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Russia e rivoluzione nella teoria marxista (Pt.2)

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PARTE I. RIVOLUZIONE EUROPEA E AREA “GRANDE SLAVA”

La «grande» Rivoluzione

Potrebbe forse dirsi che la parola rivoluzione ricorra troppo spesso nelle trattazioni marxiste; nella polemica è stata ed è facile l’allusione al mito, alla demagogia, alla passionalità che nulla dovrebbe aver a che fare colla scienza …

Indiscutibilmente siamo rivoluzionari, ed anche in senso rigoroso ci riportiamo sempre non soltanto alla nostra rivoluzione, ma a tutte le rivoluzioni.

Ma non siamo noi soli ad essere rivoluzionari, nel senso di perpetuare l’apologia incessante di una rivoluzione passata, in atto o futura che sia.

Quando in quel che segue cerchiamo di stabilire i dati obiettivi del passaggio dalla rivoluzione in Europa alla rivoluzione in Russia (in questa riunione dunque, ché una successiva tratterà del fallito passaggio della rivoluzione, allora la nostra, di Russia in Europa) noi trattiamo, sia chiaro, della loro rivoluzione.

Noi la chiamiamo, di qualunque paese e gruppo di paesi si tratti, rivoluzione borghese, o capitalistica. Essi – i nostri avversari tipici – la chiamano rivoluzione liberale, democratica, a loro volta riferendola a qualunque paese, poiché giurano che tutti la debbano attraversare se già non l’han traversata. Noi ed essi potremmo chiamarla, secondo il suo aspetto negativo rivoluzione antifeudale, o antidispotica. Ma quando ad essa si fa riferimento, si pensa sempre e da tutti al suo classico modello, la rivoluzione francese della fine del XVIII secolo, la Rivoluzione per antonomasia nella cultura corrente; nella frase più usata, la Grande Rivoluzione.

Essa non fu tuttavia la prima né la più caratteristica e la più completa come trasformazione sociale dell’economia: la Francia di oggi è uno dei grandi paesi capitalistici ma non il più avanzato sia per la struttura sociale in dati relativi statistici di composizione della popolazione e distribuzione dei redditi, sia per il volume integrale di capitale intraprenditore accumulato. Dunque non in potenziale, non in massa. Fisicamente potenziale e massa sono i due fattori dell’energia: la massima quantità di energia del capitalismo mondiale non è data dalla Francia, nemmeno se ci riferiamo a un pari numero di abitanti per confrontare i vari paesi.

Per il borghese e per il non materialista è quella la rivoluzione tipo non perché sia stata storicamente la prima, ma perché fu quella che nel campo del pensiero espresse in modo compiuto le nuove ideologie e nel campo dell’organizzazione sociale definì la dottrina giuridica nuova insegnandola al mondo. Non certamente noi marxisti neghiamo importanza storica al formarsi di una nuova teoria sociale, che non consideriamo prodotto di un popolo o di alcuni pensatori, bensì espressione di forze della sottostruttura operanti in tutto il campo internazionale e in un lungo corso di tempo.

Fondamentale dunque ci appare, per lo studio della Rivoluzione russa, da tutti prevista ed attesa nel corso di un secolo, segnare i tempi e gli spazi su cui si accampò la Rivoluzione che schiuse la via alla moderna società capitalistica, nella sua piena espansione, ricordando quanto innumeri volte fu detto nella letteratura del marxismo, per molte che siano le occasioni in cui al riordinamento di tali nozioni e dati ci siamo sforzati di contribuire.

Due grandi interpretazioni

Il dibattito su quel grande svolto storico e sulla sua valutazione ha riempito lungo tempo della vita europea e delle razze europee fino a quando la lotta fisica contro la restaurazione di «vecchi regimi» è durata: un simile dibattito non si vorrebbe che mai cessasse, anche quando si vede da tutti ridotta a zero la probabilità storica di un regime precapitalistico che ritorni; basti ricordare l’ostinazione a riapplicare i connotati della rivoluzione classica al cadere dei diffamati regimi totalitari borghesi in Italia, in Germania e in altri siti, deformando così in modo irreparabile la spiegazione del fenomeno storico del totalitarismo capitalista ovunque dilagante nel mondo moderno, nato tra gli inni alla democrazia e alla libertà personale.

Due grandi interpretazioni storiche si affrontarono, e rimasero l’una di contro all’altra non solo ai tempi delle Sante Alleanze e del «sanfedismo» ma ben più recentemente in paesi retti da ordinamenti autocratici, aristocratici e teocratici come appunto la Russia, la Turchia, ecc., mentre è contemporanea l’analoga lotta fisica ed ideologica per i paesi fuori di Europa.

La interpretazione antirivoluzionaria faceva leva sulla teoria che con la «rivoluzione cristiana» (per coloro, rivelazione cristiana) fossero state date tutte le premesse per l’organizzazione della vita dell’umana specie sia quanto a rapporti tra i privati sia quanto a meccanismo pubblico e statale: la religione e la sua applicazione etica e pratica bastavano a risolvere i problemi del diritto e del potere: ciò che gli avversari chiamarono principio di autorità e di diritto divino. Per questa interpretazione (corrispondente alla difesa della sopravvivenza di un tipo di società umana costruito con una dottrina storica propria, la quale difende la sua perpetua immanenza anziché chiedersi se l’evoluzione storica abbia o meno chiuso il suo ciclo) la rivoluzione, la presa della Bastiglia, il taglio della testa di Capeto, sono deviazioni, crimini, nefasti, esercitazioni delle potenze infernali o manifestazioni di ira e castigo delle potenze divine.

