[RG10] Basi di azione del partito nel campo delle lotte economiche proletarie Pt. 9
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L’ATTEGGIAMENTO DEL PARTITO DI FRONTE ALLO SNATURAMENTO DELLE LOTTE OPERAIE
Gli attentati vari verificatisi in questi ultimi tempi vengono magistralmente utilizzati dai duci sindacali per terrorizzare la classe operaia, demoralizzarla, diluirne le energie in manifestazioni popolaresche. La tesi che essi sostengono si può riassumere così: “Il paese è in crisi e mentre tutte le forze sane si adoperano responsabilmente per salvare la situazione, gruppi di terroristi soffiano sul fuoco, accentuano gli odii per portare il paese allo scontro frontale, al caos economico, alla rovina, e ciò porterà alla disoccupazione e alla miseria le classi lavoratrici”.
Non è niente di nuovo; una volta accettata la tesi padronale che le condizioni di vita operaie si possono salvaguardare solo se gli affari delle imprese vanno bene, appare logico sforzarsi di impedire il tracollo dell’economia.
La tesi che insinuano i bonzi è quindi che ogni nemico della pace tra le classi, ogni fautore della lotta ad oltranza è un sabotatore dell’economia, un provocatore, un terrorista. Di conseguenza, chiunque si opponga alla linea “responsabile” dei bonzi sindacali è un provocatore, un nemico della classe operaia. I bonzi presentano sempre la questione come un contrasto tra fautori della violenza e del caos contro le masse amanti della pace e dell’onesto lavoro e giungono persino a richiedere individualmente agli iscritti l’abiura e la condanna della violenza.
Per noi comunisti la questione così posta non ha alcun senso; noi sappiamo che la violenza è insita nei rapporti di produzione capitalistici e che tutti i sostenitori della pace sociale non fanno altro che avallare la violenza delle classi privilegiate sul proletariato. Mentre gli opportunisti di tutte le risme diffondono l’illusione che il proletariato si possa difendere opponendo dimostrazioni pacifiche o facendo appello alla legalità borghese, noi sosteniamo, sulla base dell’esperienza storica, che solo la violenza rossa potrà abbattere il regime capitalistico.
Per noi però la violenza è un mezzo necessario e, come non hanno senso la “pace” o la “libertà” in quanto categorie astratte, così non ha senso nemmeno l’ergersi a difensori dell’”idea della violenza” contrapposta alle “idee pacifiste”. Perciò noi non contrapponiamo all’azione degli operai che oggi si muovono sul terreno legalitario e pacifico metodi di azione violenti, ma li accompagniamo e cerchiamo di aprire loro gli occhi sostenendo sempre che un giorno la borghesia stessa li costringerà allo scontro aperto.
Da materialisti sappiamo che i lavoratori oggi si mantengono sul terreno pacifico non perché hanno scelto di essere pacifisti anziché rivoluzionari, ma perché hanno ancora delle riserve, conservano ancora delle illusioni, sperano che la macchina dell’economia capitalistica ritorni a funzionare, mantenendo loro quelle briciole di benessere che aveva concesso in passato.
Come mezzi di azione nelle lotte operaie, non è affatto detto che noi siamo sempre e comunque “per l’uso della violenza”, anzi in qualche caso (es. manifestazione del Luglio 1917 a Pietroburgo) il partito impose, contro la volontà di numerosi operai, che non si usassero armi, ritenendo utile che fossero gli avversari a compiere il primo passo in questo senso, dimostrando chiaramente agli occhi delle masse la necessità di reagire sullo stesso terreno. Ovviamente ciò non è in contraddizione con organizzare l’inquadramento militare del partito, né con il fatto che si plauda a qualsiasi operaio che – anche individualmente – senta il bisogno di lisciare il pelo ad un bonzo o ad un padrone.
La manovra dei bonzi consiste nell’isolare dalla massa del proletariato quei gruppi di operai che sentono la necessità della lotta a oltranza, facendoli passare come dei provocatori, degli avventuristi, dei nemici della lotta sindacale.
