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[RG147] Corso dell’economia, Un quadro generale

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Il calo dell’inflazione

L’aumento dei tassi di interesse ha portato a un rallentamento dell’economia mondiale, fino alla soglia di una recessione globale. Questo ha determinato una significativa discesa dell’inflazione che, dopo aver raggiunto un picco nel giugno 2022 del 9,1% negli Stati Uniti e nell’ottobre 2022 del 10,6% in Europa, è scesa a giugno del 2023 al 5,5% in Europa e al 3% negli Stati Uniti. Tuttavia, l’inflazione è leggermente tornata ad aumentare negli Stati-Uniti, raggiungendo il 3,7% in agosto, un fenomeno che viene ascritto alla stagione estiva e agli incentivi governativi per rilocalizzare la produzione industriale e sostenere lo sviluppo di nuove tecnologie.

In Europa il divario dell’inflazione fra i diversi Paesi tende a ridursi: a giugno, il valore più alto, nel Regno Unito, ha registrato il 6,3% e in Francia del 4,9%. Un fattore determinante è sicuramente l’aumento del prezzo dei carburanti, legato all’aumento del prezzo del petrolio

Per rilanciare i prezzi del petrolio, l’OPEC+ ha ripetutamente tagliato la produzione giornaliera, tanto che lo squilibrio tra domanda e offerta nel terzo trimestre ha raggiunto 1,6 milioni di barili al giorno, il livello più alto dal 2021. Per compensare questo calo i Paesi consumatori di petrolio stanno attingendo alle scorte: solo nel mese di agosto hanno prelevato 76,3 milioni di barili, portando le scorte al livello più basso degli ultimi 13 mesi. Il risultato è stato un aumento dei prezzi. Il greggio Brent del Mare del Nord era venduto (settembre 2023) a 94 dollari al barile.

Il monopolio di alcuni Paesi sulla produzione di idrocarburi non è l’unica causa dell’aumento dei prezzi. A ciò si aggiunge il sottoinvestimento degli ultimi dieci anni nei settori delle materie prime e dell’energia, e la speculazione, che vede l’opportunità di ottenere rendite favolose.

Ma, nella crisi cronica del modo di produzione capitalistico, la recessione sarà seguita da una nuova ondata di deflazione. Le banche centrali dovranno allora ancora una volta correre in soccorso del capitale per tenerlo in piedi.

La produzione industriale

La tendenza generale non è solo verso un forte rallentamento, ma addirittura verso la recessione.

Negli Stati Uniti, nonostante le centinaia di miliardi di dollari versati dal governo per sostenere la produzione industriale e per modernizzarla sviluppando nuovi rami tecnologici, dal dicembre 2022 abbiamo assistito a un evidente rallentamento, con una crescita prossima allo zero. Per la produzione industriale, che include la produzione di gas e petrolio di scisto, si registra solo la piccola crescita dello 0,2% nei primi otto mesi del 2023, rispetto all’intero 2022. Se invece consideriamo la sola produzione manifatturiera, notiamo un calo dell’1,7%, che va ad aggiungersi a 15 anni di declino, che porta il settore al -7,6% rispetto al picco del 2007.

Anche se alcune centinaia di miliardi di dollari di aiuti statali permetteranno alla produzione industriale americana di ammodernarsi e di affrontare la “transizione energetica”, questo non impedirà il dilagare della crisi storica del modo di produzione capitalista.

L’economia giapponese continua ad arrancare. Dopo un recupero del 5,1% nel 2021, rispetto al -10,1% del 2020, e la modestissima crescita dello 0,2% nel 2022, il Giappone registrerà un -1,6% nel 2023, portando il livello di produzione a -19% rispetto al massimo raggiunto nel 2007.

La Corea del Sud, dopo anni di crescita relativamente forte, con una media del 2,8%, si trova ora nel bel mezzo di una recessione con un calo della produzione industriale del 6,1% nei primi sette mesi dell’anno! Non è un dato trascurabile. Una forte tendenza al ribasso che preannuncia una formidabile crisi di sovrapproduzione.

La Germania è entrata in recessione dal settembre 2021. Insieme al Belgio, era uno dei pochi Paesi dell’Europa occidentale ad aver superato il massimo raggiunto nel 2008, ma ora ha perso i suoi guadagni. Dal 2014 al 2018, la crescita della Germania è stata debole (1,5% di media annua) ma costante, mentre negli altri Paesi dell’Europa occidentale la crescita è ripresa solo durante il biennio 2017-18, segnato da una congiuntura internazionale favorevole, per poi calare dal 2019 in poi in tutti i principali Paesi imperialisti, compresa la Cina.

