L’economia del periodo di trasformazione Pt.7
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di BUCHARIN
CAPITOLO V. Città e campagna nel processo della trasformazione sociale
I. Il processo della riproduzione ampliata negativa e l’ agricoltura. 2. 1 rapporti di produzione e l’agricoltura. 3. Il capitalismo di stato e l’agricoltura. 4. Sfacelo del sistema capitalista, città e campagna. 5. Presupposti nell’agricoltura e principi generali dell’edificazione socialista.
Il fondamento di ogni divisione di lavoro sviluppato e causato dallo scambio commerciale è la distinzione tra città e campagna. Si può dire, che l’intera storia economica della società è compresa dal movimento di questo contrasto1.
Questa caratteristica marxista dev’esser considerata nel periodo di transizione più che mai: poiché, se nel periodo normale dello sviluppo capitalistico, cioè, data una proporzionalità relativa già stabilita, tra città e campagna, in quanto ché qui si parla della divisione di forze sociali della produzione, la quale proporzionalità è necessaria per l’equilibrio di questo sistema, il processo di produzione può essere osservato nella sua forma astratta, come processo della produzione di valore e plusvalore, nel periodo di transizione però ciò non basta più.
Il punto di vista naturale guadagna un decisivo significato, e perciò diviene d’importanza esclusiva. anche la divisione della produzione sociale in diverse sfere del lavoro «concreto» e in prima linea nell’industria e nell’agricoltura. La crescente sproporzione tra questi due rami del sistema economico, si è manifestata anche già prima della guerra; la ricerca imperialistica di un «complemento economico» cioè di una base agraria per i paesi industriali, forma appunto uno sfogo di quel contrasto tra «città» e «campagna» di cui parlò Marx, ma già su scala mondiale2.
Il problema delle materie prime, il problema fondamentale del presente, e quello della provvisione sono i problemi attuali. Tutto ciò ci costringe a considerare la quistione: città e campagna, come una quistione, che abbisogna di un esame speciale.
Anzitutto dobbiamo seguire, in quale specie ed in qual modo si è espresso, nell’agricoltura, il processo della riproduzione ampliata negativa.
Consideriamo prima il processo isolatamente. Si comprende facilmente, che qui vengono osservati proprio gli stessi aspetti come nelle industrie. La guerra sottrae una forte quantità di forze produttive; essa raggruppa le forze di lavoro nuovamente, le svia dal lavoro produttivo, priva l’agricoltura dell’inventario, del lavoro animale, diminuisce la stabilità degli animali e i mezzi di concimazione, diminuisce la superficie seminativa sottraendo l’energia di lavoro, che in agricoltura occupa un posto relativamente più grande che nelle industrie (poiché qui la continuazione organica del capitale si trova più profondamente), restringe le basi della produzione e della riproduzione.
Il restringersi delle basi della produzione trova la sua espressione nella diminuzione del prodotto generato. Questo è il quadro generale.
Ma il processo della riproduzione agricola non è, osservato nella sua essenza reale, un processo unico ed isolato di riproduzione. Esso è una parte del processo generale, che presuppone uno scambio di merci tra città e campagna. In quanto che qui si tratta dunque della riproduzione dei mezzi di produzione, e la produzione agricola dipende dalle condizioni della riproduzione nell’industria (macchine, arnesi di lavoro, concimi chimici, energia elettrica, ecc.). La riproduzione ampliata negativa nell’industria aggrava il processo analogo in agricoltura. E al contrario la diminuita quantità dei mezzi necessari, che intanto formano elementi di riproduzione dell’energia di lavoro, aggrava in altri termini il processo della riproduzione ampliata negativa nell’industria. La riproduzione ampliata negativa si esprime, come processo unitario, nella diminuita quantità di prodotto generato (mezzi di produzione riuniti e mezzi di consumo).
Il diminuire delle fasi di produzione s’esprime in modo paradossale nel salire della «rendibilità di danaro» della agricoltura3.