I campioni della libertà contro l’autorità, della ragione e della critica, individuale prima e sociale dopo, sciolte dal rispetto ad ogni antico principio e dogma, si proclamavano invece giunti ad un nuovo svolto storico nel corso della civiltà, ad una nuova redenzione, le cui risorse erano non nel cielo ma nella terra e nella società stessa di esseri pensanti; affermavano che la nuova organizzazione di uguaglianza dei cittadini, e di abolizione degli «ordini», stabiliva le premesse di tutto il successivo sviluppo storico verso il bene generale. Per una tale conquista, legittima era stata la rivoluzione, con tutti i suoi eccessi ed infamie e da reprimere con la violenza era la controrivoluzione restauratrice di privilegi al re, al nobile, al prete. Nello stesso tempo i filosofi e i capi politici del moderno liberalismo proclamavano di avere reso inutili le ulteriori rivoluzioni, una volta che il potere e la guida sociale erano nelle mani non di uomini singoli o di gruppi, ma di tutti, del popolo: democrazia, che meglio avrebbero chiamata pancrazia, dato che nel termine classico grecoromano demos, il popolo, è «una parte» soltanto della società, formata dai liberi con esclusione dello schiavo: e la «civiltà cristiana» aveva in primis appunto gettata giù la «democrazia», pareggiato davanti a Dio gli uomini, che i liberali pareggiarono a lor dire davanti alla «legge».

Già almeno tre generazioni di Europei figlie della Grande rivoluzione si erano dovute porre il problema: il ribollire di contrasti ideologici nella misteriosa Russia rivela una lotta tra queste due dottrine e forze, o anche qualcosa di più? Ma nel venire della Rivoluzione, non dubitava alcuno.

L’interpretazione del marxismo

Come, subito dopo la lotta dei tre Ordini: nobili, preti, borghesi, si affaccia alla storia il Quarto, la moderna classe lavoratrice, così sorge una nuova intepretazione contro le due classiche, quella proletaria e marxista: ma essa, finalmente, non spiega e giustifica una Rivoluzione unica, bensì tutte le rivoluzioni storiche.

Prima di proseguire sulla traccia ben nota, e che non dobbiamo qui tutta riesporre, della spiegazione classista e determinista delle rivoluzioni che rispondono al sostituirsi di uno all’altro dei modi di produzione, avvertiamo che la nostra teoria non è quella della indefinita serie di rivoluzioni, opposta a quella della Idealizzazione della unica Rivoluzione Santa. In effetti noi prevediamo e prepariamo una Rivoluzione che, quando sia divenuta mondiale, segni la fine delle Rivoluzioni: non per un raggiunto Destino o Ideale della Umanità, ma per lo stabilirsi di condizioni materiali, quale la fine delle classi, della proprietà, dello Stato.

Una modernissima filosofia «naturale» vuole dire una «terza parola» nel conflitto antico tra fautori di un universo finito nello spazio e nel tempo, e quelli di un universo infinito. Si definisce «cosmologia panteistica», e teorizza un universo «ciclicocreativo». Potremmo dirla: dottrina della creazione in permanenza. Espone una interessante elencazione: credono finito l’universo nello spazio e nel tempo gli ebreo-cristiani-islamici; Tomaso d’Aquino; Pio XII. Lo credono finito nello spazio, ma senza principio e fine nel tempo, Aristotele, Tolomeo, Copernico. Lo crede infinito nello spazio, però finito nel tempo, un moderno fisico teorico, Gamow (mentre il Lemaitre lo crede finito nel tempo e nello spazio: entrambi accettano la trasmutazione di energia in materia e viceversa, ma nelle loro equazioni si giunge alla energia nulla, a fine del ciclo). Sono poi fautori della infinità dell’universo, sia come spazio che come tempo, alcuni precursori (poderosi questi sul serio): gli atomisti greci (Democrito, Epicuro); Giordano Bruno; e infine questi nuovi teorici del ciclicocreazionismo.

Per essi la pietra angolare dell’universo è l’atomo di idrogeno – interessante: quasi metà di tutta la materia è idrogeno (un protone), altrettanto elio (due protoni), circa uno per cento tutto il resto (da tre a 240 protoni) – che passa per così dire dalla forma materia alla forma energia (la bomba H!) nella radiazione dei soli ed inversamente nei cataclismi in cui si partoriscono le stelle. In tale complessa concezione tutto questo dramma si svolge sulla scena dell’universo manifesto, ma vi è poi un universo non manifesto, che sarebbe, se ci sforziamo di capire, quello dell’energia ideale, di una intelligenza cosmica. Questo «pandío» cosmico incessantemente crea parti di materia o di energia (atomi di idrogeno, di deuterio o idrogeno carico, se ci è lecito dire), e sono incessanti ed eterni gli scambi tra i due cosmi.

Abbiamo citato questo esempio come un parallelo (di fatto il marxismo è anche una posizione nella filosofia naturale, in appropriato senso; e uno studio su Epicuro (tesi di laurea del dott. Carlo Marx) o sull’ermetico Bruno, costituirebbe una splendida propedeutica) per stabilire che la nostra dottrina delle Rivoluzioni non è un «panteismo rivoluzionario». Nello spazio le rivoluzioni possono essere infinite, per la complessità degli organismi sociali sulla Terra … e tanto più se – suggestionati dal paragone cosmico – pensiamo, come di moda, ai marziani e a tutti i … planetiani extrasolari. Nel tempo, la serie delle rivoluzioni – se non sbagliamo di grosso – ha principio e fine: la loro serie si pone tra il comunismo primitivo e il comunismo del nostro programma sociale.