Lo sciopero per l’ordine democratico o in appoggio al sindacato di polizia è certamente un fatto grave, è qualcosa di più che non il semplice sciopero per le riforme. A queste “rivendicazioni” i bonzi sono arrivati dopo un paziente lavoro di martellamento durato per anni in cui gioca l’illusione di poter continuare a vivere come prima, la paura del tracollo economico e della conseguente disoccupazione, gli attentati terroristici, un sapiente impiego della polizia che da vari anni non spara sugli operai. Certamente sarebbe stato molto difficile ai bonzi dimostrare che i poliziotti sono amici degli operai dopo l’eccidio di Avola.
Alla massa degli operai, la questione viene oggi presentata più o meno in questo modo: prima di tutto è il “loro” sindacato, quello che negli anni del “boom”, dicono, ha fatto loro ottenere notevoli miglioramenti economici, che li chiama ad una azione ed essi rispondono disciplinatamente all’appello. In secondo luogo i bonzi insistono sui vantaggi che avrebbe per la classe operaia l’esistenza di una polizia “non più al servizio dei padroni”, ma a fianco della classe operaia in difesa dell’ordine democratico, e quindi anche delle “conquiste” economiche di consistenti strati dei proletariato. Perciò gli operai vengono invitati a premere per vincere le “resistenze reazionarie” che si oppongono a questo risultato. È chiaro che questa posizione prende forza da una situazione materiale: prima di tutto l’esistenza di consistenti aristocrazie operaie che hanno molti vantaggi da difendere e poi l’uso attentissimo della polizia.
Così gli operai che assistono pressoché indifferenti ai licenziamenti, agli omicidi bianchi, agli avvelenamenti dei loro compagni, vengono mobilitati per piangere sul cadavere di un magistrato, di un poliziotto, di un giornalista.
Dal punto di vista dell’indirizzo pratico del partito però – al di là dello schifo che tutti sentiamo nel vedere la nostra classe trascinata nella merda fino al collo – le cose non cambiano affatto. Se gli operai abbandonano il lavoro per rivendicare che la polizia sia al servizio delle istituzioni democratiche anziché delle “forze reazionarie”, o che i “lavoratori della polizia” abbiano il diritto di associazione sindacale, si tratta sempre per loro di una azione di lotta anche se l’obiettivo è antioperaio.
Che cosa devono fare gli operai comunisti in questi casi? Dobbiamo prendere atto che – salvo casi isolati e sporadici – parole d’ordine del genere non hanno suscitato nessuna reazione emotiva da parte degli operai i quali hanno seguito come pecore le direttive dei bonzi. Nemmeno i proletari che ricordano ancora il piombo e i pestaggi polizieschi hanno osato ribellarsi. Questo non vuol dire che il proletariato italiano ha completamente dimenticato i suoi caduti per mano della polizia. La maggioranza dei proletari segue passivamente gli ordini dei bonzi, senza entusiasmo, di malavoglia, perché prima di tutto non vede alternativa; nessuna voce degna di fiducia si leva contro di loro; poi perché i bonzi hanno fatto balenare la possibilità che la polizia possa divenire qualcosa di diverso di quello che è stata in passato e ciò viene considerato come un vantaggio reale. Inoltre gioca la paura di essere accusati di complicità con i terroristi; e lo spettro della disoccupazione. Infine, per disciplina, per abitudine a muoversi assieme che, fortunatamente, ancora non si è persa.
In questa situazione il compito nostro è quello di denunciare direttive così aberranti sia nel metodo che negli obiettivi, di ricordare agli operai chiamati a piangere sulla violenza esercitata contro magistrati e giornalisti super-pagati, la violenza che quotidianamente viene esercitata su di loro, i 2000 morti annuali sul lavoro, le decine di migliaia di invalidi, le periodiche stragi e bastonature compiute dalla polizia, la disoccupazione e la miseria che essi devono sopportare per arricchire i capitalisti.
Dobbiamo non tanto contrapporre la tesi della violenza di classe alla tesi del pacifismo, quanto ricercare i tasti più sensibili, per suscitare quel sano odio di classe che gli operai conservano sepolto in fondo al cuore, e indicare loro la strada pratica che devono percorrere, contrapponendo agli obiettivi dei bonzi le nostre rivendicazioni di classe e al loro metodo i nostri metodi. Se un operaio comunista diffonde un volantino del genere o parla in una assemblea sostenendo le stesse cose ciò non significa che ha aderito alle direttive dei bonzi, ma che approfitta dell’occasione per fare opera di agitazione e di propaganda tra i suoi compagni di lavoro, cosa che non potrebbe fare se rimanesse in fabbrica.