L’aumento di prezzo dei prodotti agricoli, provoca un uguale (ed abitualmente anche maggiore) aumento di prezzo dei prodotti industriali. Intanto l’agricoltura si libero nella guerra rapidamente dei debiti, accumulò capitale sotto forma di danaro e di riserve di prodotti. Come il prof. Lederer nota molto bene, questo contrasto trova la sua spiegazione nel fatto che i prezzi, aumentati in modo colossale per i prodotti industriali, furon causa di una tale diminuzione della loro reale quantità, che l’agricoltura non potette assolutamente acquistarli.
Da ciò segue che la base di produzione dell’agricoltura si è meglio conservata che non le basi di produzione dell’industria, che l’agricoltura nonostante il processo della riproduzione negativa ampliata, dispone in realtà di quantità di prodotti molto maggiori che non l’industria. Questa è una differenza abbastanza essenziale, la quale si deve manifestare anche nel periodo di sfacelo del sistema capitalistico.
Tuttavia, la differenza più essenziale è la struttura economica di questo ramo importante della produzione. Una caratteristica di questa struttura è la straordinaria varietà dei tipi economici che rispecchia il grado relativamente debole della socializzazione del lavoro e lo esprime.
Qui all’ingrosso possiamo distinguere le seguenti categorie: l’economia del grande capitalismo, che si basa sul lavoro salariato; l’economia capitalistica contadina («Kulak4 contadino ricco) che impiega egualmente lavoro salariato e si basa sovr’esso; l’economia dell’«operaio» agricolo, che non sfrutta nessun lavoro salariato; finalmente l’economia spicciola del semiproletario. Le diverse combinazioni nei rapporti fra l’elemento personale di questi tipi danno un quadro molto eterogeneo. In seno all’economia del grande capitalismo osserviamo quasi la stessa gerarchia sociale di produzione, come nell’industria.
La costituzione economica del latifondo è in generale la stessa di quella della fabbrica; al più alto posto l’imprenditore capitalista, più in basso il direttore generale; poi ancora gl’intellettuali tecnici (agronomi, ragionieri, ecc.). ancora più in basso gl’impiegati; sotto di questi gli operai specialisti (per le macchine agricole, le strade di comunicazione, le stazioni elettriche, ecc.) e finalmente i braccianti. Altri sono i rapporti nella economia dei contadini ricchi, dove la gerarchia di produzioni è limitata a due categorie: padrone e lavoratore. L’economia dell’operaio agricolo non conosce scale gerarchiche. L’ economia del semiproletario forma nell’assieme dei suoi membri il più basso anello della catena della scala gerarchica di un’ altra economia, del latifondo, della fabbrica. Noi vedemmo nei capitoli precedenti, che il momento essenziale che definisce la possibilità di un’immediata nazionalizzazione della produzione, è formato dal lavoro socializzato (in qualsiasi sistema o capitalistico di stato, o socialista). E perciò chiaro, che già il solo sistema del capitalismo di stato riguardo l’agricoltura deve prendere una «forma d’organizzazione» in qualche cosa cambiata.
Si comprende agevolmente, che il bisogno della borghesia di incastrare l’agricoltura nel sistema del capitalismo di stato fu fortissimo. Poiché l’agricoltura è (specialmente in un momento di scuotimento) un decisivo ramo di produzione: si può vivere senza giacche, senza lampade elettriche, senza libri, ma non si può vivere senza pane. L’esercito può essere mal calzato, ma non può esistere col nutrimento di S. Antonio. Dunque, gli elementi che spingevano verso l’organizzazione capitalistica di stato esistevano in grado acuto.
E nello stesso tempo l’immediata possibilità di raziona- lizzazione della produzione era specialmente debole.
Questo compito come fu risolto dal capitalismo?
In due maniere: prima per mezzo la statalizzazione di una parte delle grandi unità di produzione; e poi per mezzo d’ un‘regolamento indiretto del processo di produzione che viene raggiunto col regolamento del processo di circolazione.
