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[RG146] Il corso del capitalismo mondiale

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Gli ultimi due anni sono stati particolarmente caotici.

L’inflazione è tornata, dopo anni di deflazione a seguito della grande crisi del 2008-2009. Per un breve periodo la produzione non è riuscita a tenere il passo con la domanda, i porti erano congestionati e non erano disponibili abbastanza navi porta-container, i prezzi dei trasporti, delle materie prime e dell’energia sono quindi saliti alle stelle; così i prezzi dei cereali a seguito di una generale siccità e della grande domanda della Cina per alimentare la popolazione e i suoi allevamenti animali. A partire dal febbraio 2022 si è aggiunta la guerra imperialista fra la Russia e l’Ucraina, facendo impennare momentaneamente i prezzi dell’energia e dei cereali.

Per di più a partire dal marzo 2022 la FED ha iniziato ad aumentare i tassi di interesse per combattere l’inflazione e tornare a una situazione “normale”, una mossa seguita poi da tutte le altre principali banche centrali, ad eccezione del Giappone. Ma dopo anni di tassi di interesse prossimi allo zero, o addirittura negativi, un tale rialzo non può essere senza conseguenze, e, a sua volta, accrescere il caos.

Le cause occasionali e di fondo del ritorno dell’inflazione sono state spiegate nei precedenti rapporti. Un ulteriore fattore è stato la pratica del “just in time” delle imprese che, per abbassare i costi di produzione, riducono al minimo le scorte. Così, quando il periodo di confinamento per il Covid è terminato nella maggior parte dei grandi centri imperialisti le aziende per rifornirsi hanno contemporaneamente emesso ordinativi ai fornitori. La domanda è stata così improvvisa e colossale che questi non sono riusciti a soddisfarla. Ugualmente le monopolistiche compagnie di navigazione, che fino a quel momento avevano avuto un’eccedenza di porta-container, non sono stati in grado di soddisfare la domanda e i noli hanno iniziato ad aumentare. Ne è risultato un ingolfamento logistico e un’impennata dei prezzi.

In seguito a questo improvviso aumento della domanda i prezzi delle materie prime e dell’energia hanno iniziato a salire.

Poiché i produttori e le multinazionali del settore godono di una posizione di monopolio, la speculazione, in date circostanze, determina forti oscillazioni dei prezzi, che hanno fruttato delle rendite stratosferiche nel 2021 e nel 2022.

L’interruzione delle forniture di gas e petrolio della Russia imposta all’Europa col pretesto della guerra in Ucraina, ha fatto impennare i prezzi. Questi hanno raggiunto il massimo nel luglio-agosto 2022; da allora sono diminuiti, il prezzo del barile di petrolio è addirittura sceso a 70 dollari per un certo periodo.

Temendo un calo dei prezzi a causa dell’incombente recessione, l’OPEC+, dopo aver tagliato la produzione di 2 milioni di barili in ottobre, l’ha ridotta di altri 1,1 milioni a partire da maggio e di altri 1,6 milioni la ridurrà da luglio. L’annuncio ha avuto scarso impatto sul prezzo del petrolio, che è salito solo a 80 dollari prima di tornare sotto i 72 a fine maggio. Il gas naturale, dopo aver raggiunto un picco di 350 euro per Mwh, è sceso di nuovo sotto i 30, avvicinandosi ai prezzi degli anni precedenti al Covid: circa 20 dollari per Mwh.

Oltre a queste cause immediate, nello scorso decennio gli investimenti erano stati insufficienti, a causa dei prezzi bassi. Oggi, a seguito del forte aumento dei prezzi, gli investimenti si dirigono verso gli idrocarburi, e vanno riducendosi quelli nelle energie rinnovabili. Il costo medio di produzione del petrolio offshore è di 18 dollari, sulla terraferma 28. Il resto è rendita.