In questa serie, per noi la Grande Rivoluzione dei borghesi non è che un termine: non ne ripeteremo il riferimento alle classi in gioco, alle forze e ai rapporti di produzione, fondamentalmente noto.

Come dunque una tale serie «fínita» di Rivoluzioni, nella storia della Russia? Qui il nostro odierno tema.

Serie delle Rivoluzioni

Anche dunque i codini, i reazionari, i forcaioli del settecento e del primo ottocento, intesa la cosa dialetticamente, erano rivoluzionari, perfettamente allo stesso titolo che i borghesi moderni lo sono. Come questi, essi pensavano che la serie delle rivoluzioni fosse finita: prendevano per ultima rivoluzione non già quella di Cromwell e di Robespierre, ma quella del Cristo (o se volete del Profeta, del Buddha). Questa asserzione non è solo obiettivamente esatta, ma anche subiettivamente, per esitante che sia l’uso del termine rivoluzione nella corrente letteratura. Per capire come sia una apologia rivoluzionaria anche il cristianesimo, divenuto arma controrivoluzionaria nell’epoca della Inquisizione e della Restaurazione, basta rileggere il Vangelo nella 24.a domenica dopo la Pentecoste.

Passa Gesù con i suoi discepoli presso le mura colossali del Tempio di Gerusalemme, nella visita al quale ha con supreme invettive maledetto il regime degli Scribi e Farisei, pronosticandone lo sterminio. I discepoli gli additano ammirati la potenza della costruzione, fatta di massi tagliati a perfezione e connessi senza cemento. Il Maestro commisera questa ammirazione dei suoi per la manifestazione della civiltà nemica (analoga al timore reverenziale che il moderno opportunismo coltiva nei proletari per i «valori» e i monumenti della civiltà capitalistica). Pronunzia Egli la tremenda parola: Vedete voi questo edificio? Vi dico in verità: non rimarrà di esso pietra su pietra.

Sul passo che poi segue, con la sua descrizione di terribili eventi (si solleverà gente contro gente e regno contro regno … ma ancora non sarà la fine …), i teologi disputano se Gesù preveda la fine del mondo, o soltanto la fine dell’edificio del Tempio; che infatti, nell’anno 70, rovinò per l’incendio provocato da un legionario di Roma che vi lanciava un tizzone ardente.

La simbolica contenuta nella dottrina non si riferisce né alla contingente sorte di quel monumento né alla fine dell’umanità terrena: essa traduce nel linguaggio adatto ai tempi la preveduta rovina dell’ordine sociale di Israele, maturo ormai per cedere il passo a un nuovo modo di produzione. Le parole infatti che l’evangelista Matteo mette in bocca a Gesù sono le stesse di Daniele, citato nel passo di cui si tratta, dinanzi alle moli di Babilonia: il regime precristiano degli ebrei nel suo tempo aureo era a sua volta uscito da un’altra rivoluzione, dal riscatto di un’altra cattività: il fariseo mostro di ipocrisia stritolato nell’anatema di Gesù derivava a sua volta da una rivoluzione storica; non era una personificazione del sempiterno spirito del male, ma il prodotto di uno storico processo. Così si perviene a leggere col metodo marxista le antiche ed antichissime scritture, ben altrimenti che con l’ipocrito pretesco conformismo, o con lo sterile scetticismo borghese apologizzatore di suoi pretesi eterni veri.

Rivoluzioni accavallate

Non è forse dato stabilire, fra lo stato naturale del primo animale uomo e la società comunista, una serie fissa di rivoluzioni: lo schema è più volte tratteggiato in Marx, mai in modo rigido e con un elenco numerato.

Prima di stabilire se un anello della catena può essere «saltato», deve rilevarsi, come dato notissimo della enunciazione marxista nei termini fondamentali, la sovrapposizione, l’addossamento, di due rivoluzioni che mostrano di farne una sola: e a tal proposito parliamo spesso di rivoluzioni doppie, ed anche di rivoluzioni non «pure». Mentre in una rivoluzione semplice due sono le eventualità storiche: il crollo della vecchia società o la repressione del movimento che lotta per fondare la nuova, nella rivoluzione spuria gli sviluppi sono più complessi: vittoria dell’una e dell’altra rivoluzione – e sarebbe la rivoluzione in permanenza di cui parlava la circolare della Lega dei comunisti ai lavoratori germanici del 1850, con formula che fece propria Trotsky per la Russia fin dal 1905; vittoria della prima rivoluzione e sconfitta della seconda – di cui si hanno classici esempi nella storia di Francia: febbraio 1848 e vittoria dell’alleanza tra repubblicani borghesi ed operai sulla monarchia degli Orléans, giugno 1848 e feroce repressione borghese della insurrezione proletaria contro la repubblica; sconfitta di ambo le rivoluzioni – come fu in effetti in Germania nel ’48-’49 restando vittorioso il regime autocratico e terriero in Prussia e negli altri stati; vittoria nella lotta immediata anche della seconda rivoluzione, ma successiva estinzione ed involuzione di essa, fermi restando i risultati della prima – processo che noi ravvisiamo, come tante volte esposto, nella odierna Russia.

Questo processo del cedere di una rivoluzione per graduale rinculo e raffreddamento ha esempi, da noi altra volta dati, in rivoluzioni singole, come indicammo per le repubbliche comunali italiane, prima forma storica della borghesia al potere; e si ha il diritto di distinguerlo dalla caduta per repressione armata, come ad esempio per la repubblica borghese di Roma 1849 e per quella operaia di Parigi 1871.