Da ciò si vede abbastanza chiaramente la «debolezza» relativa del primo metodo. Naturalmente, lo Stato capitalista già disponeva di alcuni rami della produzione agricola (ad es. dei demanii, ecc.), ma non aveva tali punti d’appoggio quali sono per esempio i trusts nell’industria. Per questa ragione la misura in cui è stata attuata, fatta la diretta socializzazione borghese di produzione era scarsa e questa socializzazione si è attuata abitualmente sotto forma di diverse «comunalizzazioni» e «municipalizzazioni». Il secondo metodo guadagnò intanto un significato maggiore: regolarizzazione della produzione per mezzo della regolarizzazione del processo di circolazione o dell’organizzazione della distribuzione. Il monopolio statale dei cereali, il sistema della tessera per i prodotti agricoli, la consegna obbligatoria dei prodotti, i prezzi massimi, le spedizioni organizzate dei prodotti industriali ecc. – tutto ciò alla fine portava lo sviluppo nella direzione della statalizzazione della produzione. Qui osserviamo un tipo arretrato dello sviluppo, gli stadi iniziali di un processo organizzativo, il quale, nello stesso modo come nelle industrie ebbe il processo di circolazione quale punto iniziale (circoli, sindacati).
Su questo terreno il sistema capitalistico di stato poteva appoggiarsi sulle associazioni agricole di una forma speciale di sindacati anzitutto sopra le cooperative. Per mezzo della regolarizzazione del processo di circolazione venne regolato interamente anche il meccanismo della produzione agricola, incluso le piccole economie individuali.
Il sistema del «libero scambio» coi prodotti agricoli fu definitivamente seppellito. Naturalmente le specifiche condizioni dell’agricoltura, l’alto peso specifico delle piccole o medie economie producenti merci, hanno anche qui offerto grandi difficoltà; ciò si è espresso col mercato, «illegale» «libero» e col contrabbando; ma tuttavia, finché il sistema dell’organizzazione capitalista di stato, come tutto, era forte, anche l’agricoltura era attirata nell’apparecchio generale di cui parte essenziale era l’industria organizzata5.
Da qui vien fuori la proposizione: Se il crollo del sistema capitalistico di stato ha il suo punto di partenza nello sfacelo dei rapporti di produzione nell’industria, esso porta anche il crollo del sistema capitalistico nei riguardi dell’agricoltura.
Il ristagno dell’apparato capitalistico di stato, si manifesta qui nella sua continua perforazione per mezzo di contrabbando coi prodotti agricoli. Lo stroncamento rivoluzionario dei legami, in un primo tempo richiede – la separazione fra città e campagna.
Nell’epoca del capitalismo di stato si possono distinguere tre specie di rapporti tra città e campagna: 1° i rapporti del credito in danaro, che sono della specie capitalistico finanziario (specialmente per mezzo delle banche) 20 gli apparati statali e comunali; 3° lo stesso processo reale di scambio fra città e campagna, il quale si attua in parte per mezzo di apparati di organizzazione, e con il loro aiuto, in parte senza di essi. Osserviamo ora ciò che inevitabilmente succederà, nella sfera dei rapporti fra città e campagna, quando il proletariato conquisterà il potere.
I legami di credito in denaro, e i rapporti capitalistico-finanziari, si troncavano totalmente e irrevocabilmente, con la presa del potere da parte del proletariato. Con l’appropriarsi delle banche, i rapporti di credito vanno perduti, né si può parlar più di una «restaurazione del credito», poiché l’intero sistema fondamentale delle usuali relazioni viene rotto, ogni «fiducia» è scomparsa, e lo stato proletario si presenta alla coscienza borghese come un bandito collettivo.
Gli apparati statali e comunali si sfasciano ugualmente nei loro elementi insieme allo sfacelo di quasi tutti i meccanismi statali del vecchio tipo. Quell’apparato che esprimeva l’egemonia dell’industria sull’agricoltura e della città sulla campagna, (sulla formazione capitalistica) cessa di esistere quale sistema connesso di organizzazione.
Finalmente, il processo reale di scambio nel quale si esprime l’unità dell’«economia nazionale» regredisce.
Dopo un’analisi particolareggiata dello sfacelo dell’ industria capitalistica non sarà difficile comprendere le cause di questo; già il processo della riproduzione negativa ampliata durante la guerra imperialista ha distrutto le basi dello scambio diminuendo la quantità dei prodotti che furono spinti fuori dalle città, cioè l’equivalente in prodotti di cui abbisogna la popolazione di campagna.
