccupati; perciò rivendichiamo aumento dei salari e riduzione della giornata lavorativa”. Sempre partecipando all’azione egli avrebbe potuto, se se ne fosse presentata l’occasione, proporre la sua trasformazione in una vera lotta a oltranza, su obiettivi di classe; in ogni caso le posizioni da lui espresse avrebbero avuto maggior forza di persuasione.
È chiaro che, se non consideriamo come dei nemici gli operai che seguono passivamente l’indirizzo pratico riformista, nemmeno dobbiamo considerare tali quelli che, spesso per sana reazione emotiva, esprimono tendenze centrifughe del genere.
Nella lotta sindacale non si scontrano idee ma metodi d’azione e gli operai comunisti nelle organizzazioni proletarie devono non tanto dimostrare che le nostre idee sono migliori delle altre, quanto che i nostri metodi di azione sono più efficaci degli altri e portano a migliori risultati. Ciò non è in contrasto con la propaganda, che deve essere sempre fatta, ma bisogna ricordare che la miglior propaganda di partito si fa con l’esempio e con la dimostrazione.