Partito Comunista Internazionale

[RG146] La guerra civile in Italia nel primo dopoguerra

Categorie: Biennio Rosso, Italy

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È stata esposta la relazione finale della indagine sul tema della guerra civile in Italia negli anni successivi alla prima guerra mondiale. Nei precedenti capitoli avevamo evidenziato i rapporti di forze tra le classi sociali allora esistenti sotto i loro diversi aspetti: una parte significativa del proletariato decisamente all’attacco su di un piano rivoluzionario; una borghesia nazionale in un primo tempo rassegnata alla perdita del suo potere; uno Stato borghese non in grado di fare affidamento sui suoi organi repressivi, soprattutto esercito e polizia.

Quindi nessun governo tentò affrontare in uno scontro aperto il montante movimento proletario, ma tutti cercarono di temporeggiare in attesa che l’impeto proletario si affievolisse. Il tempo giocava a favore della borghesia. I vari governi borghesi di sinistra assecondarono il proletariato scendendo a compromessi con esso, concedendo riforme o promettendone l’attuazione.

Però, mentre si cedeva e si prometteva, tutti i governi succedutisi blindavano e rafforzavano gli organi repressivi dello Stato e contribuivano alla creazione di quelle organizzazioni armate extra-legali che in seguito verranno assorbite dal fascismo.

Ma lo Stato borghese e i suoi governi non potevano raggiungere i loro obiettivi senza il decisivo soccorso del partito che avrebbe dovuto rappresentare la guida della classe operaia verso la rivoluzione: il Partito Socialista. Abbiamo messo in evidenza il tradimento del partito e della Confederazione sindacale per la loro sistematica azione sabotatrice delle lotte dei lavoratori. Ludovico D’Aragona, segretario generale della CGL e deputato socialista, aspirante al ministero del lavoro nel primo governo Mussolini, si vantò di «avere impedito lo scoppio di quella rivoluzione che dagli estremisti si meditava». Questo merito non mancarono di riconoscerlo nemmeno i giornali dell’industria e della finanza.

Mentre i governi temporeggiavano e la socialdemocrazia disarmava il proletariato moralmente e materialmente, la borghesia si organizzava formando squadre extra-legali, a carattere militare, per colpire le classi lavoratrici nei loro punti più deboli diffondendo morte e terrore.

Nel rapporto abbiamo anche citato un documento fascista, redatto quando era ancora in via di formazione, dove venivano impartite precise direttive a carattere militare di occupazione territoriale e terrorismo. Da questo documento si vede in modo chiarissimo come il fascismo basasse la certezza della vittoria sulla colpevole incapacità socialista e confederale.

Di fronte all’attacco terroristico del fascismo solo il nostro partito diede la parola d’ordine di rispondere alla violenza con la violenza; e le nostre squadre militari, pur mantenendo una propria autonomia organizzativa, parteciparono sempre in prima fila a tutte le azioni di guerra guerreggiata.

L’ultima serie dei nostri rapporti è stata appunto dedicata alla rievocazione delle gloriose battaglie sostenute dal proletariato contro i terroristici attacchi fascisti e delle forze repressive statali assieme alla collaborazione “esterna”, ma non meno micidiale, del partito socialista e della confederazione sindacale che, con il loro falso pacifismo, contribuivano alla disorganizzazione del proletariato e al suo disarmo morale e materiale.

Abbiamo anche dimostrato come il rifiuto della violenza da parte della socialdemocrazia si riferisse solo a quella diretta contro la democrazia borghese, per spezzarla e sopprimerla.

I comunisti non hanno mai esaltato la violenza per la sua bellezza, affermano semplicemente che essa è necessaria e che è compito del partito di classe organizzare il proletariato per il suo esercizio coordinato e sistematico al fine di instaurare quella dittatura che dovrà, poi, anch’essa essere difesa con altrettanta violenza.

Gli episodi di guerra guerreggiata che abbiamo ricordato nelle nostre relazioni non sono certamente gli unici sostenuti dal proletariato, però quelli rammentati sono sufficienti per dare una chiara idea della volontà di lotta dei proletari italiani. Sarebbe difficile trovare una città o un villaggio in cui i lavoratori non avessero avuto la meglio sui fascisti locali, ma non potevano certo fronteggiare forze di gran lunga superiori, in numero e armamento, trasportate dai luoghi più lontani con autocarri e treni, favorite inoltre dalla aperta collaborazione e partecipazione delle forze dell’ordine.

Noi abbiamo attribuito la vittoria del fascismo a tre concomitanti fattori.
     Il primo, il più evidente, fu l’organizzazione fascista con le sue squadre e tutto il loro truce armamentario.
     Il secondo, quello veramente decisivo, fu l’intera forza repressiva statale borghese, costituita da polizia, magistratura, esercito.
     Il terzo fu il gioco politico infame e disfattista dell’opportunismo social-democratico e legalitario.