Indubbiamente per la Russia si presentò e si svolse un accavallamento di due rivoluzioni – anzi di più che due rivoluzioni: anzi forse di tutte le possibili rivoluzioni storiche! se fu possibile porre, da parte nientemeno che di Marx e di Engels, il quesito di saldare il mir primitivo con la società socialista.

Non si ha il diritto di inficiare la teoria che la storia procede per rivoluzioni e non per lente evoluzioni, per la ammissione che due rivoluzioni tipiche, per ciascuna delle quali la dottrina generale prevede lunghe incubazioni, vengano a rendersi coeve. L’ipotesi non è in alcun modo antiscientifica. In natura sappiamo che i corpi in generale traversano tre stati di aggregazione: solido, liquido e gassoso. Somministrando energia termica ad un corpo solido ne cresce la temperatura (potenziale termico) gradualmente. Ad un tratto si ha la brusca fusione, che esige una somministrazione extra di energia riscaldante. Ottenuto il liquido, si continua a riscaldarlo, e ad un altro preciso punto si ha la volatilizzazione, con altro assorbimento di calorie. Può avvenire anche il processo inverso, per perdita di energia termica (raffreddamento). Ma avviene in non pochi casi il «salto» dell’intermedio stato liquido; ossia si ha in date condizioni un solido che si volatilizza e un gas che si solidifica: i fisici chiamano questo fenomeno sublimazione: esso avviene ad esempio per i vapori di zolfo, che si possono fissare in una polvere solida senza mai assumere stato liquido, e in altri casi, e in senso inverso.

La Rivoluzione ha fuso lo zarismo russo, ma non lo ha sublimato, pur essendosi avuta per un certo tempo nella fornace del combattimento la temperatura di volatilizzazione.

Tre aspetti della dottrina marxista

Quanto abbiamo in varie occasioni esposto, ed in generale quanto viene trattato in tutti i testi del movimento marxista, non si può intendere se non se ne sanno opportunamente sceverare tre aspetti della originale dottrina della rivoluzione proletaria, che difficilmente possono sussistere separati.

Un primo aspetto è la descrizione della società capitalista supposta allo stato di «modello» su cui tanto abbiamo insistito trattando della questione agraria e nella recente esposizione di Asti. In questo modello vi sono tre classi, e non vi sono residui di altre: proletari, imprenditori, proprietari fondiari. In questo modello non può prospettarsi che una «rivoluzione pura», ossia che i proletari abbattano le altre due classi. La stessa eliminazione sociale dei proprietari fondiari da parte degli imprenditori, è una possibile misura borghese, ma non è una rivoluzione. Se abbiamo dichiarato volentieri che di questo modello puro non vi è esempio nel concreto storico, ammetteremo anche che non vi sarà esempio di una rivoluzione operaia anticapitalistica «scevra di impurità».

In questo stesso primo aspetto, del modello economico, l’antitesi teorica col mondo borghese, che per noi deriva dal contrasto degli interessi e delle opposte forze di classe, è già palese. L’economia classica borghese ammise il metodo dei modelli, e sostenne che mano mano che le impure società reali si avvicinavano al modello puro della società di imprese e di mercato, si stabiliva un equilibrio stabile, nel senso che le varie quantità progredivano in modo continuo, ferma restando la figura del modello, e al più (Ricardo) eliminandosene la rendita fondiaria. L’economia volgare e moderna nega la validità scientifica dei modelli.

L’economia marxista come teoria della produzione capitalistica assume il modello e ne elabora le leggi, per concludere che la inevitabile evoluzione non presenta continuità costante, ma sbalzi contraddittorii, e una finale impossibilità di equilibrio, che stabilisce la fine del modello qualitativo. Anche quindi escludendo effetti di sopravvivenze impure precapitalistiche – cui proprio Ricardo attribuisce le sole cause di scompenso – si conclude per il crollo della compensazione sociale, senza che si debba chiederne l’esca a lotte tra residui preborghesi e forze produttive capitalistiche, o elevare a forze storiche motrici i fenomeni di propaganda, volontà, esasperazione, agitazione, che pure sono fatti della storia reale.

Dopo questo primo aspetto economico ve ne è un secondo, storico nel senso generale e, se si vuole usare una parola a tutti comune, filosofico. Esso è la dottrina del materialismo storico, per la quale l’effetto basale degli interessi economici è portato a spiegare non solo il senso di sviluppo di un capitalismo pieno, ma il processo di ogni altro tipo di società di qualunque tempo e luogo. Le epoche che hanno preceduto il capitalismo, e i trapassi rivoluzionari che hanno preceduto quello tra feudalismo e capitalismo, si dimostrano spiegati con lo stesso meccanismo già applicato al sorgere del capitalismo, secondo il quale ne viene da noi prospettata la caduta.

Il terzo aspetto è quello storico nel senso contingente, che in una data situazione e in un dato complesso umano, di cui sono evidenti le pratiche interdipendenze e collegamenti, pone il problema del gioco di tutte le classi sociali variamente presenti, e di tutti i contrasti, e anche convergenze di scopi, che in simile campo vanno a formarsi, in modo da fornire una coerente presentazione dei grandi e fondamentali accadimenti e trasformazioni di strutture. Il marxismo vince nel poter applicare alle vicende di questo campo, in cui purezza, e anche grado determinato di impurità, non si rinvengono mai, le leggi valevoli secondo la teoria, ossia le relazioni economiche proprie dei modelli sociali tipici, e la derivazione di tutti i fenomeni più complessi dalla sottostruttura materiale. Ora questo terzo e finale campo di applicazione di quella attività che non è semplice descrizione contemplativa, ma partecipazione alla vita e alla lotta, non può affrontarsi tuttavia senza l’uso di certi raggruppamenti di paesi geografici e di tempi storici aventi un carattere e una dinamica comuni; ed anzi il terzo aspetto del marxismo consiste nel dimostrare che questo è possibile, operando una selezione nella immensa molteplicità di fatti ed eventi localizzati. Ad ognuno di questi grandi aggruppamenti geografico-storici, corrisponderà per necessità una certa stabile prassi del partito: o a questo si arriva, o non è valido il marxismo, non è possibile partito nel nostro senso di forza rivoluzionaria.