Con il crollo dell’apparato capitalistico di produzione si irrigidisce il processo della produzione quasi completamente; si vive con le vecchie riserve, con i residui, che sono stati salvati dalla guerra, e che il proletariato ha ereditato. Il danaro, che nei tempi «normali» appariva come valore di sé stesso, si rivela definitivamente quale mezzo di scambio senza valore proprio. Per le persone, che disponevano di masse di prodotti agricoli andò perduto quasi ogni stimolo di spedire i prodotti in città. L’economia della società si divide in due sfere autonome la città affamata e la campagna, la quale nonostante la parziale distruzione delle forze produttive, dispone di abbastanza grandi riserve di «residui» per cui manca il mercato. Lo sfacelo di tutto il sistema sociale di produzione raggiunge il suo apice. Queste fasi della «storia economica della società» s’esprime nella selezione dei due genesi principali del lavoro sociale – una circostanza, che non ammette un’ ulteriore esistenza della società.
Intanto prima di passare l’analisi delle condizioni di nuovo equilibrio, dobbiamo esaminare quelle forme principali che prende il crollo del sistema capitalista nella campagna.
Qui si mostra subito la seguente proposizione: data una relativa stabilità della «campagna» e l’esistenza di una notevole massa di prodotti, il processo di sfacelo nei rapporti in seno alla produzione agricola, si deve attuare molto più adagio. D’altra parte, come qui esiste una varietà di forme economiche, che non esiste nella grande industria, anche la forma dello stesso processo di trasformazione sarà diversa in tutte le fasi del suo processo, che noi abbiamo esaminato nel capitolo precedente.
Prendiamo anzitutto l’economia del grande capitalismo.
Qui il processo di rottura dei legami ricorda più similmente, quello che si attua nell’industria. Tuttavia con qualche modificazione.
Prima qui si attuava più lentamente che non nella città. Questo accade perché nell’agricoltura – dove i generi di consumo vengono prodotti sul posto il sottoconsumo della classe operaia non si manifesta in forma molto esplicita.
Il sistema di compenso parziale in natura effettivamente assicura la riproduzione della forza di lavoro, e conseguentemente lo stimolo per lo scioglimento dei legami fra gli elementi personali è notevolmente minore. In secondo luogo, qui il proletariato non è neppure lo stesso, così «educato» attraverso il meccanismo del processo di produzione capitalistica. La sua composizione (elementi semi-contadini), i metodi di lavoro (il carattere del lavoro, a seconda della stagione, una estensione molto più grande del lavoro per diffusione nello spazio ecc.) tutto questo frena la sua «rivoluzionarizzazione ideologica» e l’ elaborazione di un «piano di lavoro rivoluzionario». Tuttavia questi fattori solo differiscono la linea generale di sviluppo, ma non la negano. L’influenza della città e delle organizzazioni del proletariato industriale dà l’impulso esterno per l’intensificazione del processo che si svolge da sé ed alla fine il crollo dei rapporti di produzione capitalistica è inevitabile, un crollo che si attua nella stessa direzione come nell’industria6.
Ma la rottura nei rapporti di produzione rurali, si attua anche in altre direzioni, ciò che è condizionato alle specifiche caratteristiche strutturali dell’economia agricola. Come abbiamo visto, una parte del meccanismo di persone (i semi proletari, proprietari dell’economia spicciola) costituisce il più basso anello nella catena della gerarchia capitalistica; gli altri elementi (i contadini medi) non sono soltanto «concorrenti» della grande economia sul mercato: essi sono spesso anche oggetto di sfruttamento in una forma coperta e non appariscente di rapporti straordinariamente complicati e vari (fitto, usura, dipendenza dalle banche agrarie, ecc.). Qui si tratta di una forma degli elementi inferiori e medi della gerarchia di lavoro, che non trova nessun posto nel puro schema capitalistico e non rappresenta lavoro socializzato, ma si appoggia, per cosi dire, a questo. Nondimeno il suo peso specifico è grandissimo se osserviamo tutto lo schema sociale nel suo assieme concreto.