Di fronte a un simile schieramento la sconfitta proletaria era certa. A contrastare la violenza reazionaria borghese, al proletariato sarebbe stata necessaria una organizzazione di difesa ed offesa altrettanto generale e centralizzata che coinvolgesse non solo le squadre del partito ma le grandi masse operaie e contadine.

La tattica della resistenza locale non poteva avere che un esito fallimentare, anche dove il proletariato battendosi con eroismo aveva saputo sconfiggere gli assalitori. Solo con un organismo rigidamente centralizzato a tipo militare si sarebbe potuto spezzare l’isolamento di singoli lavoratori, villaggi, o città.

L’Alleanza del Lavoro, pure con tutti i suoi limiti, rappresentò una parziale realizzazione di questa unità di azione. Con lo sciopero generale dell’agosto 1922, anche se solo per un attimo, venne abbandonata la tattica disastrosa del caso per caso per cedere il posto all’azione generale. In quelle poche giornate di sciopero generale, quando i fascisti non ebbero la possibilità di concentrare le loro forze per attaccare singoli paesi, il proletariato dimostrò di sapere far buon uso delle armi e le vittime fasciste finalmente superarono quelle proletarie. Fu il proditorio tradimento della Confederazione Generale del Lavoro che, sognando una partecipazione al governo borghese, stroncò lo sciopero dando la pugnalata alle spalle del proletariato che aprì la strada all’accesso al potere del fascismo.

I fascisti vinsero non perché rappresentassero una organizzazione esterna allo Stato, ma perché, al contrario, attraverso essi vinse lo Stato borghese che, abbandonata la tradizionale forma parlamentare, passò a quella monopartitica.

Il passaggio al partito unico fu, ed è, una necessità alla quale tende tutto il capitalismo, a scala mondiale. Che esso sia antidemocratico al capitalismo e a noi poco importa e considerammo un grave errore quello commesso dal movimento proletario internazionale che di fronte al fascismo invocò la democrazia, la legalità, i principi costituzionali borghesi.

La democrazia non protestò per la violenza subita e Mussolini arrivò al potere nel pieno rispetto dei regolamenti costituzionali. I voti del misero drappello di deputati fascisti sarebbero risultati insignificanti se i più bei nomi della democrazia non avessero espresso il loro “Si” favorevole.

Ma la fiducia data a stragrande maggioranza dai rappresentanti democratici al governo Mussolini non fu un incauto errore di percorso. Noi possiamo dimostrare che anche il regime a partito unico fu una creatura del gioco demo-parlamentare: tutto cominciò con la presentazione del nuovo disegno di legge elettorale, la “Legge Acerbo” (alla quale si ispirano tutte le riforme in materia elettorale degli ultimi 30 anni). Il nuovo regolamento stabiliva che alla lista di maggioranza relativa con almeno il 25% dei voti, spettassero i due terzi dei seggi parlamentari. Un quarto dei voti espressi sarebbe bastato per ottenere una solida maggioranza assoluta. Ebbene questo disegno di legge passò agevolmente, venne approvato dal Consiglio dei ministri (nel quale i fascisti dichiarati erano soltanto 4), dalla Commissione parlamentare, dalla Camera dei deputati e dal Senato con larghissima maggioranza nonostante i fascisti non fossero che una infima minoranza

Quindi, anche senza i brogli e le violenze denunciate da Matteotti nelle elezioni del 1924, è certo che il Listone Nazionale avrebbe comunque agevolmente conquistato i due terzi dei seggi parlamentari.

Non cesseremo mai di ricordare che noi, sinistra comunista, non ci scandalizzammo affatto della violenza fascista, anzi ci augurammo di poter noi fugare gli elettori, di qualsiasi colore, dalle urne. E non certo per ottenere un migliore risultato elettorale e i due terzi dei seggi parlamentari. Fu il cretinismo parlamentare di cui era imbevuto il partito socialista che portò a quel violentissimo attacco di Matteotti contro brogli e violenze elettorali e che gli sarebbe costato la tragica fine.

Scrivemmo: «Il nuovo sistema, di cui la chiave evidente era la sostituzione del partito unico borghese al complesso ciarlatanesco dei partiti borghesi tradizionali […] passò alla liquidazione delle vecchie gerarchie politiche, e questi complici del primo periodo furono liquidati ed espulsi a pedate dalla scena politica» (“Prometeo”, 1946).

Venti anni dopo, tornato il pluripartitismo, tutti i vecchi manutengoli del fascismo prontamente si rivestirono dei paludamenti democratici, per continuare sotto altre ingannevoli apparenze l’opera del fascismo, sconfitto con le armi ma vincitore alla scala storica.

Per concludere diremo che il nostro Partito aveva immediatamente chiarito il rapporto che intercorre tra Stato e forme di governo; noi definiamo lo Stato come una macchina, composta di determinati organi (esercito, burocrazia, magistratura, etc.) che è nelle mani della classe dominante. La differenza fra democrazia e fascismo è solo nel modo in cui questa classe dirige quella sua macchina contro il proletariato.