Nei primi sette mesi del 2023, l’industria tedesca ha registrato un leggerissimo guadagno rispetto al 2022, dello 0,21%. Tuttavia il livello della produzione è sceso del 7,7% rispetto al picco del 2018, mentre rispetto a quello del 2008 abbiamo un meno 0,7%, in altre parole il capitalismo tedesco è tornato al punto di partenza.

La scelta tariffaria sull’energia compiuta dalla borghesia tedesca è stata imposta a tutta Europa allineando il prezzo dell’elettricità a quello del gas, in modo che l’industria tedesca non sia svantaggiata rispetto a quella francese, che beneficia di un’energia più economica grazie al nucleare. La borghesia francese ha accettato di sacrificare la propria industria, intravedendo i guadagni dall’aumentata rendita energetica e ha puntato ad arricchirsi, a spese del proletariato e della piccola borghesia, privatizzando la produzione di elettricità. Una crescente massa di parassiti ha comprato l’elettricità da EDF a prezzi bassi per venderla a un prezzo più alto sul “mercato libero”.

La borghesia tedesca per l’approvvigionamento energetico aveva scommesso sul gas russo a basso costo. Ma dopo l’invasione dell’Ucraina da parte dell’imperialismo russo, la Germania si è trovata costretta a comprare petrolio e gas da altri fornitori a prezzi elevati, riducendo così la competitività della sua industria di fronte alla Cina e agli Stati Uniti. Mentre questi ultimi producono gas e petrolio di scisto, la Cina compra gran parte dei suoi idrocarburi dalla Russia con uno sconto del 30%. Il Cremlino diventa così sempre più dipendente dall’imperialismo cinese.

Come molti vecchi Paesi imperialisti, la Germania investe poco in infrastrutture e tecnologia digitale, e parte dell’apparato industriale è obsoleto. Questo indebolisce la competitività del capitalismo tedesco.

Per anni la Germania ha investito pesantemente in Cina per trarre vantaggio dal quel gigantesco mercato, in piena espansione. Il prodigioso sviluppo del capitalismo cinese nel primo ventennio del secolo ha contribuito fortemente ad aumentare il tasso medio di profitto e ha offerto un mercato gigantesco, salvando il modo di produzione capitalista per altri decenni. Questo è stato possibile perché, a partire dagli anni ‘50, il capitalismo di Stato cinese ha sviluppato una formidabile base industriale con le infrastrutture necessarie che hanno permesso l’affluire di investimenti. I monopoli tedeschi dell’industria automobilistica, meccanica e chimica, investendo massicciamente in Cina, hanno realizzato per anni profitti favolosi. Ma il capitalismo cinese, che nel frattempo ha visto rallentare la sua crescita, avendo acquisito il know-how dall’Occidente, è ora in grado di competere in quei settori, come le macchine utensili, i prodotti chimici, gli autoveicoli, che sono la forza del capitalismo tedesco.

La Cina è il principale partner commerciale della Germania, l’interscambio fra i due paesi ha raggiunto 300 miliardi di dollari. Ma il disavanzo commerciale tedesco è in continua crescita. Una tendenza che potrebbe essere rafforzata con la crescente concorrenza delle auto elettriche cinesi, i cui prezzi sono competitivi. L’Europa, e la Germania in particolare, sono in ritardo in questo settore e non possono competere con la produzione cinese. Dopo aver rifiutato per anni di investire nella produzione di batterie, magneti e motori elettrici, l’industria europea, e quella tedesca in particolare, stanno combattendo per la propria sopravvivenza. Il succulento mercato dell’auto potrebbe sfuggire del tutto alla borghesia europea, incapace di produrre veicoli competitivi in termini di prezzo e di qualità.

Il capitalismo tedesco in crisi senile rischia così di doversi piegare a potenze imperialistiche ben più forti.

Il capitalismo francese, come quello tedesco, con una crescita della produzione industriale dello 0,51%, è andato leggermente meglio nel 2023 rispetto al 2022 che era stato di leggera recessione. Ma il quadro generale è ancora meno roseo di quello tedesco. Rispetto al 2019 la produzione è inferiore del 4,9%, mentre resta del 12% al di sotto del culmine del 2007. In altre parole, il livello di produzione è molto vicino a quello del 2009, nel momento peggiore della crisi di sovrapproduzione. Come si vede, nonostante tutti i trucchi che hanno messo in atto, gli Stati imperialisti più vecchi non sono in grado di uscire dalla crisi del 2000-2009.

