[RG147] Questione militare, La guerra civile in Russia, Le tre battaglie per Caricyn
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Nel fronte meridionale della guerra civile furono molto importanti le grandi battaglie per la conquista di Caricyn per la sua rilevante importanza strategica. Questa città sulle rive del Volga è stata chiamata Tsaritsyn, Stalingrado, ed oggi Volgograd.
Prima battaglia, luglio-settembre 1918
Il generale antibolscevico Krasnov era sostenuto dal Krug, l’assemblea cosacca, e specialmente dall’aiuto economico e militare tedesco. Disponeva di una discreta forza di circa 40.000 soldati, 610 mitragliatrici e di 150 pezzi di artiglieria. Krasnov riuscì ad estendere il suo controllo su altri territori cosacchi e il 17 aprile 1918 fondò la Repubblica del Don, che si estendeva su una superficie vasta più della metà dell’Italia, con meno di 4 milioni di abitanti, per la metà cosacchi e la restante parte mal sopportati contadini e operai immigrati.
A Krasnov occorreva la conquista di Caricyn, importante nodo ferroviario che collegava il centro della Russia con le regioni del basso Volga e del Caucaso. Dal Sud vi transitava la maggior parte del grano, delle derrate alimentari e del combustibile verso le grandi città del nord controllate dai bolscevichi e di tutte le materie prime occorrenti all’industria bellica sovietica e all’Armata rossa, impegnata nella difesa della “fortezza accerchiata” della rivoluzione su un fronte di 8mila chilometri.
Inoltre i cosacchi, conquistata la città, avrebbero potuto unire le forze con quelle dell’atamano Dutov, all’offensiva sul Volga 450 chilometri più a nord. Questo congiungimento avrebbe facilitato l’avanzata su Mosca.
I piani elaborati dal cosacco bianco Denisov per la prima battaglia per Caricyn prevedevano una offensiva su due direttrici: la principale diretta sulla città; una seconda di contenimento di eventuali soccorsi rossi provenienti da molto più a nord.
Il comando militare bolscevico era subordinato all’approvazione di Stalin, nominato il 31 maggio “dirigente generale degli approvvigionamenti nel sud della Russia investito di poteri straordinari”.
Le difese sovietiche, distribuite lungo il corso del Don, erano numericamente equivalenti a quelle nemiche. Ma erano mal coordinate tra loro e dislocate principalmente a difesa di Caricyn, indebolendo i settori a nord della città.
La difesa disponeva di treni blindati i quali, spostandosi rapidamente sull’anello ferroviario esterno, potevano soccorrere i difensori rossi cannoneggiando il nemico; pure lo potevano fare le cannoniere fluviali sul Volga.
L’attacco bianco a nord contraddistinto dalla forte superiorità numerica e dal mancato coordinamento rosso, permise di interrompere le comunicazioni ferroviarie con Mosca isolando la città e rendendo vani i parziali successi rossi nel settore centrale e meridionale. Le truppe rosse dovettero retrocedere e ridistribuire le unità.
Furono emanati severi decreti contro i disertori, spie e sabotatori e mobilitate le classi più giovani, sottoposte a un frettoloso addestramento.
Il 22 agosto l’Armata rossa riorganizzata lanciò una controffensiva su due direzioni rompendo le linee nemiche con ripetuti assalti alla baionetta, facendole retrocedere sull’intero arco del fronte. Altre vittorie rosse nelle seguenti settimane respinsero i cosacchi al di là del Don, sulle posizioni iniziali, decretando il fallimento della prima offensiva di Krasnov.
Molto pesanti furono le perdite dei cosacchi: 12.000 tra morti, feriti e prigionieri; ma peggiori le nostre: 50.000 tra morti, feriti e prigionieri, nonostante un bottino di decine di mitragliatrici, 27.000 fucili, 3.000 cavalli e gran quantità di munizioni.
Un telegramma di Stalin a Lenin del 6 settembre termina: «Il nemico è in rotta e si ritira dietro il Don. Caricyn è sicura! L’offensiva continua». Trotzki, Presidente del Consiglio militare rivoluzionario e capo dell’Armata rossa, telegrafò invece a Lenin la richiesta di richiamare immediatamente Stalin a Mosca perché: «La battaglia per Caricyn, nonostante le forze superiori, è comunque andata male».
In realtà lo sfondamento non era avvenuto. Denisov, per allentare la pressione, si era ritirato lentamente sostenendo limitati combattimenti che riuscirono a fermare i contrattacchi bolscevichi.