Siccome i membri inferiori appoggiati del sistema consistono in gran numero di aziende indipendenti, questo carattere dei rapporti di produzione definisce anche il tipo dello sfacelo, che si manifesta nella lotta tra aziende, cioè, tra contadini operai e semi-proletari da una parte e contadini ricchi e semi-latifondisti dall’altra. Osservando concretamente, la combinazione degli elementi in lotta, questa può essere molto variabile, secondo il peso specifico dei diversi tipi d’azienda, e secondo le variazioni di questi tipi, (poichè queste sono categorie transitorie l’un dall’altro indelimitabile con una quantità enorme di sfumature ecc.)
Preso in sé, isolato da tutto il restante complesso economico, questa rottura della coesione, nasconde anche la possibilità di ritorno a forme più primitive, poiché qui la forza attiva è costituita proprio dal lavoro minuto dei piccoli proprietari, e non dal lavoro socializzato dei proletari. Ma nel dato complesso storico esso forma una parte integrale del crollo generale del sistema capitalistico7.
Questa è la rivoluzione agraria dei contadini, il cui significato è sempre maggiore, quanto meno sono sviluppati i vincoli capitalistici. Questa lotta può essere accompagnata da una grande dispersione di forze e da uno spezzettamento delle basi di produzione materiali (una certa ripartizione delle grandi tenute, dell’inventario8, degli animali ecc.) cioè da un’estesa diminuzione delle forze produttive, ed è abitualmente accompagnata da queste.
Ora sorge la domanda: In qual modo d possibile il nuovo equilibrio – da una parte l’equilibrio entro la sola agricoltura e dall’altra parte l’equilibrio fra città e campagna?
Questa quistione è decisiva per l’umanità, poiché essa è la più importante e la più complicata questione9.
Abbiamo già visto che il tipo generale del nuovo equilibrio, dev’essere il tipo rovesciato (la negazione dialettica) dell’equilibrio nei rapporti del sistema di capitalismo di stato.
Osserviamo anzitutto il processo in seno dell’agricoltura.
La rottura dei legami tra i diversi elementi personali dell’economia del grosso capitalismo, dev’esser sostituita con un’organizzazione di questi elementi in una nuova combinazione. In realtà qui il problema è dello stesso genere che nell’industria. Tuttavia esso è complicato da due fattori; in primo luogo per mezzo della distruzione parziale delle aziende del grosso capitalismo, quali grandi imprese in generale; in secondo luogo a causa di un molto minore grado di maturità del proletariato. Il primo è inevitabile a causa della lotta dei contadini per l’acquisto di terreno. Naturalmente, la grandezza delle concessioni oscilla fortemente, secondo il peso specifico della classe contadinesca in generale e della sua suddivisione in diverse categorie. Il secondo momento produce una più grande quantità di attrito in seno all’organizzazione: il processo dell’auto-educazione del proletariato si compie più lentamente.
In ciò che riguarda l’equilibrio nella restante sfera della produzione agricola, esso tende a porre a base del punto di partenza del suo sviluppo, l’eguale ripartizione di terreni. È evidente, che questa condizione, indipendentemente presa dallo sviluppo delle città, darà stimolo a un nuovo ciclo capitalistico di colpi all’americana. Questa possibilità cessa quando avviene la liquidazione della merce in città e all’organizzazione socialistica dell’industria, L’inevitabile seguito della dittatura del proletariato è dunque una latente o più o meno aperta lotta tra la tendenza organizzativa del proletariato e la tendenza anarchica nella produzione delle merci, da parte dei contadini.
In quale forma può intanto esercitarsi l’influsso organizzativo della città proletaria?
E come si può raggiungere un nuovo equilibrio tra città campagna ?
Evidentemente, solo il processo reale dello scambio delle mercanzie tra città e campagna può servire quale forte sicura base per un influsso decisivo della città. La rinnovazione del processo di produzione nell’industria, la restaurazione dell’industria nella forma socialistica costituisce quindi la condizione necessaria per una più o meno rapida inclusione del villaggio nel processo organizzativo.
Siccome la rinascita dell’industria stessa è condizionata all’affiuenza dei viveri nelle città, si presenta un’assoluta necessità di questo concorso a ogni costo. Questo equilibrio minimo può essere raggiunto soltanto a) sul costo di una parte delle fonti di riserva rimaste nelle città e b) con l’aiuto della costrizione dello stato proletario.
