Basi storico-programmatiche del comunismo rivoluzionario circa il rapporto tra partito, classe e associazioni economiche operaie Pt.4
Categorie: Communist Left, PCd'I, Union Question
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LA SINISTRA COMUNISTA – 1921-26
Nel numero precedente abbiamo iniziato la pubblicazione di passi significativi di tesi o articoli emananti dalla Sinistra Comunista, prima e dopo il Congresso di Livorno, per mettere in evidenza come la nostra visione dei rapporti fra lotte economiche e lotta politica generale, per la preparazione alla presa rivoluzionaria del potere, e la nostra concezione del compito del partito nel vivo degli scontri di classe e in seno alle organizzazioni sindacali, anche se dirette da opportunisti, coincidessero pienamente con le tesi sostenute dai bolscevichi, e in particolare da Lenin, e come le divergenze su alcune questioni tattiche con la Terza Internazionale non incidessero sulla piena convergenza nelle questioni di principio.
Dagli stessi brani risulta come su tali basi il Partito Comunista d’Italia, diretto dalla Sinistra, abbia impostato, nel 1921-23, una vigorosa azione sindacale.
Proseguiamo nella pubblicazione di alcuni testi dell’epoca per rendere ancora più evidente la continuità sia delle posizioni di principio, sia dell’azione pratica mantenuta dalla Sinistra in tutto il periodo che va fino al trionfo rovinoso della degenerazione staliniana, cioè al 1926.
Da “Il fronte unico sindacale”, 1921
Il comunismo rivoluzionario si basa sull’unità della lotta di emancipazione di tutti gli sfruttati, e nello stesso tempo si basa sulla organizzazione ben definita in Partito politico di quella “parte“ di lavoratori che hanno migliore coscienza delle condizioni della lotta e maggiore decisione di lottare per la sua ultima finalità rivoluzionaria, costituendo quindi l’avanguardia della classe operaia.
Dimostrerebbe di nulla avere inteso del programma nostro chi trovasse una contraddizione tra l’invocazione all’unione di tutti i lavoratori e il fatto di staccare una parte di essi dagli altri, organizzandoli in Partito con metodi che differiscono da tutti quelli degli altri partiti, ed anche quelli che si richiamano al proletariato e si dicono rivoluzionari, poiché in verità quei due concetti non hanno che la stessa origine.
Le prime lotte che i lavoratori conducono contro la classe borghese dominante sono lotte di gruppi più o meno numerosi per finalità parziali ed immediate.
Il Comunismo proclama la necessità di unificare queste lotte, nel loro sviluppo, in modo da dare ad esse un obbiettivo e un metodo comune, e parla per questo di unità al di sopra delle singole categorie professionali, al di sopra delle situazioni locali, delle frontiere nazionali o di razza. Questa unità non è una somma materiale di individui, ma si consegue attraverso uno spostamento dell’indirizzo dell’azione di tutti gli individui e gruppi, quando questi sentono di costituire una classe, ossia di avere uno scopo e una programma comune. Se dunque nel Partito vi è solo una parte di lavoratori, tuttavia in esso vi è l’unità del proletariato, in quanto lavoratori di diverso mestiere, di diverse località e nazionalità vi partecipano sullo stesso piano, con le stesse finalità e la stessa regola di organizzazione.
Una unione formale, federativa, di sindacati di categoria, o magari un’alleanza di partiti politici del proletariato, pur avendo maggiori effettivi di quelli del partito di classe, non raggiunge il postulato fondamentale della unione di tutti i lavoratori, perché non ha coesione e unicità di scopi e di metodi.