Il problema di dare ordini di azione opposti a quelli dei bonzi si può prendere in considerazione solo se noi abbiamo una influenza notevole, o se si manifesta tra gli operai una spontanea rivolta contro le loro direttive. In una parola, gli ordini si danno quando spostano delle forze, quando siamo sicuri che vengano eseguiti, in caso contrario faremmo tra l’altro la figura ridicola del generale senza soldati.
Evidentemente siamo ancora lontani da una situazione del genere. Tuttavia, ammettendo per ipotesi che in una fabbrica la metà degli operai fosse disposta a seguirci (o che noi prevediamo lo siano una volta innescata l’azione), non è detto che sia positivo (e dovrebbe essere attentamente valutato) che si verificasse una separazione nella azione tra gli operai da noi diretti e quelli che seguono i bonzi. Lo stesso alla scala generale vale per una fabbrica rispetto alle altre o per una categoria rispetto alle altre. A questo proposito, le direttive pratiche del partito nel primo dopoguerra sono un esempio significativo.
Queste considerazioni non ci portano certo a svalutare l’azione di piccoli gruppi di lavoratori che tendono a rompere la disciplina poliziesca dei bonzi sindacali, che hanno il coraggio anche in pochi di scatenare dei veri scioperi contro le loro direttive. Saremmo dei parolai se snobbassimo una azione anche di poche decine di lavoratori con il pretesto che “non è generale”, “non ha prospettive” e quindi “è destinata al fallimento”. Il compito nostro è proprio quello di fare in modo che quella azione si estenda, abbia delle prospettive, non si risolva in un completo fallimento. In questo abbiamo sempre dovuto sostenere una lotta feroce con i vari gruppuscoli extraparlamentari che influenzano questi gruppi operai e cercano di portarli all’isolamento separandoli dalla massa dei loro compagni di lavoro.
Nel primo dopoguerra, la massa del proletariato si muoveva in difesa delle proprie condizioni anche se era guidata dai riformisti. Oggi, la massa del proletariato si muove su un terreno che è contrario alle sue stesse condizioni di vita e di lavoro. Perciò il sorgere di piccoli gruppi di opposizione non è una tendenza centrifuga, ma rappresenta una sana reazione di un’infima minoranza del proletariato che sente, anche se in maniera confusa, la necessità di muoversi sul terreno di classe. Infatti abbiamo giustamente dato molta più importanza agli scioperi indetti dai CUB dei ferrovieri o dai comitati ospedalieri – vere azioni di classe – anche se di una minoranza dei lavoratori che non agli “scioperi generali” preavvisati e debitamente castrati indetti dalle centrali sindacali che, pur mobilitando 15 milioni di lavoratori, non sono delle vere lotte di classe nel senso nostro, ma azioni puramente dimostrative o popolaresche sia nel metodo sia negli obiettivi.
Ma se alla base del sorgere di questi gruppi c’è una sana reazione, noi sappiamo che, in una situazione debole come quella attuale, se non sono influenzati dal Partito essi hanno vita breve perché sono subito preda delle tendenze centrifughe portate dai vari gruppetti i quali fanno “dell’alternativa” una questione morale, sono sempre pronti a sproloquiare che il sindacato ormai “non esiste più”, che tutti gli operai che seguono le sue direttive sono dei traditori, e non si pongono il problema di come strappare ai bonzi l’influenza su di loro, ma quello di essere “alternativi”, di separarsi dalla massa che pecorescamente segue i dirigenti tradizionali.
La nostra funzione è proprio quella di fare in modo che queste spinte sane non si disperdano e non vengano soffocate. Perciò abbiamo cercato di intervenire quando i CUB di Roma diedero la parola del sabotaggio degli scioperi indetti dalle centrali, quando gli “ospedalieri di base” si comportavano alla stessa maniera e si rifiutavano di partecipare alle assemblee indette dalla CGIL. Denunciammo il pericolo che questo li portasse ad isolarsi dagli altri lavoratori, il che era ciò che i bonzi volevano. Il loro errore non fu quello di essersi lanciati in pochi in una azione di lotta, ma quello di pretendere di sabotare le azioni indette dai bonzi e di abbandonare nelle loro mani la grande maggioranza dei lavoratori.
