La vera via per il proletariato negro Pt.1
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L’atteggiamento dei partiti opportunisti, in particolar modo del Partito Comunista Americano, nei riguardi delle rivolte nere tende allo scopo essenziale di mistificare il reale carattere di classe di queste sommosse di fronte agli occhi dei proletari bianchi (ed anche negri) americani e di tutto il mondo. Così viene ribattuto il tasto della rivolta razziale e questa versione è servita ai proletari in tutte le salse.
La liberazione dei negri, incompiuta all’epoca di Lincoln e della guerra di secessione un secolo fa, dovrebbe essere portata a termine oggi, e il compito del movimento dei negri dovrebbe essere di ottenere la famosa integrazione la quale dovrebbe eliminare i confini fra le razze e dare a tutti i cittadini gli stessi diritti.
«L’America non è mai riuscita a diventare una vera comunità», strillano gli opportunisti, come se l’Italia, ad esempio, o uno qualsiasi degli Stati moderni fosse una vera comunità.
Ma quello che non deve apparire chiaro agli sfruttati, perché altrimenti l’esempio potrebbe essere contagioso, è appunto il fatto che il fronte della lotta non è di razza, ma di classe e che sono appunto gli strati più bassi del proletariato americano a muoversi per gli stessi obbiettivi per cui si sono mossi e si muovono in Europa gli operai italiani o tedeschi o francesi; contro i salari di fame, contro la crescente disoccupazione, contro il carnaio della guerra del Vietnam, ecc..
E quel putrido involucro di pretta marca stalinista che è il P.C.A. non ha saputo chiedere agli operai bianchi se non di effettuare delle fermate del lavoro per discutere sulle “conseguenze della rivolta dei negri” proprio nel momento in cui Washington bruciava e nelle strade delle principali città americane si sparava contro i neri in rivolta.
Origine di classe della situazione dei negri americani
Già durante la guerra di secessione Marx chiariva che lo scopo primo della grande borghesia industriale del Nord non era quello di liberare i negri in senso generica, ma quello di abbattere il monopolio terriero dei grandi proprietari del Sud e di rendere disponibile (liberare nel senso storico in cui la borghesia ha liberato i contadini in Europa) per l’industria una numerosa manodopera a basso prezzo trasformando i negri in salariati.
Una nuova schiavitù sostituiva all’antica: la schiavitù del lavoro salariato, comune a tutti i proletari ma particolarmente gravosa per i negri messi nella condizione di costituire in permanenza l’esercito di riserva dei disoccupati, per la situazione stessa in cui essi erano avviati al lavoro.
Alla fine della guerra, la previsione di Marx si realizza puntualmente: i negri strappati dalle piantagioni emigrano al Nord per lavorare nelle fabbriche, e se una parte rimane al Sud, scollegata da qualsiasi possibilità di lavoro, si trasforma in una massa sottoproletaria accampata nelle bidonville.
Da questo momento, la questione negra cessa di essere una questione di razza per divenire una questione sociale.
Che a lungo non siano stati riconosciuti ai negri nemmeno i diritti civili, che effettivamente si sia tentato di giocare sul colore della pelle e sui sentimenti razzisti della piccola borghesia e anche del proletariato bianco, come sul sottoproletariato dei “poveri bianchi” nelle città e nelle campagne del Sud, che questo odio sia stato per un secolo e venga tutt’oggi coltivato anche nelle masse non meno sfruttate dei negri – dei portoricani, degli italiani, dei cinesi – nulla toglie al fatto che lo sfruttamento a cui i negri sono sottoposti sia uno sfruttamento capitalistico, e che la questione sia quindi di classe e non di razza.
La borghesia ha sempre bisogno di dividere con ogni mezzo gli sfruttati per mantenere il suo dominio di classe, e a questo scopo è disposta ad usare qualsiasi possibilità, a fomentare il nazionalismo, il razzismo, l’antisemitismo, ecc.
Nel caso dei negri la discriminazione era molto facile ed era favorita dal fatto che, sbattuti dall’oggi al domani sul mercato del lavoro, senza nessuna riserva, senza nessuna pratica del lavoro industriale, costretti a mutare le loro secolari abitudini in un lasso di tempo particolarmente breve, si prestavano molto bene alla politica dei bassi salari dei lavori peggiori, più umili e perciò peggio retribuiti e meno sicuri: questo portava come conseguenza immediata la creazione dei famosi ghetti di cui tanto si parla e che non sono altro che le zone peggiori, più malsane, più malandate e che perciò costano meno, comuni a tutte le città del mondo, dove si ammassano la classe operaia e gli strati sottoproletari.
Per vedere un ghetto “negro” non occorre andare negli Stati Uniti, basta andare alle porte di Torino o di Milano, o visitare le baracche in cui vivono gli emigrati italiani in Svizzera o in Belgio o dove vivono i lavoratori algerini in Francia.
Anche contro questi operai che non hanno la pelle nera, ma che si trovano a lavorare nelle stesse condizioni dei lavoratori negri americani, si attua la politica di divisione fomentata dalla borghesia capitalistica la quale vuole che l’operaio italiano peggio pagato sia odiato dall’operaio svizzero specializzato e che l’operaio algerino sia disprezzato e sputacchiato dall’operaio francese, come ieri, e non solo in Germania, ma in tutto il mondo, si aizzavano gli operai tedeschi o americani o russi a sputare sul proletario ebreo.
Che la questione stia in questi termini lo dimostra il fatto che fra gli stessi negri esiste una feroce divisione in classi. Anche se la loro stragrande maggioranza è costituita da proletari e semiproletari, non manca certo una piccola borghesia bottegaia o dedita alle professioni liberali, che sfrutta all’osso il proletariato dei ghetti e contro cui giustamente si rivolse la collera dei proletari negri l’estate scorsa.
Non manca nemmeno una grande borghesia nera, interessata quanto quella bianca allo sfruttamento di manodopera a basso prezzo qualunque sia il colore della pelle.
Anzi, tutti questi strati non proletari costituiscono la base specifica del movimento per i diritti civili e per la integrazione razziale: è logico che il negro possessore di denaro chieda di avere gli stessi diritti del capitalista bianco e di essere ammesso con gli stessi titoli al grande banchetto dove si consuma lavoro non pagato estorto ai lavoratori sia bianchi che neri!