[RG146] Ancora una Turchia neo-ottomana
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All’aggravarsi della crisi economica e del fallimento, almeno parziale, delle ricette governative per farvi fronte, la borghesia turca ha trovato un diversivo nella rivendicazione delle libertà democratiche, la protesta contro il clientelismo e la corruzione generalizzata. All’attenzione degli elettori si è proposto un insieme eterogeneo di rimostranze nei confronti del partito di governo: il non rispetto dei diritti civili, delle donne, delle minoranze, dei curdi, degli omosessuali e dei trans; la mancanza di merito nell’accesso agli organi e alle cariche statali; la posizione ostile verso i principi democratici laici di stampo occidentale; gli arresti arbitrari degli oppositori e dei giornalisti e le conseguenti condanne giudiziarie.
Un certo spazio è stato dato all’oppressione della classe operaia, ma nelle forme svigorite in cui è denunciata da ogni forza borghese d’opposizione, insistendo sulla mancanza di sicurezza sul posto di lavoro, i salari al di sotto della sussistenza e del minimo stabilito per legge, la presenza legale di lavoratori bambini nelle fabbriche, ecc.
L’opposizione aveva dichiarato quindi cruciali le elezioni di quest’anno, che “il popolo” avrebbe preso finalmente la “decisione giusta” e che “la Turchia” sarebbe così uscita da questa difficile situazione. Molti partiti di sinistra hanno aderito a questa retorica.
Così si è presentata una società “polarizzata” nella quale, anche in sezioni significative della classe operaia, c’era l’aspettativa che “questa volta” l’opposizione potesse ottenere una vera “vittoria” elettorale. “La Turchia” sarebbe tornata sulla strada della democrazia parlamentare e avrebbe risolto i suoi problemi in modo pacifico, secondo gli standard democratici di uno Stato europeo e sarebbe diventata un Paese “in grado di competere meglio con il mondo”.
La borghesia turca e le elezioni
Invece anche questa tornata elettorale è stata una ennesima resa dei conti tra bande borghesi. Tutto lascia pensare a un almeno temporaneo compromesso fra le fazioni in lotta, con la congrega del vincitore Erdoğan che cercherà di arraffare la parte del leone.
Una delle contrapposizioni interne alla borghesia turca è fra le organizzazioni del padronato industriale. I grandi industriali erano tradizionalmente organizzati nella TÜSİAD (Associazione Turca dell’Industria e degli Affari), fondata nel 1971, con oltre 2.100 iscritti rappresentanti 4.500 aziende, le quali alimentano l’80% del commercio estero, impiegano il 50% della forza lavoro e versano l’80% delle imposte delle imprese. Un nuovo padronato, relativamente piccolo ma in rapida crescita, è invece organizzato nella MÜSİAD (Associazione degli Industriali e degli Imprenditori Indipendenti), fondata nel 1990, con 13.000 iscritti che controllano 60.000 aziende. Il TÜSİAD si dichiara laico e filo-occidentale, il MÜSİAD islamista e filo-governativo.
Sul fronte esterno il TÜSİAD è favorevole a strette relazioni con l’Occidente, e in particolare con gli Stati Uniti, mentre il MÜSİAD sostiene la politica dell’attuale governo che ambisce a diventare una potenza imperialista regionale relativamente indipendente.
Nei primi anni Erdoğan era appoggiato dal TÜSİAD, e sosteneva apertamente l’adesione alla UE. Ma dopo l’epoca del movimento di Gezi, nel 2013, Erdoğan e il TÜSİAD si sono allontanati finché Erdoğan ha accusato il TÜSİAD di schierarsi con l’opposizione. Erdoğan, oltre che un politico, è il capofila di una delle maggiori “famiglie” della Turchia di oggi, con un certo peso nella nuova borghesia organizzata nel MÜSİAD.
Tra la “vecchia” e la “nuova” borghesia l’accusa maggiore si riduce a quella di “concorrenza sleale”, la borghesia rampante, favorita dal governo, impiegando spesso lavoratori immigrati a salari molto bassi e in pessime condizioni, mentre le grandi industrie sono per lo più obbligate ad assumere nel quadro delle norme di legge. Altra questione è sulle politiche del governo sui tassi di interesse.
Un fragile compromesso
Nonostante quanto affermato nella propaganda elettorale, la prima mossa di Erdoğan dopo le elezioni è stata di porgere un ramoscello d’ulivo alla grande borghesia. Mehmet Şimşek, noto per la sua vicinanza alle politiche economiche rigorose di tipo occidentale, è stato nominato potente ministro del Tesoro e delle Finanze: un chiaro tentativo di addolcire i mercati finanziari. Inoltre, figure controverse come il ministro degli Interni Süleyman Soylu non hanno trovato posto nel gabinetto.
Il TÜSİAD ha subito accettato la generosa offerta di Erdoğan, chiedendo stabilità e riforme. Alcuni giornalisti ed economisti dell’opposizione si sono spinti oltre e, approvando la nomina di Mehmet Şimşek, hanno convenuto che “siamo tutti sulla stessa barca”.