È chiaro che se anche un piccolo gruppo di lavoratori si mostra veramente disposto a muoversi, noi non possiamo negarne l’azione con il pretesto di aspettare le masse, dobbiamo invece spingerli e indirizzarli nella maniera giusta, fare in modo che non si gettino allo sbaraglio in azioni disperate: abbiamo avuto anche delle piccole esperienze dirette a questo proposito tra i lavoratori della scuola sia durante il “blocco delle 20 ore”, sia in beghe interne nei posti di lavoro dove i nostri compagni non hanno aspettato né l’iniziativa dei sindacati ufficiali né l’adesione della maggioranza dei lavoratori per condurre piccole azioni. In questi casi è vero che il piccolo gruppo si separerebbe dalla massa, ma da una massa che dorme, non da una massa che si muove. Azioni del genere, se riescono o se non si risolvono in uno sbaragliamento delle forze, porterebbero degli esempi significativi, delle dimostrazioni pratiche per la massa dei lavoratori. Del resto il conto delle forze va fatto in senso dinamico e non statico e non possiamo escludere che, in date situazioni, anche l’azione di un piccolo gruppo possa innescare una reazione a catena trasformandosi in un movimento generale.
COME RISPONDERE ALLA FALSA CONTRAPPOSIZIONE DELLE SIGLE SINDACALI
Mentre per le categorie più genuinamente operaie (metalmeccanici, edili, braccianti, chimici, ecc.) l’unità dei lavoratori nel posto di lavoro e nell’azione è un fatto per ora scontato, per altre categorie (ferrovieri, statali, scuola) questa unità è ancora lontana e a molti lavoratori appare addirittura inconcepibile che si debba marciare assieme. Ciò è dovuto alla tradizionale presenza dei sindacati autonomi, organizzazioni apertamente padronali che però influenzano una parte notevole dei lavoratori e che nel caso dei ferrovieri sono riusciti a raccogliere anche un notevole numero di operai combattivi schifati dal comportamento della CGIL.
Bonzi confederali e bonzi autonomi si fanno apparentemente la guerra e portano la divisione tra i lavoratori. Questo è il loro vero scopo e in questo dimostrano di essere complementari gli uni agli altri: l’atteggiamento dei bonzi confederali permette agli autonomi di presentarsi come integerrimi difensori della categoria; la polemica degli autonomi consente ai bonzi confederali di bollare come “autonomo” qualsiasi operaio che parli di rivendicazioni salariali. Naturalmente ambedue se ne fregano degli interessi dei lavoratori, come noi abbiamo sempre denunciato, e lo dimostrano non solo e non tanto con le piattaforme rivendicative quanto con i loro metodi di azione che gettano lo scompiglio e la demoralizzazione tra i lavoratori.
La divisione è divenuta un fatto tradizionale, tanto che sarebbe considerato un fatto eccezionale se gli iscritti agli autonomi e gli iscritti ai confederali scioperassero insieme. Si verifica ad esempio che i bonzi confederali proclamano uno sciopero, mentre gli autonomi invitano al sabotaggio. Successivamente sono gli autonomi che chiamano a scioperare e allora i confederali proclamano azioni preannunciandole almeno una settimana prima dichiarando apertamente che la loro prima preoccupazione è non danneggiare il servizio. Gli autonomi prendono spunto dai metodi della CGIL per decretare che “ormai lo sciopero tradizionale non serve più” e che bisogna ricercare altre forme di lotta più efficaci, e così appaiono più battaglieri proclamando azioni che sembrano più incisive e che più che altro richiedono l’adesione individuale dei lavoratori: es. sciopero dei soli macchinisti, a turno “per disorganizzare il traffico”, o dei piloti sugli aerei, o dei soli comandanti sulle navi, o nella scuola il famoso “blocco degli scrutini”, sempre a turno “per avere il minimo danno economico”. Le grida isteriche dei bonzi con federali e dei giornalisti paraculi che presentano queste azioni come l’apocalisse contribuiscono ad inculcare in alcuni lavoratori l’idea che effettivamente questi metodi siano più efficaci. Nella misura in cui si realizzano praticamente (come tra i ferrovieri) e non sono invece delle semplici sbruffonate (come nella scuola), questi metodi di lotta sono invece deleteri: prima di tutto disabituano i lavoratori all’azione comune e li abituano alla divisione, poi sono più difficili da realizzare proprio in quanto si tratta di azioni individuali e spesso interessano solo una minima parte del personale, generalmente la parte che svolge mansioni specializzate. Infine, per tutto il rumore che si fa intorno ad azioni di questo genere, qualsiasi lavoratore che senta il bisogno di lottare sul serio viene classificato come autonomo e i bonzi confederali lo additano come tale alla massa dei suoi compagni.
