Nel Regno Unito scioperi e manifestazioni annunciano il risveglio della classe operaia
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Il 15 marzo, giorno della pubblicazione del bilancio del Governo britannico, si è svolto un grande sciopero che ha riunito i lavoratori dei settori della sanità, della scuola, dei servizi pubblici e dei trasporti. Si è trattato di una ulteriore estensione e intensificazione delle lotte iniziate nel 2022.
L’ondata di proteste, che sta coinvolgendo sempre più settori anche del lavoro qualificato e dei colletti bianchi, è causata dal forte aumento del costo della vita, in particolare alimentari, carburanti e alloggi. A ciò si aggiungono i tagli alle pensioni e una generale intensificazione dello sfruttamento: si chiedono ai lavoratori ritmi sempre più disumani, sottoposti a crescenti snervanti controlli sul posto di lavoro.
Con le categorie in sciopero che appartengono al pubblico impiego, o legati in qualche modo allo Stato, il governo si è rifiutato di cedere, prolungando le trattative. Così i sindacati rischiano incorrere nella violazioni della legislazione, in particolare per la scadenza di validità delle votazioni richieste per indire gli scioperi.
Scioperi nella scuola
La NEU (National Education Union) è uno dei sindacati che hanno partecipato allo sciopero del 15 marzo, forte di una approvazione altissima nel voto tra i lavoratori nelle 23.400 scuole di Inghilterra e Galles.
Nel settembre scorso molti insegnanti avevano ricevuto un aumento salariale, ma inferiore alla incalzante inflazione. Il 28 marzo, vista la forza dello sciopero del 15, la NEU ha chiesto agli iscritti di rifiutare la proposta del governo di un aumento del 4,3% più un bonus da 1.000 sterline.
Il 16 marzo si era unito allo sciopero della NEU il sindacato University and College Union (UCU), che aveva già indetto diversi scioperi negli ultimi cinque anni, ma quest’ultimo è stato il più grande. A febbraio l’UCU ha avvisato che 70.000 lavoratori di 150 università avrebbero scioperato per 18 giorni, a partire dal 1° febbraio. Ciò ha fatto seguito alla mossa provocatoria da parte della UCEA, l’“Associazione dei datori di lavoro di università e college”, che aveva rinnovato la precedente offerta di un aumento del 4-5%, già rifiutata dal sindacato.
La NEU ha cercato – senza successo, come per gli altri settori – di trattare direttamente con il governo, rifiutando la mediazione degli organi di revisione salariale indipendenti, poiché in realtà non sono affatto indipendenti, essendo il governo a nominarne i membri e a stabilire i limiti della “sostenibilità” degli aumenti salariali.
Dunque, nel settore della scuola il malcontento generalizzato dilaga e non sembra accenni a diminuire.
Nella sanità
Il 15 marzo è stato anche l’ultimo giorno di uno sciopero di tre giorni organizzato dalla British Medical Association (BMA) che ha visto protagonisti i medici tirocinanti. Questi rappresentano il 45% dei medici; due terzi sono iscritti alla BMA e alla Hospital Consultants and Specialists Association (HCSA). Quest’ultimo sindacato ha convocato per la prima volta uno sciopero per il 15 marzo.
I medici denunciano la drammatica carenza di personale con orari impossibili e i bassi salari, ridotti di un quarto dal 2008. Minacciano che «in assenza di cambiamenti lasceranno il Servizio Sanitario Nazionale o emigreranno dal Paese per trovare altrove un lavoro meglio retribuito».
Oltre a tutto ciò il medico alla fine del tirocinio si ritrova con un debito di 100.000 sterline, spese per sopperire alla paga insufficiente. Non c’è da stupirsi se così tanti medici si trovino nelle file dei partiti operai, dai tempi del cartismo in poi!
In seguito allo sciopero del 15 la BMA ha indetto un altro sciopero dei tirocinanti, questa volta della durata di quattro giorni, dall’11 al 15 aprile. Il precedente sciopero era durato tre giorni. L’adesione è stata quasi unanime e ha comportato il rinvio di quasi 200.000 appuntamenti non urgenti in tutto il Paese. Il sindacato BMA chiede che il salario del personale medico sia adeguato ai livelli dell’inflazione. Rivendicazioni simili erano state avanzate dagli infermieri, in sciopero qualche settimana prima. Il governo vorrebbe risolvere la questione con una misera somma forfettaria.
Per la prima volta dopo molti anni l’aspettativa di vita dei meno abbienti è in diminuzione, a causa del crescente divario economico e dell’impoverimento di ampi strati della popolazione, oltre che degli insufficienti investimenti nella sanità. Nel sistema sanitario la carenza di personale è drammatica: la stima è di 10.000 medici e 40.000 infermieri. Dopo la sospensione dell’attività e delle visite non urgenti durante il Covid le liste d’attesa hanno continuato ad allungarsi e le visite dei medici di base sono ancora al di sotto dei livelli pre-pandemici. Il risultato – come evidenziato da ulteriori studi – è un aumento della mortalità associata a diverse patologie, come il tumore ai polmoni (il cui tasso di mortalità entro 90 giorni dalla diagnosi è passato in due anni dal 20% al 30%».
