Svegliarino: Non saper aspettare
Categorie: Party Doctrine
Questo articolo è stato pubblicato in:
Sembrerà forse un paradosso il dire che la caratteristica psicologica dell’opportunismo è la sua “incapacità d’aspettare”. Eppure è così. Nei periodi in cui le forze sociali alleate e avversarie col loro antagonismo o con le loro mutue reazioni portano nella politica una calma piatta; quando il lavoro molecolare dello sviluppo economico aumenta ancora le contraddizioni e, invece di rompere l’equilibrio “politico” dà piuttosto l’impressione di rafforzarlo per il momento e di assicurargli una specie di perennità, l’opportunismo, divorato dall’impazienza, cerca intorno a sé “nuove” vie, “nuovi” mezzi per realizzarsi. Esso si esaurisce in lamentele sull’insufficienza e sulla incertezza delle proprie forze e cerca “alleati”. Esso si getta avidamente sul letamaio del liberalismo. Lo scongiura, lo chiama. Inventa ad uso del liberalismo speciali formule d’azione. Ma il letamaio non esala che il suo tanfo di decomposizione politica. L’opportunismo allora razzola nel mucchio di letame qualche perla di democrazia. Ha bisogno di alleati. Corre a destra e a sinistra e ad ogni crocicchio cerca di prenderli per la giacca. Si rivolge ai suoi “fedeli” e li esorta ad usare la massima cortesia verso ogni eventuale alleato. “Del tatto, ancora e sempre del tatto!”. Esso soffre di una mania che è la mania della prudenza verso il liberalismo, la “mania del tatto” e, nel suo furore, schiaffeggia e ferisce la gente del suo stesso partito.
L’opportunismo vuol tener conto di una situazione, di condizioni sociali che non sono ancora mature. Cerca un “successo” immediato. Quando i suoi alleati all’opposizione non possono servirlo, ricorre al Governo; cerca di persuadere supplica, minaccia… Finalmente trova un posto nel Governo, ma solo per dimostrare che, come la teoria, anche il metodo amministrativo non può anticipare la storia.
L’opportunismo non sa aspettare. Per questo i grandi avvenimenti gli sembrano sempre inaspettati. I grandi avvenimenti lo sconcertano: non tocca più il fondo, è trascinato come un truciolo nel loro turbine, e va a finire a volte su una sponda, a volte sull’altra… Tenta di resistere, ma invano. Allora si sottomette, muove le braccia per dar l’impressione di nuotare, e grida più forte di tutti… E quando l’uragano è passato, arrampicandosi risale a riva, si scrolla con aria disgustata, si lamenta di aver mal di capo, di essere indolenzito e, nel malessere dell’ubriachezza che ancora lo tormenta, non risparmia le parole crudeli contro gli uomini della rivoluzione, “che non fanno che castelli in aria”.
Trotzky, 1905