Non deve delle antiche costruzioni dottrinarie restare pietra su pietra. Ma si ricadrebbe in un vano individualismo borghese, in un criticismo personale antimaterialista, in un nuovo bigottismo della coscienza che si amministra da sé senza capire di essere per novantanove su cento data, per forza, qual è, dal di fuori, se si credesse nella spregiudicatezza senza limiti, se si permettesse di andare ad ogni fatto nuovo in nuove direzioni, al partito, ai suoi organi o gruppi, al militante, al «confessante marxismo».

Distrutta la possibilità di vincoli della prassi umana validi per tutti i luoghi e i tempi (etica trascendentale o immanentista che sia, legge morale divina o imperativo categorico), trattasi dunque di saper scegliere i confini di tempo e di spazio, entro cui vigono le regole storiche per la lotta di una classe elevatasi a partito, del proletariato, che all’appello del Manifesto ha fatto il primo grande passo: il costituirsi in partito politico (assumendo un teorico credo), per costituirsi più oltre in classe dominante, per distruggere alla fine anche la sua natura di classe, e ogni dominazione di classe.

Aree e periodi della Rivoluzione di Europa

In molte precedenti trattazioni si è usato questo termine di aree, forse insufficiente, ma non se ne vede uno migliore. Area è un concetto solamente geometrico, per misurare una estensione di superficie racchiusa da un contorno; mal si usa come concetto geofisico, e meno che mai geoantropico. Non possiamo tuttavia usare il termine di nazione, perché i nostri campi possono comprendere più nazioni; non possiamo usare il termine Stato, perché per noi Stato è definito solo per un fattore dal territorio, e per l’altro dai rapporti di classe, oltre che per la stessa ragione che i campi considerati sono anche di più Stati. Oggi i diplomatici usano il termine regione nel senso non di parte di uno Stato ma di gruppo di Stati, quando parlano di accordi «regionali», ma è troppo legato il senso di parte di una nazione. Non è adatto il termine paese perché si usa per territori sia grandi che piccoli e piccolissimi. Quanto al termine zona è adatto ad uso geofisico, poco ad uso geopolitico.

Seguiteremo dunque ad usare il termine area che gli americani hanno introdotto per designare parti del mondo abitato in cui vige una economia, una moneta, una influenza politica, se pure l’espressione «campo storico» dispiacerebbe meno. Trattasi infatti ogni volta di legare un determinato perimetro geografico con un determinato intervallo cronologico.

Queste aree in cui per la considerazione marxista conviene dividere il territorio abitato dalla razza bianca, ove prima apparve la moderna forma capitalistica di produzione, vanno scelte in relazione ai fondamentali fatti storici: in economia il sorgere dell’industria, il formarsi del mercato generale nazionale sia dei manufatti che dei generi alimentari, l’intensa partecipazione al commercio internazionale; socialmente lo scadere della classe nobiliare terriera, l’abolizione della servitù rurale e delle corporazioni artigiane urbane, la spinta urbanizzazione delle masse di salariati; politicamente la caduta dei regimi assoluti, il diritto elettorale a tutti i cittadini, le camere parlamentari.

La nostra partizione si apre con due date famose, in cui caddero come Engels ricorda, le teste regali: a Londra il 9 febbraio 1649, a Parigi il 21 gennaio 1793.

Oltre un secolo separa la prima dalla seconda delle rivoluzioni antifeudali. Con la rivoluzione francese è contemporanea quella americana, ma all’analogia della richiesta di istituti democratici fanno contrappeso le differenze, ché in America si trattava di indipendenza di coloni bianchi da uno Stato europeo, per giunta il primo Stato borghese, e non dell’abbattimento di una classe dominante nazionale: tanto che la stessa Francia feudale ostile alla Gran Bretagna simpatizzò coi ribelli di America e li aiutò con le armi; come poi doveva la capitalista Inghilterra appoggiare con tutte le forze la controrivoluzione feudale in Francia. Ci atterremo quindi per ora alle «aree» intraeuropee. È noto che Marx assimilò ad una rivoluzione borghese la guerra civile del 1866 tra sudisti e nordisti, in quanto l’uso della schiavitù di colore sostenuto dai primi faceva della classe terriera una forza dominante su quella industriale. Ed egli attese che, come la rivoluzione indipendentista di America aveva avuto per eco europea la grande rivoluzione di Francia, così la guerra civile del 1866 dovesse scatenare in Europa altra onda rivoluzionaria: democratica e nazionale verso Oriente, socialista e di classe in occidente.

Ciò non avvenne, ma è chiaro che le aree rivoluzionarie non sono compartimenti stagni: al contrario, se una si muove, anche su postulati sociali suoi propri, scatena in genere moti rivoluzionari in tutte le altre anche se di diverso grado di sviluppo. Vogliono svuotare il marxismo radicale e insurrezionista qualificandolo di quarantottismo in ritardo: certo che la visione di Marx è giustamente dominata dall’incendio del 1848 che corse dall’una all’altra delle capitali borghesi, sebbene in taluna dominasse la monarchia feudale, in altra il papato, in altra la repubblica borghese.