Il grande lavoro di riorganizzazione dell’Armata rossa diretto da Trotzki aveva prodotto una efficiente struttura militare e gerarchica organizzata per fronti e armate con un audace piano di reintroduzione dei militari di professione nell’esercito bolscevico, la selezione dei quali era affidata ad una commissione speciale diretta da Lev Glezarov. All’inizio della guerra civile il corpo ufficiali dell’Armata rossa era composto per il 75% da ex ufficiali dello Zar, spesso utilizzati come specialisti militari, componente che salì all’83% alla fine della guerra civile nel 1922. Si registrò che su 82 generali zaristi al comando nell’Armata rossa solo 5 tradirono. La loro fedeltà fu ottenuta all’occorrenza tenendo in ostaggio le loro famiglie.
Tra gli ex ufficiali che servirono la rivoluzione e si distinsero per notevole capacità era Tuchačevskij, entrato nell’Armata Rossa nel 1918. Per le sue doti strategiche e di comando già nel 1918 gli fu affidato, a soli 25 anni, il comando della Prima Armata.
Seconda battaglia, settembre-ottobre
Nella seconda metà di settembre Denisov lancia una nuova offensiva per la conquista di Caricyn su due direttrici: la prima da nord-ovest affidata al generale Ficchelaurov con 20.000 uomini, 122 mitragliatrici, 47 pezzi di artiglieria e due treni blindati, avrebbe dovuto tagliare le comunicazioni col nord. La seconda, affidata al generale Mamontov, per l’attacco principale da ovest disponeva di 25.000 soldati, 156 mitragliatrici, 93 pezzi di artiglieria e ben 6 treni blindati, mezzi ritenuti ormai indispensabili per le operazioni in quel vasto teatro di battaglia.
Le difese bolsceviche disponevano di circa 40.000 uomini, 200 mitragliatrici, 152 pezzi di artiglieria e 13 treni blindati. Migliorata l’organizzazione, era stata realizzata una rete di fortificazioni attorno alla città con trincee e altre opere difensive.
Stalin, contrario al piano di Trotzki sulla reintroduzione degli ex ufficiali zaristi, su cui nutriva assoluta sfiducia, lo denunciò al Consiglio militare rivoluzionario della Repubblica.
Di fatto sul Fronte sud vi erano due consigli militari: quello ufficiale con Sytin e il suo Stato maggiore, e quello di Stalin con Vorošilov. Ciò produsse una serie di ordini e contrordini che si annullavano a vicenda creando scompiglio.
L’offensiva bianca si sviluppò nel settore centrale e meridionale per tagliare i collegamenti con Astrakhan e il Caucaso e si incuneò nelle linee difensive rosse arrivando a circa 40 km da Caricyn, tagliando fuori dalla battaglia l’ala estrema meridionale bolscevica.
Dall’8 all’11 ottobre l’offensiva si inasprì intorno a Sarepta, sul tratto sud dell’anello ferroviario che circondava la città. Per i controrivoluzionari prendere quella stazione significava scardinare il sistema difensivo di Caricyn ed aprirsi un ampio varco d’accesso nel settore meridionale.
Il primo deciso attacco dei cosacchi bianchi di Mamontov fu bloccato dal fuoco dei treni corazzati e dai ripetuti contrattacchi alla baionetta della fanteria sovietica così che il generale bianco fermò l’operazione in attesa di riserve.
Stalin inviò telegrammi per ottenere rinforzi e viveri, senza ottenere risposta; Vorošilov scavalcò la gerarchia militare e si rivolse direttamente a Lenin. Il 15 ottobre Vacietis, comandante in capo del RVSR, gli rispose addossando la responsabilità della catastrofica situazione a Stalin, ma per l’evidente stato di pericolo gli inviò dei rinforzi.
I bianchi attaccarono tra le stazioni ferroviarie di Voroponovo e Čapurniki. Qui Vorošilov aveva fatto realizzare una doppia linea di trincee.
Il 15 ottobre Mamontov lanciò 25 reggimenti. Le ben organizzate difese russe ressero bene il primo attacco.
Pochi chilometri più a sud, a Beretovka, due reggimenti sovietici, composti di giovani contadini appena arruolati, si ammutinarono, uccisero i comandanti e andarono incontro ai cosacchi. Questi li scambiarono per un assalto di fanteria e li tempestarono di piombo mentre alle spalle erano colpiti anche dal fuoco dalle trincee sovietiche.