In questa situazione di estremo disorientamento e divisione noi abbiamo cercato prima di tutto di far comprendere ai lavoratori la necessità di opporsi ad ambedue le botteghe, raggiungendo quella unità che è la prima condizione perché una azione riesca. Abbiamo sempre negato che le azioni promosse sia dai confederali sia degli autonomi fossero delle vere azioni di lotta, tanto per le piattaforme rivendicative quanto per i metodi. Abbiamo sempre difeso l’arma dello sciopero contro i confederali che la svalutavano usandola in maniera innocua e contro gli autonomi che proclamavano che ormai bisognava gettarla alle ortiche.
Non potevamo però sostenere in questo caso che “si deve partecipare a tutti gli scioperi” perché sarebbe apparsa ai lavoratori come una posizione assurda e non avrebbe portato a nessun risultato. Dovevamo invece prima di tutto dimostrare che il principale ostacolo per la riuscita delle lotte era la divisione tra i lavoratori e indicare una strada pratica per superare questa divisione. Perciò dove avevamo la possibilità di agire abbiamo sempre sostenuto che la decisione di partecipare o meno ad uno sciopero doveva essere presa da tutti i lavoratori iscritti o non iscritti ai vari sindacati, in assemblea, indipendentemente dalle direttive dei bonzi. Sempre in assemblea, tutti insieme, si dovevano enunciare le rivendicazioni che rispondevano ai nostri veri interessi e stabilire le modalità dell’azione. Così lo sciopero non sarebbe stata una semplice risposta pecoresca alla chiamata del bonzo ma una vera azione di lotta, sentita dai lavoratori che riaffermavano di fronte ai bonzi le loro rivendicazioni: in definitiva, un atto di indisciplina nei loro confronti. Naturalmente non ci siamo mai sognati di far credere ai lavoratori che fosse sufficiente che in un singolo posto di lavoro si esprimessero le vere rivendicazioni di classe per rovesciare la situazione, ma abbiamo sostenuto che ciò era necessario proprio per far pressione sui vertici sindacali e per dare un esempio agli altri lavoratori.
Così facendo ci esponevamo ad un rischio: che l’assemblea decidesse di non partecipare allo sciopero. Era un rischio che dovevamo accettare e che rappresentava in questo caso il male minore poiché gran parte dei lavoratori in una situazione del genere non avrebbe comunque partecipato allo sciopero. Se chiamavamo i lavoratori a decidere dovevamo ammettere anche che si decidesse contro la nostra volontà. Comunque le piccole esperienze che abbiamo avuto dimostrano che si tratta di un rischio più teorico che pratico. La stessa convocazione di assemblee ci ha sempre richiesto un notevole sforzo e non si sarebbe mai potuta fare senza una minima mobilitazione dei lavoratori; quindi questo costituiva già di per sé una azione. Poi i nostri compagni hanno sempre cercato di fare in modo che la decisione fosse sempre positiva mostrando ai lavoratori come il partecipare all’azione portasse a migliori risultati: possibilità di stringere collegamenti con altri lavoratori, di agitare le nostre vere rivendicazioni, far sentire la nostra voce, impossibilità per i bonzi di accusarci di crumiraggio, etc. etc.
A questo proposito, sempre nelle proporzioni ridotte in cui si svolge oggi la nostra azione, abbiamo avuto in qualche caso dei buoni risultati e tutte le volte che siamo riusciti ad arrivare ad assemblee la decisione non è mai stata quella del sabotaggio: in diverse occasioni abbiamo fatto ai bonzi il peggior dispetto, abbiamo fatto riuscire le azioni da essi proclamate trasformandole, per quanto potevamo, in vere lotte.