Questa coercizione statale (requisizione dei cereali superflui, imposta in natura o qualsiasi altra forma) è fondata economicamente in primo luogo direttamente, in quanto gli stessi contadini sono interessati allo sviluppo dell’industria, che li provvede di macchine agricole, utensili, concimi chimici, energia elettrica ecc. in secondo luogo indirettamente in quanto che la forza statale del proletariato rappresenta il miglior mezzo di difesa contro la restaurazione della pressione economica del latifondista, dell’usuraio, del banchiere, dello stato capitalistico ecc.. Per conseguenza la coercizione statale non è un «puro impiego di violenza» a la Dühring e costituisce intanto un fattore, che compare sulla linea principale dello sviluppo economico generale10.
Finché il proletariato industriale si appoggia sulla grande economia formalmente socializzata (statalizzata dal proletariato), esso immediatamente organizza il processo di produzione. La insufficienza dell’inventario agricolo può muovere anche una parte di contadini a riunirsi (comune agricole, cooperative).
Ma l’attrazione nel processo organizzativo della massa principale dei piccoli produttori sarà possibile principalmente, mediante la sfera di circolazione, dunque formalmente sulla stessa via come nel sistema del capitalismo di stato11. Gli organi statali e comunali (i quali teoricamente non possono esser posti l’uno contro l’altro) di distribuzione e provvisione formano l’apparato principale del nuovo sistema d’equilibrio.
Qui sorge la quistione di quelle organizzazioni contadine, che già nel periodo dello sviluppo capitalista hanno tenuto insieme i producenti spezzettati, cioè la quistione delle cooperative agricole. Dall’analisi del crollo del sistema capitalistico nell’agricoltura, risulta che la produzione spicciola, nel processo dello sfacelo ha mantenuto la sua relativa stabilità. Naturalmente le cooperative agricole hanno mostrato la tendenza di trasformarsi in sindacati agricoli; alla cui testa stavano i latifondisti capitalisti, e si sono anche parzialmente trasformate in tali, in quanto che anche l’apparato delle cooperative doveva mostrarsi danneggiato. E’ egualmente chiaro, che certe forme di cooperativa dovevan tramontare: tale la sorte della cooperativa di credito.
Ma nello stesso tempo è senza dubbio che la stabilità dell’economia contadina deve trovare la sua espressione anche in una relativa stabilità dell’apparato cooperativistico dei contadini.
Quale è il suo futuro destino ? si scioglierà esso, come inevitabilmente si scioglie il sindacato e il trust, o no ? prima di rispondere a questa domanda dobbiamo esaminare con più precisione un altro problema fondamentale; la lotta fra il proletariato e il contadiname come rappresentanti classisti dei diversi tipi economici.
«Le forze essenziali e le forme essenziali dell’economia generale sono: capitalismo, piccola produzione di merci e comunismo. Le forze fondamentali sono: borghesia, piccola borghesia (specialmente contadiname), e proletariato»12. La economia contadina resta dopo, come era prima piccola produzione di merci. «Abbiamo qui una base del capitalismo straordinariamente larga, molto profonda e ancorata saldamente. Su questa base il capitalismo si mantiene e festeggia la sua rinascita nella lotta più dura contro il comunismo. Le forme di questa lotta sono commercio illegale e speculazione, che si dirigono contro la provvisione statale dei cereali (e così pure di altri prodotti) come in generale la distribuzione statale dei detti»13. La lotta per e contro il mercato delle merci come lotta nascosta intorno a tipi di produzione, – questo è l’ambiente economico nei rapporti tra città e campagna che sorge con tutta la forza dopo la conquista del potere da parte del proletariato. Tra questo e quello che succede nella città c’è una grande differenza.
Nella città finisce la lotta principale pel tipo di economia con la vittoria del proletariato. In campagna questa lotta termina, in quanto si può parlare di una vittoria sul grosso capitalismo. Ma nello stesso momento perviene, sotto altra forma una rinascita, della lotta fra il piano statale del proletariato, il quale rappresenta il lavoro socializzato da una parte, e dall’altra l’anarchia delle merci, la speculazione sfrenata del contadiname, in cui si personificano la proprietà spezzata e gli elementi di mercato.