Tuttavia i comunisti affermano che la organizzazione sindacale – primo stadio della coscienza e della pratica associativa degli operai che li pone contro i padroni, sia pure localmente e parzialmente – appunto perché soltanto uno stadio ulteriore di coscienza e di organizzazione delle masse le può condurre sui terreno della lotta centrale contro il regime presente, in ragione del fatto che raccoglie gli operai per la loro comune condizione di sfruttamento economico, e col loro riavvicinamento a quelle di altre località e categorie sindacali, li avvia a formarsi la coscienza di classe – l’organizzazione sindacale deve essere unica ed è assurdo scinderla sulla base di diverse concezioni del programma di azione generale proletaria.
È inoltre assurdo chiedere al lavoratore che si organizza per la difesa dei suoi interessi, quale sia la sua visione generale della lotta proletaria, quale sia la sua opinione politica; egli può non averne nessuna o una errata, ma non lo rende incompatibile con l’azione del sindacato, da cui trarrà gli elementi del suo ulteriore orientamento.
Per questo i comunisti, come sono contro alla scissione dei sindacati, quando la maggioranza degli aderenti o la furberia dei capi opportunisti dà loro una direttiva poco rivoluzionaria, così lavorano per l’unificazione delle organizzazioni sindacali oggi divise, e tendono ad avere in ogni paese una unica centrale sindacale nazionale.
Qualunque possa essere l’influenza dei capi opportunisti, l’unità sindacale è un coefficiente favorevole alla diffusione della ideologia e della organizzazione politica rivoluzionaria, e il partito
di classe fa in seno del sindacato unico il suo migliore reclutamento e la migliore sua campagna contro i metodi errati di lotta che da altre parti si prospettano al proletariato.
Da “Il principio democratico”, 1922
In questa lotta molte volte i comunisti dimostrano come i funzionari della burocrazia sindacale violino il concetto democratico e si infischino della volontà della maggioranza. È giusto fare questo perché essi capi sindacali di destra ostentano la loro mentalità democratica e occorre mostrarli in contraddizione, come si fa dei liberali borghesi ogni volta che frodano e coartano la consultazione popolare, pur non facendosi l’illusione che questa, anche se liberamente effettuata, risolverebbe i problemi che premono sul proletariato. È giusto e opportuno farlo perché nei momenti in cui le grandi masse si muovono per effetto di situazioni economiche è possibile spostare l’influenza dei funzionari, che e un’influenza extraproletaria e proveniente, sebbene non in forma ufficiale, da classi e poteri estranei all’organizzazione sindacale, e aumentare l’influenza dei gruppi rivoluzionari.
Ma in tutto ciò non vi sono preconcetti “costituzionali”, e pur di essere compresi dalla massa e di poterle dimostrare che agiscono nel senso dei suoi interessi meglio intesi, i comunisti possono e devono regolarsi elasticamente rispetto ai canoni della democrazia interna sindacale; non vi è ad esempio alcuna contraddizione tra queste due attitudini tattiche: prendere la rappresentanza di minoranza negli organi direttivi del sindacato fino a che gli statuti lo consentono, e sostenere che questa rappresentanza statutaria deve essere soppressa allo scopo di rendere più agili gli organi esecutivi, appena questi sono da noi conquistati.
Tutta la guida in questa questione è l’attenta analisi del processo di sviluppo dei sindacati nella fase attuale: si tratta di accelerare la loro trasformazione da organi di influenze controrivoluzionarie sul proletariato in organi di lotta rivoluzionaria; e i criteri di organizzazione interna non valgono in se stessi, ma in quanto si coordinano a questi fini.
Da “Tesi di Roma”, 1922
III – Rapporti tra il Partito Comunista e la classe proletaria:
10. – La delimitazione e definizione dei caratteri del partito di classe, che sta a base della sua struttura costitutiva di organo della parte più avanzata della classe proletaria, non toglie, anzi esige, che il partito debba essere collegato da stretti rapporti col rimanente del proletariato.