L’altro grande malato d’Europa è il Regno Unito. Dopo la forte ripresa nel 2021 dalla caduta del 2020, la Gran Bretagna è di nuovo in recessione dall’ottobre 2021. Se confrontiamo l’indice dei primi sette mesi del 2023 con quelli del 2022, abbiamo un -1,4%, un calo che segue quello del -3,7% del 2022. Se confrontiamo l’indice del 2019 con il massimo raggiunto nel 2000, scopriamo che nel 2022 la produzione industriale è ancora del 6,6% inferiore a quella di 22 anni prima. Quindi il capitalismo britannico è in recessione dagli anni 2000. Ma, come per magia, gli statistici della borghesia britannica hanno manipolato tutti gli indici. Se prendiamo la media dei primi sette mesi del 2023, anno di recessione rispetto al 2022, anch’esso in recessione, otteniamo un surplus di 1,5% rispetto all’indice del 2000! Quindi la borghesia britannica vorrebbe farci credere che il capitalismo britannico sta andando meglio di quello tedesco.

Anche questa insipienza è per noi una conferma della loro decadenza: presto le borghesie di tutti i paesi non saranno più capaci di produrre statistiche attendibili. Invece che sulla produzione industriale si affideranno alle ben più dubbie statistiche sul PIL.

La situazione in Italia non è affatto più rosea. Dopo una forte ripresa nel 2021, +11,7%, che ha fatto seguito a un calo dell’11% nel 2020, la crescita è scesa a +0,4% nel 2022, prima di diventare negativa nel 2023 con un -2,7%, sulla base degli indici dei primi nove mesi dell’anno. Dopo i due anni positivi del 2017 e del 2018, il capitalismo italiano aveva ridotto il divario con l’apice del 2007 di un non meno sbalorditivo -17,6%. Nonostante il recupero successivo alla pandemia, la produzione industriale è ancora del 20% inferiore a quella del 2007.

In Polonia l’accumulazione di capitale industriale per alcuni anni si è attestata a un tasso medio annuo del 5,4%, una crescita notevole se paragonata ai decrepiti capitalismi del Vecchio Continente. Ma con la recessione incominciata dall’inizio dell’anno, la produzione registra nei primi sei mesi un calo dell’1,7%.

Il commercio mondiale registra un rallentamento delle esportazioni a partire dall’ottobre 2022, ma sono diminuite drasticamente per la maggior parte dei principali Paesi imperialisti. Le esportazioni di Cina, Corea, Stati Uniti e Belgio sono diminuite di circa il 10%. Quelle del Giappone del 5%. Le importazioni cinesi sono diminuite del 15% a luglio su base annua. Come sempre il calo delle importazioni è sinonimo di recessione interna.

Possiamo concludere che, come previsto, dopo due anni di crescita nel 2017 e nel 2018, il capitalismo globale è di nuovo in recessione. Va notato che i vecchi Paesi imperialisti, ad eccezione di Belgio e Germania, non hanno mai riguadagnato il livello raggiunto nel 2007: tutto il recupero di questi due anni è andato perduto e la scala della produzione nella maggior parte dei principali Paesi imperialisti è ora vicina a quella del 2009!

Anche la Cina è colpita dalla recessione e nel settore immobiliare si hanno dei fallimenti spettacolari, come quello di Evergrande. Il quadro generale è quello di un’elevata disoccupazione, con almeno il 20% dei giovani senza lavoro, un calo dei consumi e un ritorno alla deflazione. Con questa crisi, un intero settore della piccola borghesia e della classe media cinese rischia di essere rovinato.

Su scala globale si sommano il colossale debito di aziende, famiglie e Stati, per non parlare della svalutazione di trilioni di obbligazioni. Di conseguenza la situazione è molto peggiore di quella del 2009.

Nella situazione attuale, con ogni capitalismo in lotta per la sopravvivenza, possiamo aspettarci una guerra commerciale sempre più feroce.

Ma arriverà il momento in cui il fallimento di alcune grandi aziende, che a sua volta porterà a quello di una grande banca, farà cadere tutte le tessere del domino. Il “si salvi chi può!” presto o tardi scatterà per i grandi Stati imperialisti e qualcuno di essi potrebbe essere costretto a dichiarare bancarotta.