Se un altro ’48 non è venuto in più di un secolo, malgrado la potente scossa del 1918-20 che tenne sulla brace l’Europa intera, è appunto il motivo per cui siamo a discutere l’interpretazione del fatto che l’incendio spento in Occidente sarebbe troppo bello ardesse in Oriente, dopo vari decenni, tuttora. E siamo tuttavia convinti che un giorno, di un non vicino anno, esso divamperà su tutto un continente, anzi certamente, e come premio al ritardo, su due e più continenti.

Saggio della serie delle aree

Una prima area è dunque quella britannica, sola in cui la borghesia manifatturiera e agraria, insieme alla proprietà borghese tiene il potere per il detto intervallo di un secolo e un quarto. In questo periodo, e fino al 1848, solo in Inghilterra si va formando un proletariato salariato, che non ha altra spinta storica che la lotta contro la borghesia dominante, e non conosce quindi il problema dell’alleanza antifeudale colla borghesia.

Diversa la situazione nell’area francese, dove non solo il feudalesimo governa molto più a lungo, ma assai minore è lo sviluppo industriale, e ritardata la formazione di un vero proletariato. D’altro canto la rivoluzione borghese cade dopo un periodo breve quanto multiforme che va dall’89 al 1815, e dopo questi ventisei anni ce ne vorranno altri 33 per «rifarla» attraverso le lotte del 1830-31 e del 1848. In tale periodo è presente la classe proletaria francese, ma deve dividersi tra il compito di fronteggiare i padroni industriali e quello di aiutarli a prendere il potere nello Stato contro la reazione antidemocratica. Quindi l’area francese ha una fisionomia propria fino al 1848.

Ma già all’approssimarsi di tale anno, per il marxismo, a lato dell’area inglese con proprie caratteristiche (falsamente interpretate come una prospettiva di conquista legalitaria del potere politico), vi è un’area europea di centro-occidente che ingloba gli altri paesi ove una industria si è formata e ove le rivendicazioni politiche della rivoluzione borghese, prima tra esse quella della formazione di Stati nazionali unitari, si è trasmessa con le stesse lotte di tentato soffocamento della Francia. In questi paesi, tra cui Germania, Austria, Italia e gli altri minori, si pone il problema delle doppie rivoluzioni: abbattere le monarchie feudali o le dominazioni straniere e fondare il regime liberale, e subito innestare a tal conquista le rivendicazioni sociali del proletariato.

Ma la totale sconfitta delle rivoluzioni anche liberali, fuori che in Francia, fa sì che la fase di lotta in comune tra borghesi e operai vada oltre il 1848, e abbraccia tutto il periodo della controrivoluzione vittoriosa in Germania ed in Italia e quello in cui la Francia ha il secondo impero.

Tale nodo è sciolto in parte dalle guerre di sistemazione nazionale (che ampiamente abbiamo trattato a Trieste illustrandone la contemporanea valutazione in Marx) del 1859, 1866, e infine definitivamente dalla guerra 1870 e dalla Comune di Parigi del 1871.

Con Marx che allora scrive: da questo momento tutti gli eserciti nazionali sono confederati contro il proletariato, si chiude l’epoca delle alleanze (di battaglia) tra operai e forze borghesi insorte per l’indipendenza e la libertà, ed è ribadito da Lenin che nessuna guerra può più essere chiamata «rivoluzionaria» come quelle, a fini liberali e nazionali, strettamente connesse a lotte insurrezionali, del periodo «1789-1871».

Questa però non è una tesi, una norma, metafisica ed eterna. È una tesi storica e una norma di partito «di area», altrimenti avrebbe senso non materialista ma idealista, e non ha infatti a che fare con l’altro idealismo «pacifista» parente ben stretto di quello patriottico. L’area a cui si riferisce la condanna, la storica irrevocabile denuncia pronunziata da Marx nel secondo indirizzo della Prima Internazionale operaia, è quella dell’occidente di Europa, ossia della parte di continente in cui sono ormai comprese, per tralasciare Stati minori, Inghilterra, Francia, Germania, Austria, Italia, tutti paesi divenuti ad economia capitalistica, retti da forme democratiche e parlamentari, ove di ritorni restauratori feudali più non si parlerà. Quest’area si ferma al confine russo, sebbene Lenin con la sua formula «1789-1871» condanni anche la guerra dello zarismo nel 1914 e ogni appoggio ad esso consideri tradimento: essendo quella nel suo complesso guerra imperialistica. Ma è chiaro che entro l’area slava Lenin non avrebbe allora condannato una guerra di popoli e nazionalità oppresse contro lo zarismo, ma invitato gli operai dell’industria capitalistica ad appoggiare, armi alla mano, ogni moto antiautocratico e antifeudale di altre classi, della stessa borghesia russa se tanto avesse osato.

L’area grande slava

Dunque: area britannica, ove non si parla di doppia rivoluzione del proletariato e della borghesia, e che resta la sola in questa situazione storica dal 1649. Area continentale europea, ove si pone il problema delle rivoluzioni liberalnazionali cui il proletariato darà il suo appoggio per un periodo che si chiude al 1871. In quest’area figura la Francia, sebbene nei periodi 1789-1815 e 1848-1852 sia stata governata dalla borghesia e retta a repubblica. Dal 1871 al 1917 tutta l’area britannica ed europea comporta la piena autonomia dell’azione proletaria verso la conquista del potere e il socialismo. Ma da tali aree resta fuori la Russia, che ha ancora la prospettiva di abbattere un regime feudale. Ne resterebbero anche fuori, in un certo senso, i Paesi degli slavi del Sud e la Grecia, almeno fino a quando nel 1912 non si hanno una rivoluzione borghese nella Turchia dei Sultani, e la vittoria nelle guerre balcaniche delle nazionalità che essa governava.