Poiché la semplice produzione di merci non è niente altro che l’embrione dell’economia capitalista, la lotta delle nominate tendenze è nella sostanza una continuazione della lotta fra comunismo e capitalismo, Siccome nel petto dei contadini stessi vivono due «anime», e siccome la tendenza proletaria ha un peso specifico sempre maggiore con l’aumento della povertà, questa lotta viene ancora più complicata mediante la lotta interna in seno al contadiname stesso.
Come questa situazione si rispecchia nella sorte dell’apparato di cooperative del contadiname ? E’ chiaro che qui le cose stanno diversamente da quelle dell’industria. L’apparato di cooperative può scemare (in caso di un crescente indebolimento dei rapporti di scambio fra città e campagna); esso può essere distrutto (in caso che i «kulaki» siano prepotenti nel villaggio o che la lotta fra di loro e il proletariato s’inasprisca); esso può essere assorbito dall’organizzazione socialista generale di distribuzione e a poco a poco ricostruito (in caso di ripresa del processo reale dello scambio di prodotti e della decisiva influenza economica della città). Per conseguenza qui teoricamente non è indispensabilmente necessario il completo sfacelo dell’apparato.
In questo modo qui il nuovo equilibrio nasce nell’ininterrotta lotta, e perciò il suo stabilirsi è lento o doloroso. II processo si compie tanto più celeramente, quanto più presto si ristabilisce la riproduzione nell’industria, quanto più presto il proletariato mette mano al suo compito più importante: la rivoluzione tecnica che completamente muta le forme conservatrici d’economia e presenta un impulso potente per la socializzazione della produzione agricola.
Intanto questo tema già appartiene al seguente capitolo.
NOTE
- C. Marx: II capitale Vol. I., ed. popolare, p. 299. ↩︎
- Da qui non scaturisce in nessun modo, come crede Kautsky (vedi suo articolo sull’Imperialismo nella «Neue Zeit») che le radici del capitalismo si trovino esclusivamente in questa sfera. Dal punto di vista delle condizioni di riproduzione è importante il mutamento in tutte le tre parti della formula

Alla prima parte della formula corrispondono i «mercati delle materie prime» e i mercati della «modica forza lavoro», alla seconda le sfere di piazzamento del capitale, infine, alla terza i mercati di vendita. Il cambiamento ha luogo in questi tre campi, ed in corrispondenza a queste, la lotta fra le corporazioni imperialiste ai svolge in tre linee.
↩︎ - Emilio Lederer («La stratificazione economica in guerra» archivio per scienze sociali, politica, guerra e economia, fascicolo 7, 1918, p. 34) porta la seguente tabella, che Illustra 10 spostamento nella rendibilità.

«Mediante i più alti pressi raggiunti nel commercio illegale, dovevano venir raggiunte somme ancora pia alte». Siccome la differenza fra I prezzi nel commercio «libero». e i prezzi massimi cresce, il vero spostamento è naturalmente molto maggiore. ↩︎ - Letteralmente «II pugno» espressione popolare per indicare lo usuraio di villaggio. ↩︎
- Confronta per questo l’opuscolo del compagno J. Larin «Gil utopisti del minimalismo e la realtà», Pietrogrado 1917 (in russo). In questo opuscolo il comp. Larin osserva giustamente: in breve, «se l’agricoltura nei riguardi organizzativi, non era maturata da se, per un processo interno, il capitalismo moderno tedesco, ha trovato una riserva abbondante di forze organizzative materiali e sociali per poterla organizzare da su in giù e dall’esterno, e riunirlo in un organismo unico che si amministra metodicamente».