Nonostante il dollaro più forte, che abbassa il prezzo delle importazioni, l’inflazione negli Stati Uniti era superiore a quella europea nel 2021, prima dell’invasione dell’Ucraina, e nella prima metà del 2022; in seguito la differenza si è invertita. Dopo aver raggiunto il picco nel giugno 2022 per gli Stati Uniti e nell’ottobre 2022 per l’Eurozona, l’inflazione è scesa costantemente (come alla riunione si poteva vedere nel grafico esposto). L’inflazione ha iniziato a scendere prima negli Stati Uniti, nonostante i piani di investimento molto elevati, perché i tassi di interesse sono aumentati prima e più rapidamente negli Stati Uniti. Di conseguenza, l’inflazione, pur scendendo, è ora più alta in Europa che negli Stati Uniti.

Il calo dell’inflazione media nell’Eurozona nasconde una disparità tra i paesi. Se la Germania è tradizionalmente uno dei Paesi europei con l’inflazione più bassa, non sorprende che il Paese che attingeva alle forniture russe a basso costo abbia finito per guidare l’impennata inflazionistica, seguito da Italia e Regno Unito. In Francia, dove il gas russo rappresentava solo 17% del gas importato, l’inflazione è rimasta più bassa; ma qui non abbiamo ancora un calo dell’inflazione, anche se la contrazione dei consumi sta esercitando una pressione deflazionistica, come negli altri Paesi.

Infatti, oltre a provocare ripetute crisi bancarie a causa della svalutazione delle obbligazioni a basso tasso d’interesse, l’aumento dei tassi induce anche un calo dei consumi, che a loro volta portano a una contrazione della produzione, o almeno a un forte rallentamento della sua crescita.

I Paesi più colpiti sono gli asiatici Giappone e Corea, seguiti dalla Germania. Anche gli Stati Uniti stanno subendo un forte rallentamento, nonostante i grandi investimenti e il piano di sostegno ai consumi delle famiglie. Come si evidenziava in un grafico, il Giappone è in costante recessione dal settembre 2021. La Germania, a parte quattro mesi con incrementi positivi sull’anno precedente, è stata costantemente in negativo dal settembre 2021, con incrementi annui che hanno oscillato tra -0,1% e -5,5%.

Il Regno Unito, invece, è in piena recessione dall’ottobre 2021, il che spiega i numerosi scioperi e le manifestazioni che stanno sconvolgendo il Paese.

Analogamente, da settembre 2021, la Francia ha oscillato tra incrementi annui leggermente positivi e leggermente negativi, con il divario maggiore che va da +1,8% a -2,8%.

L’Italia offre un quadro leggermente migliore, ma da giugno 2022 gli incrementi negativi hanno superato quelli positivi.

La Polonia, che ha registrato un forte aumento della produzione dopo l’ingresso nell’Unione Europea, ha visto un leggero calo della industria negli ultimi tre mesi, dopo un forte rallentamento tra ottobre e dicembre, e sta a sua volta subendo gli effetti del calo della domanda internazionale.

Come si vedeva nel grafico, il calo della produzione in Corea del Sud è invece spettacolare. Mentre la Germania dipende fortemente dai mercati mondiali, cinese, europeo e nordamericano.

L’India sembra sfuggire per ora alla deflazione globale, con incrementi ancora relativamente elevati. Ciò è indice della sua scarsa integrazione nel mercato mondiale e della relativa debolezza della sua industria rispetto al peso demografico.

Dopo una marcata recessione dall’agosto 2021 al marzo 2022, il Brasile ha registrato una leggera ripresa dal luglio 2022 al novembre 2022. Il calo del -1,1% annuo registrato a dicembre è indicativo di un ritorno alla recessione.

In Turchia, dopo un forte rallentamento della produzione industriale a partire da luglio 2022, gli incrementi sono ora negativi, scendendo a -7,5% nel febbraio 2023.

Il Canada, grande esportatore di materie prime, in particolare petrolio, ha visto tutti i suoi incrementi rimanere nettamente positivi, ma in forte rallentamento dal giugno 2022, passando dal 5,8% annuo del maggio 2022 all’1,7% del febbraio 2023.

Concludendo. Inesorabilmente la vecchia talpa continua la sua magnifica opera di scalzamento. Le contraddizioni nel sottosuolo economico si accrescono sempre più, generando pressioni colossali che finiranno per far scoppiare l’involucro capitalista come un gigantesco vulcano che libera la pressione accumulata.

Spinto dalla necessità il proletariato del mondo intero si rimetterà in movimento per riprendere, diretto dal suo partito di classe, il suo posto nella storia.