A questo punto sorgono i problemi storici immensi dell’area slava: la via della sua liberazione dal dispotismo e dalla servitù feudale e della sua sistemazione in nazionalità autonome, i rapporti tra questa lotta e quella, divenuta ormai binaria e non ternaria, dell’occidente, quindi tra il movimento operaio di occidente e quello russo agenti in aree tanto dissimili. Sorge il problema più scottante di tutti: l’area slava non si sarebbe mai portata all’unisono con quella europea nella fase successiva al 1871, ma sarebbe, restando sempre isolata, saltata in una fase successiva, quella del potere operaio, mentre l’area di Occidente non avrebbe potuto e saputo seguirla nel rovesciamento della borghesia: ciclo questo impossibile a coordinare colla concezione e la costruzione marxista. E restano i non meno difficili problemi dell’area asiatica, che alla fine va portata in conto, chiedendosi se essa può fare corpo con l’area russa, o recedere alla situazione ternaria di proletariato, borghesia e feudalismo, o ancora più indietro a quella binaria senza il proletariato, o forse più indietro ancora, per dati campi e nazioni.

Se tutto questo non cammina, o non può rispondere ad una considerazione con un minimo di storiche uniformità, allora sarà il marxismo a vacillare dall’alto della sua costruzione portata tanto innanzi in un secolo almeno di lotte.

Prima di affrontare tutto questo materiale storico così vasto e ribollente, e volendo dare una risposta relativa a questa area dell’oriente europeo nei suoi legami, dapprima, col centro occidente – con riserva di affrontare ancora nel rielaborare il contenuto della riunione di Firenze e in altra futura riunione, il problema delle razze e popoli di colore – occorre stabilire, nei testi e documenti storici della scuola marxista, come da questa sia stato considerato quel sistema di rapporti nelle fasi 1848-1871 e nella fase successiva; quando cioè l’Internazionale operaia aveva ancora in Occidente il compito di finire di sbarcare la rivoluzione liberal-capitalista, e quando, ulteriormente, non ebbe più che il compito di andare oltre un’Europa borghese, verso mete socialiste, che almeno fino alla morte di Engels furono perseguite, poi offuscate dalle involuzioni scettiche e revisioniste, infine maledettamente tradite al momento storico cruciale, quando l’incendio del 1914 sommerse l’Europa e il mondo.

Ciò riesposto – e i materiali sono di primaria importanza dottrinale e storica – converrà vedere come a questa attesa della rivoluzione russa in Europa, fino circa al 1895, corrispondesse l’attesa di essa nel proprio paese, in quella fase dai numerosi movimenti antizaristi, e nella fase successiva (1895-1917) dal movimento autenticamente marxista, strettamente legato all’Internazionale, colla esperienza grandiosa della lotta del 1905, e portatosi poi al punto di essere il pernio principale della riscossa contro il crollo opportunista e socialpatriottico del socialismo europeo.

Lo Stato russo e l’Europa

La rivoluzione industriale borghese ha per caratteristica essenziale il formarsi dello Stato nazionale centralizzato, e il procedere fra le lotte di questi Stati che si contendono inevitabilmente territori, popolazioni e risorse produttive. Il rapido decorso in Inghilterra fu facilitato dalle condizioni geografiche: i limiti dello Stato si definirono con secoli di anticipo, perché sia pure dopo una palingenesi di urti di razze e di religioni, dovevano identificarsi con le coste dell’isola. La natura marittima del paese lo spinse sulla via dei commerci di oltremare al primo posto e affrettò la industrializzazione interna: i rivali nelle guerre commerciali furono successivamente battuti. Ma lo Stato inglese non aveva interesse a conquiste in Europa e ben presto non si impegnò in guerre sul continente, e i conflitti tra spagnoli, francesi, tedeschi cessarono di attrarlo: tanto meno si preoccuparono di lui potenze lontane come la Russia. Sotto l’angolo visuale britannico non vi fu mai un’identità fra Russia e controrivoluzione.

Essa vi fu tuttavia per tutto il resto di Europa, in quanto nello spazio continentale il conflitto tra i modi di produzione diveniva conflitto territoriale. Non vi erano marxisti al tempo delle guerre di coalizione contro la Francia, sia repubblicana che napoleonica, ma il fatto che in queste, più che la stessa Inghilterra capitalista, fu elemento decisivo la Russia, domina tutta la concezione storica marxista dai primissimi anni, ed è al centro del pensiero storico di Marx giovane e vecchio. Avesse avuto mezzo secolo in meno, avrebbe virtualmente combattuto sotto le bandiere di Dumouriez nella disperata difesa delle Ardenne, Termopili di Francia, ed anche sotto quelle di Napoleone e dei suoi generali invasori di Europa, si sarebbe dannato di rabbia al passaggio tragico della Beresina, strappati antitedescamente i capelli a Lipsia, riavuto all’evasione dall’Elba e autosepolto nella sinistra prospettiva di trent’anni di controrivoluzione a Waterloo.

