La spiegazione di un perché
Categorie: Life of the Party, Party Doctrine
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A volte anche i simpatizzanti e i lettori della nostra stampa, gli operai a noi più vicini nella quotidiana battaglia contro l’opportunismo e per la difesa del programma rivoluzionario, si lasciano prendere dalle ansie della situazione contingente, e si chiedono perché non volgiamo la nostra attività anche alla soluzione di quelli che si chiamano correntemente i “problemi aziendali”.
Il disgusto per le correnti politiche dominanti e le loro filiazioni sindacali ha raggiunto, in molti operai, un grado che è a volte di violenza, ben giustificato da anni di lotte inconcludenti e di amare sconfitte. Ma quello che riesce loro difficile comprendere è che la situazione di oggi si ricollega ad una catena inesorabile di fatti passati, e che i problemi del proletario non si circoscrivono all’azienda, alla fabbrica, alla città, ma abbracciano l’insieme dei rapporti fra le classi, le vicende generali della lotta fra classe operaia e classe capitalistica, e il grado di maturazione di questa lotta. Ora è appunta questa visione complessiva che, fra i compiti della minoranza rivoluzionaria, mette in primo piano la critica senza quartiere dell’opportunismo, l’individuazione del nemico annidato nelle file della stessa classe operaia, lo smascheramento delle forze e delle ideologie che hanno corrotto prima e sfasciato poi il movimento proletario. Se, come tutti i movimenti in fregola di contingentismo e di epilessia volontaristica, facessimo derivare la nostra sia pur limitata attività nei vari campi dell’organizzazione sociale e politica dalla filistea preoccupazione dell’ “oggi”, considerando la rivoluzione come l’accumularsi di una serie di episodi frammentari e locali, ciascuno con un suo significato progressivo nel tempo e nella qualità, è quanto più lontano dal punto di partenza della storica lotta fra le classi, tanto più vicino alla sua conclusione politica; se creassimo nei proletari, nei lavoratori delusi e costretti per necessità a lottare comunque, l’illusione che, come gli innumerevoli saltimbanchi della politica spicciola, abbiamo nella manica, pronta per esser tirata fuori al momento buono, una ricetta di “attualità”, uno specifico locale da applicarsi indipendentemente da un capovolgimento di rotta generale del moto proletario, noi non faremmo nulla di diverso dai traditori del movimento operaio, prepareremmo alla classe lavoratrice nuove delusioni e nuove sconfitte.
La verità è che la situazione di cui si riempiono la bocca gli opportunisti è inesorabilmente fissata in termini che non consentono dubbi: subiamo le conseguenze estreme e necessarie della sconfitta su tutto il fronte internazionale della rivoluzione. Il prezzo sanguinoso di un’inversione ormai venticinquennale del moto proletario è la situazione di oggi: è perciò che le organizzazioni proletarie sono infeudate all’opportunismo è corrose dal tradimento; è perciò che, tanto per rifarci a un caso “aziendale” la commissione interna è, per statuto e di fatto, un organo di collaborazione con la direzione, anzi una lunga manus della direzione in seno alla classe operaia (ed è per ciò che, oggi, non presentiamo liste alla sua elezione); è per ciò che la classe proletaria geme sotto il peso integrale dell’oppressione capitalistica e non riesce a trovare la strada del suo rovesciamento. E’ ancora questa situazione che limita le possibilità d’intervento delle pattuglie rivoluzionarie nelle lotte rivendicative. Quando è malato il cervello del moto proletario, la preoccupazione delle disfunzioni organiche periferiche passa in secondo piano di fronte al problema preliminare di guarirne il centro motore; non è partendo dai limiti dell’azienda, ma al contrario muovendo dall’attacco ai rapporti generali fra le classi per investire l’’insieme delle articolazioni della società borghese, che si pongono le condizioni della ripresa proletaria. Gridino pure gli opportunisti che non ci interessiamo delle tristi condizioni di vita dei lavoratori, dei bassi salari, della disoccupazione; resta il fatto che nessuno di questi problemi si risolve, oggi sopratutto, se non risolvendo il problema della direzione del moto proletario, del suo orientamento, e perciò dell’eliminazione – non in punti singoli e periferici, ma centralmente – della lebbra della conciliazione di classe. Resistere alla bufera dell’opportunismo e del tradimento dei principii è difendere, col domani ultimo della classe, anche il suo presente; è preparare la soluzione del problema complessivo dei rapporti fra capitale e lavoro, e, insieme, dei problemi del “posto di lavoro”.
Perciò, finché la ripresa non si sarà avverata, e in attiva preparazione di essa, il primo compito rimane quello di rifar funzionare il motore della rivoluzione proletaria dopo averlo “ripassato” in tutti i suoi delicati meccanismi. L’arma della critica, dello smascheramento delle forze e delle ideologie avversarie, e della riaffermazione del programma comunista è la premessa dialettica della critica delle armi. Non c’è questa se non si sarà esercitata quella.