In altri termini, la maturità materiale del paese non si deve osservare dal punto di vista della necessità, non si deve prima portare alla maturità ternico-organizzativa ognuno dei rami dell’economia, ma si deve considerarla come derivata dalle condizioni generali di tutte le sue forze produttive, nella loro media aritmetica. P. 17-18. ↩︎ - Karl Kautsky scrive nel suo libretto: «La socializzazione dell’agricoltura» (Berlin, 1919): La rivoluzione nelle città non è passata senza lasciar traccia sui lavoratori di campagna. Si sarebbe avuto un indicibile disastro, se fossero anche essi invasi dalla febbre di sciopero (!)…» (pag. 10). Kautsky ha ragione quando, più avanti, sconsiglia la ripartizione delle grandi tenute fra gli operai agricoli. Ma protestare contro la «febbre di sciopero» significa piegare le spalle davanti agli Junker prussiani. La caduta del capitalismo nella campagna è un anello così necessario nella catena del processo generale come in città. Negli stati capitalistici progrediti, non si può pensare una vittoria della classe lavoratrice che non attiri nel movimento anche le masse del proletariato di campagna («febbre di sciopero» come dice Kautsky «sciopero di azzardo», dicevano una volta i nostri menscevichi): poiché gli agrari da parte loro, siano essi anche i signori von Tünen non vorranno volontariamente attuare neppure il programma di Kautsky. L’ignoranza di questa circostanza, la misconoscenza della lotta di classe, è il peccato capitale di Kautsky e consorti. Confr. anche Otto Bauer: «La via per il Socialismo». ↩︎
- Qui si può trarre un’ analogia fra il processo che abbiamo sopra illustrato e la rottura dei rapporti tra la madre patria progredita e le sue colonie. Le Insurrezioni coloniali, prese oggettivamente nascondono in sé la possibilità di un nuovo ciclo di sviluppo capitalistico, se questo processo viene osservato isolatamente. Ma nel complesso generale delle manifestazioni questo è un prodotto secondario, nello stesso tempo anche il fattore più forte dello sfacelo del sistema capitalistico, quale condizione preliminare per la rinascita socialistica dell’umanità. ↩︎
- Cfr. l’articolo del comp. Holchbarg D, «La socializzazione dell’ agricoltura», nella e «Nar. chos» 1919. N. 5: così pure Miliutia: «socialismo e agricoltore»; N. Bogdanov: «organizzazione dell’economia dei soviet» nella «Naz. chos». 1919, N. 6. ↩︎
- Perciò Katusky ha ragione quando scrive («socializzazione dell’agricoltura», prefazione p. 12) «per noi il problema agrario è il più complicato, ma anche il problema più importante della rivoluzione». Nondimeno tutta la disgrazia di Kautsky consiste nel fatto che egli non vede e non comprende appunto tutta la complicatezza del problema. Per lui non esiste il fattore essenziale di complicazione, che è la lotta di classe tra i diversi gruppi sociali. Ci è logicamente legato con l’ignoranza del fatto, che i rapporti di produzione nella società capitalistica sono nello stesso tempo anche rapporti sociali di classe e rapporti tecnici di lavoro. ↩︎
- Il «sociologo» Kautsky questo non lo comprende assolutamente. Nella prefazione al suo scritto già citato «Socializzazione dell’agricoltura» attacca i bolscevichi, perché non hanno lasciato i contadini comandarsi e dirigersi da se (p. 10) e qui mostra la sua completa ignoranza (poiché non conosce del tutto le aziende soviettiste). Ma una pagina più avanti, vien contro I bolscevichi perché essi «opprimono» i contadini, e gli prendono il superfluo per i bisogni della città e dell’esercito. Il «prudente» Kautsky non comprende neppure il significato della guerra contro Denikin, non capisce quello che capisce il più incolto contadino.
II semplice odio contro il partito del comunismo rivoluzionario, gli dettò i pensieri, che sarebbero degni di un figlio di «buona famiglia». ↩︎ - «Considerata la piccola azienda prevalente, questa (cioè la socializzazione N. B.) certamente, dovrà piuttosto preoccuparsi più della regolarizzazione del processo di circolazione fra città e campagna, che non dell’organizzazlone della produzione» Kantsky, o. c.p. 9. ↩︎
- N. Lenin: «Economia e politica nell’epoca della dittatura del proletariato». «Internazionale Comunista» 1919 – N.6 (edizione russa pagina 890). ↩︎
- Ibidem p. 891 ↩︎