Così, proprio come i risultati delle elezioni sono stati determinati a tavolino e non alle urne, la fine della crisi del Paese è stata sciolta non dalla sbandierata “volontà del popolo” ma da mosse calcolate in considerazione dei rapporti di forza fra le bande borghesi interne e fra le potenze imperialiste. La vittoria di Erdoğan è stata allo stesso tempo una vittoria della Russia, degli Stati del Golfo e della maggior parte degli Stati europei, che temono i migranti, e una parziale sconfitta per gli Stati Uniti e degli Stati europei i cui interessi sono più allineati alla NATO.
Con la risoluzione della crisi in Turchia gli Stati Uniti in particolare non esiteranno a normalizzare le relazioni con Erdoğan, in cambio dell’autorizzazione all’adesione della Svezia alla NATO, e forse con la consegna degli F-16, negata dopo l’acquisto del sistema d’arma contraereo russo S-400.
Tutti questi fatti suggeriscono che con ogni probabilità è stato raggiunto un compromesso sulla Turchia e sul suo posto nella gerarchia imperialistica.
Ma l’economia rimane in grave crisi, l’inflazione è ancora oltre il 40% annuo e non è certo in vista una ripresa significativa dell’accumulazione. In breve, sarebbe sbagliato pensare che le parti in lotta abbiano ricomposto stabilmente i loro dissidi.
Le elezioni sono sempre contro gli interessi del proletariato
Nessuno dei partiti che ha partecipato alle elezioni ha promesso condizioni e orari di lavoro più leggeri, né aumenti salariali per contrastare l’inflazione. Nessun partito ha chiesto più diritti per le minoranze oppresse o i profughi in fuga dalla guerra.
Se si considera chi è stato danneggiato e chi ha tratto beneficio dalle posizioni comuni agli opposti partiti è chiaro che tutti sono in realtà dalla parte della borghesia e mai dei lavoratori.
La democrazia è un sistema in cui non vi è posto per partiti che alla borghesia si oppongano. La partecipazione dei comunisti alle elezioni, oltre a esser di nessuna efficacia verso la presa del potere da parte della classe operaia, è ormai da escludere anche come tribuna di propaganda, per i gravi fraintendimenti che inevitabilmente ingenera nella classe sulle finalità rivoluzionarie del partito.
La democrazia borghese ormai in tutto il mondo oggi non contiene più alcun aspetto progressista. A maggior ragione per i lavoratori e per gli oppressi.
Anche queste elezioni in Turchia, al di là del clima apparentemente arroventato fra i due schieramenti, si sono mantenute all’interno del quadro istituzionale democratico e non hanno avuto gli esiti dirompenti, forse anche cruenti, che faceva intravedere una propaganda interessata a drammatizzare quel rito schedaiolo. Lo scopo della classe dominante è infatti spostare l’attenzione dei proletari su tematiche interclassiste e impedire ogni riferimento circostanziato e non generico alla condizione operaia, anche enfatizzando e ingigantendo ad arte le minime e non significative differenze di programma fra i partiti in campo.
Le elezioni in Turchia hanno dimostrato ancora una volta che la borghesia, dietro la maschera democratica, finché potrà, non rinuncerà mai ad un briciolo della repressione statale. I gruppi oppressi di Turchia (donne, curdi, omosessuali, trans, immigrati, ecc.) lo sanno: genocidi, torture, massacri, migrazioni forzate, esecuzioni, sentenze ingiuste e simili eventi disgustosi e mostruosi non appartengono al passato!
Per quanto gli Stati borghesi cerchino di nasconderlo, per quanto lo neghino, si continuano a commettere questi abomini.
I curdi, le donne, i discriminati, che pagano il prezzo di queste crudeltà, mai potranno mitigare l’oppressione che subiscono con lo strumento elettorale. Prima delle elezioni i partiti della sinistra borghese affermavano “potete risolvere i vostri problemi votando per noi ogni quattro anni”. Questo atteggiamento non fa che rafforzare l’illusione che la soluzione sia nel voto piuttosto che nel subordinare ogni rivendicazione sociale alla forza della classe operaia, alla sua organizzazione indipendente, alla sindacalizzazione e agli scioperi, e non alla illusione che sia più facile raggiungere il socialismo attraverso il riformismo, il “buon senso” e una vittoria elettorale.
Dalle urne uscirà sempre la volontà del capitale. Non sarà la istruzione ad aprire gli occhi agli elettori. E nemmeno la loro condizione di salariati sfruttati o di minoranza oppressa. La ideologia dominante sarà sempre l’ideologia della classe dominante. Solo nel partito comunista è custodita cosciente la condanna della società borghese.
L’idea che le giovani generazioni proletarie e oppresse si avvicineranno al comunismo per il solo effetto dell’evoluzione sociale e dell’ambiente sempre più cosmopolita, dell’accesso a maggiori informazioni grazie a Internet e al rapido aumento del numero di studenti nelle università e della migrazione dalle aree rurali alle urbane è del tutto sbagliata.
Infatti queste elezioni hanno dimostrato che le tendenze di destra sono in aumento anche nelle nuove generazioni. Molti, anche giovani, si lamentano che l’attuale governo non è abbastanza razzista, che gli immigrati sono la causa dei loro problemi.
Ancora una volta si è dimostrato che la strada per la liberazione dei lavoratori non passa attraverso la democrazia borghese.
Il vero partito comunista non rinuncia ai suoi principi e non teme di esprimerli per non perdere sostenitori o, peggio, voti! Il vero partito comunista non ha a che fare con la democrazia borghese, che puzza di fogna, dove ci si nutre di luride menzogne di ogni tipo.