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Categorie: Korea, Union Question, USA
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Eisenhower = General Motors
E’ stato osservato che, fra i personaggi scelti da Eisenhower ai suoi futuri ministri, ben tre – Wilson prescelto alla difesa, McKay agli interni e Summerfield alle poste -, sono rispettivamente presidente e agenti di vendita della grande compagnia industriale General Motors, uno fra i giganteschi trusts che più si sono avvantaggiati durante la guerra delle commesse belliche passate dal governo democratico, e i cui profitti hanno raggiunto, durante e dopo il conflitto, i livelli più alti; mentre al Tesoro andrà un magnate dell’acciaio e del carbone, e all’ONU gli Stati Uniti saranno rappresentati da un banchiere. Il big business passa senza veli al comando.
Questo non per dire che non lo fosse sotto regime democratico; e basterebbe ricordare fra le tante figure rappresentative di quest’ultimo e postesi al suo servizio, gli Harrrimann del più grande trust ferroviario e gli Hoffman della Studebaker. E’ solo per dire che, chiuso il ciclo delle misure anticrisi con una facciata esterna di uomini “superiori alla mischia”, la classe dominante si è decisa ad amministrare senza finzioni le conquiste realizzate: che, insomma, i democratici, saliti e rimasti al potere quando era necessario rattoppare le falle e rimontare in una vigorosa espansione lo “slump” del 1932, cedono ora il seggio ai loro stessi mandanti, i grandi industriali e banchieri americani, perché “consolidino” i risultati raggiunti. La mano sinistra del capitalismo passa le redini alla mano destra: al potere era ed è lui. Il “New Deal” è arrivato in porto.
I sindacati al servizio di Ike
L’annuncio di Eisenhower, di accordo con le due massime organizzazioni sindacali statunitensi, ha deciso di nominare suo ministro del lavoro uno dei dirigenti dell’American Federation of Labor dimostra, da una parte, l’estrema labilità delle distinzioni fra partiti che servono entrambi gli interessi del capitalismo e, dall’altra, il ruolo che i sindacati sono chiamati a svolgere oggi dalla classe dominante, quel ruolo di conservazione e di agganciamento delle masse allo Stato, al quale ogni partito assurto al potere deve necessariamente rendere omaggio.
Così, i sindacati che invitarono gli elettori a schierarsi per Stevenson democratico contro Eisenhower repubblicano serviranno il presidente eletto come avevano servito il presidente decaduto. Anzi, meglio. Ricorda il Guérin che nel 1948 il senatore Humphrey, rappresentante dell’ala “liberale” del partito democratico chiese che gli Stati Uniti, “per provare la loro buona fede”, affidassero il posto di segretario di Stato aggiunto al dipartimento di Stato a un membro del movimento operaio. La rivendicazione non fu accettata né per quel ministro né per quello del lavoro. Eisenhower, il “reazionario”, farà quello che non aveva fatto il “progressista Truman”; risponderà al grido di Reuther: “ci diano il posto che ci compete nei consigli di Washington come già avevano fatto durante la guerra!”.
Meravigliarci? Lewis, il bollente fondatore del CIO e consigliere di Roosevelt, era stato nel 1920-30 un acceso sostenitore dei repubblicani. D’altra parte poco contano gli uomini e quel che resta è la funzione: il capitalismo americano ha bisogno dell’appoggio dei sindacati nelle sue imprese di espansione interna ed esterna; i sindacati opportunisti vivono solo come clienti del capitalismo; fra i due c’è simbiosi, non contrasto nè, tantomeno antitesi.
Per fare il presidente, Eisenhower deve obbedire alle esigenze profonde del capitalismo americano: all’estero come all’interno. Possano i proletari capirlo, e vedere nei loro sindacati ultra riformisti l’arma della conservazione, della difesa del loro sfruttamento.
La Pace onorevole
Eisenhower è un uomo di parola: come aveva promesso, a poca distanza dalla sua elezione a presidente è volato in Corea. Soltanto che, agli elettori, aveva fatto balenare la speranza di tornare con un grido di vittoria, torna invece con la dichiarazione che tutto è stato studiato per raggiungere presto una… pace onorevole.
E’ una conferma che, andando a combattere in Corea, né America né Russia pensavano seriamente di “liberare” i coreani, o, in altre parole, di vincere una guerra: quelli che hanno scorazzato nei cieli, sugli oceani, per i continenti del terzo macello mondiale, non saprebbero dunque conquistare militarmente una penisola ormai ridotta a terra bruciata, a cimitero di milioni di soldati e di civili? No, hanno voluto aprire una nuova valvola alla crisi economica, politica e morale, di una pace infeconda: questa valvola è costata sangue, sudore e cenere, ma ha fruttato miliardi all’industria e al commercio e ha ridato alimento alla psicologia del partigianesimo internazionale. Ha reso.
Ora è uno strumento logoro, fonte solo di delusione di sconforto. E’ una guerra vecchia e improduttiva: in attesa di una guerra fresca e produttiva, il problema è: chiuderla salvando la faccia. “Pace onorevole” questo significa. Per i milioni di proletari, una lacrima e un fiore.
Il cinismo della classe dominante internazionale ha davvero superato se stesso.