11. – La natura di questi rapporti discende dal modo dialettico di considerare la formazione della coscienza di classe e della organizzazione unitaria del partito di classe, che trasporta una avanguardia del proletariato dal terreno dei moti spontanei parziali suscitati dagli interessi dei gruppi su quello della azione proletaria generale, ma non vi giunge con la negazione di quei moti elementari, bensì consegue la loro integrazione e il loro superamento attraverso la viva esperienza, con l’incitarne la effettuazione, col prendervi parte attiva, col seguirli attentamente in tutto il loro sviluppo.
12. – L’opera di propaganda della sua ideologia e di proselitismo per la sua milizia che il partito continuamente compie, è dunque inseparabile dalla realtà dell’azione e del movimento proletario in tutte le sue esplicazioni; ed è un banale errore il considerare contraddittoria la partecipazione a lotte per risultati contingenti e limitati con la preparazione della finale e generale lotta rivoluzionaria. La esistenza stessa dell’organismo unitario del partito con le indispensabili condizioni di chiarezza di visione programmatica e di saldezza di disciplina organizzativa, dà la garanzia che mai verrà attribuito alle parziali rivendicazioni il valore di fine a sé medesime, e si considererà soltanto la lotta per raggiungerle come un mezzo di esperienze e di allenamento per la utile e fattiva preparazione rivoluzionaria.
13. – Il partito comunista partecipa, quindi, alla vita organizzativa di tutte le forme di organizzazione economica del proletariato aperte a lavoratori di ogni fede politica (sindacati, consigli di azienda, cooperative, ecc.). Posizione fondamentale per l’utile svolgimento dell’opera del partito è il sostenere che tutti gli organi di tal natura debbono essere unitari, cioè comprendere tutti i lavoratori che si trovano in una specifica situazione economica. Il partito partecipa alla vita di questi organi attraverso la organizzazione dei suoi membri che ne fanno parte in gruppi o cellule collegate alla organizzazione del partito. Questi gruppi, partecipando in prima linea alle azioni degli organi economici di cui fanno parte, attirano a sé e quindi nelle file del partito politico quegli elementi che nello sviluppo dell’azione si rendono maturi per questo. Essi tendono a conquistare nelle loro organizzazioni il seguito della maggioranza e le cariche direttive divenendo così il naturale veicolo di trasmissione delle parole d’ordine del partito. Si svolge così tutto un lavoro che è di conquista e di organizzazione, che non si limita a fare opera di propaganda e di proselitismo e campagne elettorali interne nelle assemblee proletarie, ma si addentra soprattutto nel vivo della lotta e dell’azione, assistendo i lavoratori nel trarne le più utili esperienze.
14. – Tutto il lavoro e l’inquadramento dei gruppi comunisti tende a dare al partito il definitivo controllo degli organi dirigenti degli organismi economici, e in prima linea delle centrali sindacali nazionali che appaiono come il più sicuro congegno di direzione dei movimenti del proletariato non inquadrato nelle file del partito. Considerando suo massimo interesse l’evitare le scissioni dei sindacati e degli altri organi economici, fino a quando la dirigenza ne resterà nelle mani di altri partiti e correnti politiche, il partito comunista non disporrà che i suoi membri si regolino nel campo della esecuzione dei movimenti diretti da tali organismi in contrasto con le disposizioni di essi per quanto riguarda l’azione, pur svolgendo la più aperta critica dell’azione stessa e dell’opera dei capi.
15. – Oltre a prendere parte in tal modo alla vita degli organismi proletari naturalmente sorti per la pressione dei reali interessi economici, e all’agevolare la loro diffusione e rafforzamento, il partito si sforzerà di porre in evidenza con la sua propaganda quei problemi di reale interesse operaio che nello svolgimento delle situazioni sociali possono dar vita a nuovi organismi di lotta economica. Con tutti questi mezzi il partito dilata e rafforza la influenza che per mille legami si estende dalle sue file organizzate a tutto il proletariato approfittando di tutte le sue manifestazioni e possibilità di manifestazioni nella attività sociale.