Nel mentre arrivò la valorosa Divisione di Ferro di Žoloba con 15.000 uomini i quali, con marce forzate anche notturne, utilizzando un percorso defilato riuscirono a portarsi alle spalle dei cosacchi e colpirli presso Čapurniki. I cosacchi sotto il fuoco di fronte e alle spalle resistettero nemmeno per un’ora subendo la perdita di 1.400 uomini, 6 cannoni e 49 mitragliatrici; fu fatto prigioniero il comandante del settore con l’intero suo stato maggiore costringendo i bianchi a retrocedere verso ovest.
16 ottobre: Mamontov conquistò Voroponovo, pur con pesanti perdite. I sovietici a corto di munizioni furono costretti ad arginare le avanzate bianche con ripetuti contrattacchi alla baionetta per riassestarsi per la difesa della stazione di Sadovaja.
Le avanguardie controrivoluzionarie arrivarono, a soli 7 chilometri da Caricyn, all’ultima linea di trincea e filo spinato presso la stazione di Sadovaja, dove Vorošilov organizzò l’ultima difesa. Radunò tutte le bocche da fuoco disponibili, compresi i treni blindati, e concentrò il tiro sui settori del nemico in avanzata.
17 ottobre: Cessato il bombardamento preventivo la fanteria cosacca avanzò secondo il loro classico schema di combattimento in ordinate e compatte file con le bandiere al vento. Giunti a 400 metri dalle trincee rosse furono investiti dal muro di fuoco di sbarramento che creò enormi buchi nei loro ranghi serrati. La fanteria rossa uscì dalle trincee per inseguire il nemico in ritirata che ripiegò verso ovest. L’anello ferroviario intorno a Caricyn rimaneva così sotto il controllo bolscevico.
Dopo questa pesante sconfitta Mamontov lanciò un attacco con le truppe del settore nord. I bianchi aggirarono Caricyn da nord su due direttrici, anche per bloccare il traffico fluviale sul Volga. Vorošilov tramite rapidi spostamenti per linee interne riuscì a ripristinare le difese, rafforzate anche dall’arrivo di esperti reggimenti lettoni dal fronte orientale, che ripristinarono la supremazia numerica a favore dei rossi.
22 ottobre: l’avanzata verso Caricyn da nord fu arrestata e i bianchi respinti a circa 30 chilometri dalla città, permettendo a novembre di ripristinare i collegamenti ferroviari con la Russia sovietica.
Fu chiaro che la seconda offensiva controrivoluzionaria per Caricyn era fallita, i bianchi arretrarono da tutte le loro posizioni precedentemente conquistate lamentando 20.000 uomini persi tra morti e feriti contro i 30.000 sovietici.
Questa notevole sconfitta toglieva a Krasnov ogni speranza di collegarsi con i cosacchi di Dutov, che agivano ad est del Volga; il morale dei cosacchi crollò, sempre meno convinti a combattere lontano dai loro territori d’origine. L’arrivo della stagione fredda determinò un progressivo rallentamento di tutte le operazioni.
11 novembre: l’armistizio stipulato dalla Germania ne sanciva la sconfitta e l’uscita dalla guerra, privando ogni sostegno alle formazioni cosacche, costringendo Krasnov a una politica di apertura verso l’Armata dei Volontari di Denikin, sostenuta principalmente dagli inglesi e dai francesi.
Il fallimento dell’Esercito del Don a Caricyn, pur superiore nei combattimenti, va ricercato in una serie di cause: il forte attaccamento dei cosacchi alle terre d’origine li portava spesso a disertare quando dai loro villaggi giungevano notizie di pericolo; usarono la loro efficiente cavalleria in modo inadeguato rispetto alle nuove modalità della guerra moderna: non rapidi spostamenti di truppa ma ormai superate cariche al galoppo, fermate dalle mitragliatrici piazzate in posizioni fortificate.
Le scelte attuate da Vorosilov e da Stalin per una difesa mobile e attiva, che lasciava sfogare l’impeto cosacco in assalti sanguinosi per poi passare a contrattacchi alla baionetta, fu possibile perché lo standard qualitativo delle truppe rosse migliorava sensibilmente, battaglia dopo battaglia.
La frattura fra Stalin e Trotzki, che arrivò a costituire una sorta di “opposizione militare”, era assolutamente inconcepibile nel mezzo della guerra civile per la difesa della rivoluzione proletaria. Lenin, pressato da entrambi le parti, infine richiamò Stalin a Mosca.