Nel pubblico impiego
Nel frattempo continuano gli scioperi dei ferrovieri e degli insegnanti.
Il 15 marzo anche i dipendenti pubblici di 123 dipartimenti governativi hanno aderito in decine di migliaia allo sciopero, partecipando ai picchetti e alle manifestazioni a Belfast, Birmingham, Bristol, Cardiff, Glasgow, Edimburgo e Manchester. A Londra si sono radunati davanti a Downing Street per chiedere al governo di soddisfare le loro rivendicazioni: aumenti salariali e delle pensioni e sicurezza sul lavoro.
Migliaia di iscritti al PCS (Public and Commercial Services Union), un sindacato che inquadra lavoratori sia del pubblico impiego sia del privato, si sono poi recati a Trafalgar Square per aderire alla manifestazione sindacale unitaria. Erano lì presenti i lavoratori del RMT (National Union of Rail, Maritime and Transport Workers) e dell’ASLEF (trasporti).
La PCS ha prolungato lo sciopero per tutto il mese di aprile, che confluirà in un altro sciopero ad oltranza di 133.000 dipendenti pubblici con inizio il 28. I lavoratori dell’Ufficio passaporti sciopereranno per cinque settimane fino al 6 maggio. Anche i lavoratori del gas e dell’elettricità a Canary Wharf e Glasgow hanno indetto sei giorni di sciopero dal 10 al 14 aprile più lunedì 17 aprile.
Nei trasporti
Anche l’ASLEF nella metropolitana di Londra ha scioperato per 24 ore il 15 marzo. I macchinisti, i tecnici e anche gli impiegati avevano votato per il 99% a favore dello sciopero con un’affluenza del 77%.
La direzione dei Trasporti per Londra, che lamenta difficoltà finanziarie dopo la pandemia, ha tagliato sulla sicurezza e nasconde dietro le parole di “modernizzazione” e “flessibilità” la volontà di recedere dagli attuali accordi di lavoro e di ridurre le prestazioni pensionistiche.
I sindacalisti però si dichiarano già pronti a cedere: «Siamo sempre disposti a discutere e negoziare sui cambiamenti, ma non vogliano cambiamenti per il peggio imposti senza previo accordo. I cambiamenti devono essere concordati».
L’RMT organizza anche lavoratori del servizio metropolitano e il 15 marzo intraprenderà uno sciopero per le pensioni, gli accordi contrattuali e contro la perdita di posti di lavoro. La London Underground ha tagliato 600 posti di lavoro tra il personale delle stazioni, ha attaccato le pensioni e le condizioni di lavoro.
Comune alle vertenze dell’ultimo mese – in realtà a quasi tutte le vertenze sindacali – è la questione della “disponibilità economica”: le aziende sostengono che non ci sono soldi per pagare salari più alti. Dietro queste argomentazioni si nasconde un conflitto di classe: i lavoratori, per difendere condizioni di vita degne, si trovano in diretta contrapposizione con la necessità del capitale: estorcere plusvalore dalla forza lavoro, trarne profitto.
Le lotte attuali, nel Regno Unito e altrove, rendono chiaro che il problema è generale, e in quanto tale deve essere affrontato.
I capitalisti, che hanno dovuto organizzarsi per liberarsi dalle catene del feudalesimo e hanno reclutato la classe operaia a tale scopo, ora non hanno più nulla da offrire all’umanità e devono essere, a loro volta, rovesciati.
Tutte le singole vittorie, in termini di benefici immediati, che emergeranno dall’attuale ondata di scioperi, saranno ottenute con la lotta di classe. Questa concrescerà attraverso il coordinamento tra i diversi settori della classe operaia, al di là dei confini di categoria e mestiere, al di là delle barriere locali, regionali e nazionali, perché i loro problemi sono essenzialmente gli stessi. E in effetti, dettagli a parte, le rivendicazioni avanzate in queste settimane da tutti questi scioperi sono notevolmente simili.
Affinché tali rivendicazioni si realizzino stabilmente, quella stessa piena solidarietà dovrà affrontare la questione su di un piano sociale generale, cioè politico, affrontando la necessità di rovesciare l’attuale regime, che sostiene le esigenze del capitale e non dei lavoratori. I lavoratori, protagonisti di sempre più ampie agitazioni, e oggi non scoraggiati neanche dalle leggi sindacali altamente restrittive del Regno Unito, dovranno connettere le loro lotte difensive e a sfondo economico al partito di classe, il Partito Comunista Internazionale.
Questo organo della classe sarà lo strumento essenziale per lottare per una società che metta in primo piano i bisogni degli esseri umani e non dica, come l’opportunista Partito Laburista, che ciò che basta è modificare le leggi del capitalismo per crearne uno più “giusto”. Il capitalismo non può essere “giusto” e non lo è mai stato!
Manteniamo quindi i nervi a posto e prepariamoci, già nelle lotte di oggi, a rovesciare il capitalismo! Fra il fascismo e la borghese democrazia.