16. – Totalmente erronea sarebbe quella concezione dell’organismo di partito che si fondasse sulla richiesta di una perfetta coscienza critica e di un completo spirito di sacrificio in ciascuno dei suoi aderenti singolarmente considerato e limitasse lo strato della massa collegato al partito ad unioni rivoluzionarie di lavoratori costituite nel campo economico con criterio secessionista e comprendenti solo quei proletari che accettano dati metodi di azione. D’altra parte non si può esigere che ad una data epoca o alla vigilia di intraprendere azioni generali il partito debba aver realizzata la condizione di inquadrare sotto la sua direzione o addirittura nelle proprie file la maggioranza del proletariato. Un simile postulato non può essere aprioristicamente affacciato prescindendo dal reale svolgimento dialettico del processo di sviluppo del partito e non ha alcun senso nemmeno astratto il confrontare il numero dei proletari inquadrati nella organizzazione disciplinata ed unitaria del partito, o al seguito di esso, col numero di quelli disorganizzati e dispersi o accodati ad organismi corporativi non capaci di collegamento organico. Quali siano e come si possano stabilire le condizioni a cui debbono rispondere i rapporti tra il Partito e la classe operaia per rendere possibili ed efficaci date azioni, è quanto si tende a definire nel seguito della presente esposizione.
IV – Rapporti del Partito Comunista con altri movimenti politici proletari:
19. – Simili polemiche debbono d’altra parte avere il loro riflesso nel campo dell’azione. I comunisti partecipando alle lotte anche negli organismi proletari economici diretti da socialisti, sindacalisti o anarchici non si rifiuteranno di seguirne l’azione, se non quando l’insieme della massa per spontaneo movimento vi si ribellasse, ma dimostreranno come questa azione ad un dato punto del suo sviluppo viene resa impotente o utopistica a causa dell’errato metodo dei capi, mentre col metodo comunista si sarebbero conseguiti risultati migliori e utili ai fini del movimento generale rivoluzionario. Nella polemica i comunisti distingueranno sempre tra capi e masse, lasciando ai primi la responsabilità degli errori e delle colpe, e non tralasceranno di criticare altrettanto vigorosamente l’opera di quei dirigenti che pur con sincero sentimento rivoluzionario propugnano una tattica pericolosa ed erronea.
20. – Se è scopo essenziale per il partito comunista il guadagnare terreno in mezzo al proletariato accrescendo i suoi effettivi e la sua influenza a scapito dei partiti e correnti politiche proletarie dissidenti, questo scopo deve essere raggiunto partecipando alla realtà della lotta proletaria su un terreno che può essere contemporaneamente di azione comune e di reciproco contrasto, a condizione di non compromettere mai la fisionomia programmatica ed organizzativa del partito.
Da Progetto di tesi presentato dal PCd’I al 4° congresso della Terza Internazionale, 1922
La conquista delle masse non si può realizzare con la semplice propaganda delle ideologie del partito e col semplice proselitismo, ma partecipando a tutte quelle azioni a cui i proletari sono sospinti dalla loro condizione economica. Bisogna far capire ai lavoratori che queste azioni non possono per sé stesse assicurare il trionfo dei loro interessi: esse possono solo fornire un’esperienza, un risultato organizzativo ed una volontà di lotta da inquadrare nella lotta rivoluzionaria generale. A ciò si riesce non negando tali azioni, ma stimolandole con l’incitare i lavoratori ad intraprenderle e presentando ad essi quelle rivendicazioni immediate che servono a realizzare un’unione sempre più larga di partecipanti alla lotta…
Attraverso le azioni per le rivendicazioni parziali il partito comunista realizza un contatto con la massa che gli permette di fare nuovi proseliti: perché completando con la sua propaganda le lezioni della esperienza, il partito si acquista simpatia e popolarità e fa nascere attorno a sé tutta una rete più larga di organizzazione collegata ai più profondi strati delle masse e dall’altra parte al centro direttivo del partito stesso. In questo modo si prepara una disciplina unitaria della classe operaia. Ciò si raggiunge col noyautage sistematico dei sindacati, delle cooperative e di ogni forma di organizzazione di interessi della classe operaia. Analoghe reti organizzative devono sorgere appena possibile in tutti i campi dell’attività del Partito: lotta armata e azione militare, educazione e cultura, lavoro tra i giovani e tra le donne, penetrazione dell’esercito e così via. L’obbiettivo di tale lavoro è la realizzazione di una influenza non solo ideologica ma anche organizzativa del partito comunista sulla più grande parte della classe operaia. Per conseguenza, nel loro lavoro nei sindacati i comunisti tendono a realizzare la massima estensione della base di essi, come di tutte le organizzazioni di natura analoga, combattendo ogni scissione e propugnando la unificazione organizzativa dove la scissione esiste, pur che sia loro garantito un minimo di possibilità di lavorare per la propaganda e pel noyautage comunista. Tale attività in casi speciali può anche essere illegale e segreta.