Nelle lotte del 1848 e nella loro preparazione era già vivo e vitale, e la direttiva antirussa le illuminò tutte. Già era in costruzione il primo aspetto della dottrina, lo studio del capitalismo, riempito tutto dalla sola antitesi proletariato-borghesia. Già sulla base della critica superatrice di Hegel, di Feuerbach stesso, di tutta la moderna filosofia, si delineava la incisiva costruzione del materialismo dialettico, ma anche il terzo compito, il giudizio d’insieme sul dramma vissuto dalla società del tempo, aveva, in piena coerenza con la dottrina già «esplosa», il suo irrompente sviluppo.

Il Manifesto che nella ineguagliata sintesi è sì la storia sociale della specie umana, ma soprattutto è il grido di guerra del proletariato nella sua sostituzione a quella borghesia, che allora era all’apogeo nella sola Inghilterra, passa in rassegna Francia, Germania, Polonia, Italia, Ungheria, ma della Russia non fa cenno; vedremo come gli autori stessi lo rilevarono nel 1882, licenziando l’edizione in lingua russa. Prescrive in quei paesi che gli operai appoggino le lotte di libertà e indipendenza – i comunisti appoggiano ogni moto rivoluzionario diretto contro le esistenti condizioni sociali – ma non parla di appoggio ad una rivoluzione in Russia: non suppone infatti che colà vi siano proletari, e nemmeno comunisti.

Ma, se Marx sembrava non possedere elementi per dare in Russia i termini di una guerra civile, non è possibile negare che qualunque azione di forza militare contro l’impero e l’esercito zarista fosse da lui entusiasticamente sostenuta come indiscutibile fattore rivoluzionario per l’intera società europea.

È stato facile dare a questa posizione unicamente volta allo sviluppo del cammino della rivoluzione internazionale, alla necessità che tutti gli ostacoli levati sul cammino di questa siano travolti e distrutti, il sapore di un odio antislavo dettato da ragioni nazionali e razziali, e ciò quando Marx, ebreo, demoliva le gesta del primo capitalismo israelita servo dell’impero tedesco (poi lo sarà del russo) e, tedesco, virtualmente si dichiarava collaboratore col nemico nelle guerre anti-napoleoniche, vietando dottrinalmente che si definissero guerre di «indipendenza» perché erano guerre di controrivoluzione.

Tra le prime manifestazioni di Marx fu la collaborazione alla Gazzetta Renana, fin da prima del 1848, e durante quell’anno (la Nuova Gazzetta Renana). Troviamo fedele riferimento di quelle posizioni nella magistrale «Storia della democrazia sociale tedesca» di Franz Mehring (ed. Avanti!, pagg. 396-97).

Marx e lo slavismo

La «Neue Rheinische Zeitung» appoggiava queste sue idee con dimostrazioni storiche. Essa faceva inoltre risaltare che gli slavi in nessun luogo avevano seriamente partecipato al movimento rivoluzionario del 1848.

«Un solo coraggioso tentativo di rivoluzione democratica, se anche subito soffocato, spegne nella memoria dei popoli interi secoli di infamia e di viltà. I tedeschi l’hanno esperimentato, ma mentre i francesi, tedeschi, italiani, polacchi e magiari inalberavano la bandiera della rivoluzione, gli slavi si raccoglievano come un sol uomo intorno alla bandiera della controrivoluzione. Innanzi a tutti gli slavi meridionali, che già da molti anni avevano difeso contro i magiari le loro voglie controrivoluzionarie, poi i cechi, poi, pronti alla battaglia, pronti a comparire sul campo del combattimento al momento decisivo … i russi».

E la Gazzetta chiudeva questi frementi articoli con le parole: «noi sappiamo ora dove sono concentrati i nemici della rivoluzione: nella Russia e negli stati slavi dell’Austria, e nessuna frase, nessun accenno ad un determinato avvenire democratico di questi popoli ci tratterrà dal trattare come nemici i nostri nemici». E, avendo citato uno scritto di Bakunin, continuava: «Bakunin esclamava alla fine: in verità nulla deve rimetterci lo slavo, ma ci deve guadagnare! In verità si deve vivere! E noi vivremo. Fintanto che ci vien contrastata la minima parte dei nostri diritti, fintanto che un solo membro vien separato o strappato da tutto il nostro corpo, sempre noi combatteremo accanitamente per la vita o per la morte, fino al giorno in cui lo slavismo sarà grande; libero e indipendente». Ma se il panslavismo rivoluzionario prende sul serio queste parole, e se, dove si tratta della fantastica nazionalità slava, lascia fuori gioco la rivoluzione, allora noi sappiamo – continua la N.R.Z., ossia Marx – che ci resta a fare, allora: lotta, lotta accanita per la vita o per la morte contro lo slavismo traditore della rivoluzione, lotta di distruzione e spietato terrorismo … non nell’interesse della Germania, ma nell’interesse della Rivoluzione».

E qui Mehring aggiunge: sono queste le frasi che fecero dire ad un professore tedesco la solenne menzogna che Marx chieda l’annientamento dei popoli russo, ceco e croato.

Più oltre vedremo ancora quale fosse la valutazione da parte di Marx del panslavismo, e come si riproducesse tanto più tardi l’urto con Bakunin, nel 1872, con la stessa rampogna. E come Marx vedesse favorevolmente una guerra futura dei tedeschi contro gli slavi (tesi tanto sfruttata nel 1914!). Ma qui vogliamo notare una frase con cui Mehring, del proprio, riassume le posizioni che si direbbero di politica estera della N.R.Z. e del Marx 1848, dopo aver ribadito che non le detta la causa di nessuna patria, ma solo la causa della rivoluzione.

«La N.R.Z. sapeva che la rivoluzione non va da oriente verso occidente, ma da occidente ad oriente».

E noi, dopo 106 anni, che cosa dunque sappiamo?