I partiti comunisti, pur lavorando col programma di assicurarsi la direzione delle centrali sindacali, apparato indispensabile di manovra nelle lotte rivoluzionarie, col mezzo della conquista della maggioranza degli organizzati, accettano in ogni caso la disciplina alle decisioni di questo e non pretendono che negli statuti delle organizzazioni sindacali ed affini od in patti speciali, venga sancito l’impegno ad un controllo del partito.
Da “Tesi di Lione”, 1926
II. QUESTIONI INTERNAZIONALI
8. – Questione sindacale
L’Internazionale ha mutato successivamente la concezione dei rapporti tra organismi politici ed economici nel quadro mondiale, ed in questo è un esempio importante del metodo che, anziché derivare dai princìpi le azioni contingenti, improvvisa teorie nuove e diverse per giustificare azioni suggerite da apparenti comodità e facilità di esecuzione e di successo immediato.
Si sostenne dapprima l’ammissione dei sindacati nell’Internazionale Comunista, in seguito si costituì una Internazionale Sindacale Rossa affermando che, mentre il partito comunista deve lottare per la unità dei sindacati nella quale si realizza la più adatta zona di contatto con le vaste masse, e non deve tendere a foggiarsi sindacati suoi propri scindendo anche quelli diretti dai gialli, nel campo internazionale però l’ufficio dell’Internazionale di Amsterdam andava considerato e trattato non come un organismo delle masse proletarie ma come un organo politico controrivoluzionario della Società delle Nazioni.
Ad un certo punto per considerazioni certo importanti, ma limitate soprattutto ad un progetto di utilizzazione del movimento sindacale inglese di sinistra, si è preconizzata la rinuncia alla Internazionale Sindacale Rossa e l’unità sindacale internazionale con Amsterdam organicamente intesa.
Non vale a giustificare così gravi svolte nessuna considerazione sul mutamento delle situazioni, essendo la questione dei rapporti tra organismi internazionali politici e sindacali una questione di principio in quanto si riduce a quella dei rapporti tra partito e classe per la mobilitazione rivoluzionaria.
Si aggiunga che neppure la garanzie statutarie interne vennero rispettate perché tale decisione si portò come un fatto compiuto dinanzi ai competenti organi internazionali.
Il mantenimento della parola Mosca contro Amsterdam non escludeva e non esclude la lotta per la unità sindacale in ciascuna nazione perché la liquidazione di tendenze separatiste nei sindacati (Germania e Italia) è stata possibile solo togliendo ai separatisti l’argomento che si impediva al proletariato di svincolarsi dalla influenza dell’Internazionale di Amsterdam.
Invece la apparente entusiastica adesione del nostro partito di Francia alla proposta di unità sindacale mondiale non toglie che esso dimostri una incapacità assoluta a trattare di fatto in modo non scissionista il problema della unità sindacale nazionale.
Non è però da escludersi la utilità di una tattica di fronte unico su base mondiale con tutti gli organismi sindacali anche aderenti ad Amsterdam.
La sinistra del partito italiano ha sempre sostenuto e lottato per la unità proletaria nei sindacati, attitudine che contribuisce a renderla inconfondibile con le false sinistre a fondo sindacalista e volontarista, combattute da Lenin. Inoltre la sinistra rappresenta in Italia la concezione esattamente leninista del problema dei rapporti tra i sindacati e consigli di fabbrica, respingendo sulla base dell’esperienza russa e delle apposite tesi del II Congresso la grave deviazione di principio consistente nello svuotare d’importanza rivoluzionaria il sindacato, basato su adesioni volontarie, per sostituirvi il concetto utopistico e reazionario di un apparato costituzionale e necessario aderente organicamente su tutta la superficie al sistema della produzione capitalistica, errore che praticamente si concreta nella sopravalutazione dei consigli di fabbrica ed in un effettivo boicottaggio del sindacato.
III. QUESTIONI ITALIANE
11. – Schema di programma di lavoro del partito
Ponendosi oggi il grave problema del diradamento dei sindacati di classe e degli altri organi immediati del proletariato, il partito anzitutto agiterà la parola della difesa dei sindacati rossi tradizionali e della necessità del risorgere di essi. Il lavoro delle officine eviterà di creare organi suscettibili di svuotare della loro efficacia le parole sulla ricostruzione sindacale. Tenendo conto della situazione attuale il partito agirà per il funzionamento dei sindacati nelle «sezioni sindacali di fabbrica», le quali, rappresentando la forte tradizione sindacale, si presentano come gli organismi adatti alla direzione delle lotte operaie in quanto la difesa di queste è oggi possibile appunto nelle fabbriche. Si tenterà a far eleggere la commissione interna illegale dalla sezione sindacale di fabbrica, salvo a rendere, non appena possibile, la commissione interna un organismo eletto dalla massa della fabbrica.
Circa l’organizzazione nelle campagne vale quanto si è detto a proposito della questione agraria.
Utilizzate al massimo tutte le possibilità di organizzazione dei gruppi proletari, si dovrà servirsi della parola dei comitati operai e contadini osservando i seguenti criteri: a) la parola di costituire i Comitati operai e contadini non verrà lanciata con periodicità intermittente e casuale, ma imponendola con una energica campagna ad una svolta della situazione che ponga evidente innanzi alle masse la necessità di un nuovo inquadramento, ossia potendola identificare con una chiara parola non di pura organizzazione, ma di azione del proletariato; b) il nucleo dei Comitati dovrà essere costituito dai rappresentanti di organismi noti tradizionalmente alla massa anche se mutilati dalla reazione, come i sindacati ed organismi analoghi, ma non da convocazioni di delegati politici; c) si potrà dare successivamente la parola della elettività dei Comitati, ma nel primo periodo dovrà essere chiaro che essi non sono i Soviet, ossia gli organi di governo del proletariato, ma sono la espressione di una alleanza locale e nazionale di tutti gli sfruttati per la difesa comune.
Circa i rapporti con i sindacati fascisti, tanto più oggi che essi non appaiono neanche formalmente come associazioni volontarie delle masse, ma sono veri organi ufficiali della alleanza fra padronato e fascismo, è da respingere in generale la parola della penetrazione nel loro interno per disgregarli. La parola di ricostruzione dei sindacati rossi deve essere contemporanea alla parola contro i sindacati fascisti.
Le misure organizzative da adottare nell’interno del partito sono state in parte indicate. In rapporto alla situazione attuale, occorre coordinarle ad esigenze da trattarsi in altra sede (clandestina). È pure urgente che esse vengano sistemate e formulate in chiare norme statutarie obbligatorie per tutti, allo scopo di evitare la confusione del sano centralismo con la cieca obbedienza a disposizioni arbitrarie e disuniformi, metodo pericoloso per la compattezza effettiva del partito.